La lingua
di
fexalox
genere
sentimentali
Ci sono suoni che la bocca italiana non sa fare. Non è questione di volontà, è che i muscoli non li hanno mai imparati, e a quarant'anni imparare un muscolo nuovo è come imparare a camminare all'indietro: si può, ma si vede che ci stai provando. Il suono che non sapevo fare era una specie di ü, che nella sua lingua sta dentro una parola comunissima, una parola che significa soltanto "sopra", e che io per tre mesi ho pronunciato sbagliata in ventotto modi diversi mentre lei mi guardava la bocca con l'attenzione di un medico e mi correggeva, e ogni volta che mi correggeva mi diceva arrotonda le labbra, così, e le arrotondava lei per farmi vedere, e io guardavo quella bocca fare quel gesto e perdevo completamente il filo di cosa stessimo dicendo.
Non ho mai imparato a dirla bene, quella parola. È l'unica cosa di lei che mi è rimasta e che non funziona.
Cominciai per una ragione noiosa. Il lavoro mi mandava all'estero due volte l'anno, e all'estero io ero un uomo intelligente ridotto a fare il gesto della penna in aria per chiedere di firmare. Un collega mi disse che c'era un sito dove si fanno gli scambi: tu insegni la tua lingua a uno, quello insegna la sua a te, un'ora a settimana, gratis, ognuno migliora. Mi registrai una sera di ottobre, senza aspettarmi niente, e la mattina dopo avevo tre risposte. Due erano ragazzi di ventidue anni che volevano imparare l'italiano per una vacanza in Sardegna. La terza era lei.
Il messaggio era corto e senza un solo errore. Diceva: buongiorno, mi chiamo Ilinca, ho trentanove anni, sono in Italia da diciotto mesi per lavoro e il mio italiano è corretto ma non è vivo. Non voglio imparare la grammatica, quella la so meglio di lei. Voglio imparare come si dicono le cose quando non si sta attenti.
Le risposi che era esattamente il modo giusto di dirlo, e che ci vedevamo giovedì.
Ci vedevamo nel bar dentro la biblioteca comunale, quello con i tavolini di formica e la macchina del caffè che fa rumore. Un'ora, il giovedì, dalle sei alle sette: mezz'ora nella sua lingua, mezz'ora nella mia, con il cronometro del telefono appoggiato sul tavolo perché all'inizio eravamo scrupolosi come due ragionieri.
Ilinca era una donna asciutta, di quelle che sembrano più giovani da lontano e più grandi da vicino, con i capelli castani tagliati corti come li tagliano le donne che hanno smesso di volerli gestire. Faceva un lavoro tecnico in una ditta della zona industriale, mi disse quale ma io ho una testa che non tiene queste cose. Portava una fede, e io una anche, e nella prima ora ci scambiammo le informazioni fondamentali con quella franchezza da modulo che hanno le prime volte: sposata da undici anni, un marito che era rimasto nel suo Paese e che sarebbe arrivato quando lei si fosse sistemata, niente figli, non per scelta e non per sfortuna ma per rinvio, che è il terzo modo e il più triste.
Io le raccontai di mia moglie Paola, di mio figlio di dieci anni, della casa con il mutuo, della vita di un uomo di quarantatré anni che nel giro di dieci minuti si riassume tutta e avanza tempo.
Poi cominciammo a fare lezione.
La prima mezz'ora la faceva lei. Mi metteva davanti delle frasi e me le faceva ripetere, e correggeva con una durezza che non mi aspettavo da una donna così composta. No. Ancora. La lingua contro i denti, non contro il palato. Ancora. Mi faceva ripetere una sillaba dodici volte di seguito, e alla dodicesima mi guardava la bocca e diceva quasi, e ricominciavamo.
Nessuno mi guardava la bocca da vent'anni. Questa è una cosa che nessuno ti dice del matrimonio: che a un certo punto le persone che ti amano smettono di guardarti mentre parli. Ti ascoltano, magari, ma non ti guardano. Quella donna, il giovedì, per mezz'ora, guardava esclusivamente la mia bocca, con un'attenzione clinica e totale, e io tornavo a casa con la sensazione di essere stato guardato per la prima volta da quando ero ragazzo.
La seconda mezz'ora la facevo io, ed era il contrario, e fu lì che cominciarono i guai.
Perché io non le insegnavo la grammatica, come mi aveva chiesto. Le insegnavo le cose che si dicono quando non si sta attenti. Le espressioni. I modi di dire. Il perché in italiano si dice "ci sto" per accettare e "ci sta" per dire che una cosa è accettabile, e che cambia tutto per una vocale. Le parole che non si trovano sui libri.
E lei le provava. Le provava ad alta voce, subito, come si prova una scarpa. Prendeva un'espressione che le avevo appena spiegato e la ripeteva due o tre volte con quel suo accento che spostava tutti gli accenti tonici di una sillaba più in là, e ogni volta era leggermente sbagliata, leggermente storta, e quella storture era la cosa più bella che avessi sentito in vita mia. Perché in bocca a lei l'italiano diventava una lingua che non conoscevo. Le parole che io dicevo da quarantatré anni senza pensarci, in bocca sua tornavano oggetti nuovi, girati, con dentro un peso che io avevo perso.
Un giovedì di novembre le insegnai il verbo "mancare", che è un verbo bastardo perché funziona al contrario di come funziona nella maggior parte delle lingue. In italiano non sei tu che manchi qualcuno: è lui che manca a te. Il soggetto è la persona assente.
Le spiegai la costruzione, e lei restò zitta un momento, poi disse: «È crudele.»
«Perché.»
«Perché così la persona che non c'è resta il soggetto. Continua a fare qualcosa. Nella mia lingua sono io che soffro, e lui è solo un complemento. Nella vostra è lui che agisce su di me anche stando lontano.» Girò il cucchiaino nella tazza. «Voi avete pensato bene a questo verbo.»
Non risposi. Scrissi "mi manchi" sul suo quaderno, e mentre lo scrivevo mi accorsi che stavo scrivendo una frase e non un esempio, e che lei l'avrebbe letta come esempio, e che quella era la prima volta in vita mia che nascondevo una cosa vera dentro una cosa finta.
Il quaderno era il nostro terzo personaggio. Un quaderno a quadretti, di quelli da scuola, che teneva lei. A sinistra le parole nella mia lingua, a destra la traduzione nella sua. Ogni giovedì si riempiva di due o tre pagine. E siccome le parole che le insegnavo erano quelle che si dicono quando non si sta attenti, quel quaderno divenne, settimana dopo settimana, un dizionario molto particolare: pieno di espressioni per dire che qualcuno ti piace, per dire che una situazione è complicata, per dire che si sta perdendo tempo, per dire che si vorrebbe restare.
Nessuno dei due lo disse mai. Ma un lessico si sceglie.
A gennaio le lezioni erano diventate un'ora e mezza, e il cronometro non lo mettevamo più. A febbraio cominciammo a fare l'ultima mezz'ora nella sua lingua non per esercizio ma perché lo preferivamo tutti e due.
Questa è la cosa che ho capito quell'inverno e che vorrei riuscire a spiegare bene. In una lingua che non è la tua sei un'altra persona. Sei più semplice, più diretto, più coraggioso: non hai il vocabolario per le sfumature, quindi dici le cose come stanno. Io in italiano sono un uomo che gira intorno alle cose, che le circonda di ironia per non prendersi la responsabilità di averle dette. Nella sua lingua sapevo cinquecento parole e non potevo permettermi di girare intorno a niente. Dicevo: sono stanco. Dicevo: mi piace stare qui. Dicevo: questa è l'ora migliore della mia settimana.
Nella mia lingua non l'avrei mai detto. Nella sua lo dicevo, e non contava, perché non era veramente la mia voce, era la voce goffa di uno che sta imparando, e a uno che sta imparando si perdona tutto.
E lei faceva lo stesso, esattamente lo stesso, al contrario. In italiano diceva cose che non avrebbe detto nella sua lingua. Una sera di febbraio, provando una delle espressioni che le avevo insegnato, disse: «In casa mia adesso c'è troppo silenzio. Ci sta, no?»
E io dovetti spiegarle che no, in quel caso "ci sta" non andava bene, che era un uso sbagliato, e mentre glielo spiegavo lei mi guardava e sorrideva appena, e ho pensato per mesi, e lo penso ancora, che quell'errore l'avesse fatto apposta.
Non ci toccammo mai, se non nel modo in cui ci si tocca in un bar: la mano che passa una penna, le dita che si sfiorano sul quaderno, il cappotto tenuto mentre l'altro infila la manica. Ma c'era una cosa che facevamo, ed era quasi peggio.
La correzione della pronuncia si fa così: la persona che sa dice il suono, la persona che impara lo guarda. Cioè: per mezz'ora a settimana, quella donna mi guardava la bocca. E per un'altra mezz'ora, io guardavo la sua.
Non c'è nessun altro contesto della vita adulta in cui è socialmente accettabile fissare la bocca di una persona per trenta minuti consecutivi. Nessuno. Solo lì. La guardavo formare i suoni italiani con una bocca costruita per un'altra lingua, guardavo le labbra prendere posizioni che non erano le loro, la lingua battere contro i denti dove non era abituata, e ogni tanto lei sbagliava e allora rideva e la bocca si apriva, e io dovevo dire ancora, così, guardami, e lei mi guardava, e provava di nuovo.
Un giovedì di marzo eravamo sulla parola con la ü, quella che significa sopra. Ci provavo da tre mesi.
«No» disse. «Le labbra. Guardi.» Le arrotondò lentamente, tenendo la posizione, e fece il suono, e lo tenne. «Adesso lei.»
Ci provai. Uscì la solita cosa storta.
«No.» Rise piano, e poi fece la cosa. Alzò la mano e con l'indice e il pollice mi toccò gli angoli della bocca, per spingerli in avanti, come si fa a un bambino, come si fa a chiunque, come si fa a nessuno. Due dita, forse due secondi. Fredde, perché nel bar della biblioteca ci sono sempre stati diciotto gradi.
«Così» disse. E lasciò andare.
Feci il suono. Uscì perfetto, la prima e unica volta in tutta la nostra storia. Restammo tutti e due immobili, io con la bocca ancora nella posizione che mi aveva dato lei, lei con la mano tornata sul tavolo, e sentimmo distintamente, tutti e due, la macchina del caffè fare il suo rumore in fondo alla stanza.
«Ecco» disse Ilinca, e prese il quaderno, e cominciò a scrivere qualcosa che non aveva nessun bisogno di scrivere.
Non ci riprovai mai più, quella parola. Non me la fece più provare. Fu l'unica cosa del programma che togliemmo, e la togliemmo senza dircelo, che è il modo in cui si toglievano tutte le cose importanti tra noi.
Ad aprile mi disse che partiva a giugno.
Me lo disse in italiano, e non nella sua lingua, e capii che l'aveva scelto per rendermelo più duro, o forse per rendersi più duro il dirlo. Il marito non sarebbe più venuto. Era il contrario: era lei che tornava. Non c'era un dramma, non c'era un tradimento, non c'era niente da raccontare come si racconta una storia: c'erano due persone sposate da undici anni che avevano tenuto un matrimonio su due Paesi diversi per un anno e mezzo e che avevano deciso che uno dei due doveva smettere di ostinarsi, e la ditta di lui non si spostava e la sua sì.
«Ho chiesto io di rientrare» disse. «Nessuno mi manda via. Lo dico perché la gente pensa sempre che una donna che torna indietro sia stata rimandata.»
«Non l'ho pensato.»
«Lo so» disse. «È per questo che gliel'ho detto lo stesso.»
Continuammo le lezioni fino all'ultimo giovedì di maggio. Furono le più belle e le più inutili, perché tutti e due sapevamo che stavamo insegnando a una persona una lingua che non le sarebbe più servita. Lei tornava in un posto dove nessuno parla italiano. Io non sarei mai andato nel suo Paese. Le parole che le stavo mettendo in bocca erano destinate a non essere dette mai più da nessuno, e lei le imparava lo stesso, con la stessa attenzione, e prendeva appunti sul quaderno a quadretti come se ci fosse un esame.
L'ultimo giovedì le insegnai una sola espressione. Le avevo pensate tutte, quella settimana, tutte quelle che avrei potuto darle come regalo, e alla fine scelsi la più stupida e la più vera, una di quelle che si dicono in Italia senza pensarci, quando ci si saluta e non si sa quando ci si rivede.
Le insegnai "ci si vede".
Le spiegai che è impersonale, che nessuno è il soggetto, che non è una promessa e non è un addio, che si dice quando si vuole lasciare una porta aperta senza impegnare nessuno a niente. Che è un capolavoro di codardia e di speranza insieme, e che è per questo che gli italiani la usano tanto.
Lei la scrisse sul quaderno. Poi chiuse il quaderno, e restò con la mano sopra la copertina.
«C'è una parola nella mia lingua» disse. «Non ve l'ho mai insegnata. Non si può tradurre, e non è vero che tutte le lingue hanno una parola così, la nostra ne ha una sola e questa è quella. Significa il dolore per un posto in cui sei stato felice e in cui non tornerai, ma non è nostalgia, perché la nostalgia riguarda il passato, e questa riguarda il futuro. È il dolore per la mancanza che sai già che avrai.»
«Me la insegni.»
«No» disse Ilinca.
Fu l'unica volta in otto mesi che mi negò una parola.
«Se gliela insegno lei la userà» disse. «E quando una cosa ha un nome comincia a esistere fuori da chi la sente, e io ho bisogno che questa resti dentro di me e basta. Lei ha una moglie e un bambino di dieci anni e una casa con il mutuo. Io ho un marito che mi aspetta all'aeroporto tra tre settimane. Se le do quella parola, lei tra due anni la dirà a qualcuno per spiegare una cosa, e allora questa diventerà una cosa da spiegare.» Si mise il quaderno nella borsa. «Ci sono cose che restano vere solo se restano senza nome. La sua lingua non ce l'ha. La mia sì, e per questo la mia lingua è più pericolosa.»
Non insistetti. Era la cosa più intelligente che mi avesse detto in otto mesi, e la più crudele, e la ringraziai in silenzio per tutte e due le cose.
Ci salutammo davanti alla biblioteca, sotto un albero che aveva appena buttato le foglie nuove. Ci demmo la mano. Poi lei fece un passo avanti e mi diede due baci sulle guance, come si fa in Italia, come le avevo insegnato io a novembre spiegandole che qui si fa così anche tra persone che si conoscono poco, e li diede male, con la goffaggine di chi ha imparato il gesto da adulto, e quella goffaggine mi fece più male di qualsiasi cosa.
«Ci si vede» disse Ilinca, e la disse benissimo, con l'accento giusto, senza un errore.
«Ci si vede.»
Non ci siamo visti.
Il quaderno me lo lasciò. Lo trovai sul tavolino di formica dopo che se n'era andata, appoggiato accanto alla tazza vuota, e per un secondo pensai che l'avesse dimenticato e feci due passi verso la porta per corrergli dietro. Poi capii, e tornai indietro, e mi sedetti, e lo aprii.
Otto mesi. Duecento pagine. A sinistra le parole italiane con la mia calligrafia, a destra le traduzioni con la sua, minuta e inclinata, con le lettere che non ci sono nel nostro alfabeto.
L'ultima pagina è l'unica scritta tutta da lei.
C'è una sola parola, quella che non ha voluto insegnarmi, scritta grande al centro della pagina, nella sua lingua.
E accanto, dove per duecento pagine c'era stata la traduzione, non c'è niente. Uno spazio bianco. Lo ha lasciato vuoto apposta, e lo ha lasciato vuoto sapendo che io avrei potuto cercarla in dieci secondi, quella parola, con il telefono, seduto a quel tavolino, e sapere.
Non l'ho fatto.
Sono passati due anni. Il quaderno sta nel cassetto della scrivania sotto le bollette pagate, in un posto dove Paola non guarda perché nessuno guarda le bollette pagate. Ogni tanto lo apro all'ultima pagina, e guardo quella parola che non so leggere ad alta voce senza sbagliarla, perché contiene il suono che non ho mai imparato a fare, quello che si fa arrotondando le labbra, e che mi è stato insegnato una volta sola da due dita fredde in un bar di biblioteca.
Non l'ho mai cercata. Non la cercherò.
Perché finché non so cosa vuol dire, quella parola è solo una cosa che una donna ha lasciato scritta per me. Se la traduco diventa una diagnosi, e io mi ritrovo un uomo di quarantacinque anni con una moglie, un figlio, un mutuo, e il nome esatto di quello che ha perso.
Ci sono lingue che è meglio non imparare fino in fondo. E c'è una sola cosa che ho capito davvero in otto mesi di giovedì: che si può dire tutto a una persona, assolutamente tutto, purché lo si dica in una lingua in cui non si è del tutto se stessi.
Non ho mai imparato a dirla bene, quella parola. È l'unica cosa di lei che mi è rimasta e che non funziona.
Cominciai per una ragione noiosa. Il lavoro mi mandava all'estero due volte l'anno, e all'estero io ero un uomo intelligente ridotto a fare il gesto della penna in aria per chiedere di firmare. Un collega mi disse che c'era un sito dove si fanno gli scambi: tu insegni la tua lingua a uno, quello insegna la sua a te, un'ora a settimana, gratis, ognuno migliora. Mi registrai una sera di ottobre, senza aspettarmi niente, e la mattina dopo avevo tre risposte. Due erano ragazzi di ventidue anni che volevano imparare l'italiano per una vacanza in Sardegna. La terza era lei.
Il messaggio era corto e senza un solo errore. Diceva: buongiorno, mi chiamo Ilinca, ho trentanove anni, sono in Italia da diciotto mesi per lavoro e il mio italiano è corretto ma non è vivo. Non voglio imparare la grammatica, quella la so meglio di lei. Voglio imparare come si dicono le cose quando non si sta attenti.
Le risposi che era esattamente il modo giusto di dirlo, e che ci vedevamo giovedì.
Ci vedevamo nel bar dentro la biblioteca comunale, quello con i tavolini di formica e la macchina del caffè che fa rumore. Un'ora, il giovedì, dalle sei alle sette: mezz'ora nella sua lingua, mezz'ora nella mia, con il cronometro del telefono appoggiato sul tavolo perché all'inizio eravamo scrupolosi come due ragionieri.
Ilinca era una donna asciutta, di quelle che sembrano più giovani da lontano e più grandi da vicino, con i capelli castani tagliati corti come li tagliano le donne che hanno smesso di volerli gestire. Faceva un lavoro tecnico in una ditta della zona industriale, mi disse quale ma io ho una testa che non tiene queste cose. Portava una fede, e io una anche, e nella prima ora ci scambiammo le informazioni fondamentali con quella franchezza da modulo che hanno le prime volte: sposata da undici anni, un marito che era rimasto nel suo Paese e che sarebbe arrivato quando lei si fosse sistemata, niente figli, non per scelta e non per sfortuna ma per rinvio, che è il terzo modo e il più triste.
Io le raccontai di mia moglie Paola, di mio figlio di dieci anni, della casa con il mutuo, della vita di un uomo di quarantatré anni che nel giro di dieci minuti si riassume tutta e avanza tempo.
Poi cominciammo a fare lezione.
La prima mezz'ora la faceva lei. Mi metteva davanti delle frasi e me le faceva ripetere, e correggeva con una durezza che non mi aspettavo da una donna così composta. No. Ancora. La lingua contro i denti, non contro il palato. Ancora. Mi faceva ripetere una sillaba dodici volte di seguito, e alla dodicesima mi guardava la bocca e diceva quasi, e ricominciavamo.
Nessuno mi guardava la bocca da vent'anni. Questa è una cosa che nessuno ti dice del matrimonio: che a un certo punto le persone che ti amano smettono di guardarti mentre parli. Ti ascoltano, magari, ma non ti guardano. Quella donna, il giovedì, per mezz'ora, guardava esclusivamente la mia bocca, con un'attenzione clinica e totale, e io tornavo a casa con la sensazione di essere stato guardato per la prima volta da quando ero ragazzo.
La seconda mezz'ora la facevo io, ed era il contrario, e fu lì che cominciarono i guai.
Perché io non le insegnavo la grammatica, come mi aveva chiesto. Le insegnavo le cose che si dicono quando non si sta attenti. Le espressioni. I modi di dire. Il perché in italiano si dice "ci sto" per accettare e "ci sta" per dire che una cosa è accettabile, e che cambia tutto per una vocale. Le parole che non si trovano sui libri.
E lei le provava. Le provava ad alta voce, subito, come si prova una scarpa. Prendeva un'espressione che le avevo appena spiegato e la ripeteva due o tre volte con quel suo accento che spostava tutti gli accenti tonici di una sillaba più in là, e ogni volta era leggermente sbagliata, leggermente storta, e quella storture era la cosa più bella che avessi sentito in vita mia. Perché in bocca a lei l'italiano diventava una lingua che non conoscevo. Le parole che io dicevo da quarantatré anni senza pensarci, in bocca sua tornavano oggetti nuovi, girati, con dentro un peso che io avevo perso.
Un giovedì di novembre le insegnai il verbo "mancare", che è un verbo bastardo perché funziona al contrario di come funziona nella maggior parte delle lingue. In italiano non sei tu che manchi qualcuno: è lui che manca a te. Il soggetto è la persona assente.
Le spiegai la costruzione, e lei restò zitta un momento, poi disse: «È crudele.»
«Perché.»
«Perché così la persona che non c'è resta il soggetto. Continua a fare qualcosa. Nella mia lingua sono io che soffro, e lui è solo un complemento. Nella vostra è lui che agisce su di me anche stando lontano.» Girò il cucchiaino nella tazza. «Voi avete pensato bene a questo verbo.»
Non risposi. Scrissi "mi manchi" sul suo quaderno, e mentre lo scrivevo mi accorsi che stavo scrivendo una frase e non un esempio, e che lei l'avrebbe letta come esempio, e che quella era la prima volta in vita mia che nascondevo una cosa vera dentro una cosa finta.
Il quaderno era il nostro terzo personaggio. Un quaderno a quadretti, di quelli da scuola, che teneva lei. A sinistra le parole nella mia lingua, a destra la traduzione nella sua. Ogni giovedì si riempiva di due o tre pagine. E siccome le parole che le insegnavo erano quelle che si dicono quando non si sta attenti, quel quaderno divenne, settimana dopo settimana, un dizionario molto particolare: pieno di espressioni per dire che qualcuno ti piace, per dire che una situazione è complicata, per dire che si sta perdendo tempo, per dire che si vorrebbe restare.
Nessuno dei due lo disse mai. Ma un lessico si sceglie.
A gennaio le lezioni erano diventate un'ora e mezza, e il cronometro non lo mettevamo più. A febbraio cominciammo a fare l'ultima mezz'ora nella sua lingua non per esercizio ma perché lo preferivamo tutti e due.
Questa è la cosa che ho capito quell'inverno e che vorrei riuscire a spiegare bene. In una lingua che non è la tua sei un'altra persona. Sei più semplice, più diretto, più coraggioso: non hai il vocabolario per le sfumature, quindi dici le cose come stanno. Io in italiano sono un uomo che gira intorno alle cose, che le circonda di ironia per non prendersi la responsabilità di averle dette. Nella sua lingua sapevo cinquecento parole e non potevo permettermi di girare intorno a niente. Dicevo: sono stanco. Dicevo: mi piace stare qui. Dicevo: questa è l'ora migliore della mia settimana.
Nella mia lingua non l'avrei mai detto. Nella sua lo dicevo, e non contava, perché non era veramente la mia voce, era la voce goffa di uno che sta imparando, e a uno che sta imparando si perdona tutto.
E lei faceva lo stesso, esattamente lo stesso, al contrario. In italiano diceva cose che non avrebbe detto nella sua lingua. Una sera di febbraio, provando una delle espressioni che le avevo insegnato, disse: «In casa mia adesso c'è troppo silenzio. Ci sta, no?»
E io dovetti spiegarle che no, in quel caso "ci sta" non andava bene, che era un uso sbagliato, e mentre glielo spiegavo lei mi guardava e sorrideva appena, e ho pensato per mesi, e lo penso ancora, che quell'errore l'avesse fatto apposta.
Non ci toccammo mai, se non nel modo in cui ci si tocca in un bar: la mano che passa una penna, le dita che si sfiorano sul quaderno, il cappotto tenuto mentre l'altro infila la manica. Ma c'era una cosa che facevamo, ed era quasi peggio.
La correzione della pronuncia si fa così: la persona che sa dice il suono, la persona che impara lo guarda. Cioè: per mezz'ora a settimana, quella donna mi guardava la bocca. E per un'altra mezz'ora, io guardavo la sua.
Non c'è nessun altro contesto della vita adulta in cui è socialmente accettabile fissare la bocca di una persona per trenta minuti consecutivi. Nessuno. Solo lì. La guardavo formare i suoni italiani con una bocca costruita per un'altra lingua, guardavo le labbra prendere posizioni che non erano le loro, la lingua battere contro i denti dove non era abituata, e ogni tanto lei sbagliava e allora rideva e la bocca si apriva, e io dovevo dire ancora, così, guardami, e lei mi guardava, e provava di nuovo.
Un giovedì di marzo eravamo sulla parola con la ü, quella che significa sopra. Ci provavo da tre mesi.
«No» disse. «Le labbra. Guardi.» Le arrotondò lentamente, tenendo la posizione, e fece il suono, e lo tenne. «Adesso lei.»
Ci provai. Uscì la solita cosa storta.
«No.» Rise piano, e poi fece la cosa. Alzò la mano e con l'indice e il pollice mi toccò gli angoli della bocca, per spingerli in avanti, come si fa a un bambino, come si fa a chiunque, come si fa a nessuno. Due dita, forse due secondi. Fredde, perché nel bar della biblioteca ci sono sempre stati diciotto gradi.
«Così» disse. E lasciò andare.
Feci il suono. Uscì perfetto, la prima e unica volta in tutta la nostra storia. Restammo tutti e due immobili, io con la bocca ancora nella posizione che mi aveva dato lei, lei con la mano tornata sul tavolo, e sentimmo distintamente, tutti e due, la macchina del caffè fare il suo rumore in fondo alla stanza.
«Ecco» disse Ilinca, e prese il quaderno, e cominciò a scrivere qualcosa che non aveva nessun bisogno di scrivere.
Non ci riprovai mai più, quella parola. Non me la fece più provare. Fu l'unica cosa del programma che togliemmo, e la togliemmo senza dircelo, che è il modo in cui si toglievano tutte le cose importanti tra noi.
Ad aprile mi disse che partiva a giugno.
Me lo disse in italiano, e non nella sua lingua, e capii che l'aveva scelto per rendermelo più duro, o forse per rendersi più duro il dirlo. Il marito non sarebbe più venuto. Era il contrario: era lei che tornava. Non c'era un dramma, non c'era un tradimento, non c'era niente da raccontare come si racconta una storia: c'erano due persone sposate da undici anni che avevano tenuto un matrimonio su due Paesi diversi per un anno e mezzo e che avevano deciso che uno dei due doveva smettere di ostinarsi, e la ditta di lui non si spostava e la sua sì.
«Ho chiesto io di rientrare» disse. «Nessuno mi manda via. Lo dico perché la gente pensa sempre che una donna che torna indietro sia stata rimandata.»
«Non l'ho pensato.»
«Lo so» disse. «È per questo che gliel'ho detto lo stesso.»
Continuammo le lezioni fino all'ultimo giovedì di maggio. Furono le più belle e le più inutili, perché tutti e due sapevamo che stavamo insegnando a una persona una lingua che non le sarebbe più servita. Lei tornava in un posto dove nessuno parla italiano. Io non sarei mai andato nel suo Paese. Le parole che le stavo mettendo in bocca erano destinate a non essere dette mai più da nessuno, e lei le imparava lo stesso, con la stessa attenzione, e prendeva appunti sul quaderno a quadretti come se ci fosse un esame.
L'ultimo giovedì le insegnai una sola espressione. Le avevo pensate tutte, quella settimana, tutte quelle che avrei potuto darle come regalo, e alla fine scelsi la più stupida e la più vera, una di quelle che si dicono in Italia senza pensarci, quando ci si saluta e non si sa quando ci si rivede.
Le insegnai "ci si vede".
Le spiegai che è impersonale, che nessuno è il soggetto, che non è una promessa e non è un addio, che si dice quando si vuole lasciare una porta aperta senza impegnare nessuno a niente. Che è un capolavoro di codardia e di speranza insieme, e che è per questo che gli italiani la usano tanto.
Lei la scrisse sul quaderno. Poi chiuse il quaderno, e restò con la mano sopra la copertina.
«C'è una parola nella mia lingua» disse. «Non ve l'ho mai insegnata. Non si può tradurre, e non è vero che tutte le lingue hanno una parola così, la nostra ne ha una sola e questa è quella. Significa il dolore per un posto in cui sei stato felice e in cui non tornerai, ma non è nostalgia, perché la nostalgia riguarda il passato, e questa riguarda il futuro. È il dolore per la mancanza che sai già che avrai.»
«Me la insegni.»
«No» disse Ilinca.
Fu l'unica volta in otto mesi che mi negò una parola.
«Se gliela insegno lei la userà» disse. «E quando una cosa ha un nome comincia a esistere fuori da chi la sente, e io ho bisogno che questa resti dentro di me e basta. Lei ha una moglie e un bambino di dieci anni e una casa con il mutuo. Io ho un marito che mi aspetta all'aeroporto tra tre settimane. Se le do quella parola, lei tra due anni la dirà a qualcuno per spiegare una cosa, e allora questa diventerà una cosa da spiegare.» Si mise il quaderno nella borsa. «Ci sono cose che restano vere solo se restano senza nome. La sua lingua non ce l'ha. La mia sì, e per questo la mia lingua è più pericolosa.»
Non insistetti. Era la cosa più intelligente che mi avesse detto in otto mesi, e la più crudele, e la ringraziai in silenzio per tutte e due le cose.
Ci salutammo davanti alla biblioteca, sotto un albero che aveva appena buttato le foglie nuove. Ci demmo la mano. Poi lei fece un passo avanti e mi diede due baci sulle guance, come si fa in Italia, come le avevo insegnato io a novembre spiegandole che qui si fa così anche tra persone che si conoscono poco, e li diede male, con la goffaggine di chi ha imparato il gesto da adulto, e quella goffaggine mi fece più male di qualsiasi cosa.
«Ci si vede» disse Ilinca, e la disse benissimo, con l'accento giusto, senza un errore.
«Ci si vede.»
Non ci siamo visti.
Il quaderno me lo lasciò. Lo trovai sul tavolino di formica dopo che se n'era andata, appoggiato accanto alla tazza vuota, e per un secondo pensai che l'avesse dimenticato e feci due passi verso la porta per corrergli dietro. Poi capii, e tornai indietro, e mi sedetti, e lo aprii.
Otto mesi. Duecento pagine. A sinistra le parole italiane con la mia calligrafia, a destra le traduzioni con la sua, minuta e inclinata, con le lettere che non ci sono nel nostro alfabeto.
L'ultima pagina è l'unica scritta tutta da lei.
C'è una sola parola, quella che non ha voluto insegnarmi, scritta grande al centro della pagina, nella sua lingua.
E accanto, dove per duecento pagine c'era stata la traduzione, non c'è niente. Uno spazio bianco. Lo ha lasciato vuoto apposta, e lo ha lasciato vuoto sapendo che io avrei potuto cercarla in dieci secondi, quella parola, con il telefono, seduto a quel tavolino, e sapere.
Non l'ho fatto.
Sono passati due anni. Il quaderno sta nel cassetto della scrivania sotto le bollette pagate, in un posto dove Paola non guarda perché nessuno guarda le bollette pagate. Ogni tanto lo apro all'ultima pagina, e guardo quella parola che non so leggere ad alta voce senza sbagliarla, perché contiene il suono che non ho mai imparato a fare, quello che si fa arrotondando le labbra, e che mi è stato insegnato una volta sola da due dita fredde in un bar di biblioteca.
Non l'ho mai cercata. Non la cercherò.
Perché finché non so cosa vuol dire, quella parola è solo una cosa che una donna ha lasciato scritta per me. Se la traduco diventa una diagnosi, e io mi ritrovo un uomo di quarantacinque anni con una moglie, un figlio, un mutuo, e il nome esatto di quello che ha perso.
Ci sono lingue che è meglio non imparare fino in fondo. E c'è una sola cosa che ho capito davvero in otto mesi di giovedì: che si può dire tutto a una persona, assolutamente tutto, purché lo si dica in una lingua in cui non si è del tutto se stessi.
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