La vita di Patty Capitolo 56

di
genere
dominazione

Con i maschi quindi, mi sentivo assolutamente irresistibile. Pensavo che quello che avevo fatto con Ruggiero avrei potuto farlo con chiunque, se e quando ne avessi avuto voglia. Ma c'erano delle persone invece, che mi facevano ritornare sulla terra. In primis le mie bambine, ovviamente, ancora troppo piccole per capire che la loro mamma usciva quasi tutte le sere. Non per lavoro, come dicevo loro, ma per andare da altri uomini. E poi c'erano mia madre e una delle mie sorelle che non perdevano occasione per rimproverarmi aspramente, senza tra l'altro immaginare minimamente cosa facessi realmente.

Una volta mi capitò di andare a casa di mia sorella per il compleanno di mio nipote. Mi ero vestita per l'occasione carina, ma senza abbondare su particolari sexy, così almeno credevo di aver fatto. Appena entrata però, mia sorella mi prese per un braccio trascinandomi in una stanza dove non c'era nessuno, accompagnata da mia madre.
"Disgraziata che non sei altro," mi apostrofò duramente, "ti rendi conto di come vai in giro conciata?"
Mi guardai l'abitino un po' scollato e le mie scarpe col tacco alto e mi trovavo deliziosa, non certo scostumata.
"Perché, come sono vestita?" ribattei infatti, nel modo più innocente possibile.
"Ma sentila lei. Come sei vestita? Hai le tette di fuori. Se tuo marito non ti dice niente perché l'hai completamente plagiato con quel tuo musetto da
ninfetta e con quel corpicino che ti ritrovi, allora sono costretta a dirtelo io che sono tua sorella più grande. Patty, vai in giro come una ragazzina o come una mignottella. Anzi, come una ragazzina mignottella invece che come una madre di famiglia."
Provai ad obiettare che non era vero, che si trattava di moda, ma mia sorella e mia madre si erano coese e non c'era niente che facesse loro cambiare idea. Mia sorella aveva solo tre anni più di me, ma eravamo completamente diverse, o almeno lo eravamo diventate. Lei era nata per avere una famiglia, come ero io all'inizio del matrimonio, tra l'altro, ma soprattutto aveva una mentalità antiquata. Solo una volta ero riuscita a confidarmi con lei, e questo avvenne proprio all'inizio del cambiamento di Marco, quando le confidai le mie perplessità riguardo appunto quel cambiamento. Credo che solo in quel caso la sentii parlare apertamente di sesso, cosa che, fra due sorelle con pochi anni di differenza, dovrebbe essere abbastanza normale. Lei era ancora una donna carina, un po' di viso ci somigliavamo, con una decina di centimetri meno di me, alta comunque un po’ più della media, ma per come parlava e per come si vestiva sembrava molto più vecchia. Più volte, scherzando con lei, le dicevo che aveva diritto alla pensione anticipata per motivi di mentalità e non certo di età. Avevo anche un'altra sorella, la maggiore, con la quale i rapporti erano sempre stati complicati, per usare un eufemismo. Quella fisicamente era l'opposto di me e diversa anche dalla sorella mezzana: bassina e rotondetta. Scherzando dicevo ai miei genitori che, col passare del tempo e con l'esperienza acquisita, avevano aggiustato la mira, diventando più bravi a sfornare figlie, con me naturalmente come perfetta conclusione. E forse i nostri rapporti erano difficili anche un po' per invidia. Naturalmente non glielo dissi mai in faccia, tanto avrebbe negato, ma questo dubbio era sempre stato radicato dentro di me.


Ritornando a quell'episodio, mia madre e mia sorella me le cantarono un po'. Dopo il vestito venne la critica sulle scarpe, questa volta da parte di mia madre.
"E poi, c'è bisogno di andare in giro con quei tacchi? Ma non ti rendi conto che così metti in difficoltà quel poveretto di Marco, che Dio lo benedica,
facendolo sembrare ancora più basso al tuo confronto. Almeno nello sceglierti il
marito ti sei dimostrata brava, ma te lo devi anche saper mantenere. Dove lo trovi un santo del genere?" E già, quel santo di mio marito. Se avessero saputo cosa combinavo con quel santo. E poi guai a toccare Marco a mia madre. Lo adorava. Ho sempre creduto che volesse più bene a lui che a me. Per lei, lui era perfetto, il marito ideale, e io ero la fortunata che era stata scelta, e per questo avrei dovuto ringraziare Dio ogni giorno della mia vita. Che fossi stata fortunata, a dir la verità, lo pensavo anch'io. Solo che anch'io ero l'ideale per lui. Eccome se lo ero. Il sesso che faceva con me se lo sarebbe potuto sognare con chiunque. Liquidai la faccenda tacchi dicendo loro che era proprio mio marito che amava che io indossassi le scarpe col tacco alto, e siccome anch'io le adoravo, non capivo per quale motivo non avrei dovuto farlo contento. Aggiunsi pure che quello dimostrava che volevo mantenermelo il mio maritino, e che ero ben felice di accontentarlo. Non uscii da quella stanza senza prometter loro che il mio abbigliamento, da quel momento in poi, sarebbe stato più consono al mio status di donna sposata e di madre di famiglia. Almeno quando mi sarebbe capitato di vederle, aggiunsi tra me.

Ma non è che io andassi sempre in giro con tacchi sproporzionati. Le scarpe erano la mia passione, e quelle col tacco alto lo erano ancor di più, ma mi ponevo dei limiti. Come ho già avuto modo di sostenere, le indossavo solo in circostanze particolari perché altrimenti avrebbero massacrato i miei poveri piedi. I motivi principali del mio amore per quel tipo di scarpe erano dovuti al fatto che donavano al mio incedere una sensualità notevole. Provare per credere. Una donna con le ballerine cammina in un modo, con i tacchi alti in un altro. Ovviamente se questa donna sa camminarci, cosa che è meno semplice di quanto gli uomini possano credere. E, a saper camminare sopra i trampoli, io non ero seconda a nessuno. L'altro motivo era ovvio e scontato. Mi piaceva mettere in imbarazzo gli uomini abbinando la mia altezza considerevole al tacco alto. Il mio metro e ottanta, con l’aggiunta di un tacco 12, mi facevano svettare sulla maggior parte degli uomini. Con Marco, alto solo 175 centimetri, la differenza era quasi comica, e andando in giro con lui in quelle condizioni eravamo subito additati. Facevamo l'articolo “il”, ma questo non creava imbarazzo a lui, che vedeva in questo dislivello la prima pietra della sua sottomissione, figuriamoci a me.

Ma credo a questo punto di dover aprire una parentesi. Immagino che molti tra coloro che leggeranno queste mie parole siano tentati a credere che in ogni attimo della mia giornata io fossi vestita per provocare, e avessi sempre atteggiamenti dominanti. Niente di più sbagliato. C'erano molti momenti in cui amavo passare completamente inosservata. Quasi tutti i pomeriggi, ad esempio, il mio look era minimalista.
Me ne andavo in palestra completamente struccata, mi legavo i capelli, scarpe
rigorosamente senza tacco, addirittura infradito d'estate e semplici scarpe da
tennis durante le altre stagioni, e abbigliamento che non desse adito a sguardi particolari. Io abitavo in un punto abbastanza tranquillo di Roma, in una periferia molto vicina al centro storico e a Trastevere in particolare, e nel mio quartiere, a poche centinaia di metri, c'era una via commerciale piuttosto rinomata, e un mercatino aperto tutti i giorni da mattina a sera. Pertanto, terminati i miei allenamenti, non di rado mi facevo una camminata tra le bancarelle oppure a guardare le vetrine dei negozi. Un po' per curiosità femminile, e un po' per deformazione professionale, visto che avevo un negozio di abbigliamento per donna. Spesso mi piaceva andarci con le mie figlie, sia per stare un po’ insieme, che per comprare loro qualcosa che trovavo interessante. In questi frangenti, era difficile che qualcuno mi guardasse con ammirazione o che mi facesse complimenti. Poteva accadere, ma era molto raro. Una donna, se vuole, può nascondersi completamente agli occhi degli altri, e io amavo anche quei momenti, soprattutto se trascorsi con le mie ragazze. Tra l'altro, in quella versione, riuscivo addirittura a dimostrare meno dei miei anni, e nessuno avrebbe immaginato che io potessi essere la mamma di quelle due belle fanciulle che mi accompagnavano.
Ovviamente, quando mi capitava di uscire, la cosa cambiava drasticamente. Sia che lo facessi con Marco, oppure quando mi recavo dai miei amanti sottomessi, il mio look diventava aggressivo e spregiudicato, e comportava mini scandalose, lattice, stivali con tacchi a spillo alti fino al ginocchio. Non mi facevo mancare nulla del look stereotipato che riguardava il BDSM. La cosa particolare era che non è che mi vestissi in quel modo per aderire alla classica visione della donna dominatrice, ma perché lo trovavo veramente di una sensualità estrema.
Mi piacevo in quei panni e, soprattutto, facevo impazzire i miei uomini.

Un discorso a parte meritava invece quando, ormai molto raramente, si usciva con i
vecchi amici o si frequentavano persone per i più disparati motivi. In quei casi, mi piaceva usare una via di mezzo, farmi molto carina e comunque al mio meglio, senza usare abiti particolarmente provocanti.

Un'altra cosa su cui mi voglio soffermare sono i complimenti che ricevevo. Ho appena detto come spesso cercavo l'anonimato, e in quei casi i complimenti scarseggiavano vistosamente, ma appena calcavo un po' la mano sul trucco e sull'abbigliamento, mi capitava di riceverne a iosa. Evidentemente ai maschietti, malgrado quello che sostenevano a parole, la ragazza acqua e sapone risultava poco più che trasparente, e io non facevo eccezione. Nella mia vita mi era capitato di ricevere complimenti di tutti i tipi, e avevo sempre sorriso soddisfatta, qualunque cosa mi dicessero. Dagli apprezzamenti per il sedere a frasi tipo “Ma che ti farei?”, accettavo di tutto con piacere, anche se quelli che amavo maggiormente erano quelli timidi, magari semplicemente sguardi ammirati, compresa la classica bocca aperta. Da non tralasciare assolutamente erano le frasi particolarmente simpatiche. Alcune di queste mi sono rimaste impresse nella memoria anche a distanza di anni. Mi trovavo in un bar all'aperto da sola, attendendo mia cugina Alessandra con la quale dovevo parlare di certe cose che riguardavano il lavoro. Ero immersa nella lettura quando si fermò un bel giovanotto davanti al mio tavolo che sorridendo mi disse:
"Dimmi la verità, vieni pagata dal sindaco per abbellire questa città?"
Inutile dire che rimasi molto sorpresa e compiaciuta, ma ciononostante
declinai la sua offerta di farmi compagnia. Come ho già detto, non mi
interessavano semplici avventure, e quel ragazzone non aveva certo l'aria di
uno che sarebbe stato disposto a farsi sottomettere da me. Un'altra frase
particolarmente spiritosa la ricevetti durante un matrimonio di una coppia di
amici. Ero con il mio abito da sera lungo e nero, un vestito che mi stava
divinamente, e stavo cercando il bagno di quella bellissima villa che faceva da location a quel matrimonio, quando andai quasi a scontrarmi con un uomo a me sconosciuto, sbucato dall'altra parte. L'uomo mi dette un'occhiata poi mi sorrise.
"Ma lei ce l'ha l'assicurazione?"
Lo guardai senza comprendere." Ma di cosa sta parlando. Se non l'ho nemmeno sfiorata. E poi è lei che è sbucato all'improvviso."
"Ma io non intendevo per lo scontro. Lei dovrebbe avere l'assicurazione obbligatoria contro l'infarto, non contro gli incidenti. Un pover'uomo che la vede all'improvviso rischia seriamente di avere problemi cardiaci. Ecco, senta come batte il mio cuore."
Gli risposi che mi sarei preoccupata di sentir battere il cuore di mio marito, e lo lasciai li che continuava a guardarmi, mentre mi allontanavo per cercare il bagno, ma dentro di me non potevo fare a meno di essere molto soddisfatta.
Ma tra tutte le frasi che ho ricevuto nella mia vita, ce n'era una che non sono mai riuscita a sopportare e che riguardava, e riguarda tuttora, la mia altezza, ed è quello di essere apostrofata come “cavalla”. A Roma, definire una donna in quel modo voleva significare aver di fronte una donna alta e non proprio filiforme. Premesso che ero, e lo sono ancora per mia fortuna, piuttosto magra, malgrado i miei allenamenti che mi avevano resa estremamente forte, forse quell'epiteto era dovuto, oltre che appunto per la mia altezza, per il mio seno diventato piuttosto prosperoso, e che spesso, proprio come mi aveva rimproverato mia sorella, mi piaceva mettere in bella mostra. “Che bella cavalla”, insomma, era la frase incriminata. "Ma cavalla sarà tua madre" era immancabilmente la mia risposta. Con alcuni mi fermavo addirittura a bisticciare e, siccome non ho mai avuto il buon senso tra le mie doti, la mia lingua sapeva essere piuttosto tagliente. Come a quel tizio che parlando con un suo amico al mio passaggio disse:
"Ma tu che faresti a una cavalla del genere?"
Mi fermai sorridendo e andai di fronte a lui. "Hai detto bene, sono una cavalla, e come tale avrei diritto ad un bel cavallo. Purtroppo tu sei solo un mini pony."
Inutile dire che i due tizi rimasero a bocca aperta, e io ripresi tranquillamente a camminare per i fatti miei.


La mia vita, pertanto, non era sempre quella che ho descritto finora. Ovviamente mi sono soffermata soprattutto sulle parti inerenti alla dominazione, ma c'era anche la vita quotidiana, la vita di una donna come tante altre. La mia vita da dominatrice iniziava di solito la sera, nel momento stesso in cui rientravo in casa e venivo accolta da mio marito, ma per il resto della giornata ero solo Patty, la proprietaria del negozio di abbigliamento, con tutti i problemi che questo lavoro mi creava: la scelta degli articoli, la quantità dei capi da comprare, i problemi con le date di consegne che spesso non erano quelli che avevo richiesto, il deterioramento degli oggetti e il loro passaggio di moda. Mettere in vetrina articoli dell'anno precedente era impensabile per un negozio che si basava proprio sulla moda del momento. Per fortuna che ad alcuni di questi problemi provvedeva mia cugina Alessandra, ma la decisione finale spettava sempre e comunque a me, e dovevo essere quindi sempre reperibile, anche il pomeriggio quando mi allenavo. Non di rado mi squillava il telefonino per scocciature di ogni tipo nel bel mezzo di un combattimento. Anche in palestra ero semplicemente Patty. Il fatto che fossi diventata molto brava in quello che facevo non lo davo certo a pesare. Volevo che tutti coloro che mi conoscevano pensassero a me come a una donna normale, e devo dire che riuscii pienamente nel mio intento. Chi mai avrebbe potuto immaginare che avevo inanellato già diversi maschi sottomessi? Anche perché il mio carattere non faceva certo trapelare una possibilità del genere. Non avevo peli sulla lingua e sapevo essere stronza come poche, ma ero anche una persona che sapeva scherzare, ironica e decisamente interessante e divertente. Ero una buona conversatrice e potevo dare ottimi consigli, soprattutto sull'argomento che conoscevo meglio: gli uomini. Una volta una delle mie commesse aveva delle pene d'amore per un tizio. Avete presente cosa significa avere una commessa con il muso perenne? Ve lo dico io: le clienti scappavano. Le clienti avevano bisogno di vedere ragazze sorridenti che le servissero a modo, e non persone musone che sembrava facessero un favore a chi entrava. Insomma, mi feci dire cosa avesse, e le diedi poi il consiglio giusto per accalappiare di nuovo quel ragazzo. La dominazione infatti, mi aveva fatto scoprire lati interessanti e prima completamente inesplorati della psicologia maschile, completamente differente alla nostra. Questo mi dava una marcia in più nella capacità di comprensione dell'universo maschile, marcia che la maggior parte delle altre donne non avevano di certo. Quando avevo l'occasione di conoscere degli uomini infatti, anche chi non avevo intenzione di ridurre a oggetto mio personale, riuscivo ad intrattenere con loro delle conversazioni molto interessanti dal loro punto di vista. Risultato? Che poi alcuni di questi uomini facevano un paragone con le loro mogli o fidanzate pallose e si prendevano una bella cotta per me. Alcuni me lo avevano detto chiaramente, altri me lo facevano intuire, ma la mia reazione era sempre la solita, e cioè che io potevo essere solo un'amica e niente più. A meno che l'uomo in questione non fosse quello che avevo deciso di sottomettere. In quel caso, ovviamente, il mio comportamento sarebbe stato completamente differente.


Anche con mio marito non ero sempre la padrona inflessibile, come ho detto prima. C'erano diversi momenti nella nostra vita, in cui sentivo il bisogno di trascorrere semplicemente del tempo con una persona alla quale volevo bene.
Ero sempre, in ogni istante che si stava insieme, la sua padrona. Lui non poteva permettersi di fare nulla senza la mia benedizione, ma questa dominanza era a volte molto tenue. Si trattava di quei momenti in cui il mio piacere non era tanto nell'obbligarlo a fare determinate cose, ma quello di dimostrare la mia generosità nei suoi confronti. Ad esempio, il sabato pomeriggio era uno di quei momenti che amavo trascorrere insieme a lui come una normale coppia, anzi, quasi come due fidanzatini. Come facevo tutti i sabati, mi recavo dal parrucchiere e alcune volte, quando non avevo altre cose da fare, gli ordinavo di attendermi di fuori, dopo di che ci facevamo una passeggiata lungo la via principale, quella via commerciale citata prima. A volte mi capitava di vedere qualcosa che mi sarebbe piaciuto vedere indosso a lui. Mi fermavo quindi a vedere la vetrina e poi, se scorgevo qualche lampo d'interesse da parte sua, entravo e gliela compravo. Ma era la situazione anomala che mi dava un potere molto più grosso di quello che avrei potuto avere dandogli uno schiaffo. Una volta vidi una bella camicia estiva bianca. Mi piaceva vederlo vestito di chiaro, lui così scuro di carnagione. Lo accarezzai con tenerezza.
"Vuoi che te la compri?" gli bisbigliai.
"Se a lei piace, Padrona."
"Certo che mi piace."
Entrammo e gli comprai non solo quella camicia, ma anche un altro paio di cose. Quando uscimmo lui mi guardò estasiato. La sua dea gli aveva dimostrato il suo affetto ed era felice come un ragazzino. Mi ringraziò diverse volte e io lo baciai con passione, in mezzo alla gente che ci passava vicina. Ecco, mi piaceva dimostrare il mio potere anche in quei modi, non solo picchiandolo duramente o dandogli punizioni. Il potere era quindi anche quello della concessione. Infatti scene come quella descritta si ripetevano spesso. Inutile dire che quando poi si stava in mezzo ad altre persone che ci conoscevano, non esisteva più né la padrona né il maschio sottomesso, ma solo Marco e Patty, la coppia che si dimostrava un amore infinito, la coppia invidiata e additata come esempio di matrimonio felice.


Ho già parlato della mia famiglia e vorrei adesso parlare di quella di Marco. Con mio suocero erano tutte rose e fiori. Lui semplicemente mi adorava ed ero la nuora perfetta, la bella e brava ragazza che rendeva felice suo figlio, e anch'io gli volevo veramente bene. Con mia suocera le cose funzionavano a corrente alternata ma, tutto sommato, poteva definirsi un rapporto sgombro da rancori. Ogni tanto qualche discussione, del resto anche lei era una donna che non le mandava certo a dire, ma anche molto rispetto. Più particolare invece, il rapporto con mia cognata, la sorella di Marco. Per i primi tempi addirittura odio, almeno questo era quello che sentivo io da parte sua.
Sono convinta che lei si sentisse defraudata dell'affetto enorme che nutriva per il suo fratellino. A peggiorare le cose avvenne un incidente di percorso. Mi trovavo a casa di Marco uno dei giorni successivi a quando scoprii di essere incinta la prima volta, prima quindi del matrimonio, e la sua famiglia stava facendo una tavola rotonda per cercare di risolvere la faccenda, mentre io, per vergogna, me ne ero andata in un'altra camera. Sentivo i genitori di Marco alzare la voce. Erano ovvi rimproveri, considerando la nostra giovane età, ma lo facevano in modo costruttivo. Mi alzai per origliare, visto che le voci erano diventate nel frattempo più basse, e sentii il mio futuro suocero.
"Ma io dico, Marco, ti rendi conto che saresti dovuto stare più attento e che adesso siamo nei pasticci? Ancora devi terminare l'università e ti ritroverai con un figlio a carico, senza casa e senza lavoro."
Intervenne lei, la sorella di Marco e mia futura cognata:
"Non riprendertela con Marco, papà, lui non c'entra niente. Lui è maschio, che altro avrebbe dovuto fare? E' quella là che doveva rifletterci bene prima di aprire le gambe per fare i suoi comodi. Secondo me l'ha fatto pure apposta per accalappiarsi Marco."
“Quella là” ero naturalmente io, e la mia reazione fu ovviamente proporzionata all’insulto ricevuto. Oh, no, non feci nulla, ma non riuscii mai a perdonargliela del tutto, anche se durante i primi anni di matrimonio, proprio per amore di mio marito che aveva una specie di venerazione per sua sorella maggiore, ci frequentammo a lungo, con risultati tutto sommato soddisfacenti, a parte qualche discussione piuttosto animata che però non sfociò mai in qualcosa di irreparabile. Col tempo le nostre frequentazioni si erano fatte più rare e, di conseguenza, anche i nostri bisticci tipicamente femminili. Come ho detto, non le perdonai mai quella frase, ma non potevo odiarla anche perché lei aveva un bene morboso nei confronti delle mie bambine, oltre che per Marco, contraccambiata completamente soprattutto dalla grande, che la considerava molto più di una semplice zia. E se una persona, chiunque essa fosse, amava le mie figlie, per me era comunque da rispettare.


Ma le nostre erano famiglie numerose e non c'erano solo i parenti stretti. Sia io che Marco eravamo pieni di zii e cugini. Nella mia famiglia ero considerata un po' come una peste, una ragazza educata nei confronti dei parenti più grandi, ma pronta a discutere con tutti per qualunque cosa, e a non darla vinta a nessuno. Il che, in fondo, era la sacrosanta verità, e che mi aveva fatto guadagnare un certo rispetto in quell'ambito. Ci vedevamo quasi esclusivamente in occasioni delle feste, ma essendo una famiglia appunto numerosa, le occasioni erano piuttosto frequenti.
Più particolare era la situazione della famiglia di mio marito. Molti dei suoi zii e cugini erano decisamente snob e con un sacco di soldi. Non tutti, a dir la verità, ma la maggior parte di loro aveva la puzza sotto il naso. Avevo sempre pensato che io fossi stata per lui una specie di rivincita sul suo parentame. Cerco di spiegarmi meglio. I genitori di Marco erano brava gente alla quale non mancava nulla, ma erano considerati i parenti poveri. Quando lui mi presentò ai suoi zii e cugini, ero una ragazza veramente molto carina, e Marco era particolarmente orgoglioso di questo. Quando in seguito divenni quella che ero allora, il suo orgoglio era ancor più cresciuto, e lui si beava delle frasi che i suoi parenti, snob ma molto educati e sempre molto falsamente cortesi, mi elargivano a piene mani. Ogni volta che mi vedevano era la stessa solfa. “Patty, ma sei un incanto”, “Patty, sei deliziosa”. Tutti complimenti che io contraccambiavo nello stesso modo, ma quelli riferiti a me almeno erano doverosi. Ogni volta che mi presentavo dinanzi a loro ero praticamente inappuntabile in ogni piccolo particolare. Sapevo benissimo come vestirmi e come truccarmi in ogni occasione, e quando c'erano i parenti ricchi sapevo che il mio look e il mio comportamento dovevano essere assolutamente di classe. Non solo. Marco quando parlava con i suoi parenti mi descriveva ancora meglio di quello che ero veramente. Raccontava che ero una perfetta donna d'affari, una sportiva nata, una ragazza intelligente che leggeva libri di tutti i tipi e che si
interessava di tutto. Era capace di far arrossire persino me che avevo fatto
del mio egocentrismo il perno portante di tutta la mia vita. Questo non accadeva solo con i suoi parenti, ma in ogni situazione. Ogni occasione era buona per lui per decantarmi, al di là forse dei miei meriti reali, persino per cose banali. La pallavolo per esempio. O meglio, quello strano gioco che per me era il beach volley che si giocava ogni volta sulla spiaggia dove avevamo la casa al mare. Strano gioco perché la beach si giocava in due, e invece lì si giocava in sei. Praticamente una partita di pallavolo classica giocata sulla spiaggia. Marco adorava che io partecipassi a quelle partite. Piaceva anche a me, a essere sincera, in quanto la pallavolo era lo sport che adoravo, e perché d'estate mi permetteva di rimanere in forma, ma per una come me, che a 18 anni giocava in serie B, era fin troppo facile vincere contro chiunque mi capitasse a tiro.
Anche Marco, tra l'altro piuttosto bravino come dimostrò a suo tempo in quei tornei nel villaggio vacanze, a volte partecipava a queste partite, ma il suo interesse principale era di rimanere a guardare insieme alle decine di persone che si accalcavano per vedere queste partite per dire loro:
"La vedete quella? Quella ragazza bellissima, quella alta, la più brava?
Ebbene, quella è mia moglie." Spesso non ce n'era nemmeno bisogno. In quello stabilimento mi conoscevano quasi tutti, e se non poteva dire quelle frasi, era abbastanza abile a portare il discorso su basi tecniche, dicendo che gli altri non mi alzavano bene la palla, oppure che non riuscivano a comprendere in tempo le mie giocate, concludendo che ero sprecata in mezzo a quei dilettanti. Cosa del resto abbastanza lampante, considerando la mia netta superiorità. Probabilmente più di uno l'avrà mandato a quel paese, ma quel suo orgoglio per me era commovente. Sicuramente anche quello era un sintomo della sua voglia di avere a fianco una moglie dominante, vedendola sempre superiore agli altri. Almeno per le sue caratteristiche psicologiche che prevedevano una padrona realmente superiore a lui.

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2026-09-23
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