La vita di Patty Capitolo 57
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Ho parlato della nostra casa al mare in quanto, dopo aver comprato l’attività, per un certo periodo di tempo i soldi scarseggiavano nella mia borsa, e quella era l'unico tipo di vacanza che potevamo permetterci. Non che mi mancasse qualcosa, e continuavo a spendere senza grossi problemi, ma per le spese importanti, come poteva essere una vacanza, dovevo stare molto attenta. Da lì a un paio d'anni, finito cioè di pagare il debito con mia cugina, le cose sarebbero migliorate decisamente, ma in quel periodo la situazione era quella. O continuavamo a fare la nostra solita vita senza farci mancare nulla, risparmiando però sulle vacanze, oppure si risparmiava durante tutto l'anno per andare poi in vacanza un paio di settimane. Scelsi la prima possibilità, anche considerando che quella casa era per me un punto d'appoggio estivo veramente importante, e non mi avrebbe pesato più di tanto trascorrere in quel posto le mie vacanze.
Se quello era il suo comportamento nei momenti in cui stavamo insieme ad altra gente che conoscevamo, com'era il mio nei suoi confronti? E questa era la cosa più strana di tutte. Nella maggior parte dei casi io mi spogliavo quasi completamente del mio animo dominante. Attenzione! Ho detto quasi completamente, ma mai del tutto. Ad esempio, se si stava al mare, vicino a tutte quelle famiglie che ci conoscevano da tanti anni, mi piaceva essere semplicemente Patty, la bella moglie di Marco, magari un po' rompiscatole in alcune occasioni, ma dolce e tenera in altre. Quando lo vedevo sdraiato sul lettino, e io sapevo benissimo che lui lo faceva apposta, adoravo sedermi accanto a lui, toccargli i capelli, il petto, e poi, immancabilmente, costringerlo a voltarsi per potergli togliere i puntini neri dalla schiena, anche se questi ormai scarseggiavano miseramente. Ancora una volta devo rimarcare quanto fosse incredibile che i nostri piaceri concordassero in modo assoluto in tutto quello che facevamo. Forse a parte i miei tradimenti. Forse. Comunque io amavo toccarlo, e lui andava in estasi nel sentirsi toccare. Rimanevamo in quel modo a lungo, mentre io continuavo a chiacchierare con le mie vicine di ombrellone, fino a che qualche suo conoscente lo reclamava per qualche partita a carte o per fare una passeggiata sul bagnasciuga. Marco si girava e mi guardava negli occhi in cerca della mia approvazione, approvazione che non gli negavo mai, e che accompagnavo prima con un sorriso e con un lieve e impercettibile movimento con la testa, concludendo poi con un grosso bacio che scatenava l'ilarità delle mie vicine che mi vedevano come una moglie innamorata persa del marito.
Ma dunque, cosa provavo esattamente per lui? Ho sostenuto che non l'amavo più, non almeno come una donna dovrebbe amare il suo uomo, allora di cosa si trattava? Era un sentimento strano, che per molto altro tempo ancora non sarei riuscita a definire con precisione, ma di una cosa ero certa. Guai a chi me lo toccava. In quel caso sarei diventata una belva. Mi ero accorta di cosa avrei potuto combinare in tal caso alcuni mesi prima. Era un giovedì sera e, come tutti i giovedì, Marco andava a giocare a calcetto con gli amici, cosa che, tranne in rare occasioni, non gli avevo mai negato. Quella era una serata sacra per me e non prendevo mai impegni in quanto la dedicavo completamente alle mie figlie.
Durante la stagione fredda me ne restavo a casa con loro, giocando magari a
cuscinate per poi fare qualcosa insieme al computer dove, immancabilmente, mi
prendevano in giro per la mia quasi totale incapacità di usarlo nel modo giusto, mentre loro, figlie della nuova generazione, potevano considerarsi delle piccole allieve di Steve Jobs. Infine, ci mettevamo a vedere un po' di televisione, con loro che si addormentavano sistematicamente dopo pochi secondi addosso a me, stanche di una giornata piena di studio, sport e gioco. Meravigliosa sensazione. Ma, appena riscaldava l'aria, anche noi tre femmine facevamo compagnia al maschio di casa. I compagni di calcetto di mio marito infatti, erano tutte persone che conoscevo anch'io e, di conseguenza, conoscevo molto bene le loro varie compagne. Si trattava di colleghi di lavoro, di amici, e anche di qualche parente, compreso il marito della sorella di Marco, mio cognato. Quindi molte di noi mogli ci recavamo non tanto a vederli, in quanto non ce ne fregava niente della partita, quanto a chiacchierare nel bar di quell'impianto sportivo, mentre anche le bambine si divertivano giocando con altre coetanee, figlie di quegli improbabili campioni di calcetto. Fu proprio in una di quelle occasioni che sentimmo un urlo provenire dal campo. All'inizio non ci facemmo caso. Erano soliti litigare spesso, salvo poi riappacificarsi immediatamente da buoni amici, ma quella volta sembrava diverso, e tutte noi ci alzammo per andare a vedere cosa era accaduto, in preda a uno strano presentimento. Infatti, uno dei giocatori era in terra, apparentemente straziato dal dolore, e mio marito in ginocchio su di lui con le mani sul volto. La moglie Vanessa e anche tutte noi chiedemmo spiegazioni. Uno dei giocatori ci disse che mio marito, scivolando sull'erba sintetica umida, aveva colpito in pieno sulla tibia quel poveretto, un certo Andrea. Questi però non era così grave come sembrava e, dopo alcuni minuti, si rialzò, aiutato da mio marito che continuava a scusarsi con lui dicendogli che non l'aveva fatto apposta e che era semplicemente scivolato. Anch'io lo seguii fino a che si capì perfettamente che era in grado di farcela da solo e che, probabilmente, si trattava solo di una forte contusione. Gli applicarono del ghiaccio e la cosa sembrava terminata li. Dopo alcuni minuti mi alzai per vedere come stava. Era accanto alla moglie che parlottavano di spalle e quindi non poterono sentirmi arrivare, ma udii chiaramente quello che Vanessa gli diceva.
"La prossima volta spaccagli la gamba a quello stronzo." Mi sentii pervadere da una rabbia indescrivibile. La presi per un braccio e la feci alzare di colpo e la spinsi a forza contro il muretto degli spogliatoi, iniziando a stringerla con violenza, senza preoccuparmi del fatto che ci trovavamo insieme a decine di altre persone e che lei, nel frattempo, si fosse messa a frignare come una bambina impaurita, assolutamente incapace di liberarsi. Ero più forte di un uomo, figuriamoci di una donna come quella Vanessa, tra l’altro una tipa che mi arrivava alle tette, e con due manine che non avrebbero fatto male nemmeno a un bambino.
"Stronza ci sarai tu. Mio marito non lo ha fatto apposta. Se hai paura che
il tuo possa farsi male, mandalo a fare danza classica invece che farlo giocare a calcetto." Ero molto ignorante in materia, e non sapevo che in quel gioco non esiste contatto fisico, al contrario del calcio vero e proprio, ma questo cambiava ben poco. Intervennero subito tutti e, per fortuna, ebbi la capacità di fermarmi. Anche Andrea non provò ad alzarmi le mani ma cercò, inutilmente, di liberare sua moglie dalla mia stretta, altrimenti non so come sarebbe potuta finire per lui. Quell'episodio, che comunque non ebbe seguito, tant'è che già dal giovedì seguente Andrea ritornò a giocare più pimpante che mai, mi fece capire cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno avesse toccato mio marito o, semplicemente, se ne avesse parlato male. Lui era mio, mi apparteneva. Era come se a una bambina toccassero la sua Barbie preferita. Nessuno doveva toccare il mio giocattolino. Il nostro era un rapporto particolare, diverso da quello di chiunque altro, e solo io potevo fargli certe cose. Su questo basavo il mio matrimonio particolare, e su quello avrei proseguito.
Un paio di settimane dopo, le altre donne costrinsero sia me che Vanessa a fare pace, ma credo che tutti avessero compreso che la mia famiglia non andava toccata, come se fossero i fili dell'alta tensione. Chi lo faceva, poteva andare incontro a una brutta fine. Tra l'altro, questo scatenò ancor di più l'orgoglio che Marco nutriva nei miei confronti, in quanto mi raccontò che nelle chiacchiere di spogliatoio si era parlato di me e della facilità con la quale avevo sopraffatto Vanessa. Inutile dire che lui aveva risposto che non avevano visto nulla delle mie capacità, e che io ero in grado di fare ben altre cose. Sicuramente il suo sogno proibito era quello di far uscire dalle mura domestiche la mia dominazione nei suoi confronti, far vedere a tutti quanti che sua moglie era una specie di super eroina e, siccome anche io desideravo mettermi in mostra, proprio come avevamo provato nella vacanza in cui avevo incontrato Luca, pensai che qualcosa comunque si poteva fare. Non potendo farlo nei posti dove ci conoscevano, decisi, ma forse il termine più esatto sarebbe che Marco buttò giù l'idea e poi io presi la decisione, di allontanarci di tanto in tanto da Roma e di andarcene in posti dove non avremmo corso rischi di trovare conoscenti. In quei casi mi vestivo più sexy possibile, preferibilmente con uno dei miei tanti pantaloni di lattice, ci facevamo un centinaio di chilometri, mangiavamo in un ristorante dove io rimarcavo la mia dominazione davanti a tutti, dicendo ad esempio al cameriere quello che volevo per mio marito, e sgridando Marco davanti a tutti. In seguito magari una bella passeggiata nel paese che avevamo scelto come meta, con tutti i residenti con gli occhi di fuori al mio passaggio. Esagerata? Beh, immaginate la scena, con una donna di trent’anni alta 1.80, truccata minuziosamente, con un corpo da atleta e con un abbigliamento del genere. Non c’era nessuno che non si rivoltasse a guardarmi. Ritornavamo a casa felici e contenti come due ragazzini e, da allora, non abbandonammo più questa folle idea di esibirci di fronte agli altri. Anzi, la migliorammo col passare del tempo. Ovviamente, non era una pratica che potevamo fare sempre. Mancanza di tempo, le bambine, il lavoro di entrambi, ci impedivano di farlo ogni domenica ma, appena trovavamo l'occasione, non ce lo facevamo ripetere. Il risultato era scontato. Appena tornavamo a casa io ero praticamente indiavolata. Dominare mio marito davanti ad altre persone, e contemporaneamente fare sfoggio della mia sensualità, era altamente afrodisiaco. Anche Marco, dopo aver avuto il cazzo dritto per tutta la giornata, poteva finalmente dare sfogo al suo desiderio. A me, però, interessava la mia voglia. Appena varcavamo la soglia di casa, lo prendevo e lo sbattevo al muro senza troppi complimenti, e iniziavo a baciarlo appassionatamente. Lui non poteva prendere iniziative, non glielo permettevo, e io iniziavo la mia serata di sesso con la sua lingua dentro la mia fica. Il sesso orale era diventato per me imprescindibile. In quelle occasioni uscivano delle frasi dalla mia bocca che avrebbero fatto impallidire un camionista. Poi si passava al sesso penetrativo. Non potevo farne a meno. Avevo orgasmi a ripetizione, sintomo dell’enorme piacere provato in quella dominazione outdoor.
Ma come consideravano quindi gli altri la coppia Patty e Marco? Vallo a sapere con precisione. Probabilmente, come ho detto prima, tutti ci vedevano come una coppia felice, anche se era abbastanza evidente come io fossi il perno sul quale ruotava la nostra unione, ma niente lasciava trapelare la realtà. Il problema maggiore ce l'avevo semmai con i vicini di casa che qualcosa avevano cominciato a intuire considerando le mie continue uscite da casa la sera. Pur dispiaciuta che Marco potesse passare per un cornuto contento, non avevo però intenzione di smettere solo per far contente quelle linguacce. D'altronde, non dovevo frequentarli e certezze non ne avevano di certo. Ero sempre stata attenta e nessuno di loro mi aveva mai vista con altri uomini. Su quello non transigevo. Nessuno dei miei sottomessi si sarebbe mai dovuto azzardare a venire sotto casa mia e le nostre frequentazioni si svolgevano solo in luoghi chiusi. Quindi o a casa loro oppure nella mia casa al mare, solo e rigorosamente d'inverno, quando praticamente non c'era nessuno.
La mia vita quindi, non era solamente indirizzata al dominio degli uomini, e la maggior parte della mia giornata era imperniata su tante altre cose. Ma, come ho detto, appena arrivavo a casa la sera, tutto cambiava e, soprattutto, ero io a cambiare completamente pelle. Mi spogliavo completamente della Patty donna normale, e diventavo Patty la dominatrice. Mi infilavo i miei abiti in lattice, che ormai per me erano diventati l'emblema stessa della dominazione, mi truccavo
pesantemente, e mi apprestavo a sottomettere pesantemente e con tutti i mezzi a
mia disposizione gli uomini che avevo scelto, per quello che ritenevo fosse per loro un onore. Sì, l'onore di servire la loro dea, l'onore di obbedirmi. Ma anche anche l’onore di subire punizioni da me ed essere picchiati. Solo quando vedevo in che modo li avevo ridotti, in che modo ognuno di loro mi desiderasse, cosa avrebbero fatto per una semplice carezza da parte mia, potevo ritenermi completamente soddisfatta. E quella sera, mentre ritornavo a casa con i biglietti per Barcellona, dopo aver trascorso la sera con Ruggiero, averlo scopato, e dopo avergli dimostrato per l’ennesima volta il mio potere assoluto su di lui, pensavo ormai di aver raggiunto il massimo possibile, e che i miei unici sforzi li dovessi compiere per mantenere questo livello di perfezione. Non sapevo che in Spagna avrei scoperto un altro tassello, una sensazione che mi avrebbe fatta sentire ancora più potente, ancora più grande. Forse nessun'altra donna al mondo sarebbe mai riuscita a provare contemporaneamente tutte quelle sensazioni al cospetto di un uomo, del proprio uomo. Sentirsi adorate per la propria bellezza è cosa normale, per la propria intelligenza anche, per le capacità che si hanno, piuttosto usuale, per la superiorità fisica molto più raro ma comunque possibile. Averle tutte era rarissimo, ma a giorni avrei provato la sensazione forse più rara di tutte, quella che mi avrebbe fatto diventare, almeno dal mio punto di vista, la dominatrice perfetta.
Continua
Se quello era il suo comportamento nei momenti in cui stavamo insieme ad altra gente che conoscevamo, com'era il mio nei suoi confronti? E questa era la cosa più strana di tutte. Nella maggior parte dei casi io mi spogliavo quasi completamente del mio animo dominante. Attenzione! Ho detto quasi completamente, ma mai del tutto. Ad esempio, se si stava al mare, vicino a tutte quelle famiglie che ci conoscevano da tanti anni, mi piaceva essere semplicemente Patty, la bella moglie di Marco, magari un po' rompiscatole in alcune occasioni, ma dolce e tenera in altre. Quando lo vedevo sdraiato sul lettino, e io sapevo benissimo che lui lo faceva apposta, adoravo sedermi accanto a lui, toccargli i capelli, il petto, e poi, immancabilmente, costringerlo a voltarsi per potergli togliere i puntini neri dalla schiena, anche se questi ormai scarseggiavano miseramente. Ancora una volta devo rimarcare quanto fosse incredibile che i nostri piaceri concordassero in modo assoluto in tutto quello che facevamo. Forse a parte i miei tradimenti. Forse. Comunque io amavo toccarlo, e lui andava in estasi nel sentirsi toccare. Rimanevamo in quel modo a lungo, mentre io continuavo a chiacchierare con le mie vicine di ombrellone, fino a che qualche suo conoscente lo reclamava per qualche partita a carte o per fare una passeggiata sul bagnasciuga. Marco si girava e mi guardava negli occhi in cerca della mia approvazione, approvazione che non gli negavo mai, e che accompagnavo prima con un sorriso e con un lieve e impercettibile movimento con la testa, concludendo poi con un grosso bacio che scatenava l'ilarità delle mie vicine che mi vedevano come una moglie innamorata persa del marito.
Ma dunque, cosa provavo esattamente per lui? Ho sostenuto che non l'amavo più, non almeno come una donna dovrebbe amare il suo uomo, allora di cosa si trattava? Era un sentimento strano, che per molto altro tempo ancora non sarei riuscita a definire con precisione, ma di una cosa ero certa. Guai a chi me lo toccava. In quel caso sarei diventata una belva. Mi ero accorta di cosa avrei potuto combinare in tal caso alcuni mesi prima. Era un giovedì sera e, come tutti i giovedì, Marco andava a giocare a calcetto con gli amici, cosa che, tranne in rare occasioni, non gli avevo mai negato. Quella era una serata sacra per me e non prendevo mai impegni in quanto la dedicavo completamente alle mie figlie.
Durante la stagione fredda me ne restavo a casa con loro, giocando magari a
cuscinate per poi fare qualcosa insieme al computer dove, immancabilmente, mi
prendevano in giro per la mia quasi totale incapacità di usarlo nel modo giusto, mentre loro, figlie della nuova generazione, potevano considerarsi delle piccole allieve di Steve Jobs. Infine, ci mettevamo a vedere un po' di televisione, con loro che si addormentavano sistematicamente dopo pochi secondi addosso a me, stanche di una giornata piena di studio, sport e gioco. Meravigliosa sensazione. Ma, appena riscaldava l'aria, anche noi tre femmine facevamo compagnia al maschio di casa. I compagni di calcetto di mio marito infatti, erano tutte persone che conoscevo anch'io e, di conseguenza, conoscevo molto bene le loro varie compagne. Si trattava di colleghi di lavoro, di amici, e anche di qualche parente, compreso il marito della sorella di Marco, mio cognato. Quindi molte di noi mogli ci recavamo non tanto a vederli, in quanto non ce ne fregava niente della partita, quanto a chiacchierare nel bar di quell'impianto sportivo, mentre anche le bambine si divertivano giocando con altre coetanee, figlie di quegli improbabili campioni di calcetto. Fu proprio in una di quelle occasioni che sentimmo un urlo provenire dal campo. All'inizio non ci facemmo caso. Erano soliti litigare spesso, salvo poi riappacificarsi immediatamente da buoni amici, ma quella volta sembrava diverso, e tutte noi ci alzammo per andare a vedere cosa era accaduto, in preda a uno strano presentimento. Infatti, uno dei giocatori era in terra, apparentemente straziato dal dolore, e mio marito in ginocchio su di lui con le mani sul volto. La moglie Vanessa e anche tutte noi chiedemmo spiegazioni. Uno dei giocatori ci disse che mio marito, scivolando sull'erba sintetica umida, aveva colpito in pieno sulla tibia quel poveretto, un certo Andrea. Questi però non era così grave come sembrava e, dopo alcuni minuti, si rialzò, aiutato da mio marito che continuava a scusarsi con lui dicendogli che non l'aveva fatto apposta e che era semplicemente scivolato. Anch'io lo seguii fino a che si capì perfettamente che era in grado di farcela da solo e che, probabilmente, si trattava solo di una forte contusione. Gli applicarono del ghiaccio e la cosa sembrava terminata li. Dopo alcuni minuti mi alzai per vedere come stava. Era accanto alla moglie che parlottavano di spalle e quindi non poterono sentirmi arrivare, ma udii chiaramente quello che Vanessa gli diceva.
"La prossima volta spaccagli la gamba a quello stronzo." Mi sentii pervadere da una rabbia indescrivibile. La presi per un braccio e la feci alzare di colpo e la spinsi a forza contro il muretto degli spogliatoi, iniziando a stringerla con violenza, senza preoccuparmi del fatto che ci trovavamo insieme a decine di altre persone e che lei, nel frattempo, si fosse messa a frignare come una bambina impaurita, assolutamente incapace di liberarsi. Ero più forte di un uomo, figuriamoci di una donna come quella Vanessa, tra l’altro una tipa che mi arrivava alle tette, e con due manine che non avrebbero fatto male nemmeno a un bambino.
"Stronza ci sarai tu. Mio marito non lo ha fatto apposta. Se hai paura che
il tuo possa farsi male, mandalo a fare danza classica invece che farlo giocare a calcetto." Ero molto ignorante in materia, e non sapevo che in quel gioco non esiste contatto fisico, al contrario del calcio vero e proprio, ma questo cambiava ben poco. Intervennero subito tutti e, per fortuna, ebbi la capacità di fermarmi. Anche Andrea non provò ad alzarmi le mani ma cercò, inutilmente, di liberare sua moglie dalla mia stretta, altrimenti non so come sarebbe potuta finire per lui. Quell'episodio, che comunque non ebbe seguito, tant'è che già dal giovedì seguente Andrea ritornò a giocare più pimpante che mai, mi fece capire cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno avesse toccato mio marito o, semplicemente, se ne avesse parlato male. Lui era mio, mi apparteneva. Era come se a una bambina toccassero la sua Barbie preferita. Nessuno doveva toccare il mio giocattolino. Il nostro era un rapporto particolare, diverso da quello di chiunque altro, e solo io potevo fargli certe cose. Su questo basavo il mio matrimonio particolare, e su quello avrei proseguito.
Un paio di settimane dopo, le altre donne costrinsero sia me che Vanessa a fare pace, ma credo che tutti avessero compreso che la mia famiglia non andava toccata, come se fossero i fili dell'alta tensione. Chi lo faceva, poteva andare incontro a una brutta fine. Tra l'altro, questo scatenò ancor di più l'orgoglio che Marco nutriva nei miei confronti, in quanto mi raccontò che nelle chiacchiere di spogliatoio si era parlato di me e della facilità con la quale avevo sopraffatto Vanessa. Inutile dire che lui aveva risposto che non avevano visto nulla delle mie capacità, e che io ero in grado di fare ben altre cose. Sicuramente il suo sogno proibito era quello di far uscire dalle mura domestiche la mia dominazione nei suoi confronti, far vedere a tutti quanti che sua moglie era una specie di super eroina e, siccome anche io desideravo mettermi in mostra, proprio come avevamo provato nella vacanza in cui avevo incontrato Luca, pensai che qualcosa comunque si poteva fare. Non potendo farlo nei posti dove ci conoscevano, decisi, ma forse il termine più esatto sarebbe che Marco buttò giù l'idea e poi io presi la decisione, di allontanarci di tanto in tanto da Roma e di andarcene in posti dove non avremmo corso rischi di trovare conoscenti. In quei casi mi vestivo più sexy possibile, preferibilmente con uno dei miei tanti pantaloni di lattice, ci facevamo un centinaio di chilometri, mangiavamo in un ristorante dove io rimarcavo la mia dominazione davanti a tutti, dicendo ad esempio al cameriere quello che volevo per mio marito, e sgridando Marco davanti a tutti. In seguito magari una bella passeggiata nel paese che avevamo scelto come meta, con tutti i residenti con gli occhi di fuori al mio passaggio. Esagerata? Beh, immaginate la scena, con una donna di trent’anni alta 1.80, truccata minuziosamente, con un corpo da atleta e con un abbigliamento del genere. Non c’era nessuno che non si rivoltasse a guardarmi. Ritornavamo a casa felici e contenti come due ragazzini e, da allora, non abbandonammo più questa folle idea di esibirci di fronte agli altri. Anzi, la migliorammo col passare del tempo. Ovviamente, non era una pratica che potevamo fare sempre. Mancanza di tempo, le bambine, il lavoro di entrambi, ci impedivano di farlo ogni domenica ma, appena trovavamo l'occasione, non ce lo facevamo ripetere. Il risultato era scontato. Appena tornavamo a casa io ero praticamente indiavolata. Dominare mio marito davanti ad altre persone, e contemporaneamente fare sfoggio della mia sensualità, era altamente afrodisiaco. Anche Marco, dopo aver avuto il cazzo dritto per tutta la giornata, poteva finalmente dare sfogo al suo desiderio. A me, però, interessava la mia voglia. Appena varcavamo la soglia di casa, lo prendevo e lo sbattevo al muro senza troppi complimenti, e iniziavo a baciarlo appassionatamente. Lui non poteva prendere iniziative, non glielo permettevo, e io iniziavo la mia serata di sesso con la sua lingua dentro la mia fica. Il sesso orale era diventato per me imprescindibile. In quelle occasioni uscivano delle frasi dalla mia bocca che avrebbero fatto impallidire un camionista. Poi si passava al sesso penetrativo. Non potevo farne a meno. Avevo orgasmi a ripetizione, sintomo dell’enorme piacere provato in quella dominazione outdoor.
Ma come consideravano quindi gli altri la coppia Patty e Marco? Vallo a sapere con precisione. Probabilmente, come ho detto prima, tutti ci vedevano come una coppia felice, anche se era abbastanza evidente come io fossi il perno sul quale ruotava la nostra unione, ma niente lasciava trapelare la realtà. Il problema maggiore ce l'avevo semmai con i vicini di casa che qualcosa avevano cominciato a intuire considerando le mie continue uscite da casa la sera. Pur dispiaciuta che Marco potesse passare per un cornuto contento, non avevo però intenzione di smettere solo per far contente quelle linguacce. D'altronde, non dovevo frequentarli e certezze non ne avevano di certo. Ero sempre stata attenta e nessuno di loro mi aveva mai vista con altri uomini. Su quello non transigevo. Nessuno dei miei sottomessi si sarebbe mai dovuto azzardare a venire sotto casa mia e le nostre frequentazioni si svolgevano solo in luoghi chiusi. Quindi o a casa loro oppure nella mia casa al mare, solo e rigorosamente d'inverno, quando praticamente non c'era nessuno.
La mia vita quindi, non era solamente indirizzata al dominio degli uomini, e la maggior parte della mia giornata era imperniata su tante altre cose. Ma, come ho detto, appena arrivavo a casa la sera, tutto cambiava e, soprattutto, ero io a cambiare completamente pelle. Mi spogliavo completamente della Patty donna normale, e diventavo Patty la dominatrice. Mi infilavo i miei abiti in lattice, che ormai per me erano diventati l'emblema stessa della dominazione, mi truccavo
pesantemente, e mi apprestavo a sottomettere pesantemente e con tutti i mezzi a
mia disposizione gli uomini che avevo scelto, per quello che ritenevo fosse per loro un onore. Sì, l'onore di servire la loro dea, l'onore di obbedirmi. Ma anche anche l’onore di subire punizioni da me ed essere picchiati. Solo quando vedevo in che modo li avevo ridotti, in che modo ognuno di loro mi desiderasse, cosa avrebbero fatto per una semplice carezza da parte mia, potevo ritenermi completamente soddisfatta. E quella sera, mentre ritornavo a casa con i biglietti per Barcellona, dopo aver trascorso la sera con Ruggiero, averlo scopato, e dopo avergli dimostrato per l’ennesima volta il mio potere assoluto su di lui, pensavo ormai di aver raggiunto il massimo possibile, e che i miei unici sforzi li dovessi compiere per mantenere questo livello di perfezione. Non sapevo che in Spagna avrei scoperto un altro tassello, una sensazione che mi avrebbe fatta sentire ancora più potente, ancora più grande. Forse nessun'altra donna al mondo sarebbe mai riuscita a provare contemporaneamente tutte quelle sensazioni al cospetto di un uomo, del proprio uomo. Sentirsi adorate per la propria bellezza è cosa normale, per la propria intelligenza anche, per le capacità che si hanno, piuttosto usuale, per la superiorità fisica molto più raro ma comunque possibile. Averle tutte era rarissimo, ma a giorni avrei provato la sensazione forse più rara di tutte, quella che mi avrebbe fatto diventare, almeno dal mio punto di vista, la dominatrice perfetta.
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