Undercover Lady. 4

di
genere
voyeur

Alice controllò l’ora sul suo Apple Watch: era passata più di mezz’ora dall'orario stabilito in quella maledetta mail.

Poi tornò a fissare i binari. Il vento sollevato dal passaggio di un treno le sferzò il viso, facendo ondeggiare i lembi del lungo spolverino beige che indossava aperto sopra una blusa color panna. Era un completo in lino apparentemente casual, non era facile confondersi tra i pendolari della stazione: Alice era troppo raffinata, troppo elegante e sofisticata per passare per una di loro. I suoi quarant'anni appena compiuti risaltavano in quella figura slanciata, incorniciata da grandi orecchini geometrici e dal leggero tintinnio dei bracciali di bronzo al polso.

Nonostante la giornata fosse fresca , un inizio di autunno clemente , Alice sudava. La stoffa leggera dei suoi pantaloni palazzo color avana le sembrava un peso insopportabile sulla pelle. Sotto quel look da manager rilassata, i muscoli erano tesi come corde di violino. Portò la mano alla tasca del pantalone, sfiorando lo smartphone per controllare di nuovo il display.

Un’ora prima, nel suo ufficio, era trasalita. Aprendo la mail aziendale spedita da un mittente anonimo, si era trovata davanti a un video che la ritraeva insieme a un uomo in atteggiamenti degradanti. Alla breve clip erano allegate solo una coordinata GPS e un orario.

Quindici anni di esperienza nel mondo delle investigazioni private le avevano insegnato che quello era un classico ricatto. A ruoli inversi, avrebbe consigliato a qualsiasi cliente di muoversi con estrema cautela, di non stare al gioco del ricattatore e di rifiutarsi di fare la parte della vittima. Ma qualcosa, stavolta, l’aveva colta in un panico che non era stata in grado di gestire.

Nel video, ripreso la sera prima, Alice non era sola con quell’uomo: accanto a loro c’era Diego, il suo ex. Sapeva fin troppo bene quanto quella visione avrebbe ferito sua moglie Linda.

All’inizio aveva pensato che si trattasse dell’ennesimo gioco perverso a cui Diego cercava di costringerla. Poi, però, aveva realizzato la verità: Diego, visto il potere di cui disponeva, non aveva alcun bisogno di ricorrere a un ricatto anonimo per piegarla alla sua volontà. No, qualcun altro voleva giocare con lei, con i suoi segreti e con la sua vita.



«Scusi il ritardo.»

Alice si voltò e rimase perplessa, osservando l’uomo che si trovava davanti. Si aspettava di vedere un pericoloso ricattatore, invece non percepì nessuna minaccia nello sguardo un po' timido del tizio che le stava di fronte.

Ci fu un breve e imbarazzato silenzio, interrotto solo dal passaggio di un treno e dal vociare dei passeggeri che, ignorandoli, passavano oltre. Alice piegò la testa di lato. C’era qualcosa di familiare in quel volto, eppure non riusciva a ricordare dove si fossero incontrati prima.

Un uomo di mezza età, sulla cinquantina, valutò lei osservandolo; i suoi anni erano portati con una timida rassegnazione che traspariva da ogni millimetro della sua figura dimessa. Era uno di quei volti anonimi che sbiadiscono sullo sfondo delle grandi metropoli. I radi capelli scuri striati di bianco si arrendevano alla calvizie sulla fronte spaziosa, dove a sinistra torreggiava un neo vistoso. Una barba incolta di qualche giorno incorniciava un viso arrossito, segnato da occhiaie profonde e da una stanchezza cronica. Forse per il fatto di trovarsi davanti a una donna così bella ed elegante, sembrava intimidito, doveva aver fatto una fatica enorme a trovare il coraggio di presentarsi, ragionò lei.

Indossava indumenti usati per troppo tempo, privi di forma: una giacca di tela beige stinta e consumata sui gomiti e una camicia grigia il cui colletto diceva che era parecchio che non vedeva il cestello di una lavatrice. La camicia era infilata alla benemeglio nei pantaloni, di un colore indefinito tra il grigio scuro e il marrone, che faticavano a contenere una pancetta rotonda.

«È da un po' che cerco la forza di venire a parlare con lei», ammise lui con un gesto goffo e nervoso, mentre si risistemava sul naso i pesanti occhiali da vista dalla montatura scura e dozzinale, che tendevano continuamente a scivolare giù. Teneva le mani affondate nelle tasche, forse per nascondere un evidente tremolio, mentre la tracolla di una borsa di tela logora gli pendeva da una spalla.

Alice lo squadrò da dietro le lenti da sole scure, stringendo gli occhi. C'era qualcosa in quel modo di incurvare le spalle o nel riflesso dei suoi occhiali che le provocò un certo fastidio.

«Mi scusi, ma sto aspettando qualcuno», disse un po' seccata. Si accorse che nello sguardo dell’uomo, per un attimo, era esplosa una scintilla di ira, repressa nell’istante seguente e sostituita da un sorriso sdentato.

«Sì, lo so. Stai aspettando me», rispose lui. Negli occhi lucidi e apparentemente amichevoli dello sconosciuto c'era una luce strana.

«Ci conosciamo?», chiese lei, cercando di capire. L’uomo rimase in silenzio, perso nei suoi pensieri, ma per lei fu chiaro che dentro la sua testa stava avvenendo un conflitto.

«Sono Vincenzo», le rispose, come se quel nome dovesse accenderle chissà quale lampadina.

«Mi dispiace, ma proprio non so chi sia», gli disse. A quel punto l’uomo parve sul punto di esplodere, per poi, ancora una volta, ritrovare il controllo.

«Lavoro nel tuo palazzo, ci vediamo tutti i giorni.» Fissava Alice con un'intensità che non quadrava con la sua goffaggine, un misto di profonda ammirazione e di un antico, doloroso desiderio covato da lontano.

Alice cominciò a percepire un senso di pericolo, come chi si trova davanti ad una tempesta che avanza all’orizzonte con le sue nuvole cariche di pioggia e fulmini.

«Ha detto che sto aspettando lei?»

«Sì», disse lui. Poi, come se si fosse ricordato del fardello che portava nella borsa, in fretta, quasi non volesse far perdere tempo alla donna, ne trasse un vecchio tablet. Armeggiò un po' con lo schermo e glielo porse.

Alice arrossì, mentre un groppo alla gola le negava il fiato. Si vide ripresa mentre, con la sua bocca, dava soddisfazione ad Alex, il capo scorta di Diego, nel suo ufficio.

«Che cosa vuole?», chiese lei con tono serio e grave.

«Oh, niente… anzi, tutto», rispose l’uomo, facendole provare una sensazione di profondo disagio.

“Se sono soldi, mi dica solo la cifra” disse lei.

«Soldi… no, non voglio i suoi soldi, dottoressa... E non voglio... non potrei mai farle del male. Lei per me è... lei è bellissima. Io la guardo sempre. Così bellissima… lei è lassù, e io sono qui sotto».

Nell’ascoltare quel modo di esprimersi così spezzato, come se perdesse di continuo il filo del discorso, Alice, abituata ad ascoltare le persone, ebbe un'intuizione improvvisa. Insieme all’aspetto trasandato e alla profonda solitudine in cui si era costretto, in quell'uomo sembrava esserci una fragilità profonda, un blocco emotivo. Era come se una parte della sua mente fosse rimasta congelata all'infanzia e lui, disabituato a relazionarsi, avesse enormi difficoltà a comunicare con gli altri, con quel mondo degli adulti a cui avrebbe invece dovuto appartenere.

«Se non è denaro… allora cosa?», domandò lei.

«Vorrei solo... vorrei che per una volta lei scendesse un po' vicino a me…»

«Mi scusi Vincenzo, ma io proprio non capisco».

«Sta arrivando il treno», disse lui, controllando il vecchio casio al polso e voltandosi di scatto verso i binari. la sagoma del regionale, appariva all’orizzonte.

Alice colse una nota di improvvisa urgenza nella sua voce. «Venga con me». aggiunse lui.

«Dove?»

«Sul treno, la prego… Non voglio farle del male…» ormai era palese che l’uomo stesse correndo contro il tempo e non solo per il rischio di perdere la coincidenza.

Alice rifletté rapidamente, mentre il treno si avvicinava. A quell'ora, da quel binario, i convogli viaggiavano in un'unica direzione: verso il centro città. Sarebbe stato un luogo affollato, pieno di testimoni. Lì in mezzo non poteva correre alcun pericolo reale, e Vincenzo, in fondo, non sembrava davvero in grado di farle del male.

«Va bene», tagliò corto lei, seguendolo.

Una volta saliti, Alice , del tutto disabituata alla calca dei mezzi pubblici nell’ora di punta ,si sentì aggredita da una forte claustrofobia. Fu costretta a scostare a fatica i corpi degli altri pendolari che invadevano il suo spazio vitale. Gli odori di una faticosa giornata lavorativa, addosso a quella massa indistinta di persone, le penetrarono ferocemente nelle narici, abituate a fragranze ben più eleganti, come un insulto ai suoi sensi.

Santo Dio, è come essere su un carro bestiame. Come se queste persone avessero dimenticato l'esistenza stessa del deodorante o del sapone, rifletté, lo sguardo indurito da un profondo e borghese disprezzo. Un attimo dopo, però, provò una fiammata di vergogna per la violenza di quel pensiero. Lei cresciuta nei salotti intellettuali di fieri progressisti, tra dibattiti sull'uguaglianza, tolleranza e la lotta per i diritti, se la nonna Maria, sua grande ispirazione, le avesse sentito esprimere simili giudizi, ne sarebbe rimasta delusa.

“scusami nonna” si trovò a pensare.

Durante una torrida estate in India, lei e Linda , in vacanza, avevano viaggiato su un treno per Mumbai stracolmo fino all'inverosimile, di persone e animali di ogni da cortile, persino un viscido iguana che, vista la sua fobia per i rettili, l’aveva terrorizzata.

Schiacciata insieme alla moglie in una moltitudine di corpi, dall’igiene alternativa, che occupavano ogni centimetro quadro del vagone, si era persino divertita per l’esperienza a cui si era costretta.

Quello non era molto diverso da ciò che stava avvenendo; eppure, in quell'occasione, ai confini del mondo, non aveva provato lo stesso disgusto.

È solo lo stress a farmi ragionare così, si giustificò, un velo leggero per nascondere la propria ipocrisia, per salvare la propria coscienza, pur senza riuscire a negare il disagio che la stava schiacciando. mentre in vano cercava di mantenere le distanze tra se e tutti gli altri presenti.

Vincenzo, dal canto suo, uomo di basso rango, sembrava perfettamente a suo agio in mezzo a quel degrado, come un animale nel proprio recinto.

«È sempre pieno a quest’ora, gente che non guarda nessuno, legge il giornale, fissa il telefono», mormorò Vincenzo, rimasto al suo fianco.

«Potrebbero guardarsi attorno, vivere l'esperienza del viaggio, parlarsi, conoscersi, forse trovare l’amore... e invece ognuno resta al sicuro nel proprio mondo».

Alice lo ascoltò sorpresa. Quelle parole le parvero troppo profonde per un uomo che fino a quel momento aveva giudicato mediocre, e si domandò se non lo avesse sottovalutato.

oh cielo! pensò mentre un brivido le corse lungo la schiena.

Improvvisa senza nemmeno annunciarsi, un'urgenza la riportò brutalmente coi piedi per terra.

«Quanto manca all’arrivo?», gli chiese. La tensione di quell’incontro le aveva fatto dimenticare di fare una veloce tappa, nel lussuoso cesso del suo ufficio, prima di uscire, e ora la vescica reclamava attenzione.

«Oh, da qui il viaggio è bello lungo», rispose lui. “quaranta minuti almeno” precisò dando un occhiata al suo orologio da polso “senza imprevisti” aggiunse.

In quel preciso istante il treno inchiodò con un sobbalzo violento, scaraventando i passeggeri l’uno sull’altro. Tra le imprecazioni e la confusione generale, dall’altoparlante si levò una voce annoiata: informava che, a causa di un problema sulla linea, la corsa era temporaneamente sospesa. Avrebbero ripreso la marcia appena possibile.

A quella notizia, Alice si sentì persa. L’idea di utilizzare le toilette del treno era semplicemente fuori discussione. Piuttosto la tengo fino a Milano, si ripromise, decisa a resistere finché non avesse trovato il bagno pulito di un bar del centro.

«Tutto bene?», domandò Vincenzo. Evidentemente percepiva il suo malessere.

«Sì…», accennò lei, stampandosi in faccia un sorriso finto per nascondere l’imbarazzo.

Cercando aria tra la ressa, mentre serrava le cosce in un gesto disperato e malediceva mentalmente la sua abitudine di abusare di tisane e infusi, qualcosa catturò la sua attenzione.

Incrociò lo sguardo di due uomini che la stavano fissando. In molti, in quel vagone, si erano presi un secondo per squadrarla, ma negli occhi di quei due c’era qualcosa di diverso. Qualcosa che fece scattare una spia rossa nella sua testa.

“sa ci sono volte che…” Vincenzo continuava a parlare, ma lei non gli badava più. Quei due volti avevano un'aria di gia visto.

Ricomponendo i dettagli, si rese conto di averli notati sulla banchina. Poi la memoria isolò il dettaglio decisivo, gli erano sembrati due banali delinquenti.

I due avevano lasciato passare ben due convogli per poi, all'ultimo secondo, affrettarsi a salire sullo stesso treno su cui Vincenzo aveva avuto tanta fretta di portarla.

Avevano lineamenti latini, sulla trentina, non molto alti e vestiti in modo casual: uno con i pantaloni di una tuta nera e una t-shirt rossa, l‘altro con jeans scoloriti e una polo bianca. Entrambi avevano capelli corti rasati sui lati, e una carnagione scura, identica nel tono ai loro occhi, occhi che non la lasciavano un istante, come a studiarla.

Alice ebbe un sussulto quando uno di loro, passandole accanto e usando la ressa come copertura, portò, in modo inatteso e indecente una mano tra le cosce, diretto sull’inguine, palpandole la fica. Fu un gesto rapido, fugace, ma deciso, del tutto volontario.

A quel contatto, reagì d’istinto facendo un passo indietro, ma il movimento la spinse dritta tra le braccia dell'altro dietro di lei. L'uomo ne approfittò all'istante: con la finta scusa di sorreggerla per scostarla, le palpò apertamente , serrando entrambi le mani sul seno.

“Ehi!” protestò lei.

Nello shock di quella doppia aggressione inattesa, che l’aveva trovata del tutto impreparata e sopratutto dopo che ,con fatica si era rilassato, aveva abbassato la guardia, nonostante il contesto, in presenza di Vincenzo.

Ritrovandosi in quel contesto improvviso, il suo corpo la tradì per un istante. I muscoli addominali si contrassero, la vescica, già gonfia e tesa all'inverosimile per l’urina che premeva al suo interno, cedette per una frazione di secondo. Alice avvertì un calore liquido e mortificante du alcune gocce della sua urina, versarsi sul tassello interno ,inumidendo abbondantemente la biancheria di seta , allargandosi invisibile sotto il lino leggero dei pantaloni color avana.

Il suo viso esplose in un rosso vivido, tra imbarazzo e furia.

«¡Perdóname, señora!», le disse, lanciandole un'occhiata veloce dal basso in alto, mentre si faceva largo tra la folla. In quello sguardo, non c’era alcuna traccia di pentimento; al contrario, sembrava pieno di un disprezzo di genere tipico di certi uomini che mettono le donne tutte sullo stesso degradante piano.

«¡Creo que ya está toda mojada!», esclamò l’altro all'amico, portandosi la mano al naso e annusandola soddisfatto, con un ghigno.

Alice sentì il sangue ribollire nelle vene. Sapeva che in situazioni di estrema calca potevano verificarsi episodi del genere, molestie subite da donne, lei stessa ai tempi dell’università era stata vittima di quel tipo di attenzioni, ma lì era diverso. C’era qualcosa di studiato. Di calcolato. Di assolutamente premeditato.

«…che bestie!» mormorò tra sé Alice, indignata da quel riguardo non richiesto.

Cercò nello sguardo di Vincenzo, testimone di tutto, solidarietà, sperando di trovare in lui un barlume di protezione, la reazione di un uomo che, per quanto viscido, aveva pur sempre giurato di non volerle fare del male, am trovò ben altro.

Vincenzo non era sorpreso. Non era indignato.

Sul suo volto trasandato, spento e sottomesso, si era dipinta un’espressione di assoluta, ipnotica concentrazione. I suoi occhi, che erano quelli di un serpente, specchio di una mente che lei aveva appena finito di giudicare infantile e limitata, brillavano freddi di una luce oscura. Erano gli occhi di un predatore, pronto a ghermirla.

Prima che lei potesse reagire, Vincenzo ridusse la distanza tra loro fino ad azzerarla. I loro corpi si trovarono pressati l’uno contro l’altro.

Con uno stratagemma che testimoniava quanto fosse avvezzo a quella pratica, Vincenzo, tenendo una mano sulla tracolla della borsa, si spinse proprio lì dove lo sconosciuto era appena sfrontatamente passato: tra le cosce di Alice.

“che folla!” disse mentre Il pollice e il dorso della sua mano presero a muoversi, prima sfiorandola appena, poi con gesti sempre più diretti contro il pube celato sotto il lino degli eleganti pantaloni color avana e la biancheria di seta.

«È questo… è questo che vuole, Vincenzo?», chiese lei con un filo di voce, intrappolata nella ressa dei corpi senza avere scampo, privata di ogni possibile via di fuga, mentre l’umidità della sua fica bagnata superava ogni barriera e ne impregnava il cavallo.

«Un piccolo prezzo per il mio silenzio, dottoressa…», le rispose, continuando a muovere le dita sul sesso di Alice.

«Lei mi delude, Vincenzo», disse lei, cercando di respingere il fremito che le stava nascendo dentro.

«Deluderla io?», ribatté lui. «Allora credo che, tra un po’, sarà del tutto contrariata!», le promise.

Non era stato quel contatto a terrorizzare la donna, ma quello che seguì poco dopo: un leggero cenno del capo che Vincenzo fece verso gli altri due uomini. Evidentemente suoi complici, rimasti immobili nella folla, a pochi metri da loro, in attesa di un suo segnale.

«Venga», le sussurrò lui, tenendole una mano sul fianco come a volerla guidare verso l'ignoto. «Cerchiamo un po' di privacy».

Alice se ne stava immobile. Il treno, ancora fermo, dava l'impressione che non sarebbe mai più ripartito né arrivato a destinazione, condannandola a restare in quell'incubo umido per sempre. Nella bolgia infernale di quel vagone, in un afa che sembrava crescere di minuto in minuto, si teneva appigliata, alla maniglia sopra la sua testa; schiacciata tra i due latini, subiva passivamente la loro attenzione, i loro corpi pressati contro il suo, le loro mani frenetiche a cercare dettagli anatomici, sotto la stoffa dei vestiti.

Sotto la maschera di ghiaccio che si sforzava di mantenere, dentro di lei era in atto una battaglia feroce, una lacerazione violenta. Da un lato c'era la rabbia, il disprezzo orgoglioso della manager calpestata dagli eventi, la furia per quel ricatto viscido. Dall'altro, però, strisciava un desiderio torbido e crescente, una vertigine che le mozzava il fiato. Quella totale perdita di controllo, l'esposizione forzata della sua intimità e il calore segreto che le bagnava le cosce stavano alimentando una perversa fantasia di sottomissione. Si odiava per questo, ma più si sentiva vulnerabile, più il brivido si faceva intollerabile.

Vincenzo se ne stava da parte, poco più in là. Si era accomodato su un sedile, provvidenzialmente liberato un attimo prima; teneva il paltò e la borsa di Alice sulle ginocchia, accanto alla sua tracolla.

Le aveva chiesto di toglierlo prima di iniziare. I suoi occhi erano pieni di lussuria, di un desiderio malato e deviato, e attraverso lo schermo del suo smartphone riprendeva l'intera scena.

Alice affondò il viso nell’incavo del gomito, incapace di trattenere il gemito sommesso che le invase la gola.

L’uomo davanti a lei prese a baciarle il collo, mentre le palpeggiava il seno messo a nudo sotto la camicetta di seta e dietro il pizzo del reggiseno.

Intanto quello dietro, dopo essersi infilato sotto la stoffa oltre la cintura dei pantaloni, trovò agevolmente la via tra le natiche sode e si fece largo tra le cosce. Una volta spostati gli slip, senza alcuna discrezione o pazienza, prese a manipolarle il sesso che, secondo dopo secondo, tra l’eccitazione e l’urgenza fisiologica di una minzione non appagata, andava bagnandosi sempre di più.

Quando i due uomini, travolti dall’estasi, le presentarono ognuno il proprio cazzo appena fuori dai pantaloni, Alice, perse ogni controllo. Guidata da un appetito a cui non sapeva dare un nome ma che era una sua fedele compagna da sempre, accolse l’erezione di entrambi ,tra le sue mani curate e affusolate.

Il gruppetto, in un indissolubile terzetto, come in una sensuale e rovente danza andò avanti seguendo un ritmo sommesso, dettato dai propri respiri.

«¡Esta zorra es fuego!», disse quello con la maglia rossa.

«¡La plena, ñaño!», rispose l’altro.

Alice dovette lottare, tanto con i due uomini quanto con se stessa, per tenersi i pantaloni addosso; per distrarli concesse prima all’uno, poi all’altro, il lusso della sua bocca.

Le loro lingue si sciolsero l’una nella bocca dell’altro, il gusto amaro della loro saliva invase il palato di Alice, in un febbrile compromesso.

“No puedo soportarlo más... ¡¡Ya voy!!” borbotto il primo.

"¡Yo también, estoy al límite! ¡Ya voy!" gli fece eco l’altro

Poi quando i due manifestarono l’esigenza di spingere fuori dal proprio corpo, l’ardore che la donna era riuscita a suscitare, Alice, senza ormai badare a nulla, alla folla presente, che pareva ignorarli, al luogo un treno affollato, ai vestiti eleganti che andavano lerciandosi, tra lo sporco del vagone, sudore e le abbondanti secrezioni, si inginocchiò tra di loro, sollevò il seno, offrendolo, accostandolo alla punta della loro mascolinità e accolse su di essi il frutto dei lombi che, trionfante, si era guadagnata. Vincenzo, instancabile riprendeva tutto, con il suo dispositivo.

«Signori passeggeri, vi informiamo che il guasto tecnico è stato risolt… il treno a breve riprenderà la marcia. Ci scusiamo per il disagio», gracchiò annoiata dall'interfono una voce maschile.

Alice si rimise in piedi, sistemandosi i vestiti. Guardò i due ragazzi e nei loro occhi non vide più disprezzo o sufficienza, ma una devozione profonda, come se ne riconoscessero una sorta di superiorità.

«¡Estuviste increíble, mami!», disse uno offrendole dei kleenex.

«¡La plena mami, te sobraste!», aggiunse l’altro restituendole il soprabito.

«Sì, dottoressa, incredibile», sospirò Vincenzo, mettendo via lo smartphone e porgendole la borsa.

Il treno ripartì: il prezzo del suo riscatto era stato pagato. Vincenzo, ritenendosi soddisfatto, le giurò che avrebbe cancellato il filmato della sera prima e che avrebbe conservato gelosamente, senza mostrarlo mai a nessuno, in un atto di devozione e rispetto, quello di quel pomeriggio.

Arrivati in stazione Alice scese; Vincenzo e i suoi complici si dileguarono nella folla, lasciandola sola.

Uscita dalla stazione, prese un taxi per tornare a casa. Durante il tragitto, l’iPhone nella sua borsa squillò. Era una videochiamata.

«Ma dove cazzo sei stata?», urlò Alice, attirando lo sguardo del tassista e dando sfogo a una furia che aveva covato dentro per tutto il giorno. Era Linda, che finalmente si degnava di farsi viva.

«Piccola, devi venirmi a prendere a Verona…», si limitò a risponderle la moglie, con un’aria terribilmente stanca e provata. Al suo fianco, quasi priva di conoscenza, c’era una giovane donna bionda. Alice la riconobbe subito: era Simona, la figlia del loro cliente.

«Arrivo!», disse lei determinata. «La prego, si muova», ordinò poi al tassista, porgendogli due banconote da 50 euro per incentivarlo.

«Sì, signora!», obbedì lui, intascando la mancia. Premendo il piede sul pedale dell’acceleratore e ignorando il rosso del semaforo che gli vietava la marcia, il conducente riprese la corsa facendo stridere le gomme sull'asfalto.
scritto il
2026-09-18
60
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Undercover Lady. 3

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.