A Occhi Chiusi | From The Inside

di
genere
esibizionismo

[Seconda parte di un racconto che può essere letto da più punti di vista. Qui la prospettiva dall'interno]

“Potremmo provare qui, adesso.” Esordisci tu, con tutta la calma di cui riesci a disporre. La conversazione andava avanti già da una mezz’ora abbondante. Abbiamo parlato di esperienze personali, delusioni amorose, fantasie e idee. Siamo amiche da molti anni, strette forse solo da pochi mesi, poiché ultimamente abbiamo condiviso tanti dettagli delle nostre vite private. Tuttavia, questa sera è particolare. Sono reduce dall’ennesima rottura con un ragazzo: Un rapporto problematico e insoddisfacente. Negli ultimi tempi, ho trovato conforto nelle serate tra amiche e nelle distrazioni, ma adesso sono ospite per qualche giorno a casa tua, prima di ritornare nella mia città, dove vivo e lavoro, o forse potrei dire dove sopravvivo. Ma d’altronde, anche tu qui stai sopravvivendo. Mi racconti di come la routine è diventata una gabbia. Ogni tanto, per sfuggirle, inventi nuovi hobby, pratichi sport, cerchi di darti una regolata. Per questo, forse, sei arrivata a dire una cosa del genere. O almeno, questo è l’unica cosa che riesco a pensare, al momento.

Ti vedo sorseggiare il tuo vino, con nochalance. Dopo una frase del genere, sento di essere arrossita in pochi istanti. Rimango stupita per la proposta e l’imbarazzo per l’immagine che mi hai indotto a elaborare nella mia mente, e che adesso non posso più rimuovere.
“Ma che assurdità vai dicendo?” replico, ridacchiando imbarazzata. Sono indecisa se mantenere un tono di freddo raziocinio o se assumere una condotta da biasimo nei tuoi confronti. Credo che la mia reazione abbia assunto due significati ambivalenti: ‘Ma che assurdità dici? Siamo nel tuo appartamento, non c’è nessun altro qui con noi, è impossibile capire cosa si prova nello spogliarsi in pubblico.’ Sarebbe un pensiero unicamente razionale, una semplice analisi tecnica che fatica a concepire un’ipotesi. Tuttavia, a questo pensiero si affianca un altro pensiero, quello morale. ‘Non puoi davvero proporre di spogliarmi davanti a te. Sarebbe sbagliato, sarebbe inappropriato.’

“Alla mia domanda ‘Qual è la tua più grande fantasia incompiuta?’ hai appena risposto ‘l’esibizionismo’. Hai ammesso che per quanto ti faccia paura esporti, l’idea di essere totalmente nuda e preda di sguardi che sfuggono al tuo controllo ti eccita, l’atto stesso del privarti degli abiti e lasciare che altri scrutino la tua pelle e le tue intimità ti ossessiona. L’hai descritta come una tentazione cui non pensi riuscirai mai ad abbandonarti, poiché il tuo istinto di conservazione impone la sua presenza costante. Dunque, perché non qua? Perché non provi e capisci davvero se ti piace?” mentre mi esponi il tuo pensiero con estrema lucidità, capisco che stai cercando di interpretare ogni singola micro-espressione del mio viso. Sento un profondo disagio e imbarazzo, tuttavia riconosco anche una timida curiosità farsi strada tra le mie emozioni. Le tue parole, infatti, insinuano dentro di me un dubbio, un desiderio nuovo.

“È vero. L’ho detto. Ma tu sei…. Tu!” Qui prevale l’obiezione morale.
“Hai ragione. Io sono io. Tuttavia, sai bene che io non sono attratta dalle donne. Inoltre, posso assicurarti che per provare l’esperienza non serve che mi mostri proprio nulla.” Rispondi tu, mentre sorseggi un altro po’ di vino. Al sentire queste tue parole, il mio sguardo modifica la sua intensità e cambia scenario.

“E come pensi sia possibile? Oddio. non lo sto chiedendo davvero…” Di nuovo prevale l’obiezione razionale, quasi come se mi rivolgessi più a me stessa. Mi verso un altro po’ di vino, forse per sfuggire a queste emozioni contrastanti, renderle più docili.
“Lo puoi vivere nella tua testa, a occhi chiusi. È facile, in realtà. Ti sei mai chiesta se vivi davvero le cose che immagini o semplicemente è come se le guardassi a distanza?”
A questo punto, mi ritrovo a riflettere un attimo su quelle lapidarie parole. Sorrido con imbarazzo ma anche con molta più trepidazione rispetto a prima. Istintivamente mi guardo intorno, confusa. Cosa mi stai chiedendo, davvero? Ti chiedo di ripetere.

“Decidi, prima. Ci stai?” incalzi tu, guardandomi intensamente. “Non voglio che tu dica sì per mio gradimento. La cosa vale soltanto se tu lo vuoi…” aggiungi.
Dopo una micro-pausa, accompagnata da un altro sorso di vino, riesco a fare un cenno di assenso con la testa. Al tuo sguardo immutato, rispondo con convinzione maggiore e dichiaro “Si.” Con Consapevolezza. Sento di volerlo fare, sul serio, anche se ho timore di questa scelta.

“Bene, Allora fidati di me. Spostiamoci in stanza da letto.” Ti guardo alzarti, mi inviti a farti strada. Ti precedo con passo incerto. Mi lasci entrare in camera tua, mentre tu rimani sul ciglio della porta. Mi chiedi di appoggiare il calice di vino sul comodino. Ti guardo con perplessità, domandandomi quale sia la prossima mossa. “Entra sotto le coperte.” Mi dici, indicando il letto che ho di fronte.
Ci siamo, quindi. Sta avvenendo qualcosa. In silenzio, eseguo il compito. MI osservi prendere posto sotto alle tue coperte. Sento una forte eccitazione ma riconosco di essere anche parecchio impaurita.

“Chiudi gli occhi e immagina di essere sul palco di un locale. Il Grayson, hai presente?”
“Si. Ho presente.” Rispondo io, mentre chiudo gli occhi.
“Bene. Sei al centro del palco. Le sedie degli spalti sono occupate da alcune persone: decidi tu quante.”
“Ok.” Rispondo, mordendomi il labbro.
“Guardati intorno, cos’altro vedi?” chiedi tu.
“Ehm… il bancone. L’asta del microfono. Le luci…” rispondo io. Pian piano, forse per l’effetto degli alcolici, la mia mente si fa leggera, dal buio emergono le luci della sala, i dettagli del palcoscenico e gli arredi in stile pub irlandese del locale. Ci sono alcune persone sedute, non riconosco i volti.
“C’è una sedia vicino a te?” chiedi tu.
“Non saprei.. si?” chiedo io.
“Siediti, allora.” Suggerisci tu.
Rido, mi sento un po’ una scema, stavolta. “Ok, son seduta.”
“Chi hai di fronte?” chiedi tu.
“Oh, beh… non sono sicura…” balbetto.
“Rispondi istintivamente…”
“Un paio di miei ex, qualche amica.” Effettivamente, nel momento in cui li evoco, essi appaiono di fronte a me. Li vedo seduti, alla loro maniera, con lo sguardo puntato su di me.
“Suvvia, gente che conosce già il tuo corpo... altri?” incalzi tu, mentre sorseggi il vino.
Provo a cambiare prospettiva, osservando le altre sedie disposte nelle file laterali. Lentamente, sembrano affiorare i volti di alcuni miei colleghi. “Ok… dunque… il mio capo. Oddio! C’è tutto il mio ufficio…”
“Ahah… brava! Chi altri…?”
“Devono esserci altri?”
“Quanti ne vuoi…”

Cosa può esserci di peggio del tuo posto di lavoro? “Ok… dunque… il prete della parrocchia del mio paese. I miei genitori. I miei zii… oddio i miei zii!” Non so perché l’ho detto, ma adesso mi è impossibile non notarli.
“Direi che va più che bene. Un bel pubblico tosto!” commenti tu.
“Ci sei anche tu, ora.” Commento io, ridendo. Non è seduta nel locale della mia fantasia, è davvero di fronte a me. Forse, questo è il dettaglio più rilevante di tutti.
“Ok, ora prenditi un momento per respirare l’atmosfera. Immedesimati, senti l’aria intorno a te, eventuali profumi, il calore delle luci, la durezza del legno.”
Mi immagino a sfiorare con le dita l’asta in metallo che regge il microfono. Colpisco con le nocche la superficie dello sgabello, pesto coi piedi il parquet del locale. Sento una strana eccitazione salire, ho le palpitazioni.
“Inizia a toccarti, fallo nella tua immaginazione.” Oddio, così dal nulla? Rivolgo lo sguardo a tutte quelle persone. Sono lì, in silenzio, tutti a fissarmi. Mi mordo un labbro. Prendo un lungo respiro e provo a immedesimarmi. Individuo le mie mani nello spazio, esse sono come le ho sempre avute, faccio il tentativo di muoverle nella fantasia e ci riesco. ‘Toccati, dunque!’ ripeto a me stessa. Nel momento in cui lo penso, qualcosa accade. Sto iniziando a toccarmi mentre la mia famiglia, i miei colleghi, e il resto degli astanti mi guarda…
“Lentamente, prima il collo, poi il seno. Massaggia piano e costante. Ti stanno guardando?”
“S-si.” Dico io, quasi distratta dalla tua voce. Perché sembra tutto così reale, adesso?
“Accentua i movimenti, esplora il tuo corpo. Pizzica i capezzoli. Sentiti libera… allarga le gambe…”
Lentamente, mi lascio coinvolgere da quella fantasia, mi sorprendo a mordere il labbro inferiore, segno che sono eccitata. Il mio corpo riesce a fatica a stare fermo, vorrei toccarmi davvero, mi chiedo se lei non si offenda se lo faccio. Ma che dico? Certo che non lo faccio! Però, è una situazione talmente assurda… Forse se lo facessi con lentezza non si vedrebbe alcun movimento. Chi può dirlo? Mi soffermo sul seno destro, massaggiandolo. Prendo confidenza con quelle sensazioni ancora un po’.
“E’… strano.” Commento io.
“Ti piace?”
“Penso di si.”
“Allora prosegui.”
Lei sa benissimo che mi sto toccando, ne ho quasi la certezza. Eppure, non posso fare a meno di accentuare i movimenti. Istintivamente, porto una mano alla bocca, iniziando lentamente a suggere un dito, poi un altro. Nel frattempo, sto per raggiungere il mio basso ventre.
“Spogliati, adesso. Togli il vestito.” Mi sta chiedendo di farlo nella mia testa o per davvero? Non so più dove si spinga la simulazione e dove la realtà. Forse, devo solo lasciarmi andare. Mentre mi trovo sul palco, sbottono la camicetta. Uno zio mi guarda con avidità. Mi sento sporca al solo pensiero, ma anche eccitata. Rivolgo uno sguardo al prete, che mantiene un volto severo ma non smette di fissarmi. Cosa fai? Ti piace forse? Lo credo bene. Sono eccitata, spero di non tradirmi con la voce. Provo a descriverti la situazione assurda che sto immaginando ma francamente non so quanto tu possa sentire ciò che provo. Un incendio sta lentamente divampando e non è dovuto alla pesantezza della coperta. I miei massaggi, nel frattempo, si accentuano. Realizzo che le mie cosce sono strette attorno alla mano che ho infilato in mezzo a esse. Provo l’impulso di toccarmi, di esplorare il mio pube, la mia vagina. Mi sento umida. Non sto più capendo granché. Devo fare qualcosa, devo… spogliarmi. Tiro sù il vestito e lo sfilo alla bell’e meglio. Con gli occhi ancora chiusi, lascio che cada ai piedi del letto. È una sensazione meravigliosa.
“Fatto.” Dico io, con la voce tremante.

“Puoi sganciare il reggiseno, se vuoi.” Prosegui tu. Era quello che volevo sentirmi dire, lo ammetto. Con frenesia, porto un braccio dietro la schiena e sgancio il tessuto, sfilo una spallina per volta e lo lascio cadere. I miei seni sono ora liberi, a contatto diretto con la coperta. Li stringo tra le mani, lasciandomi ammirare dal mio pubblico immaginario, che reagisce con stupore. Anche io sono stupita di quel che sto facendo, ma non riesco più a smettere. Lentamente, sto esibendo davanti a tutti il mio giocherellare coi capezzoli induriti.
“Mi stanno guardando…” affermo io, tra un respiro e l’altro.
“E’ così, in effetti. Cosa stanno vedendo…?”
“Tu-…tutto.” Mentre balbetto in preda all’eccitazione e alla masturbazione, nella fantasia, riconosco che il pubblico mi brama. Che perversione, penso per un solo attimo; eppure, se siete lì con me, sarà per un motivo. Vorrete guardare il resto, io voglio mostrarvi il resto. Dunque, sfilo gli slip e li lascio scivolare dalla sedia. Faccio lo stesso anche sottocoperta. A questo punto, nulla fa più da barriera. Sono nuda, di fronte a tutti loro. Di fronte a te. Esploro con avidità ogni centimetro della fica, chiedendomi se non lo stessi facendo solo adesso per la prima volta, sul serio. Giungo fino all’ ano, imbibito di tutti gli umori che sento colare, immaginandomi la chiazza che si sta formando sotto di esso.
Ormai non seguo più nemmeno le tue indicazioni. Mi sto provocando piacere davanti ai tuoi occhi. Non è solo un fatto mentale, non più. Sto vivendo i miei sensi. Sto vivendo il mio corpo in un modo che non avrei mai previsto. Così, dunque, sto realizzando il mio sogno? O è solo un inganno?
“Apri gli occhi, adesso.” Chiedi tu, d’impeto.
Un tuffo al cuore mi travolge. Ho tenuto gli occhi chiusi per tutto quel tempo, al punto da essermene scordata. Cosa succederebbe se aprissi gli occhi? Rovinerei tutto? Oddio, e se non avessi il coraggio? Più ci penso, più i miei umori sbrodolano e le mie dita non smettono di premere.
Dopo una latenza che sembra durare una infinità, senza smettere di masturbarmi, apro gli occhi e mi ritrovo investita dalla luce soffusa dell’abat-jour. Ti cerco con lo sguardo e infine ti trovo, sei davanti a me, rossa in viso. Sarà il vino? No, Sembri eccitata, o forse soltanto coinvolta ma non percepisco la tua presenza invadente. Riconosci che mi sto toccando sotto le coperte, eppure mi sembra qualcosa di estremamente naturale. Tutto ciò mi lascia senza fiato. Adesso, anche tu sei reale. Tutto questo è reale. Lo era anche prima, ma questo contatto di sguardi ha appena reso la cosa ufficiale. Non è più soltanto un gioco di sensazioni. Sto condividendo, stiamo condividendo.

Mi stai guardando mentre godo, hai assistito al mio spogliarmi. Non mi sono mai sentita così. Mi guardi con occhi nuovi. Mi chiedo se tutto ciò ti piaccia, se io ti piaccia. Forse sono soltanto patetica. Cazzo si! Avrei tanto voluto tutto questo molto prima. Proseguo col mio sfregare, ancora più forte, la bocca si abbandona ormai in smorfie di piacere sempre più intense che non riesco a controllare. La velocità aumenta, Sto iniziando a gemere, dapprima con voce strozzata poi sempre con più vigore. Sento di essere quasi sul punto di cedere, desidero togliere questa coperta e mostrarmi davvero, nuda ai tuoi occhi, agli occhi di chiunque. Il tuo sguardo si posa su di me come una radiazione cosmica, come l’acqua del mare, come un balsamo. Più ti guardo da sotto le coperte, più mi pizzico con oscenità e vigore, vorrei che tu vedessi quanto è bagnato qui sotto, vorrei che ammirassi le mie dita dentro, chissà se percepisci anche tu il sudore e gli umori, tutti questi odori che invadono la stanza. Proprio l’odore, forse, l’ultimo dei sensi risvegliatosi ma anche il più ancestrale, mi ricorda che sto per venire.
D’improvviso, trattengo il fiato, chiudo gli occhi stretti fino a lanciare un gemito ancora più forte, intervallato da spasmi di tutto il corpo. Le spalle mi si stringono attorno al collo, la coperta casca impercettibilmente, mostrando le mie clavicole incavate per la tensione.

“Aah!” urlo a stento, sento di svenire. Continuo a vibrare, stavolta, sebbene ormai giaccia inerte e immobile. L’orgasmo più potente della mia vita mi ha appena travolto, sento le cosce ancora serrate a stringere il clitoride mentre continua i suoi spasmi, non so neanche più cosa mostri il mio volto. Dopo circa venti secondi di puro e ininterrotto godimento, gradualmente mi riassesto. Il corpo si rilassa e la bocca si chiude. Poggio il capo nuovamente sul cuscino, respiro come se avessi corso una maratona. E’ una estasi interminabile, la migliore di sempre. Ti vedo avvicinarti a me. Ti prego, solleva questo drappo, guardami nelle mie nudità. Fallo, ti prego, fallo.

“Sei stata bravissima. Ti è piaciuto?”
Riesco a malapena a muovere la testa per farti cenno.
Mi accarezzi un lato della fronte, scostando i capelli ormai sudati e scomposti. Raccogli il calice vuoto dal comodino e spegni l’abat-jour. Mi addormento in un istante, serena e appagata.
scritto il
2026-01-13
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