Le bastarde Episodio 1
scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 10 min
di
Niki4317
genere
pulp
cura
A−
Non so se questa storia possa essere adatta ai lettori di questo sito. Si tratta di un vero e proprio giallo dove le scene erotiche sono ridotte al lumicino. Ma se pure troverò qualche lettore che intende seguirmi, qualcuno interessato a leggere qualcosa di diverso dal figlio che si scopa la madre, ne sarò felice. L’ho inserito nella sezione “pulp” perché non esiste quella dedicata ai thriller o ai gialli.
Questo racconto contiene scene di violenza. Si consiglia pertanto il proseguimento della lettura solamente a chi ritiene di poter leggere quelle scene senza problematiche psicologiche.
La donna fermò la macchina dietro quella del suo obiettivo. Respirò a lungo nervosamente poi, con gesti lenti, iniziò a spogliarsi senza scendere dalla vettura. Si tolse prima la giacca e poi la camicetta. Passò quindi alle scarpe concludendo poi con il pantalone, lasciando poi tutto sul sedile accanto al suo senza sistemare niente. Prese gli stivali da una sacca che si trovava dietro, guardando con piacere quegli splendidi tacchi a spillo di oltre dodici centimetri di cui erano muniti, e poi li calzò pensando se con quelli avrebbe trovato difficoltà nell’agire, e se forse non sarebbe stato meglio muoversi con delle semplici scarpe da ginnastica. Ma quello che si apprestava a fare necessitava di una messa in scena, e l’abbigliamento era una componente necessaria. Aveva studiato tutto nei minimi particolari, imparando a muoversi agilmente su quei trampoli appena se ne presentava l’occasione, e ora quell’occasione era giunta.
Sempre dalla sacca prese dei lunghissimi guanti di lattice che indossò facendo attenzione a non romperli, e quindi scese dalla macchina non prima di essersi data un’ultima sistemata al trucco perfetto e forse un po’ accentuato per le sue abitudini, incamminandosi verso la roulotte situata alla sinistra rispetto al luogo dove aveva lasciato la sua vettura, lungo un sentiero fatto di pietra costruito probabilmente proprio dalla persona che ora si trovava all’interno della roulotte. La sua tuta di lattice che aveva già indossato sotto i suoi abiti normali e che ora era l’unica cosa che aveva indosso, la facevano sentire quasi nuda, facendole provare una strana ma piacevole sensazione. Proseguì il percorso lungo quel sentiero che misurava una ventina di metri per avvicinarsi alla roulotte. La notte era piuttosto fresca per i parametri di Los Angeles, e un brivido percorse il suo corpo armonioso e atletico, perfettamente delineato dalla tuta di lattice nera che, con il supporto dei guanti, copriva interamente ogni centimetro della sua pelle a parte il viso ed i capelli, ma con un cappuccio, che per ora pendeva sulle sue spalle, pronto all’uso per coprire anche la testa, cosa che avrebbe fatto in seguito. Ma per il momento, il suo bellissimo volto dove spiccavano degli splendidi occhi azzurri era ben visibile. Osservò per un secondo il cielo. Non c’erano stelle, segno inequivocabile che il cielo era coperto da nuvole impossibili da vedere nell’oscurità di quella notte, e riprese poi il cammino. La roulotte ora era a pochi metri e dentro ci stava dormendo Erik Poster, il suo obiettivo. Arrivò sulla soglia e addirittura riuscì a sentire attraverso le fragili lamiere della roulotte il fastidioso russare dell’uomo, senza sapere se sarebbe riuscita a svegliarlo o avrebbe dovuto sfondare la porta. Provò a bussare per alcuni secondi, senza che Poster si svegliasse ma, dopo alcuni tentativi, una voce assonnata e ancora impastata dall’alcool rispose
“Chi cazzo è a quest’ora di notte?” brontolò l’uomo.
La donna invece cercò di far uscire un tono dolce e suadente. “Se apri, te ne renderai conto”, rispose.
Erik Poster si svegliò del tutto. Una voce di donna. Per un istante aveva pensato si trattasse di quel bastardo di Palmer, il compagno della sua ex moglie, non soddisfatto di come era finita la serata, e invece era una donna. E dalla voce sembrava giovane. Che cosa poteva volere una donna giovane da uno come lui? Si alzò dal letto, afferrò un pantaloncino corto che indossò subito e si diresse verso l’oblò situato alla sua destra, ancora indeciso se aprire o meno. Guardò dall’oblò cercando di capire chi potesse essere ma, ovviamente, con la donna che si trovava dinanzi all’entrata, non notò nulla, a parte il buio totale e il viottolo completamente deserto. No, in realtà qualcosa c’era e si trattava di una macchina parcheggiata proprio dietro la sua. Si diresse quindi verso la porta d’ingresso della roulotte e spostò le lerce tendine che impedivano la visuale dall’esterno. Riuscì a notare il suo viso rimanendone estasiato. Era una giovane donna dai lineamenti molto belli, con un bel rossetto a delineare una bocca meravigliosa e degli splendidi occhi azzurri. Cercò di riprendersi dalla sorpresa e poi guardò l’orologio. Le due di notte passate da qualche minuto. Cosa mai poteva volere una bella donna a quell’ora? Beh, non lo avrebbe mai saputo se continuava a tenere la porta di quella stramaledetta roulotte chiusa. Ancora un po’ indeciso se compiere il gesto di aprire o no, rimase alcuni secondi pensieroso, ma poi si convinse. Cosa poteva temere da una donna? La porta della roulotte si aprì emettendo un sinistro cigolio e Poster rimase sconcertato. Quella che aveva dinanzi a lui non era solo una donna con un bel viso, ma era una visione meravigliosa anche se un po’ lugubre. Indossava infatti una tuta completamente nera e aderentissima che metteva in risalto un corpo veramente ben fatto, e che gli fece venire in mente Catwoman. Era molto alta, sicuramente più di lui, e lo sarebbe stata anche se non avesse avuto ai piedi dei sensuali stivali col tacco altissimo e a spillo.
La donna gli sorrise.
“Ciao Erik, non mi fai entrare?” L’uomo la rimirò a lungo, estasiato dalla bellezza di quella donna, senza però spostarsi per farla entrare
“E tu chi cazzo sei?” le domandò. La donna continuò a sorridere osservandolo. Era un uomo piuttosto robusto ma non altissimo, forse un metro e settanta, sui cinquantacinque anni di età, e con una pancia piuttosto prominente dovuta probabilmente alla grande quantità di alcool che ingurgitava quotidianamente. Il viso mostrava forse più della sua vera età, con rughe profonde, una calvizie incipiente e la barba sale e pepe di diversi giorni. Complessivamente, un uomo che non teneva più al suo aspetto. La donna si decise intanto a rispondergli:
“Erik, mi deludi. Mi aspettavo che mi riconoscessi dopo tutto quello che c’è stato tra di noi.”
Poster rimuginò per qualche secondo. “Credo che ti sbagli, bellezza. Se io avessi solo sfiorato una donna come te, me la ricorderei per tutta la vita.”
La donna smise di sorridere. “Allora, mi fai entrare o devo andarmene?”
Erik Poster ci rifletté solo un secondo. Se anche lei si stesse sbagliando e lo avesse confuso per un altro, far andar via una donna di quel genere sarebbe stata una follia. Pura follia. Anche se quell’abbigliamento continuava ad inquietarlo. Era convinto di non aver mai visto da vicino una donna così bella. Si spostò per farla entrare e continuò a riflettere. No, non lo aveva confuso con un altro in quanto lo aveva chiamato per nome. Strano, molto strano. La donna avanzò di qualche metro, fermandosi poi appena notò una piccola sedia. Vi si mise seduta accavallando le lunghe e sensuali gambe avvolte dalla tuta di lattice, e poi diede una rapida occhiata intorno. Il puzzo era quasi insopportabile, e derivava in parte dalla sporcizia dell’ambiente e in parte dall’uomo stesso che puzzava di alcool. Ma non era certo la mancanza di pulizia ciò su cui doveva soffermare il suo interesse. Erik Poster intanto era sempre più curioso, e con la sbornia ormai quasi del tutto smaltita cominciava a fare ipotesi sul motivo di quella strana visita, senza peraltro giungere a nessuna conclusione. Quella visita inaspettata era davvero strana.
Poster continuò ad osservare quella splendida donna. L’aveva davvero conosciuta in passato? Il volto bellissimo della sconosciuta sembrava avere qualcosa di familiare, ma non riusciva a mettere completamente a fuoco i suoi pensieri con tutto l’alcool ingurgitato la sera precedente che, evidentemente, era ancora in circolo.
“Allora, bellezza, come ti chiami e che cosa vuoi? Non credo che tu sia venuta a trovarmi perché sei rimasta folgorata dalla mia bellezza”, disse dopo alcuni secondi di incertezza, concludendo poi con una risata sguaiata.
“Il mio nome? Davvero non te lo ricordi? Eppure mi conoscevi bene. Soprattutto quando ti mettevi sopra di me e mi scopavi.”
Erik Poster scosse la testa. “Ascoltami, bellezza. Sarò pure ancora mezzo ubriaco, ma una come te non la dimenticherei.”
“Davvero? Prova ad andare indietro nel tempo. Diciamo circa vent’anni. Devo ammettere che ero un po’ diversa allora. Ero una bambina di tredici/quattordici anni. Ma già, tu sei solo un porco che violentava le bambine.”
L’uomo fece un sussulto. Certo, erano bastate quelle poche parole e ora ricordava. Come avrebbe potuto dimenticare?
“Le bastarde! Tu sei una di quelle bastarde.”
La donna sorrise. “Oh, finalmente. Vedo che ora ricordi.”
Erik Poster fece un piccolo balzo che lo portò nel sudicio cucinino dove afferrò un coltellaccio. Ora che sapeva chi fosse quella donna, poteva anche immaginare cosa volesse. Ritornò poi dinanzi alla donna minacciandola con quel coltello.
“Bene. Abbiamo riallacciato la nostra vecchia amicizia,” le disse sorridendo nervosamente. “Ora sparisci se non vuoi che ti piazzi questo coltello tra le tue splendide tette.”
“Dopo tutti questi anni, mi tratti così?” rispose invece la donna, rimanendo perfettamente calma malgrado fosse minacciata, cercando addirittura dell’ironia.
“Che cazzo vuoi da me? Non dirmi che volevi incontrarmi dopo tutti questi anni.”
“Oh, no di certo. Voglio solo vendicarmi. Per me e per quelle altre poverette che tu e quei maledetti dei tuoi compari avete violentato per tutto quel tempo”, rispose la giovane, tirando poi su il cappuccio, e coprendo in questo modo anche i capelli e parte del suo viso. Niente doveva essere lasciato al caso e nessuna traccia avrebbe dovuto essere visibile al termine della sua vendetta. Anche un solo capello lasciato sul luogo e poteva essere la fine.
Erik Poster cominciava ad essere nervoso, anche se continuava a pensare che in fondo era solo una donna, e lui era armato di un coltello piuttosto grosso che spianò sotto la gola della donna.
“E come vorresti vendicarti?” chiese alla figura vestita di nero.
“Non essere impaziente. Ora lo capirai”, rispose la giovane e bellissima donna vestita di nero.
“Io capisco soltanto che sto per fare quello che avremmo dovuto fare vent’anni fa. Togliere dalla faccia della terra una bastarda come te. Anzi, prima ti scopo come facevo allora, e poi ti riduco in pezzi. Ti piace l’idea?”
La donna fece un sorriso amaro.
“Tu non farai niente di simile”, disse semplicemente, e poi agì. Veloce come un lampo, afferrò il polso dell’uomo, torcendoglielo e facendogli cadere il coltello che la minacciava e quindi, altrettanto velocemente, si alzò per assestargli una poderosa ginocchiata alle parti intime che fece gemere l’uomo facendolo piegare in due. Gioendo, assistette alla scena di Poster che si lamentava, ma era solo all’inizio. Allontanatasi di un paio di passi, attese che l’uomo ritornasse eretto per poi assestare due calci micidiali che ridussero la faccia di Erik Poster a una maschera di sangue, sia per la violenza e la precisione con i quali quei calci erano stati portati, sia per il tacco che era paragonabile a una lama mortale. L’uomo stramazzò al suolo, e la donna gli si avvicinò mettendo il suo stivale sul viso di Poster già completamente sporco di sangue. Le sarebbe bastato appena un secondo, affondare il suo tacco nella faccia già lacerata dell’uomo e tutto sarebbe terminato. Ma non voleva che andasse così. Voleva godere del suo terrore.
Osservò il suo orologio. Aveva tutto il tempo necessario.
Questo racconto contiene scene di violenza. Si consiglia pertanto il proseguimento della lettura solamente a chi ritiene di poter leggere quelle scene senza problematiche psicologiche.
La donna fermò la macchina dietro quella del suo obiettivo. Respirò a lungo nervosamente poi, con gesti lenti, iniziò a spogliarsi senza scendere dalla vettura. Si tolse prima la giacca e poi la camicetta. Passò quindi alle scarpe concludendo poi con il pantalone, lasciando poi tutto sul sedile accanto al suo senza sistemare niente. Prese gli stivali da una sacca che si trovava dietro, guardando con piacere quegli splendidi tacchi a spillo di oltre dodici centimetri di cui erano muniti, e poi li calzò pensando se con quelli avrebbe trovato difficoltà nell’agire, e se forse non sarebbe stato meglio muoversi con delle semplici scarpe da ginnastica. Ma quello che si apprestava a fare necessitava di una messa in scena, e l’abbigliamento era una componente necessaria. Aveva studiato tutto nei minimi particolari, imparando a muoversi agilmente su quei trampoli appena se ne presentava l’occasione, e ora quell’occasione era giunta.
Sempre dalla sacca prese dei lunghissimi guanti di lattice che indossò facendo attenzione a non romperli, e quindi scese dalla macchina non prima di essersi data un’ultima sistemata al trucco perfetto e forse un po’ accentuato per le sue abitudini, incamminandosi verso la roulotte situata alla sinistra rispetto al luogo dove aveva lasciato la sua vettura, lungo un sentiero fatto di pietra costruito probabilmente proprio dalla persona che ora si trovava all’interno della roulotte. La sua tuta di lattice che aveva già indossato sotto i suoi abiti normali e che ora era l’unica cosa che aveva indosso, la facevano sentire quasi nuda, facendole provare una strana ma piacevole sensazione. Proseguì il percorso lungo quel sentiero che misurava una ventina di metri per avvicinarsi alla roulotte. La notte era piuttosto fresca per i parametri di Los Angeles, e un brivido percorse il suo corpo armonioso e atletico, perfettamente delineato dalla tuta di lattice nera che, con il supporto dei guanti, copriva interamente ogni centimetro della sua pelle a parte il viso ed i capelli, ma con un cappuccio, che per ora pendeva sulle sue spalle, pronto all’uso per coprire anche la testa, cosa che avrebbe fatto in seguito. Ma per il momento, il suo bellissimo volto dove spiccavano degli splendidi occhi azzurri era ben visibile. Osservò per un secondo il cielo. Non c’erano stelle, segno inequivocabile che il cielo era coperto da nuvole impossibili da vedere nell’oscurità di quella notte, e riprese poi il cammino. La roulotte ora era a pochi metri e dentro ci stava dormendo Erik Poster, il suo obiettivo. Arrivò sulla soglia e addirittura riuscì a sentire attraverso le fragili lamiere della roulotte il fastidioso russare dell’uomo, senza sapere se sarebbe riuscita a svegliarlo o avrebbe dovuto sfondare la porta. Provò a bussare per alcuni secondi, senza che Poster si svegliasse ma, dopo alcuni tentativi, una voce assonnata e ancora impastata dall’alcool rispose
“Chi cazzo è a quest’ora di notte?” brontolò l’uomo.
La donna invece cercò di far uscire un tono dolce e suadente. “Se apri, te ne renderai conto”, rispose.
Erik Poster si svegliò del tutto. Una voce di donna. Per un istante aveva pensato si trattasse di quel bastardo di Palmer, il compagno della sua ex moglie, non soddisfatto di come era finita la serata, e invece era una donna. E dalla voce sembrava giovane. Che cosa poteva volere una donna giovane da uno come lui? Si alzò dal letto, afferrò un pantaloncino corto che indossò subito e si diresse verso l’oblò situato alla sua destra, ancora indeciso se aprire o meno. Guardò dall’oblò cercando di capire chi potesse essere ma, ovviamente, con la donna che si trovava dinanzi all’entrata, non notò nulla, a parte il buio totale e il viottolo completamente deserto. No, in realtà qualcosa c’era e si trattava di una macchina parcheggiata proprio dietro la sua. Si diresse quindi verso la porta d’ingresso della roulotte e spostò le lerce tendine che impedivano la visuale dall’esterno. Riuscì a notare il suo viso rimanendone estasiato. Era una giovane donna dai lineamenti molto belli, con un bel rossetto a delineare una bocca meravigliosa e degli splendidi occhi azzurri. Cercò di riprendersi dalla sorpresa e poi guardò l’orologio. Le due di notte passate da qualche minuto. Cosa mai poteva volere una bella donna a quell’ora? Beh, non lo avrebbe mai saputo se continuava a tenere la porta di quella stramaledetta roulotte chiusa. Ancora un po’ indeciso se compiere il gesto di aprire o no, rimase alcuni secondi pensieroso, ma poi si convinse. Cosa poteva temere da una donna? La porta della roulotte si aprì emettendo un sinistro cigolio e Poster rimase sconcertato. Quella che aveva dinanzi a lui non era solo una donna con un bel viso, ma era una visione meravigliosa anche se un po’ lugubre. Indossava infatti una tuta completamente nera e aderentissima che metteva in risalto un corpo veramente ben fatto, e che gli fece venire in mente Catwoman. Era molto alta, sicuramente più di lui, e lo sarebbe stata anche se non avesse avuto ai piedi dei sensuali stivali col tacco altissimo e a spillo.
La donna gli sorrise.
“Ciao Erik, non mi fai entrare?” L’uomo la rimirò a lungo, estasiato dalla bellezza di quella donna, senza però spostarsi per farla entrare
“E tu chi cazzo sei?” le domandò. La donna continuò a sorridere osservandolo. Era un uomo piuttosto robusto ma non altissimo, forse un metro e settanta, sui cinquantacinque anni di età, e con una pancia piuttosto prominente dovuta probabilmente alla grande quantità di alcool che ingurgitava quotidianamente. Il viso mostrava forse più della sua vera età, con rughe profonde, una calvizie incipiente e la barba sale e pepe di diversi giorni. Complessivamente, un uomo che non teneva più al suo aspetto. La donna si decise intanto a rispondergli:
“Erik, mi deludi. Mi aspettavo che mi riconoscessi dopo tutto quello che c’è stato tra di noi.”
Poster rimuginò per qualche secondo. “Credo che ti sbagli, bellezza. Se io avessi solo sfiorato una donna come te, me la ricorderei per tutta la vita.”
La donna smise di sorridere. “Allora, mi fai entrare o devo andarmene?”
Erik Poster ci rifletté solo un secondo. Se anche lei si stesse sbagliando e lo avesse confuso per un altro, far andar via una donna di quel genere sarebbe stata una follia. Pura follia. Anche se quell’abbigliamento continuava ad inquietarlo. Era convinto di non aver mai visto da vicino una donna così bella. Si spostò per farla entrare e continuò a riflettere. No, non lo aveva confuso con un altro in quanto lo aveva chiamato per nome. Strano, molto strano. La donna avanzò di qualche metro, fermandosi poi appena notò una piccola sedia. Vi si mise seduta accavallando le lunghe e sensuali gambe avvolte dalla tuta di lattice, e poi diede una rapida occhiata intorno. Il puzzo era quasi insopportabile, e derivava in parte dalla sporcizia dell’ambiente e in parte dall’uomo stesso che puzzava di alcool. Ma non era certo la mancanza di pulizia ciò su cui doveva soffermare il suo interesse. Erik Poster intanto era sempre più curioso, e con la sbornia ormai quasi del tutto smaltita cominciava a fare ipotesi sul motivo di quella strana visita, senza peraltro giungere a nessuna conclusione. Quella visita inaspettata era davvero strana.
Poster continuò ad osservare quella splendida donna. L’aveva davvero conosciuta in passato? Il volto bellissimo della sconosciuta sembrava avere qualcosa di familiare, ma non riusciva a mettere completamente a fuoco i suoi pensieri con tutto l’alcool ingurgitato la sera precedente che, evidentemente, era ancora in circolo.
“Allora, bellezza, come ti chiami e che cosa vuoi? Non credo che tu sia venuta a trovarmi perché sei rimasta folgorata dalla mia bellezza”, disse dopo alcuni secondi di incertezza, concludendo poi con una risata sguaiata.
“Il mio nome? Davvero non te lo ricordi? Eppure mi conoscevi bene. Soprattutto quando ti mettevi sopra di me e mi scopavi.”
Erik Poster scosse la testa. “Ascoltami, bellezza. Sarò pure ancora mezzo ubriaco, ma una come te non la dimenticherei.”
“Davvero? Prova ad andare indietro nel tempo. Diciamo circa vent’anni. Devo ammettere che ero un po’ diversa allora. Ero una bambina di tredici/quattordici anni. Ma già, tu sei solo un porco che violentava le bambine.”
L’uomo fece un sussulto. Certo, erano bastate quelle poche parole e ora ricordava. Come avrebbe potuto dimenticare?
“Le bastarde! Tu sei una di quelle bastarde.”
La donna sorrise. “Oh, finalmente. Vedo che ora ricordi.”
Erik Poster fece un piccolo balzo che lo portò nel sudicio cucinino dove afferrò un coltellaccio. Ora che sapeva chi fosse quella donna, poteva anche immaginare cosa volesse. Ritornò poi dinanzi alla donna minacciandola con quel coltello.
“Bene. Abbiamo riallacciato la nostra vecchia amicizia,” le disse sorridendo nervosamente. “Ora sparisci se non vuoi che ti piazzi questo coltello tra le tue splendide tette.”
“Dopo tutti questi anni, mi tratti così?” rispose invece la donna, rimanendo perfettamente calma malgrado fosse minacciata, cercando addirittura dell’ironia.
“Che cazzo vuoi da me? Non dirmi che volevi incontrarmi dopo tutti questi anni.”
“Oh, no di certo. Voglio solo vendicarmi. Per me e per quelle altre poverette che tu e quei maledetti dei tuoi compari avete violentato per tutto quel tempo”, rispose la giovane, tirando poi su il cappuccio, e coprendo in questo modo anche i capelli e parte del suo viso. Niente doveva essere lasciato al caso e nessuna traccia avrebbe dovuto essere visibile al termine della sua vendetta. Anche un solo capello lasciato sul luogo e poteva essere la fine.
Erik Poster cominciava ad essere nervoso, anche se continuava a pensare che in fondo era solo una donna, e lui era armato di un coltello piuttosto grosso che spianò sotto la gola della donna.
“E come vorresti vendicarti?” chiese alla figura vestita di nero.
“Non essere impaziente. Ora lo capirai”, rispose la giovane e bellissima donna vestita di nero.
“Io capisco soltanto che sto per fare quello che avremmo dovuto fare vent’anni fa. Togliere dalla faccia della terra una bastarda come te. Anzi, prima ti scopo come facevo allora, e poi ti riduco in pezzi. Ti piace l’idea?”
La donna fece un sorriso amaro.
“Tu non farai niente di simile”, disse semplicemente, e poi agì. Veloce come un lampo, afferrò il polso dell’uomo, torcendoglielo e facendogli cadere il coltello che la minacciava e quindi, altrettanto velocemente, si alzò per assestargli una poderosa ginocchiata alle parti intime che fece gemere l’uomo facendolo piegare in due. Gioendo, assistette alla scena di Poster che si lamentava, ma era solo all’inizio. Allontanatasi di un paio di passi, attese che l’uomo ritornasse eretto per poi assestare due calci micidiali che ridussero la faccia di Erik Poster a una maschera di sangue, sia per la violenza e la precisione con i quali quei calci erano stati portati, sia per il tacco che era paragonabile a una lama mortale. L’uomo stramazzò al suolo, e la donna gli si avvicinò mettendo il suo stivale sul viso di Poster già completamente sporco di sangue. Le sarebbe bastato appena un secondo, affondare il suo tacco nella faccia già lacerata dell’uomo e tutto sarebbe terminato. Ma non voleva che andasse così. Voleva godere del suo terrore.
Osservò il suo orologio. Aveva tutto il tempo necessario.
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Niki4317
Niki4317
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