La vita di Patty Capitolo 59
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Era un piacere vedere mio marito trascinare le mie valigie dentro l’aeroporto. Mi aveva ringraziato un milione di volte per aver dato a lui l’onore di accompagnarmi invece di darlo a uno dei miei amanti del momento. La sua felicità era evidente in ogni cosa, in ogni gesto. Ormai gli davo ordini anche davanti ad altra gente, e lui obbediva immediatamente. Chissà cosa pensavano quelle persone che vedevano un uomo che mi dava del lei e mi chiamava “Signora”. Pensavano a una situazione femdom? Oppure immaginavano che fosse un portaborse agli ordini della ricca donna d’affari? Anche dentro al taxi che ci portava a Fiumicino dove poi ci saremmo imbarcati, non mi ero lasciata sfuggire l’occasione di dimostrare il mio potere.
“Marco, appena arrivati in albergo sistema tutte le mie cose. Se vedo qualcosa che non mi soddisfa, ne pagherai le conseguenze.”
Mio marito annuì. “Sì, Signora. Farò del mio meglio per soddisfarla.”
“Lo spero per te. Altrimenti subirai la giusta punizione e non ti darò più l’onore di accompagnarmi.”
“Io… Spero di essere all’altezza, Signora.”
Immaginai il tassista che stava facendo miracoli per non scoppiare a ridere. Non me ne importava niente. Anzi, era anche quello un modo per assaporare il mio potere: una droga di cui non potevo più fare a meno.
Abraham Lincoln, il celebre presidente degli Stati Uniti, aveva detto: “Dai a un uomo il potere e scoprirai chi è realmente.” Il significato di questo aforisma era chiaro. Con la gestione del potere, ovvero con la capacità di decidere sugli altri, la vera natura di un essere umano sarebbe venuta fuori prepotentemente. E la mia natura sembrava essere piuttosto dittatoriale. Mi piaceva impormi e lo facevo.
Durante il viaggio ci furono un altro paio di occasioni di cui approfittai, ma non era semplice trovare sempre una scusa buona per impormi, con Marco che era obbediente all’ennesima potenza.
Appena arrivati visitammo subito alcune delle cose più importanti che c'erano
da vedere. Quando facevamo dei viaggi all'estero, soprattutto nelle grandi
città, la mia intenzione era quella di fare la turista, ammirando le opere
d'arte e i luoghi simbolo che rappresentavano quella città. Quindi, dopo aver
escluso la Sagrada Famiglia a causa di fila enorme, ed esserci ripromessi di
farlo il giorno di capodanno, visitammo una delle case di Gaudì, il Barrio,
Barceloneta e il Porto Vecchio. Non ci facemmo scappare una passeggiata per la Rambla, incuriositi come bambini alla vista di tutte quelle statue umane, alcune delle quali molto particolari. La sera ci consigliarono di andare a mangiare al
Porto Olimpico, posto molto in voga e pieno di locali e ristoranti. Il Porto
Olimpico si trovava a circa tre chilometri dal nostro albergo, ma erano tre
chilometri di niente, a parte un parco che copriva oltre la metà di quel
tragitto. Probabilmente d'estate era pieno di vita, ma in quel periodo era
praticamente deserto in quanto tutta la vita notturna di Barcellona si svolgeva in zone più centrali. Ad ogni modo, in quel momento ritenni quel fattore
scarsamente importante, in quanto prendemmo un taxi sia all'andata che al
ritorno. Inutile dire che, per l'occasione, mi vestii molto appariscente. Pur
essendo pieno inverno non faceva freddo, e questo mi favorì nell'abbigliamento,
in quanto non dovetti coprirmi particolarmente. Del resto, attendevo quelle
occasioni proprio per poter sfoggiare i miei abiti provocanti, per mettermi in
mostra, quasi a esigere le attenzioni da parte degli uomini. Mangiammo molto
bene e prenotammo anche per il giorno seguente, la notte di capodanno. Oltre a
mangiare ci sarebbe stato uno spettacolo, e poi avremmo potuto spostarci in uno
dei tanti localini lì vicino, e magari finire al casinò che era proprio li
di fronte. Non ero una giocatrice assidua, ma una volta ogni tanto mettermi
seduta intorno a un tavolo da gioco lo trovavo piacevole.
Dunque, avevamo deciso come passare il capodanno. D'altronde, l'unica alternativa sarebbe
stata quella di passeggiare per la Rambla aspettando mezzanotte in mezzo a
migliaia di persone. No, grazie. Tra l'altro non avevo mai avuto un amore
particolare per capodanno, tranne forse fino ai vent'anni. Sembrava che quel
giorno ci fosse l'obbligo di divertirsi e tirar tardi fino al mattino, e io
non sentivo ormai da anni quel bisogno. Io lo facevo tutti i giorni, e non avevo bisogno di una festa comandata per trasgredire. Quindi una bella cena, magari il
localino, insomma qualcosa di più soft sarebbe andato benissimo.
Anche il giorno seguente, quello del 31, ci comportammo da perfetti turisti, visitando la Cattedrale, i giardini, il mercato della Bouqueria e il Barrio Chino. Ci alzavamo relativamente presto, intorno alle otto, facevamo colazione in albergo, e quindi alcune fermate di autobus, che preferivo alla metro e che mi davano la possibilità di dare uno sguardo alla città. Ci arrangiavamo all'ora di pranzo mangiando un panino, e poi di nuovo a visitare. Per l'occasione indossavo sempre scarpe comode e jeans. Ci facevamo diversi chilometri a piedi, e non era proprio il caso di mettermi abiti scomodi e scarpe col tacco. In quei primi due giorni la mia dominazione fu praticamente nulla. Eravamo una normale coppia in vacanza, e non avevo intenzione di esagerare. Poche cose insomma, il minimo indispensabile per ricordare a Marco che ero io a comandare, anche se dubito che lui potesse non pensare anche un solo istante della sua vita che accanto a lui io ero la sua indiscussa padrona, e non una semplice mogliettina. In ogni caso, non ci fu nulla di rilevante. Non ce n’era nemmeno bisogno perché ormai i nostri comportamenti erano naturali. Lui mi chiedeva il permesso per qualsiasi cosa, e io prendevo le decisioni su tutto. Marco era naturalmente orgoglioso del modo in cui mi rimuovevo. Grazie ai molti turisti sudamericani che entravano nel mio negozio, ero ormai capace di dialogare in spagnolo abbastanza speditamente. Ovviamente non avrei potuto affrontare argomenti particolarmente complicati, ma sapevo chiedere e ottenere informazioni, chiedere spiegazioni sul cibo e tutto ciò che mi occorreva per muovermi in quella città tranquillamente.
Ero molto contenta di come si era messa quella vacanza. Fino a quel momento avevo trascorso due giorni veramente intensi e rilassanti al tempo stesso, e ancora doveva arrivare la nottata di capodanno. Era piacevole alternare momenti di vita normale a momenti in cui diventavo l’inflessibile donna dominante. L’importante era che ogni momento vissuto, sia in un modo che nell’altro, fosse accompagnato dall'adorazione totale di mio marito. E quella non mancava mai, qualunque cosa facessi.
C'erano comunque, ancora un paio di cose da visitare e che ci eravamo lasciati per i giorni seguenti, come ad esempio la Sagrada Famiglia e il museo del Nou Camp, quello della squadra di calcio del Barcellona, che Marco mi aveva chiesto di poter vedere. In un primo momento avevo rifiutato. Non mi andava l'idea di vedere qualcosa che riguardasse il calcio, ma poi avevo acconsentito per vederlo felice. I ringraziamenti con cui aveva accolto la notizia non mi fecero pentire di quella decisione. Dunque, io amavo ancora vederlo felice, questo era fuori di ogni dubbio. Perché allora a volte mi comportavo come se lo odiassi? Era inutile che continuavo a pormi domande alle quali riuscivo a rispondere solo con altre domande. Quel tipo di vita che facevamo piaceva a tutti e due, eravamo compatibili in ogni circostanza, e quindi per quale motivo sistematicamente mi ponevo quei problemi? Ogni volta che avevo quei comportamenti, quel tipo di dominazione dolce per intenderci, venivano appunto fuori i miei dubbi. Mi dicevo che dovevo continuare in quel modo, senza picchiarlo e umiliarlo troppo. Anche perché, come ho sostenuto prima, ormai ero diventata veramente troppo forte per lui, e il rischio di fargli male era aumentato in modo considerevole. Per fortuna avevo anche imparato a dosare bene la mia forza e la mia bravura e, fino a quel momento, non gli avevo causato mai danni veramente gravi, e anche la spalla che gli avevo slogato si era rivelata una cosa di poco conto. L’unico problema fino ad allora era lo stato del suo viso che era sempre pieno di ecchimosi. Avevo risolto il problema obbligando Marco a dire che anche lui praticava kick-boxing, facendo così risultare credibili quelle ecchimosi che gli procuravo con i miei ceffoni. Comunque il rischio era dietro l'angolo. Quando mi calavo nei panni della dominatrice, faticavo a controllare i miei istinti, e non riuscivo a smettere fino a che non lo vedevo piangere al mio cospetto, salvo poi abbracciarlo e consolarlo. Il bello era che anche quei momenti erano impagabili. Quelle situazioni infatti, erano solo apparentemente contrastanti, e anche il momento consolatorio mi offriva un potere enorme, forse addirittura maggiore. Lo abbracciavo, gli asciugavo con la mano le lacrime che gli scendevano dagli occhi e lo tranquillizzavo.
"Ora basta, Marco," gli dicevo in tono dolce. "stai tranquillo. Mi sembra che
tu abbia capito la lezione e non ti picchierò più per oggi." Finivo la frase
con un bacio dolcissimo, sentendo ancora i singulti muovere l'intero suo
corpo. Era nelle mie mani, era un cucciolo impaurito, un cucciolo che adorava
la sua padrona e che accettava tutto da lei. Anche in quei momenti mi dicevo
che forse avrei dovuto smetterla con le botte, tanto ormai non ce n'era più
bisogno, considerando l'assoluta obbedienza e devozione di mio marito ma,
immancabilmente, la volta seguente ricominciavo da capo. Il problema era che
io stessa non potevo fare a meno di sentirmi più forte a livello fisico,
oltre a quello psicologico. Il mio modo di essere dominante implicava le due
fasi, non potevo farne a meno e, di conseguenza, continuavo imperterrita con
quel sistema, sistema che, d'altronde, mi aveva dato splendide soddisfazioni, sia con lui che coi miei amanti.
Dunque, per quel pomeriggio del 31 dicembre, avevamo terminato i posti da
visitare. Tornammo in albergo e, dopo la consueta doccia, mi vestii. Avevo già
deciso di vestirmi con i pantaloni in lattice e con una maglia in lurex
aderente e scollata al punto giusto. Volevo che tutti gli occhi fossero
puntati su di me, e iniziai con quelli di Marco, completamente fuori dalle
orbite nel vedermi. Malgrado ormai dovesse esserci abituato, l'effetto era
sempre stratosferico su di lui, e devo dire che era completamente giustificato.
Quei pantaloni mi facevano veramente spettacolare, e valorizzavano le mie
forme al massimo. Non stavo certo male in altri panni. Le mini mi facevano due
gambe lunghissime, i vestiti lunghi mi rendevano molto sensuale, ma il lattice
mi rendeva provocante come non mai. E io ormai sapevo benissimo di voler
provocare oltre ogni limite, soprattutto in posti come quelli dove non ci
conosceva nessuno. Non ero potuta andare dal parrucchiere e questo mi
scocciava un pochino. Decisi quindi di lasciarmi i capelli lunghi al naturale. Ero ancora bionda in quel periodo, anche se ricordo che il mio colore naturale era un bel castano chiaro. Un colore che avevo abbandonato al momento della mia trasformazione in quanto lo reputavo troppo infantile. Non erano affatto male i miei capelli portati in quel modo, anche se in quel momento avrei preferito un'acconciatura più particolare e più adatta all’abbigliamento provocante che avevo scelto. Mi scendevano ondulati sulla schiena, e assomigliavano all’acconciatura che aveva Michelle Pfeiffer in Batman Returns. Già, un ruolo come Catwoman sarebbe stato l’ideale per una come me. Distolsi l’attenzione sulla mia acconciatura per dedicarmi al trucco. Un po' di fondotinta per la mia pelle chiara era l'ideale, e poi aggiunsi del fard rosato in polvere. Per gli occhi usai un ombretto marrone chiaro e poi del mascara nero per ingrandirli e per aprire lo sguardo. Essendo di sera non potevo rinunciare a un tocco di eyeliner che donava uno sguardo molto più seducente. Sulle labbra naturalmente rossetto rosso. Per finire indossai degli stiletti favolosi in camoscio nero morbidissimi che avevo comprato per l'occasione, un 12 centimetri a spillo con i quali passare inosservata era praticamente impossibile, considerando che con quelli superavo abbondantemente il metro e novanta. Cosa comunque nella norma per me. Osservai quindi sorridendo Marco che mi rimirava a bocca aperta. Anche lui era decisamente carino in giacca e cravatta e, se non ci fossi stata io al suo fianco, probabilmente sarebbero state diverse le donne che lo avrebbero adocchiato e che ci avrebbero fatto un pensierino. Ma lui era di mia proprietà. Niente e nessuna lo avrebbero potuto distogliere da quello che pretendevo dovesse essere il suo unico pensiero: me. Mi avvicinai a lui, gli sistemai la cravatta e poi, dopo essermi messa un soprabitino, scendemmo nella hall, senza dire una parola. Le nostre facce avevano detto tutto quello che dovevano. Ci facemmo chiamare un taxi che un quarto d'ora dopo arrivò, poco meno di dieci minuti per arrivare al Porto Olimpico, ed eravamo addirittura in anticipo. Passeggiamo qualche minuto tra i localini del porto che avevano una caratteristica strana; lo spettacolo era spesso visibile anche
da fuori, e potevamo vedere tranquillamente infatti ragazze che ballavano la
lap dance o la danza del ventre.
Il posto intanto si stava riempiendo, ed era giunta ormai l'ora della cena. Verso le 23 terminammo di cenare e di vedere lo spettacolo di magia che il ristorante aveva preparato per i suoi ospiti. Quindi ci spostammo in uno di quei localini a fianco al ristorante. Ci prendemmo qualcosa da bere e aspettammo senza eccessiva trepidazione la mezzanotte che festeggiammo con un lunghissimo bacio proprio come una normale coppia innamorata. Decisi di uscire a vedere le migliaia di persone che festeggiavano l'arrivo del nuovo anno, e dopo una decina di minuti ci trasferimmo al casinò. Un paio d'ore, tanto per perdere un centinaio di euro, e decisi che era giunto il momento di rientrare in albergo. Ero stanca ma felice e soddisfatta. Felice perché stavo vicino al mio uomo, a mio marito sottomesso, che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso, e che mi aveva ripetuto decine di volte quanto fossi bella e quanto mi amasse. Ero anche soddisfatta in quanto mi ero vestita in quel modo per far girar la testa agli uomini che avrei incontrato, ed ero riuscita perfettamente nel mio disegno. Credo di aver fatto litigare un bel numero di coppie quella notte. Ero la più bella di tutte, e questa certezza mi inorgogliva. Quanto amerei sapere se quella sensazione meravigliosa che si provava a stare al centro dell'attenzione fosse normale. Ero io a essere un caso clinico? Oppure anche le altre donne, nelle mie condizioni, avrebbero provato lo stesso tipo di sensazione? Per di più mio marito, anziché essere geloso, era pienamente felice dell'effetto che facevo. Non sarei mai riuscita a capire una cosa del genere in quanto io invece ero gelosissima. Malgrado la totale sicurezza della fedeltà di Marco, in quel periodo ancora mi dava fastidio se qualcuna posava gli occhi su di lui. Ero addirittura gelosa anche dei miei amanti sottomessi, e impedivo loro qualsiasi altro contatto con il genere femminile. Quando un uomo mi apparteneva doveva essere in modo totale. Strano discorso per una che invece era arrivata ad avere quattro uomini contemporaneamente. Ma io potevo, io ero la padrona.
Quelle erano semplici impressioni in quanto nessuno di loro mi aveva mai dato la sensazione di poter semplicemente pensare a un'altra donna. Ero matematicamente certa che loro vivessero solo per me. Anche perché ritenevo che trovare una donna che potesse soppiantarmi era impossibile. In ogni caso, rimaneva per me assurdo constatare il piacere che aveva Marco nel vedermi come oggetto del desiderio altrui. La spiegazione era però semplicissima, e avevamo affrontato già quel discorso. Si trattava di orgoglio. Era come dire a tutti gli altri che era lui il fortunato mortale che mi stava accanto, l’uomo che addirittura mi aveva sposata. E io mi sentivo semplicemente una diva di Hollywood, senza prendere in considerazione il fatto che qualunque donna un po’ attraente, vestita e truccata come me, avrebbe fatto rigirare tutti. No, io pensavo di essere unica.
Continua
“Marco, appena arrivati in albergo sistema tutte le mie cose. Se vedo qualcosa che non mi soddisfa, ne pagherai le conseguenze.”
Mio marito annuì. “Sì, Signora. Farò del mio meglio per soddisfarla.”
“Lo spero per te. Altrimenti subirai la giusta punizione e non ti darò più l’onore di accompagnarmi.”
“Io… Spero di essere all’altezza, Signora.”
Immaginai il tassista che stava facendo miracoli per non scoppiare a ridere. Non me ne importava niente. Anzi, era anche quello un modo per assaporare il mio potere: una droga di cui non potevo più fare a meno.
Abraham Lincoln, il celebre presidente degli Stati Uniti, aveva detto: “Dai a un uomo il potere e scoprirai chi è realmente.” Il significato di questo aforisma era chiaro. Con la gestione del potere, ovvero con la capacità di decidere sugli altri, la vera natura di un essere umano sarebbe venuta fuori prepotentemente. E la mia natura sembrava essere piuttosto dittatoriale. Mi piaceva impormi e lo facevo.
Durante il viaggio ci furono un altro paio di occasioni di cui approfittai, ma non era semplice trovare sempre una scusa buona per impormi, con Marco che era obbediente all’ennesima potenza.
Appena arrivati visitammo subito alcune delle cose più importanti che c'erano
da vedere. Quando facevamo dei viaggi all'estero, soprattutto nelle grandi
città, la mia intenzione era quella di fare la turista, ammirando le opere
d'arte e i luoghi simbolo che rappresentavano quella città. Quindi, dopo aver
escluso la Sagrada Famiglia a causa di fila enorme, ed esserci ripromessi di
farlo il giorno di capodanno, visitammo una delle case di Gaudì, il Barrio,
Barceloneta e il Porto Vecchio. Non ci facemmo scappare una passeggiata per la Rambla, incuriositi come bambini alla vista di tutte quelle statue umane, alcune delle quali molto particolari. La sera ci consigliarono di andare a mangiare al
Porto Olimpico, posto molto in voga e pieno di locali e ristoranti. Il Porto
Olimpico si trovava a circa tre chilometri dal nostro albergo, ma erano tre
chilometri di niente, a parte un parco che copriva oltre la metà di quel
tragitto. Probabilmente d'estate era pieno di vita, ma in quel periodo era
praticamente deserto in quanto tutta la vita notturna di Barcellona si svolgeva in zone più centrali. Ad ogni modo, in quel momento ritenni quel fattore
scarsamente importante, in quanto prendemmo un taxi sia all'andata che al
ritorno. Inutile dire che, per l'occasione, mi vestii molto appariscente. Pur
essendo pieno inverno non faceva freddo, e questo mi favorì nell'abbigliamento,
in quanto non dovetti coprirmi particolarmente. Del resto, attendevo quelle
occasioni proprio per poter sfoggiare i miei abiti provocanti, per mettermi in
mostra, quasi a esigere le attenzioni da parte degli uomini. Mangiammo molto
bene e prenotammo anche per il giorno seguente, la notte di capodanno. Oltre a
mangiare ci sarebbe stato uno spettacolo, e poi avremmo potuto spostarci in uno
dei tanti localini lì vicino, e magari finire al casinò che era proprio li
di fronte. Non ero una giocatrice assidua, ma una volta ogni tanto mettermi
seduta intorno a un tavolo da gioco lo trovavo piacevole.
Dunque, avevamo deciso come passare il capodanno. D'altronde, l'unica alternativa sarebbe
stata quella di passeggiare per la Rambla aspettando mezzanotte in mezzo a
migliaia di persone. No, grazie. Tra l'altro non avevo mai avuto un amore
particolare per capodanno, tranne forse fino ai vent'anni. Sembrava che quel
giorno ci fosse l'obbligo di divertirsi e tirar tardi fino al mattino, e io
non sentivo ormai da anni quel bisogno. Io lo facevo tutti i giorni, e non avevo bisogno di una festa comandata per trasgredire. Quindi una bella cena, magari il
localino, insomma qualcosa di più soft sarebbe andato benissimo.
Anche il giorno seguente, quello del 31, ci comportammo da perfetti turisti, visitando la Cattedrale, i giardini, il mercato della Bouqueria e il Barrio Chino. Ci alzavamo relativamente presto, intorno alle otto, facevamo colazione in albergo, e quindi alcune fermate di autobus, che preferivo alla metro e che mi davano la possibilità di dare uno sguardo alla città. Ci arrangiavamo all'ora di pranzo mangiando un panino, e poi di nuovo a visitare. Per l'occasione indossavo sempre scarpe comode e jeans. Ci facevamo diversi chilometri a piedi, e non era proprio il caso di mettermi abiti scomodi e scarpe col tacco. In quei primi due giorni la mia dominazione fu praticamente nulla. Eravamo una normale coppia in vacanza, e non avevo intenzione di esagerare. Poche cose insomma, il minimo indispensabile per ricordare a Marco che ero io a comandare, anche se dubito che lui potesse non pensare anche un solo istante della sua vita che accanto a lui io ero la sua indiscussa padrona, e non una semplice mogliettina. In ogni caso, non ci fu nulla di rilevante. Non ce n’era nemmeno bisogno perché ormai i nostri comportamenti erano naturali. Lui mi chiedeva il permesso per qualsiasi cosa, e io prendevo le decisioni su tutto. Marco era naturalmente orgoglioso del modo in cui mi rimuovevo. Grazie ai molti turisti sudamericani che entravano nel mio negozio, ero ormai capace di dialogare in spagnolo abbastanza speditamente. Ovviamente non avrei potuto affrontare argomenti particolarmente complicati, ma sapevo chiedere e ottenere informazioni, chiedere spiegazioni sul cibo e tutto ciò che mi occorreva per muovermi in quella città tranquillamente.
Ero molto contenta di come si era messa quella vacanza. Fino a quel momento avevo trascorso due giorni veramente intensi e rilassanti al tempo stesso, e ancora doveva arrivare la nottata di capodanno. Era piacevole alternare momenti di vita normale a momenti in cui diventavo l’inflessibile donna dominante. L’importante era che ogni momento vissuto, sia in un modo che nell’altro, fosse accompagnato dall'adorazione totale di mio marito. E quella non mancava mai, qualunque cosa facessi.
C'erano comunque, ancora un paio di cose da visitare e che ci eravamo lasciati per i giorni seguenti, come ad esempio la Sagrada Famiglia e il museo del Nou Camp, quello della squadra di calcio del Barcellona, che Marco mi aveva chiesto di poter vedere. In un primo momento avevo rifiutato. Non mi andava l'idea di vedere qualcosa che riguardasse il calcio, ma poi avevo acconsentito per vederlo felice. I ringraziamenti con cui aveva accolto la notizia non mi fecero pentire di quella decisione. Dunque, io amavo ancora vederlo felice, questo era fuori di ogni dubbio. Perché allora a volte mi comportavo come se lo odiassi? Era inutile che continuavo a pormi domande alle quali riuscivo a rispondere solo con altre domande. Quel tipo di vita che facevamo piaceva a tutti e due, eravamo compatibili in ogni circostanza, e quindi per quale motivo sistematicamente mi ponevo quei problemi? Ogni volta che avevo quei comportamenti, quel tipo di dominazione dolce per intenderci, venivano appunto fuori i miei dubbi. Mi dicevo che dovevo continuare in quel modo, senza picchiarlo e umiliarlo troppo. Anche perché, come ho sostenuto prima, ormai ero diventata veramente troppo forte per lui, e il rischio di fargli male era aumentato in modo considerevole. Per fortuna avevo anche imparato a dosare bene la mia forza e la mia bravura e, fino a quel momento, non gli avevo causato mai danni veramente gravi, e anche la spalla che gli avevo slogato si era rivelata una cosa di poco conto. L’unico problema fino ad allora era lo stato del suo viso che era sempre pieno di ecchimosi. Avevo risolto il problema obbligando Marco a dire che anche lui praticava kick-boxing, facendo così risultare credibili quelle ecchimosi che gli procuravo con i miei ceffoni. Comunque il rischio era dietro l'angolo. Quando mi calavo nei panni della dominatrice, faticavo a controllare i miei istinti, e non riuscivo a smettere fino a che non lo vedevo piangere al mio cospetto, salvo poi abbracciarlo e consolarlo. Il bello era che anche quei momenti erano impagabili. Quelle situazioni infatti, erano solo apparentemente contrastanti, e anche il momento consolatorio mi offriva un potere enorme, forse addirittura maggiore. Lo abbracciavo, gli asciugavo con la mano le lacrime che gli scendevano dagli occhi e lo tranquillizzavo.
"Ora basta, Marco," gli dicevo in tono dolce. "stai tranquillo. Mi sembra che
tu abbia capito la lezione e non ti picchierò più per oggi." Finivo la frase
con un bacio dolcissimo, sentendo ancora i singulti muovere l'intero suo
corpo. Era nelle mie mani, era un cucciolo impaurito, un cucciolo che adorava
la sua padrona e che accettava tutto da lei. Anche in quei momenti mi dicevo
che forse avrei dovuto smetterla con le botte, tanto ormai non ce n'era più
bisogno, considerando l'assoluta obbedienza e devozione di mio marito ma,
immancabilmente, la volta seguente ricominciavo da capo. Il problema era che
io stessa non potevo fare a meno di sentirmi più forte a livello fisico,
oltre a quello psicologico. Il mio modo di essere dominante implicava le due
fasi, non potevo farne a meno e, di conseguenza, continuavo imperterrita con
quel sistema, sistema che, d'altronde, mi aveva dato splendide soddisfazioni, sia con lui che coi miei amanti.
Dunque, per quel pomeriggio del 31 dicembre, avevamo terminato i posti da
visitare. Tornammo in albergo e, dopo la consueta doccia, mi vestii. Avevo già
deciso di vestirmi con i pantaloni in lattice e con una maglia in lurex
aderente e scollata al punto giusto. Volevo che tutti gli occhi fossero
puntati su di me, e iniziai con quelli di Marco, completamente fuori dalle
orbite nel vedermi. Malgrado ormai dovesse esserci abituato, l'effetto era
sempre stratosferico su di lui, e devo dire che era completamente giustificato.
Quei pantaloni mi facevano veramente spettacolare, e valorizzavano le mie
forme al massimo. Non stavo certo male in altri panni. Le mini mi facevano due
gambe lunghissime, i vestiti lunghi mi rendevano molto sensuale, ma il lattice
mi rendeva provocante come non mai. E io ormai sapevo benissimo di voler
provocare oltre ogni limite, soprattutto in posti come quelli dove non ci
conosceva nessuno. Non ero potuta andare dal parrucchiere e questo mi
scocciava un pochino. Decisi quindi di lasciarmi i capelli lunghi al naturale. Ero ancora bionda in quel periodo, anche se ricordo che il mio colore naturale era un bel castano chiaro. Un colore che avevo abbandonato al momento della mia trasformazione in quanto lo reputavo troppo infantile. Non erano affatto male i miei capelli portati in quel modo, anche se in quel momento avrei preferito un'acconciatura più particolare e più adatta all’abbigliamento provocante che avevo scelto. Mi scendevano ondulati sulla schiena, e assomigliavano all’acconciatura che aveva Michelle Pfeiffer in Batman Returns. Già, un ruolo come Catwoman sarebbe stato l’ideale per una come me. Distolsi l’attenzione sulla mia acconciatura per dedicarmi al trucco. Un po' di fondotinta per la mia pelle chiara era l'ideale, e poi aggiunsi del fard rosato in polvere. Per gli occhi usai un ombretto marrone chiaro e poi del mascara nero per ingrandirli e per aprire lo sguardo. Essendo di sera non potevo rinunciare a un tocco di eyeliner che donava uno sguardo molto più seducente. Sulle labbra naturalmente rossetto rosso. Per finire indossai degli stiletti favolosi in camoscio nero morbidissimi che avevo comprato per l'occasione, un 12 centimetri a spillo con i quali passare inosservata era praticamente impossibile, considerando che con quelli superavo abbondantemente il metro e novanta. Cosa comunque nella norma per me. Osservai quindi sorridendo Marco che mi rimirava a bocca aperta. Anche lui era decisamente carino in giacca e cravatta e, se non ci fossi stata io al suo fianco, probabilmente sarebbero state diverse le donne che lo avrebbero adocchiato e che ci avrebbero fatto un pensierino. Ma lui era di mia proprietà. Niente e nessuna lo avrebbero potuto distogliere da quello che pretendevo dovesse essere il suo unico pensiero: me. Mi avvicinai a lui, gli sistemai la cravatta e poi, dopo essermi messa un soprabitino, scendemmo nella hall, senza dire una parola. Le nostre facce avevano detto tutto quello che dovevano. Ci facemmo chiamare un taxi che un quarto d'ora dopo arrivò, poco meno di dieci minuti per arrivare al Porto Olimpico, ed eravamo addirittura in anticipo. Passeggiamo qualche minuto tra i localini del porto che avevano una caratteristica strana; lo spettacolo era spesso visibile anche
da fuori, e potevamo vedere tranquillamente infatti ragazze che ballavano la
lap dance o la danza del ventre.
Il posto intanto si stava riempiendo, ed era giunta ormai l'ora della cena. Verso le 23 terminammo di cenare e di vedere lo spettacolo di magia che il ristorante aveva preparato per i suoi ospiti. Quindi ci spostammo in uno di quei localini a fianco al ristorante. Ci prendemmo qualcosa da bere e aspettammo senza eccessiva trepidazione la mezzanotte che festeggiammo con un lunghissimo bacio proprio come una normale coppia innamorata. Decisi di uscire a vedere le migliaia di persone che festeggiavano l'arrivo del nuovo anno, e dopo una decina di minuti ci trasferimmo al casinò. Un paio d'ore, tanto per perdere un centinaio di euro, e decisi che era giunto il momento di rientrare in albergo. Ero stanca ma felice e soddisfatta. Felice perché stavo vicino al mio uomo, a mio marito sottomesso, che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso, e che mi aveva ripetuto decine di volte quanto fossi bella e quanto mi amasse. Ero anche soddisfatta in quanto mi ero vestita in quel modo per far girar la testa agli uomini che avrei incontrato, ed ero riuscita perfettamente nel mio disegno. Credo di aver fatto litigare un bel numero di coppie quella notte. Ero la più bella di tutte, e questa certezza mi inorgogliva. Quanto amerei sapere se quella sensazione meravigliosa che si provava a stare al centro dell'attenzione fosse normale. Ero io a essere un caso clinico? Oppure anche le altre donne, nelle mie condizioni, avrebbero provato lo stesso tipo di sensazione? Per di più mio marito, anziché essere geloso, era pienamente felice dell'effetto che facevo. Non sarei mai riuscita a capire una cosa del genere in quanto io invece ero gelosissima. Malgrado la totale sicurezza della fedeltà di Marco, in quel periodo ancora mi dava fastidio se qualcuna posava gli occhi su di lui. Ero addirittura gelosa anche dei miei amanti sottomessi, e impedivo loro qualsiasi altro contatto con il genere femminile. Quando un uomo mi apparteneva doveva essere in modo totale. Strano discorso per una che invece era arrivata ad avere quattro uomini contemporaneamente. Ma io potevo, io ero la padrona.
Quelle erano semplici impressioni in quanto nessuno di loro mi aveva mai dato la sensazione di poter semplicemente pensare a un'altra donna. Ero matematicamente certa che loro vivessero solo per me. Anche perché ritenevo che trovare una donna che potesse soppiantarmi era impossibile. In ogni caso, rimaneva per me assurdo constatare il piacere che aveva Marco nel vedermi come oggetto del desiderio altrui. La spiegazione era però semplicissima, e avevamo affrontato già quel discorso. Si trattava di orgoglio. Era come dire a tutti gli altri che era lui il fortunato mortale che mi stava accanto, l’uomo che addirittura mi aveva sposata. E io mi sentivo semplicemente una diva di Hollywood, senza prendere in considerazione il fatto che qualunque donna un po’ attraente, vestita e truccata come me, avrebbe fatto rigirare tutti. No, io pensavo di essere unica.
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