La vita di Patty Capitolo 62

scritto il 2026-10-11 tempo di lettura 15 min

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dominazione
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Se per l’Umanità intera, e per il mondo occidentale in particolare, l’11 settembre è una data che rimarrà scolpita per sempre nella mente di ogni essere umano come il giorno in cui il terrorismo mostrò la sua faccia più feroce e spietata, per me quel giorno ha, nel mio piccolo microcosmo, anche un altro significato, altrettanto negativo.
Ma bisogna prima tornare indietro di una quindicina di giorni, la sera stessa del ritorno dalla mia vacanza. Le mie figlie, le mie bambine, ormai non erano più bambine. Se gli ultimi anni erano trascorsi in modo quasi invariato per me, la grossa differenza riguardava proprio loro. La grande stava per compiere 16 anni, ed era ormai una ragazzona alta quasi quanto me. Il nostro rapporto, così come con la più piccola, era diventato piuttosto conflittuale. Io naturalmente le adoravo, ma non avevo proprio intenzione di cambiare le mie abitudini, le mie continue uscite serali, per farle contente. Era la mia vita e mi dicevo che se loro mi amavano veramente dovevano accettarmi per quella che ero, o almeno per quello che mostravo loro. Ovviamente non dicevo certo che uscivo per andare a trovare i miei amanti per andarci a letto dopo averli sottomessi, ma non erano più bambine che si addormentavano presto, e spesso erano ancora sveglie quando mi vedevano uscire di casa da sola. La mia scusa era che mi andavo ad allenare anche di sera in un’altra palestra lontano da casa, e questo mi procurava enormi difficoltà soprattutto nell’abbigliamento che usavo con i miei sottomessi. Ero quindi costretta quasi sempre a indossare i miei abiti sensuali sotto un jeans e sotto altri indumenti normali, per poi togliermi tutto appena mi trovavo in macchina. Dentro il borsone della palestra poi, invece del kimono o dei pantaloncini, ci mettevo le mie scarpe o gli stivali e, dopo essermi truccata davanti allo specchietto dell’auto, ero pronta per i miei amanti. Per fortuna alle ragazze era rimasta l’abitudine di andare a dormire dai loro nonni due volte a settimana, e questo mi lasciava campo libero per le sessioni con mio marito, ma le altre sere era una tortura per me vedere i loro occhi indagatori e accusatori, come se si rendessero conto che la mia fosse una bugia. In quei momenti pensavo che forse era solo la mia impressione, ed erano i miei sensi di colpa che mi facevano vedere cose che, in realtà, non esistevano. Quello che esisteva di certo era lo strano rapporto che avevo con loro, basato su continui litigi e discussioni. Mi dicevo che la colpa non era mia, e che se loro volevano avere come mamma una vecchia decrepita, invece che una giovane mamma affascinante come me, allora potevano proprio scordarselo.
Dunque, io e Marco eravamo tornati dalle vacanze alla fine di agosto. I tempi delle vacche magre erano per fortuna terminati, e potevamo permetterci di nuovo delle vacanze di un certo livello. Avevamo trascorso due settimane a Rodi, in Grecia, in un bellissimo albergo all inclusive, divertendomi come non mai nell’attuare i miei soliti giochi: la mia dominazione nei suoi confronti davanti a tutti gli altri ospiti dell’albergo, e a provocare con i miei abiti e soprattutto con i miei bikini ridottissimi. Usavo anche il topless ovviamente, come facevo regolarmente da un paio di anni, facendo strabuzzare gli occhi degli uomini che mi guardavano ammirati. Quegli sguardi erano per me fonte di energia, che mi spingevano a cercare di essere sempre più bella e provocante. Avevo bisogno dell’ammirazione maschile come dei cibi che mangiavo, dell’acqua che bevevo e dell’aria che respiravo.
Con Marco avevo alternato umiliazione durissime a momenti in cui riuscivo a farlo felice. Il culmine dell’umiliazione lo raggiunsi con due italiani che avevo conosciuto lì. Mi piacevano entrambi, ma non volevo abbandonare il mio modus operandi che prevedeva di scopare solo con gli uomini che si sottomettessero a me. Quanto a loro, come tutti sbavavano per me. A volte mi avvicinavo a loro, incurante che Marco stesse a pochi metri da me, e mi strusciavo sensualmente a loro, con il risultato che i loro cazzi quasi uscivano dal costume. E per uno di loro, sembrava un cazzo di notevoli dimensioni che mi faceva leccare le labbra. Malgrado sapessero che fossi sposata, mi tampinavano, mi facevano domande, mi dicevano che ero la più bella del villaggio. Per stare sola con loro, e per essere quindi corteggiata, spesso obbligavo Marco a rimanere in albergo oppure di andare in un posto diverso dalla spiaggia dove avrei incontrato Simone e Pierpaolo, i due uomini che mi facevano la corte. Un giorno decisi di partire all’attacco. Avevo deciso di scoparmeli, e quello che volevo io era legge. Ma prima decisi di divertirmi un po’. Feci quindi venire Marco con me. Fu un duro colpo per quei due. Avevano capito di piacermi, ma Marco era una presenza ingombrante che precludeva loro ogni genere di mossa. I due si misero vicini a noi, e io iniziai il mio show. Schioccai le dita e Marco subito mi mise una sigaretta tra le labbra e me l’accese. Poi mi rivolsi a quei due che avevano assistito alla scena sbarrando gli occhi.
“L’ho addestrato bene, non credete?”
“Cavolo! Sei una donna eccezionale”, disse Simone.
“Non puoi nemmeno immaginare quanto io sia eccezionale. Mio marito è in realtà il mio schiavo. E se lui non obbedisce, io lo riempio di botte. Sono molto più forte di lui.” Senza aggiungere altro, presi la mano di mio marito e gliela strinsi. La mia morsa era dolorosissima. Marco iniziò a contorcersi e poi a piangere sommessamente, sotto lo sguardo incredulo di Simone, di Pierpaolo, e di altri vicini di ombrellone. Io continuavo a fumare tranquillamente e a guardare quei due che non sapevano cosa dire e cosa fare.
Poi Pierpaolo prese la parola: Ma… Possibile? Non stai nemmeno facendo fatica e quel poveretto sta piangendo dal dolore.”
“E’ inutile che cercate delle risposte. Sono molto più forte di mio marito e di voi due. Ecco perché sottometto gli uomini, perché sono inferiori a me. Potrei farlo anche con voi due. E poi… il resto ve lo faccio immaginare.”
Inutile star a descrivere le solite situazioni. Pur di scopare con me quei due avrebbero fatto i tripli salti mortali, e accettarono la situazione. Per loro doveva però essere solo un gioco, senza essere picchiati. Malgrado la cosa non mi convincesse appieno, accettai. Ero troppo curiosa di sentirmi dentro il cazzo di Simone che sembrava veramente di dimensioni da porno divo. Osservai quindi mio marito che piangeva sommessamente.
“Me li porto in camera mia. Tu rimani qui e non ti muovere.”
“Sì, Padrona.”
Sorrisi, mi misi il minuscolo reggiseno del mio bikini e iniziai a camminare verso la mia cabina prendendoli entrambi per mano. Già dentro l’ascensore iniziammo a baciarci e, appena entrati nella mia camera, tolsi loro il costume. Ce l’avevano ovviamente dritto entrambi, e mentre quello di Pierpaolo sembrava normalissimo, forse un paio di centimetri meno di quello di Marco e con un diametro notevolmente inferiore, quello di Simone era uno spettacolo. Era davvero il cazzo più grosso che avessi mai visto. Tanto per stare al gioco, li feci inginocchiare e mi feci chiamare padrona, ma era evidente che non era un gioco che a loro interessava. Volevano scopare. In fondo, era quello che volevo anche io. Iniziai con Simone. La scopata durò ben poco, vista l’eccitazione, ma io passai a Pierpaolo. Quando anche lui venne, avrei voluto passare di nuovo a Simone, ma il suo cazzo rimaneva inesorabilmente giù, malgrado i miei baci. E qui si intravide la prima differenza coi miei schiavi. Questi ultimi erano sempre eccitati grazie alla mia dominazione, mentre quei due avevano bisogno di più tempo. Mi misi a fianco a Simone, poi avvicinai le mie labbra al suo cazzo. Infine me lo misi in bocca. Nel giro di pochi minuti, iniziai a sentirlo crescere nella mia bocca. Era una sensazione sconvolgente. Non riuscivo quasi a tenerlo in bocca, tanto era grosso. Gli montai sopra e mi impalai sentendo quel cazzo enorme che mi riempiva totalmente.
Alla fine mi guardarono estasiati.
“Sei incredibile. Mai visto una donna come te. Sei bellissima e insaziabile.”
Stavo per dir loro che con i miei schiavi le sessioni di sesso duravano anche il doppio, e che con loro i miei orgasmi erano il triplo. Malgrado quel meraviglioso cazzo, preferivo di gran lunga il sesso dominante. La mia eccitazione era dovuta soprattutto all’umiliazione che avevo inflitto a mio marito, obbligandolo a rimanere in spiaggia mentre io mi andavo a scopare quei due uomini. Però, nel corso del proseguimento di quella vacanza, avrei potuto replicare. Non tanto per il sesso, quanto per il piacere di umiliare mio marito. Al termine quindi del sesso, mentre fumavo una sigaretta completamente nuda, con i miei due amanti ai miei lati, avevo già deciso che avrei rinnovato quella sensazione. Mentre esalavo una boccata di fumo, Simone si rivolse a me:
“Ma era tutto finto quello che facevi con tuo marito? Insomma, siete una coppia strana, non è vero? Di quelle che cercano di trasgredire…”
“E’ tutto vero, invece, Sì, diciamo che a me piace molto trasgredire, come avete visto, ma mio marito non ama molto quando lo faccio cornuto. Ma non può dire nulla perché altrimenti lo riempio di botte.”
Scosse la testa. “Cazzo, sembra incredibile. Sei bellissima, hai un corpo modellato, non sembri una che è in grado di picchiare un uomo.”
Bene, quel coglione aveva bisogno di vedere quali fossero le mie potenzialità. Gli feci cenno di alzarsi e io feci altrettanto. Andai di fronte a lui. Sapevo che non sarebbe stato complicato. Sollevavo facilmente Marco che era più o meno pesante come lui, sui settantacinque chili, peso che era ampiamente nelle mie possibilità. Sarebbe stato facile. Gli misi una mano sul collo e l’altra proprio sul suo membro di dimensioni eccelse, poi lo sollevai sopra la mia testa. La complicazione era che si muoveva e mi rendeva complicato quel sollevamento. Marco invece rimaneva zitto e buono. Strinsi quindi sui testicoli che erano uno dei punti di appoggio.
“Se non ti fermi, te li schiaccio. Stai fermo e non ti succederà niente. Voglio solo dimostrarti la mia forza.”
Comprese immediatamente, e non proseguì a muoversi. Io feci anche dei piegamenti, per dimostrar loro la mia potenza, e poi lo rimisi a terra. Lui mi guardò stupita, la testa che gli girava.
“Oh, madonna, sei… incredibile.”
Sorrisi. “Capito perché mio marito obbedisce e non dice niente quando scopo con altri uomini?” Lo baciai lascivamente mentre lui annuiva. Dopo alcuni minuti ero di nuovo in spiaggia. Marco non si era ovviamente mosso. Lo mandai a prendermi qualcosa da bere e poi mi avvicinai ai miei nuovi amanti e li baciai. Avevano il cazzo di nuovo dritto, ma per il momento mi poteva bastare la scopata che avevo appena fatto. Non che io fossi particolarmente sazia, ma avrei replicato con Marco. Alla fine, ciò che facevo con lui era più eccitante di ciò che facevo con gli altri. Però era bello diversificare.

Terminò anche quella bella vacanza. I miei due nuovi amanti mi chiesero se ci saremmo potuti rivedere, ma già mi avevano stancata. Avere un cazzo di notevoli dimensioni poteva andar bene a un altro tipo di donna. Io mi eccitavo maggiormente nel dominare. E comunque sarebbe stato complicato visto che quei due erano toscani e io abitavo a Roma. Arrivò dunque il momento di tornare a casa. Avevo deciso che mi sarei presa qualche altro giorno di ferie prima di ricominciare la mia vita di tutti i giorni e di tornare al lavoro, giorni che intendevo trascorrere proprio con le mie figlie, cercando di riconquistare il loro affetto e la loro stima che, negli ultimi due anni, era scesa miseramente.
Le ragazze invece, avevano trascorso le loro vacanza come d’abitudine nella nostra casa al mare in compagnia dei miei suoceri. Non c’era verso di spostarle da quel posto durante l’estate. Erano cresciute li, avevano un sacco di amici, e si erano sempre divertite da matte. Erano tornate a Roma in anticipo rispetto alle previsioni solo per salutare il nostro ritorno. Ma forse sarebbe più esatto dire il ritorno del loro papà. Ne erano completamente innamorate. Lo abbracciarono infatti con passione, lo tempestarono di baci e di “amore mio” e “papino mio”, mentre salutarono me con un semplice bacetto sulla guancia dato controvoglia. Gelosa? Un po’, certamente. Ma, col senno del poi, mi rendo conto che stavo raccogliendo quello che avevo seminato. Io ero sempre assente, mentre il loro papà invece era presente in ogni circostanza, e molte cose di loro le sapevo solo tramite mio marito. Quella che però sembrava una normale serata all’insegna del ricongiungimento familiare, pur con tutti i problemi di comunicabilità che si stavano instaurando tra me e le mie figlie, si stava per tramutare nell’inizio del mio incubo.
Mentre Marco stava sistemando le valigie nella nostra camera e le ragazze stavano facendo altrettanto nella loro, mi ero sdraiata sul letto a guardare un po’ di televisione. Sentii la grande chiamare Marco, ma non ci feci caso. Era una cosa normale. Forse non trovavano qualcosa e, naturalmente, si rivolgevano al padre. Mio marito si precipitò nella camera delle ragazze e, dopo alcuni minuti si ripresentò nella nostra con un viso che non prometteva niente di buono.
“Padrona, credo che lei dovrebbe dare un’occhiata alla ragazza.”
“Cosa c’è? Se mi fai alzare per una sciocchezza, appena siamo soli ti riempio di schiaffi.” Glielo dissi con cattiveria. Ero nervosa per il comportamento avuto dalle ragazze nei miei confronti, e lui era l’ideale per potermi sfogare.
“Speriamo che sia una sciocchezza. In quel caso accetterò la sua giusta punizione, ma, la prego, dia un’occhiata alla grande.”
Mi alzai e andai nella camera delle ragazze. La grande era in mutandine e canottiera. Non feci caso a nulla perché la guardai in faccia.
“Cos’è successo?” le dissi, cercando un tono dolce.
“Cos’è successo lo dico io a te. Come mai tutto quest’interesse per me?”
“Andiamo, non fare la scema. Papà mi ha detto che è successo qualcosa.”
“L’ho detto a papà quello che mi è accaduto.”
“E adesso lo dici anche a me. Sono tua madre e ho il diritto di sapere”, mi risentii. Ma non feci altro che far scoppiare mia figlia in una risata nervosa.
“Ma davvero? Com’è che ti senti madre tutta insieme?”
“Non ti permetto di parlarmi in questo modo,” Avevo alzato la voce, ma poi la addolcii di nuovo. “Dai, tesoro, non metterti a fare ripicche. Hai per caso una pena d’amore?”
Ancora una volta mia figlia scoppiò a ridere.
“Ma se non sai nemmeno se sono vergine o no.”
“Lo sei?” chiesi sempre più nervosa.
“No, non lo sono più da sei mesi. Contenta? Papà lo sapeva, ma gli ho fatto promettere che non te ne avrebbe parlato.”
Guardavo mia figlia in faccia e mi sembrava di vedere un’estranea. Perché mi stava facendo questo? Forse perché me lo meritavo. Cercavo di analizzare freddamente la situazione, e forse dovevo convenire che lei aveva le sue ragioni. Nessuno al mondo avrebbe potuto permettersi di parlarmi in quel modo, ma lei era mia figlia e si era sentita trascurata. Aveva preferito confidarsi con suo padre invece che con me, e questo mi stava facendo sentir male.
“D’accordo, non sei più vergine, ma quello non è più un problema visto che è accaduto sei mesi fa. Sei incinta per caso?” cominciavo a essere piuttosto preoccupata.
“Acqua. Non sono incinta, se questo può tranquillizzarti. Immagino che per te sarebbe un grosso problema diventare nonna. Sei troppo giovane e bella per esserlo.”
“D’accordo. Ce l’hai con me e non posso darti torto, però rimane il fatto che
tuo padre era molto preoccupato per te, e lui non lo è mai se non c’è un valido motivo.”
“Non lo so se è un valido motivo. Guarda tu stessa. Non sei stata nemmeno capace di osservarmi per bene”, mi disse, muovendo le sue mani a indicare le sue ginocchia. Oh, mio Dio. Erano grosse come meloni, e io non ci avevo nemmeno fatto caso. Cosa diavolo poteva essere? Cercai di pensare a qualcosa, ma non mi veniva in mente nessuna malattia che potesse avere a che fare con delle ginocchia ridotte in quel modo.
“Da quanto ce le hai in questo modo?”
“Da una decina di giorni.”
“Perché non ci hai avvertiti?”
“Perché stavate in vacanza e volevo farvela finire in santa pace. E poi sicuramente sarà una sciocchezza.”
L’abbracciai, percependo una specie di ritrosia che non la faceva abbandonare completamente a me. Le accarezzai il bel viso e la baciai teneramente sulla guancia.
“Oh, tesoro mio. Mi dispiace tanto. Ho pensato troppo a me stessa e poco a voi. Vedrai che non accadrà più. Ora però dovremo risolvere questo problema. Hai dolori in quel punto?”
“Da morire. Ma mi fanno male anche altre parti del corpo. I gomiti, le mani e i piedi. Un po’ anche la mascella.”
La tranquillizzai dicendole che ci avrei pensato io, ma io invece non stavo per niente tranquilla. Bisognava attendere almeno un paio di giorni che tornasse il nostro medico curante e farla visitare immediatamente, ma già dalla mattina seguente immaginai che la situazione fosse più grave di quello che pensavo. Appena alzati, sentimmo un grido provenire dalla sua stanza e la trovammo in lacrime, con indosso la sua camicetta preferita aperta.
“Non riesco ad abbottonarla. Le dita non funzionano e mi fanno male.”
Marco si inginocchiò a consolarla, mentre io scappai in camera mia. Cosa stava accadendo? Ma no, non sarà nulla. Forse un po’ di artrosi. Possibile a quell’età? Non lo sapevo, non ero un medico. Ero soltanto una madre disperata e preoccupata.

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