Capolinea
scritto il 2026-10-27 tempo di lettura 2 min
di
DootCinque
genere
poesie
cura
A+
Ho il cuore che mi martella contro le costole,
un tic nervoso che mi mangia lo stomaco.
Sono qui, piantato su questa banchina
con lo sguardo fisso sui binari che tremano.
Aspetto te.
Aspetto il treno che dovrebbe riportarti indietro,
come se un pezzo di ferro sui binari potesse rimettere in sesto il mio disastro.
Intorno a me è un formicaio impazzito.
Gente che corre con le valigie in mano,
abbracci stretti che sanno di panico,
lacrime di gioia alla porta di un vagone,
saluti frettolosi, arrivederci gridati male,
e addii sussurrati con la faccia contro il vetro.
Guardandoli capisco una cosa banale quanto crudele:
l'amore è un'enterna stazione.
Un viavai continuo di gente che sale, che scende,
di cuori che partono carichi di speranza
e di treni che ti lasciano a piedi,
senza che tu possa farci un cazzo.
Le ore passano.
Il tabellone elettronico cambia i numeri con un tic metallico che fa male.
La luce del pomeriggio si spegne,
l'aria diventa fredda,
e la folla si assottiglia fino a sparire.
Il treno è arrivato. Le porte si sono aperte,
tutti sono scesi, si sono sparpagliati, sono andati via.
E tu non c'eri.
Anzi, mentre il binario si svuota e il silenzio cala pesante,
lo capisco finalmente, con una botta secca allo sterno:
tu non tornerai mai più.
È finita sul serio, e io sono rimasto qui a fare la guardia a un fantasma.
Sento un vuoto enorme, uno sgomento che mi stringe la gola.
Poi, proprio mentre sto per voltarmi con la nausea nello stomaco,
fuori tempo massimo,
vedo una coppia che si ricongiunge sotto la pensilina.
Si buttano le braccia al collo, ridono, piangono, si stringono così forte
che sembra debbano cancellare tutto il mondo intorno.
E non so com'è, non ha senso,
ma in quel preciso istante
il mio cervello fa un salto stupido.
Non penso alla fine, non penso al vuoto.
Penso a te.
Penso a tutte le volte che ci siamo stretti così,
a quel fuoco che ci siamo bruciati addosso,
alle risate, alla carne, alle promesse che valevano tutto.
Mi metto le mani in tasca,
guardo un'ultima volta i binari vuoti,
e me ne vado via dalla stazione.
Con la giacca pesante, il freddo addosso,
e un piccolo, inspiegabile sorriso stampato in faccia.
un tic nervoso che mi mangia lo stomaco.
Sono qui, piantato su questa banchina
con lo sguardo fisso sui binari che tremano.
Aspetto te.
Aspetto il treno che dovrebbe riportarti indietro,
come se un pezzo di ferro sui binari potesse rimettere in sesto il mio disastro.
Intorno a me è un formicaio impazzito.
Gente che corre con le valigie in mano,
abbracci stretti che sanno di panico,
lacrime di gioia alla porta di un vagone,
saluti frettolosi, arrivederci gridati male,
e addii sussurrati con la faccia contro il vetro.
Guardandoli capisco una cosa banale quanto crudele:
l'amore è un'enterna stazione.
Un viavai continuo di gente che sale, che scende,
di cuori che partono carichi di speranza
e di treni che ti lasciano a piedi,
senza che tu possa farci un cazzo.
Le ore passano.
Il tabellone elettronico cambia i numeri con un tic metallico che fa male.
La luce del pomeriggio si spegne,
l'aria diventa fredda,
e la folla si assottiglia fino a sparire.
Il treno è arrivato. Le porte si sono aperte,
tutti sono scesi, si sono sparpagliati, sono andati via.
E tu non c'eri.
Anzi, mentre il binario si svuota e il silenzio cala pesante,
lo capisco finalmente, con una botta secca allo sterno:
tu non tornerai mai più.
È finita sul serio, e io sono rimasto qui a fare la guardia a un fantasma.
Sento un vuoto enorme, uno sgomento che mi stringe la gola.
Poi, proprio mentre sto per voltarmi con la nausea nello stomaco,
fuori tempo massimo,
vedo una coppia che si ricongiunge sotto la pensilina.
Si buttano le braccia al collo, ridono, piangono, si stringono così forte
che sembra debbano cancellare tutto il mondo intorno.
E non so com'è, non ha senso,
ma in quel preciso istante
il mio cervello fa un salto stupido.
Non penso alla fine, non penso al vuoto.
Penso a te.
Penso a tutte le volte che ci siamo stretti così,
a quel fuoco che ci siamo bruciati addosso,
alle risate, alla carne, alle promesse che valevano tutto.
Mi metto le mani in tasca,
guardo un'ultima volta i binari vuoti,
e me ne vado via dalla stazione.
Con la giacca pesante, il freddo addosso,
e un piccolo, inspiegabile sorriso stampato in faccia.
di
DootCinque
DootCinque
13
visite
visite
0
voti
voti
valutazione
0
0
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Deformazione
Commenti dei lettori al racconto erotico