La vita di Patty Capitolo 63
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 13 min
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
cura
A
Due giorni dopo tornò finalmente il nostro medico dalle ferie e portammo la ragazza a farsi visitare. Non era uno specialista e ci disse di rivolgersi a un ortopedico. Mio marito ne aveva uno di fiducia che aveva operato sua madre alla mano alcuni mesi prima, e prendemmo subito l’appuntamento con lui.
Altri due giorni ed eravamo nel suo studio. Dopo averla visitata molto scrupolosamente mi resi subito conto che era piuttosto preoccupato. Io e Marco gli chiedemmo ovviamente cosa pensasse a riguardo, ma la sua risposta fu evasiva:
“Non me la sento di darvi una risposta fino a che non le avrò fatto fare delle analisi complete”, ci disse lo specialista.
“Ci anticipi qualcosa dottore,” intervenne Marco. “siamo molto preoccupati.”
“Attendiamo qualche giorno e poi ne potremo parlare con sicurezza. In questo istante potrei solo tirare a indovinare.”
Prendemmo l’appuntamento per farle fare le analisi all’ospedale. Si sarebbe occupato l’ortopedico stesso di trovare un giorno disponibile, e quel giorno arrivò. Era l’11 settembre. Mentre mia figlia faceva le varie analisi e una risonanza magnetica, io e Marco eravamo in silenzio in attesa. Gli presi le mani e gliele strinsi forte. Avevo bisogno del suo contatto fisico. La moglie dominante non esisteva più, e c’era solo una mamma in trepida attesa. Mi veniva in mente una parola, la più brutta parola esistente: cancro. Temevo che mia figlia avesse il cancro alle ossa. Era questa la mia ossessione. Quando finalmente il medico uscì, gli corremmo incontro con il cuore che sobbalzava.
“Che cos’ha? Che malattia ha mia figlia?”
“Credo che non ci siano dubbi. La ragazza soffre di artrite reumatoide.”
“Dunque, non ha il cancro. Oh, Dio, ti ringrazio”, esclamai felice, mentre mio marito era rimasto stranamente zitto.
Anche ll’ortopedico dapprima rimase in silenzio, poi mi guardò scuotendo la testa.
“Signora, capisco che lei potesse temere un cancro, ma c’è poco da stare allegri. L’artrite reumatoide è una malattia degenerativa delle ossa che porta in pochi anni a non poter più camminare e a non poter fare le cose più elementari. C’è il grosso rischio che la ragazza vada a finire su una sedia a rotelle. Si tratta di una malattia invalidante.”
Guardai il medico per pochi secondi. Tutto si stava offuscando nella mia mente e mi sedetti su una sedia, mentre mio marito continuava a parlare con lui. Piangevo disperatamente. Non poteva essere vero. Mia figlia aveva solo sedici anni, era poco più di una ragazzina, non poteva, non doveva finire su una sedia a rotelle. Sicuramente c’era uno sbaglio e l’avremmo fatta visitare da qualcuno più competente e tutto si sarebbe aggiustato.
E invece era tutto tragicamente reale. Mentre tornavamo a casa Marco mi mise al corrente che l’ortopedico stesso gli aveva consigliato di avere un consulto con un altro specialista, in quanto lui non era adatto. Mia figlia aveva bisogno di un reumatologo, e ci aveva dato il nominativo di uno dei più grossi esperti di Roma. Non perdemmo tempo e l’indomani eravamo già di fronte a lui. Ci spiegò che, in effetti, si trattava di quella malattia, ma che qualche speranza ce l’avevamo. Fino a pochi anni prima, l’artrite reumatoide era considerato un male incurabile, ma negli ultimi anni era stato creato un farmaco in grado di curarlo. L’unico insostituibile inconveniente era che si trattava di un farmaco sperimentale non ancora in commercio, e c’era una lista lunghissima per poterne usufruire. Ci disse che, se avevamo un po’ di soldi, ci conveniva guardare all’estero nel tentativo di capire se ci fosse stata una commercializzazione di quella medicina, e ci fece i nomi di Parigi e Houston dove c’erano due grossi centri di ricerca. Per il momento l’avrebbe curata con cortisone e anti infiammatori per cercare di ritardare il più possibile l’evolversi della malattia. Non c’erano altri rimedi.
Tornammo a casa in silenzio. Ma prima di scendere, Marco mi prese per un braccio
“Hai il libretto degli assegni con te?” Era il tono di un altro uomo, di quell’uomo che avevo conosciuto, sicuro di sé, risoluto, dell’uomo che mi portava automaticamente all’obbedienza. Niente a che vedere col marito sottomesso.
“Si”, risposi meccanicamente.
“Bene! Vai a prenotare immediatamente tre biglietti per Parigi. Voglio partire domani stesso.”
“Per domani? Ma io devo organizzarmi col lavoro.”
“E allora organizzati. Ma io domani devo stare sull’aereo che mi porta a Parigi. Con te o senza di te.”
Il tono non ammetteva repliche, e gli obbedii senza rispondergli ulteriormente. Era tutto così strano tra di noi. Mi sembrava che tutti gli anni appena trascorsi fossero stati solo un sogno. Eravamo di colpo ritornati una coppia normale, senza spazio per nessun tipo di gioco. Ma allora era stato davvero un gioco tra di noi? E se lo era stato, perché lui aveva accettato tutto, persino i tradimenti? Forse ero stata solo io a credere che si trattasse di vita vera, mentre per Marco continuava a essere un eccitante passatempo. Ero così confusa. E, comunque, non era quello il momento di pensare a noi. C’era in ballo il futuro di nostra figlia. Solo quello contava in quel momento.
Il giorno dopo eravamo così a Parigi. Fu un buco nell’acqua. Dopo tre giorni di attesa ci ricevettero, ma la situazione era molto simile a quella italiana. C’era una lista lunghissima, e le speranze che nostra figlia ne potesse far parte prima che le sue condizioni fossero irreparabili, era molto remota. Ma il farmaco c’era e sembrava essere miracoloso. Dovevamo averlo a tutti i costi.
Neanche una settimana dopo eravamo a Houston, in Texas. Quello era il centro più importante al mondo per quel tipo di malattia, e non solo. Si trattava quasi di una cittadina, un insieme di laboratori e centri sperimentali, tutti avveniristici. Anche qui dovemmo attendere un paio di giorni prima di essere ricevuti, ma la risposta fu però differente. Qui il farmaco si poteva comperare. Negli Stati Uniti tutto ha un prezzo. E che prezzo! Ci volevano infatti tremila dollari al mese per ottenere il farmaco, farmaco che, tra l’altro, non l’avrebbe guarita, bensì avrebbe bloccato soltanto la malattia, tant’è che l’avrebbe dovuto prendere per tutto il resto della sua vita.
Ritornammo in albergo. Io ero sconsolata. Tremila dollari al mese, poco meno di tremila euro. Come avremmo mai potuto mettere insieme una cifra del genere? Non eravamo poveri, qualcosa avevamo da parte, ma una cifra del genere era improponibile. Non si trattava di un mese o di un anno, ma di tutta la sua vita. Mi sedetti sul bordo del letto con la testa fra le mani. Poi osservai Marco.
“Che cosa facciamo?” gli chiesi. Quanto eravamo lontani dalla coppia che eravamo stati solo fino a un mese prima
“Compriamo la medicina”, rispose seccamente mio marito.
“Ma come? Con quali soldi? Con quello che abbiamo in banca potremo farcela per un anno, forse un anno e mezzo, ma poi?”
“Venderò la mia attività. E poi la tua, e poi venderemo casa, anche a costo di andare a dormire sotto i ponti. Quando avremo finito i soldi andrò a rapinare le banche, qualcosa m’inventerò. Ma ti posso giurare che mia figlia non finirà su una sedia a rotelle. Lei avrà una vita normale come tutte le ragazze della sua età.” Lo guardai ammirata. Era di nuovo l’uomo che mi aveva fatta innamorare. Piangendo mi avvicinai a lui. Ora tutti i miei sensi di colpa erano venuti a galla.
“Perdonami! Sono stata una ragazzina stupida. Ti prego, amore mio, perdonami del male che ti ho fatto.”
“Ne riparleremo quando questa faccenda sarà terminata e quando nostra figlia sarà guarita.”
Lo abbracciai. Avevo quasi il bisogno fisico di sentire il suo corpo accanto al mio, di poterlo baciare sulla guancia, di accarezzarlo. E stavolta il sesso non c’entrava nulla. Era lontano dalla mia mente come il sole dalla terra. Avevo semplicemente bisogno di lui. In quel momento capivo tante cose di mio marito che prima mi erano sfuggite, o che avevo fatto finta di non capire. Sicuramente, fisicamente ero diventata di gran lunga più forte di lui, ma per il resto, mio marito era tutt’altro che un idiota sottomesso ai miei voleri. Era un uomo dolcissimo, con una grande voglia di donarmi tutto il suo amore, facendolo in modo anomalo, certo, ma sempre e solo di amore si trattava. E io non lo avevo capito completamente, me ne ero approfittata, lo avevo tradito. Sarei potuta diventare semplicemente la sua padrona, così come lui desiderava, e invece ero diventata un mostro. Mi vergognavo, e forse la malattia di mia figlia era la giusta punizione che dovevo scontare. Non ero mai stata osservante. Credente si. Ho sempre pensato che lassù ci fosse Qualcuno e ora quel Qualcuno mi stava facendo pagare i miei errori e la mia vita sregolata.
“Ti prometto che io diventerò la donna dei tuoi sogni, amore mio. Rimani accanto a me, ti prego.”
Marco accarezzò le mie lacrime proprio nel momento in cui la stanza si aprì e nostra figlia entrò. Quanto tempo era che non ci vedeva teneramente abbracciati? Davanti ad altri, a volte lo facevo, ma solo per dimostrare la nostra normalità, mentre quella era una situazione reale. Io almeno, ne avevo assoluto bisogno. Si avvicinò anche lei e ci abbracciò. Silenziosamente. Eravamo tornati a essere una famiglia.
Tornati a Roma, mio marito si mise in moto per cercare di vendere la sua attività. Non era facile. Voleva ricavarci il più possibile ma, nello stesso tempo, non avevamo tanto tempo a disposizione. A fine dicembre avremmo iniziato ad acquistare il farmaco, ma intanto nostra figlia soffriva. Il cortisone che prendeva regolarmente non bastava certo a farle fare una vita normale, e quando terminava l’effetto degli anti infiammatori il dolore diventava insopportabile.
Ma finalmente trovammo il compratore giusto proprio all’inizio di dicembre. Con la cifra ricavata avremmo potuto andare avanti per qualche anno in attesa che nostra figlia potesse rientrare in quella lista, cosa che era comunque sempre di difficile attuazione. Marco prese appuntamento per la firma del compromesso alcuni giorni prima di Natale ma, esattamente una settimana prima di quella firma, e quindi della cessione dell’azienda, l’inconfondibile suoneria di Marco, l’inno della sua squadra del cuore, risuonò nella nostra stanza. Ero intenta a stirare una sua camicia in quel momento, proprio come facevo tanti anni addietro. Mi ero portata l’asse da stiro nella nostra camera per far compagnia a mio marito sdraiato sul letto a riposare. Ero naturalmente ritornata a fare tutto io in casa. Avevo abbandonato tutta la mia vita trasgressiva, i miei abiti provocanti, il mio sex appeal, la palestra e naturalmente gli amanti. Ero solo lavoro e famiglia. Mi vestivo per necessità un po’ carina quando andavo al lavoro, ma subito dopo cercavo l’assoluto anonimato. E a volte non mi bastava neanche quello. Avrei voluto essere trasparente. Mi dava fastidio tutto, in primo luogo se qualche uomo mi guardava. Se capitava, mi sentivo sporca dentro, ma anche il sesso con mio marito non faceva più parte delle mie abitudini. Da quando mia figlia si era ammalata non lo avevo mai più fatto, e non mi mancava affatto. Solo al pensiero rabbrividivo.
La suoneria intanto continuava a spezzare il silenzio di quell’anonimo pomeriggio casalingo. Marco con pigrizia prese il cellulare per rispondere. Mentre continuavo a stirare la sua camicia, pensai che tutto era iniziato proprio con una telefonata. Era la prima volta in vita mia che ci pensavo. La telefonata di mia cugina aveva dato inizio alla mia nuova vita. Chissà cosa avrebbe significato quella che stavamo ricevendo in quel momento. Lo seppi un paio di minuti dopo, quando mio marito, che intanto si era alzato dal letto dove era rimasto fino ad allora, avrebbe terminato di parlare. Era strano. Gli chiesi chi fosse e lui mi fece cenno con la mano di stare zitta.
“Dottore... Ma lei è sicuro? Non mi sembra vero... Non è che…”
Diceva frasi smozzicate, nervosamente, gesticolando, toccandosi i capelli. Smisi di stirare. Marco terminò la telefonata e si sedette di nuovo ai bordi del nostro letto in silenzio. Mi inginocchiai di fronte a lui e gli presi le mani.
“Era il reumatologo vero? Che voleva?” Lui mi guardò negli occhi, poi delle lacrime iniziarono a scendergli lungo le gote. Non so perché, ma non mi preoccupai. Malgrado fosse serio, malgrado stesse piangendo, dentro di me avevo capito che quella telefonata era foriera di buone notizie. Gli strinsi ancora di più le mani.
“Sì, era lui. Abbiamo la cura, Patty. Abbiamo il farmaco. Il nostro medico è stato messo a capo di un altro gruppo per la sperimentazione di quella medicina, e il primo nome che ha inserito è stato quello di nostra figlia. Ce l’abbiamo fatta.”
Sì, ce l’avevamo fatta. Piansi anch’io insieme a mio marito per la gioia, e dopo pochi giorni iniziò la cura. Si trattava realmente di un farmaco miracoloso. Mia figlia avrebbe dovuto fare tre iniezioni sottocutanee a settimana, e già a febbraio dell’anno successivo, poco più di un mese dopo l’inizio della cura, lei era in grado di fare di nuovo tutto quello che faceva prima.
Avevo trentasei anni e mezzo allora. Avrei dovuto essere nel pieno della mia maturità, fisica e psicologica, ma in realtà mi sentivo turbata e confusa come non mai. Avevo trascorso gli ultimi otto anni praticando la dominazione con mio marito e con decine di altri uomini. Quanti erano stati? Feci un rapido calcolo e il numero, sia pure per difetto, mi spaventò. Avevo avuto quasi trenta amanti, trenta uomini che avevano sbavato per me, che si erano innamorati di me, che avrebbero fatto qualsiasi cosa per me. Uomini che avevo picchiato, dominato, circuito, e con i quali avevo fatto sesso estremo. E adesso? Fermo restando che quella era una vita che non mi sentivo di fare più, mio marito mi avrebbe accettata? Avevo paura che tutto fosse cambiato in lui, e che aveva aspettato la completa guarigione di nostra figlia per poi piantarmi. Trascorsi i primi giorni dopo la guarigione nella gioia totale nel vedere finalmente mia figlia correre e saltare di nuovo, e la disperazione che Marco mi lasciasse. Terminato il momento della dominazione, era tornato di nuovo un uomo sicuro di sé stesso, e quell’uomo avrebbe potuto non perdonare quello che invece un sottomesso aveva l’obbligo di accettare. Io lo amavo, avevo bisogno di lui, ma me ne ero accorta soltanto nel momento più buio della mia vita. Ogni volta che lo vedevo pensavo che stesse per dirmi che con me non voleva più avere niente a che fare. Non mi parlava, non mi toccava. Non aveva nessun tipo di reazione, ed ero ormai convinta che lui stesse solo procrastinando quello che ormai a me sembrava inevitabile. E a me non restava che andarmene in bagno a piangere tutte le lacrime che avevo. Ero stata fortunata, mia figlia era di nuovo in forma, ma io senza Marco non avrei potuto vivere. Avevo fatto chiarezza dentro di me, ma temevo che ormai fosse troppo tardi.
Continua...
Altri due giorni ed eravamo nel suo studio. Dopo averla visitata molto scrupolosamente mi resi subito conto che era piuttosto preoccupato. Io e Marco gli chiedemmo ovviamente cosa pensasse a riguardo, ma la sua risposta fu evasiva:
“Non me la sento di darvi una risposta fino a che non le avrò fatto fare delle analisi complete”, ci disse lo specialista.
“Ci anticipi qualcosa dottore,” intervenne Marco. “siamo molto preoccupati.”
“Attendiamo qualche giorno e poi ne potremo parlare con sicurezza. In questo istante potrei solo tirare a indovinare.”
Prendemmo l’appuntamento per farle fare le analisi all’ospedale. Si sarebbe occupato l’ortopedico stesso di trovare un giorno disponibile, e quel giorno arrivò. Era l’11 settembre. Mentre mia figlia faceva le varie analisi e una risonanza magnetica, io e Marco eravamo in silenzio in attesa. Gli presi le mani e gliele strinsi forte. Avevo bisogno del suo contatto fisico. La moglie dominante non esisteva più, e c’era solo una mamma in trepida attesa. Mi veniva in mente una parola, la più brutta parola esistente: cancro. Temevo che mia figlia avesse il cancro alle ossa. Era questa la mia ossessione. Quando finalmente il medico uscì, gli corremmo incontro con il cuore che sobbalzava.
“Che cos’ha? Che malattia ha mia figlia?”
“Credo che non ci siano dubbi. La ragazza soffre di artrite reumatoide.”
“Dunque, non ha il cancro. Oh, Dio, ti ringrazio”, esclamai felice, mentre mio marito era rimasto stranamente zitto.
Anche ll’ortopedico dapprima rimase in silenzio, poi mi guardò scuotendo la testa.
“Signora, capisco che lei potesse temere un cancro, ma c’è poco da stare allegri. L’artrite reumatoide è una malattia degenerativa delle ossa che porta in pochi anni a non poter più camminare e a non poter fare le cose più elementari. C’è il grosso rischio che la ragazza vada a finire su una sedia a rotelle. Si tratta di una malattia invalidante.”
Guardai il medico per pochi secondi. Tutto si stava offuscando nella mia mente e mi sedetti su una sedia, mentre mio marito continuava a parlare con lui. Piangevo disperatamente. Non poteva essere vero. Mia figlia aveva solo sedici anni, era poco più di una ragazzina, non poteva, non doveva finire su una sedia a rotelle. Sicuramente c’era uno sbaglio e l’avremmo fatta visitare da qualcuno più competente e tutto si sarebbe aggiustato.
E invece era tutto tragicamente reale. Mentre tornavamo a casa Marco mi mise al corrente che l’ortopedico stesso gli aveva consigliato di avere un consulto con un altro specialista, in quanto lui non era adatto. Mia figlia aveva bisogno di un reumatologo, e ci aveva dato il nominativo di uno dei più grossi esperti di Roma. Non perdemmo tempo e l’indomani eravamo già di fronte a lui. Ci spiegò che, in effetti, si trattava di quella malattia, ma che qualche speranza ce l’avevamo. Fino a pochi anni prima, l’artrite reumatoide era considerato un male incurabile, ma negli ultimi anni era stato creato un farmaco in grado di curarlo. L’unico insostituibile inconveniente era che si trattava di un farmaco sperimentale non ancora in commercio, e c’era una lista lunghissima per poterne usufruire. Ci disse che, se avevamo un po’ di soldi, ci conveniva guardare all’estero nel tentativo di capire se ci fosse stata una commercializzazione di quella medicina, e ci fece i nomi di Parigi e Houston dove c’erano due grossi centri di ricerca. Per il momento l’avrebbe curata con cortisone e anti infiammatori per cercare di ritardare il più possibile l’evolversi della malattia. Non c’erano altri rimedi.
Tornammo a casa in silenzio. Ma prima di scendere, Marco mi prese per un braccio
“Hai il libretto degli assegni con te?” Era il tono di un altro uomo, di quell’uomo che avevo conosciuto, sicuro di sé, risoluto, dell’uomo che mi portava automaticamente all’obbedienza. Niente a che vedere col marito sottomesso.
“Si”, risposi meccanicamente.
“Bene! Vai a prenotare immediatamente tre biglietti per Parigi. Voglio partire domani stesso.”
“Per domani? Ma io devo organizzarmi col lavoro.”
“E allora organizzati. Ma io domani devo stare sull’aereo che mi porta a Parigi. Con te o senza di te.”
Il tono non ammetteva repliche, e gli obbedii senza rispondergli ulteriormente. Era tutto così strano tra di noi. Mi sembrava che tutti gli anni appena trascorsi fossero stati solo un sogno. Eravamo di colpo ritornati una coppia normale, senza spazio per nessun tipo di gioco. Ma allora era stato davvero un gioco tra di noi? E se lo era stato, perché lui aveva accettato tutto, persino i tradimenti? Forse ero stata solo io a credere che si trattasse di vita vera, mentre per Marco continuava a essere un eccitante passatempo. Ero così confusa. E, comunque, non era quello il momento di pensare a noi. C’era in ballo il futuro di nostra figlia. Solo quello contava in quel momento.
Il giorno dopo eravamo così a Parigi. Fu un buco nell’acqua. Dopo tre giorni di attesa ci ricevettero, ma la situazione era molto simile a quella italiana. C’era una lista lunghissima, e le speranze che nostra figlia ne potesse far parte prima che le sue condizioni fossero irreparabili, era molto remota. Ma il farmaco c’era e sembrava essere miracoloso. Dovevamo averlo a tutti i costi.
Neanche una settimana dopo eravamo a Houston, in Texas. Quello era il centro più importante al mondo per quel tipo di malattia, e non solo. Si trattava quasi di una cittadina, un insieme di laboratori e centri sperimentali, tutti avveniristici. Anche qui dovemmo attendere un paio di giorni prima di essere ricevuti, ma la risposta fu però differente. Qui il farmaco si poteva comperare. Negli Stati Uniti tutto ha un prezzo. E che prezzo! Ci volevano infatti tremila dollari al mese per ottenere il farmaco, farmaco che, tra l’altro, non l’avrebbe guarita, bensì avrebbe bloccato soltanto la malattia, tant’è che l’avrebbe dovuto prendere per tutto il resto della sua vita.
Ritornammo in albergo. Io ero sconsolata. Tremila dollari al mese, poco meno di tremila euro. Come avremmo mai potuto mettere insieme una cifra del genere? Non eravamo poveri, qualcosa avevamo da parte, ma una cifra del genere era improponibile. Non si trattava di un mese o di un anno, ma di tutta la sua vita. Mi sedetti sul bordo del letto con la testa fra le mani. Poi osservai Marco.
“Che cosa facciamo?” gli chiesi. Quanto eravamo lontani dalla coppia che eravamo stati solo fino a un mese prima
“Compriamo la medicina”, rispose seccamente mio marito.
“Ma come? Con quali soldi? Con quello che abbiamo in banca potremo farcela per un anno, forse un anno e mezzo, ma poi?”
“Venderò la mia attività. E poi la tua, e poi venderemo casa, anche a costo di andare a dormire sotto i ponti. Quando avremo finito i soldi andrò a rapinare le banche, qualcosa m’inventerò. Ma ti posso giurare che mia figlia non finirà su una sedia a rotelle. Lei avrà una vita normale come tutte le ragazze della sua età.” Lo guardai ammirata. Era di nuovo l’uomo che mi aveva fatta innamorare. Piangendo mi avvicinai a lui. Ora tutti i miei sensi di colpa erano venuti a galla.
“Perdonami! Sono stata una ragazzina stupida. Ti prego, amore mio, perdonami del male che ti ho fatto.”
“Ne riparleremo quando questa faccenda sarà terminata e quando nostra figlia sarà guarita.”
Lo abbracciai. Avevo quasi il bisogno fisico di sentire il suo corpo accanto al mio, di poterlo baciare sulla guancia, di accarezzarlo. E stavolta il sesso non c’entrava nulla. Era lontano dalla mia mente come il sole dalla terra. Avevo semplicemente bisogno di lui. In quel momento capivo tante cose di mio marito che prima mi erano sfuggite, o che avevo fatto finta di non capire. Sicuramente, fisicamente ero diventata di gran lunga più forte di lui, ma per il resto, mio marito era tutt’altro che un idiota sottomesso ai miei voleri. Era un uomo dolcissimo, con una grande voglia di donarmi tutto il suo amore, facendolo in modo anomalo, certo, ma sempre e solo di amore si trattava. E io non lo avevo capito completamente, me ne ero approfittata, lo avevo tradito. Sarei potuta diventare semplicemente la sua padrona, così come lui desiderava, e invece ero diventata un mostro. Mi vergognavo, e forse la malattia di mia figlia era la giusta punizione che dovevo scontare. Non ero mai stata osservante. Credente si. Ho sempre pensato che lassù ci fosse Qualcuno e ora quel Qualcuno mi stava facendo pagare i miei errori e la mia vita sregolata.
“Ti prometto che io diventerò la donna dei tuoi sogni, amore mio. Rimani accanto a me, ti prego.”
Marco accarezzò le mie lacrime proprio nel momento in cui la stanza si aprì e nostra figlia entrò. Quanto tempo era che non ci vedeva teneramente abbracciati? Davanti ad altri, a volte lo facevo, ma solo per dimostrare la nostra normalità, mentre quella era una situazione reale. Io almeno, ne avevo assoluto bisogno. Si avvicinò anche lei e ci abbracciò. Silenziosamente. Eravamo tornati a essere una famiglia.
Tornati a Roma, mio marito si mise in moto per cercare di vendere la sua attività. Non era facile. Voleva ricavarci il più possibile ma, nello stesso tempo, non avevamo tanto tempo a disposizione. A fine dicembre avremmo iniziato ad acquistare il farmaco, ma intanto nostra figlia soffriva. Il cortisone che prendeva regolarmente non bastava certo a farle fare una vita normale, e quando terminava l’effetto degli anti infiammatori il dolore diventava insopportabile.
Ma finalmente trovammo il compratore giusto proprio all’inizio di dicembre. Con la cifra ricavata avremmo potuto andare avanti per qualche anno in attesa che nostra figlia potesse rientrare in quella lista, cosa che era comunque sempre di difficile attuazione. Marco prese appuntamento per la firma del compromesso alcuni giorni prima di Natale ma, esattamente una settimana prima di quella firma, e quindi della cessione dell’azienda, l’inconfondibile suoneria di Marco, l’inno della sua squadra del cuore, risuonò nella nostra stanza. Ero intenta a stirare una sua camicia in quel momento, proprio come facevo tanti anni addietro. Mi ero portata l’asse da stiro nella nostra camera per far compagnia a mio marito sdraiato sul letto a riposare. Ero naturalmente ritornata a fare tutto io in casa. Avevo abbandonato tutta la mia vita trasgressiva, i miei abiti provocanti, il mio sex appeal, la palestra e naturalmente gli amanti. Ero solo lavoro e famiglia. Mi vestivo per necessità un po’ carina quando andavo al lavoro, ma subito dopo cercavo l’assoluto anonimato. E a volte non mi bastava neanche quello. Avrei voluto essere trasparente. Mi dava fastidio tutto, in primo luogo se qualche uomo mi guardava. Se capitava, mi sentivo sporca dentro, ma anche il sesso con mio marito non faceva più parte delle mie abitudini. Da quando mia figlia si era ammalata non lo avevo mai più fatto, e non mi mancava affatto. Solo al pensiero rabbrividivo.
La suoneria intanto continuava a spezzare il silenzio di quell’anonimo pomeriggio casalingo. Marco con pigrizia prese il cellulare per rispondere. Mentre continuavo a stirare la sua camicia, pensai che tutto era iniziato proprio con una telefonata. Era la prima volta in vita mia che ci pensavo. La telefonata di mia cugina aveva dato inizio alla mia nuova vita. Chissà cosa avrebbe significato quella che stavamo ricevendo in quel momento. Lo seppi un paio di minuti dopo, quando mio marito, che intanto si era alzato dal letto dove era rimasto fino ad allora, avrebbe terminato di parlare. Era strano. Gli chiesi chi fosse e lui mi fece cenno con la mano di stare zitta.
“Dottore... Ma lei è sicuro? Non mi sembra vero... Non è che…”
Diceva frasi smozzicate, nervosamente, gesticolando, toccandosi i capelli. Smisi di stirare. Marco terminò la telefonata e si sedette di nuovo ai bordi del nostro letto in silenzio. Mi inginocchiai di fronte a lui e gli presi le mani.
“Era il reumatologo vero? Che voleva?” Lui mi guardò negli occhi, poi delle lacrime iniziarono a scendergli lungo le gote. Non so perché, ma non mi preoccupai. Malgrado fosse serio, malgrado stesse piangendo, dentro di me avevo capito che quella telefonata era foriera di buone notizie. Gli strinsi ancora di più le mani.
“Sì, era lui. Abbiamo la cura, Patty. Abbiamo il farmaco. Il nostro medico è stato messo a capo di un altro gruppo per la sperimentazione di quella medicina, e il primo nome che ha inserito è stato quello di nostra figlia. Ce l’abbiamo fatta.”
Sì, ce l’avevamo fatta. Piansi anch’io insieme a mio marito per la gioia, e dopo pochi giorni iniziò la cura. Si trattava realmente di un farmaco miracoloso. Mia figlia avrebbe dovuto fare tre iniezioni sottocutanee a settimana, e già a febbraio dell’anno successivo, poco più di un mese dopo l’inizio della cura, lei era in grado di fare di nuovo tutto quello che faceva prima.
Avevo trentasei anni e mezzo allora. Avrei dovuto essere nel pieno della mia maturità, fisica e psicologica, ma in realtà mi sentivo turbata e confusa come non mai. Avevo trascorso gli ultimi otto anni praticando la dominazione con mio marito e con decine di altri uomini. Quanti erano stati? Feci un rapido calcolo e il numero, sia pure per difetto, mi spaventò. Avevo avuto quasi trenta amanti, trenta uomini che avevano sbavato per me, che si erano innamorati di me, che avrebbero fatto qualsiasi cosa per me. Uomini che avevo picchiato, dominato, circuito, e con i quali avevo fatto sesso estremo. E adesso? Fermo restando che quella era una vita che non mi sentivo di fare più, mio marito mi avrebbe accettata? Avevo paura che tutto fosse cambiato in lui, e che aveva aspettato la completa guarigione di nostra figlia per poi piantarmi. Trascorsi i primi giorni dopo la guarigione nella gioia totale nel vedere finalmente mia figlia correre e saltare di nuovo, e la disperazione che Marco mi lasciasse. Terminato il momento della dominazione, era tornato di nuovo un uomo sicuro di sé stesso, e quell’uomo avrebbe potuto non perdonare quello che invece un sottomesso aveva l’obbligo di accettare. Io lo amavo, avevo bisogno di lui, ma me ne ero accorta soltanto nel momento più buio della mia vita. Ogni volta che lo vedevo pensavo che stesse per dirmi che con me non voleva più avere niente a che fare. Non mi parlava, non mi toccava. Non aveva nessun tipo di reazione, ed ero ormai convinta che lui stesse solo procrastinando quello che ormai a me sembrava inevitabile. E a me non restava che andarmene in bagno a piangere tutte le lacrime che avevo. Ero stata fortunata, mia figlia era di nuovo in forma, ma io senza Marco non avrei potuto vivere. Avevo fatto chiarezza dentro di me, ma temevo che ormai fosse troppo tardi.
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