Il muro

di
genere
sentimentali

I muri delle case costruite in fretta sono di cartongesso e di aria. Lo si scopre solo quando ci si abita, perché quando li visiti sono bianchi e dritti come tutti gli altri, e nessuno ti dice che quella parete lì, quella dietro la testiera del letto, è spessa nove centimetri e dentro non ha niente. Ci ho appeso un quadro, i primi tempi, e il chiodo è entrato come nel burro fino in fondo, e ho sentito il rumore che faceva dall'altra parte, un tonf sordo dentro il vuoto, e ho pensato: ecco, questa casa è fatta di niente.
Ci ho messo due anni a capire che quel niente era la cosa migliore che avessi.
La casa la comprammo nel duemilaventidue, io e Sandro, con un mutuo a trent'anni e la soddisfazione di due persone che a quarant'anni riescono finalmente a smettere di pagare l'affitto. Una palazzina nuova in una zona nuova, sei appartamenti, il parcheggio sotto, il verde condominiale che sarebbe cresciuto. Ci abbiamo messo dentro tutto quello che avevamo. Anche il resto, che è la parte che nessuno mette a bilancio: il fatto che comprare casa insieme è il modo in cui le coppie che non stanno più benissimo si danno una ragione per continuare. Non si dice, ma è così. Firmi trent'anni di mutuo e per trent'anni hai una risposta pronta alla domanda cosa ci facciamo insieme.
La camera da letto confina con la camera da letto dell'appartamento accanto. Nove centimetri di cartongesso, e su quei nove centimetri, nella mia vita, si è giocato tutto.

Lui arrivò a settembre. Sentii il trasloco, ovviamente, un sabato intero di rumori. E poi, la prima notte, sentii il resto.
Non dormiva. Questo fu subito chiaro, dalla prima settimana. Lo sentivo alzarsi alle tre, alle quattro, camminare in corridoio, aprire il rubinetto, tornare a letto e rigirarsi. E siccome anch'io in quel periodo dormivo male, per ragioni mie che non c'entravano niente, mi ritrovai a fare una cosa che non avevo mai fatto: ad ascoltare la vita di uno sconosciuto attraverso una parete, di notte, mentre mio marito russava piano accanto a me.
Non c'era niente di indecente, sia chiaro. Non sentivo conversazioni, non sentivo intimità. La casa era vuota di persone: viveva solo. Sentivo un uomo solo che non dormiva, e il suono di un uomo solo che non dorme è una delle cose più riconoscibili che ci siano, perché è fatto di passi che non vanno da nessuna parte.
Ci parlammo per la prima volta a novembre, sul pianerottolo, ed è ridicolo dirlo così perché durò novanta secondi. Stavo cercando le chiavi, lui usciva.
«Lei è quella accanto.»
«Sono quella accanto.»
«Mi scusi se faccio rumore la notte. Ho un problema.»
«Non fa rumore» mentii. E poi, non so perché, aggiunsi: «E comunque sono sveglia anch'io.»
Mi guardò. Aveva sui cinquant'anni, la faccia consumata di chi ha perso peso in poco tempo, e in quel momento non ci fu nessun colpo di fulmine, nessuna scintilla, nessuna delle cose che si scrivono. Ci fu solo il riconoscimento di due animali della stessa specie.
«Buonanotte allora» disse, alle undici del mattino.
E rise, e io risi, e andò via.

La prima volta che parlammo attraverso il muro fu un incidente.
Era dicembre, una notte in cui non dormivo per conto mio. Sandro era via, un corso di aggiornamento a Bologna, tre giorni. Ero sveglia alle due, con la luce spenta, seduta contro la testiera, e dall'altra parte sentii i soliti passi, il rubinetto, il letto.
E poi lo sentii tossire, e mi uscì di dire: «Salute.»
Non l'avevo pensato. Era una cosa detta a voce normale in una stanza vuota, e il senso era: nessuno mi sente. Invece dopo tre secondi arrivò, attutita ma perfettamente comprensibile, la sua voce.
«Grazie.»
Restai immobile con il cuore che andava.
«Mi sente?» dissi, più piano.
«La sento benissimo. Da settembre.»
Ci fu una pausa in cui tutti e due, credo, facemmo l'inventario mentale di tutto quello che avevamo detto ad alta voce in camera da letto negli ultimi tre mesi, e tutti e due, credo, arrivammo alla conclusione che poteva andare peggio.
«Questo palazzo è una vergogna» dissi.
«Questo palazzo è una vergogna» confermò lui.
E cominciammo a parlare.

Andò avanti un anno e mezzo. Un anno e mezzo di notti, o meglio delle notti in cui era possibile: quando Sandro era via, che era spesso, perché il suo lavoro lo portava fuori due o tre volte al mese, e quando dormiva profondamente, il che voleva dire mai, perché non me lo sarei mai permesso. Diciamo una notte a settimana, a volte due, a volte nessuna per tre settimane di fila.
Il meccanismo era sempre lo stesso. Io mi mettevo seduta contro la testiera del letto, che era addossata al muro. Lui, dall'altra parte, faceva lo stesso, perché le camere erano speculari e i letti erano nella stessa posizione, per forza, perché in quelle stanze non c'è nessun altro posto dove metterlo. Quindi le nostre due teste stavano appoggiate allo stesso muro, alla stessa altezza, a nove centimetri di distanza. Ci parlavamo a voce bassa e ci sentivamo perfettamente.
Nove centimetri. Per un anno e mezzo, la mia testa e la sua sono state per ore a nove centimetri di distanza, e in un anno e mezzo non l'ho mai toccato, e non ho mai visto la stanza in cui era seduto.
Si chiamava Federico. Aveva cinquantadue anni. Era arrivato lì dopo che sua moglie era morta a marzo, quarantanove anni, quella malattia lì, quattordici mesi dalla diagnosi. Aveva venduto la casa dove avevano vissuto vent'anni perché non riusciva più a entrare in cucina, letteralmente non riusciva, si fermava sulla porta, e aveva comprato quel bilocale nuovo in un palazzo nuovo in una zona nuova dove non c'era il ricordo di niente. Due figli grandi, uno a Berlino e uno a Torino, che chiamavano la domenica.
Non me lo raccontò subito. Ci mise settimane, a pezzi, come si raccontano queste cose. E io ascoltai. E poi, un po' alla volta, cominciai a raccontare io.

Questa è la parte che devo scrivere bene, perché è la sola cosa che conta.
Io a quel muro ho detto cose che non ho mai detto a nessun essere umano guardandolo in faccia. Ho detto che non ero innamorata di mio marito da almeno sei anni, e che non era colpa sua, e che gli volevo bene, e che le due cose stanno insieme benissimo ed è per questo che è così difficile andarsene. Ho detto che a diciannove anni ho fatto una cosa di cui non ho mai parlato con nessuno e che l'ho raccontata a un muro alle tre di notte a un uomo di cui non conoscevo il cognome. Ho detto che a volte, guidando, penso a quanto sarebbe facile girare il volante.
Non le avrei mai dette a una faccia. È questa la cosa che ho imparato in quell'anno e mezzo: che le facce impediscono. Quando parli a una faccia, tu stai guardando quella faccia mentre ricevi la tua confessione, e vedi la reazione mentre parli, e a metà frase ti aggiusti, ammorbidisci, ti proteggi. Non lo fai apposta. Lo fa il corpo da solo.
Con un muro davanti, no. Con un muro davanti non c'è niente da guardare, e allora dici tutto, e lo dici nell'ordine sbagliato e senza le precauzioni, e per la prima volta in vita tua senti come suona la verità sulla tua stessa voce.
Lui faceva lo stesso. Mi ha detto delle cose sul lutto che non erano dicibili altrove. Mi ha detto che a volte era sollevato, e mi ha detto che si odiava per esserlo. Mi ha detto che nei quattordici mesi c'era stata una settimana in cui aveva desiderato che finisse, e che quella settimana era la cosa che si sarebbe portato nella tomba, e che non l'avrebbe mai potuta dire a nessuno che avesse conosciuto sua moglie, cioè a nessuno.
Poi disse: «Ma lei non l'ha conosciuta. Ecco perché posso dirglielo. Lei è l'unica persona al mondo che non sa chi era.»

E il resto?
Il resto c'era, e non lo dicemmo mai, e stava in cose piccolissime.
Stava nel fatto che a un certo punto, quando io stavo per raccontare qualcosa di difficile, lui bussava. Una volta sola, con le nocche, piano, sul muro. Voleva dire: sono qui. Era il nostro unico contatto fisico possibile, un colpo di nocche su nove centimetri di cartongesso, e ogni volta che lo sentivo mi passava una scossa dalla nuca alla schiena come se mi avesse toccata davvero.
Stava nel fatto che avevo cominciato a dormire dalla parte del muro, e che prima dormivo dall'altra, e che spostai il mio comodino senza dire niente a nessuno.
Stava nella sua voce, che si abbassava quando parlava a lungo, e diventava roca alle quattro di notte, e in quella roca c'era un'intimità che nessun contatto avrebbe potuto aumentare.
E stava, soprattutto, in una cosa che successe a marzo del secondo anno.
Stavamo parlando di niente. Io ero girata sul fianco, con la guancia appoggiata al muro, cosa che facevo spesso perché il cartongesso è tiepido, non è freddo come il cemento, e a un certo punto lui si fermò a metà di una frase e disse:
«Posso chiederle una cosa che non le chiederò mai più?»
«Sì.»
«Dov'è adesso.»
Capii che non stava chiedendo in che stanza.
«Sono girata su un fianco» dissi. «Con la faccia contro il muro.»
Silenzio.
«Che altezza?» disse lui.
Ci misi la mano. «Cinquanta centimetri sopra il materasso. Un po' più a destra della presa della corrente, che dovrebbe essere nella stessa posizione anche da lei.»
Sentii che si muoveva. Sentii lo scricchiolio del suo letto, un fruscio di lenzuola.
E poi sentii, esattamente in quel punto, sotto la mia guancia, un colpo. Uno solo, delle nocche, dall'altra parte, a un centimetro dalla mia faccia.
Rimasi ferma. Sentivo il cartongesso sotto la guancia e sapevo che lui era lì, con la testa nella mia stessa posizione, girato verso di me, con la sua faccia a nove centimetri dalla mia, e che stavamo respirando l'uno verso l'altra attraverso un muro che non era neanche un muro.
Non parlammo per parecchio.
«Buonanotte» disse alla fine, con una voce diversa da tutte le altre.
«Buonanotte.»
Non lo rifacemmo mai più. Non ne parlammo mai più. È l'unica cosa che ci siamo fatti in un anno e mezzo, ed è successa una volta sola, e mi basta ancora adesso.

Non ci incontrammo quasi mai di persona, e quando succedeva era una specie di tortura comica. Sul pianerottolo, davanti alle cassette della posta, al parcheggio. Ci dicevamo buongiorno, come va, brutta giornata eh. Educati, distanti, corretti. Due estranei che si erano detti tutto e che davanti a un vicino con il cane parlavano del riscaldamento centralizzato.
Una volta ci trovammo in ascensore insieme, sei piani, quaranta secondi. Ci guardammo nello specchio, che è il modo in cui ci si guarda in ascensore, e non dicemmo assolutamente niente per quaranta secondi, e quando le porte si aprirono lui disse «prego» e io uscii, e quella sera, attraverso il muro, ridemmo tutti e due per dieci minuti come due ragazzini.
«Siamo patetici» dissi.
«Siamo salvi» disse lui. «È diverso.»

La fine arrivò a giugno, e arrivò dalla parte da cui non me l'aspettavo.
«Vado via» disse una notte. «Ho venduto.»
Ero seduta contro la testiera. Non risposi.
«Torino» disse. «Mio figlio ha avuto una bambina a febbraio. Mi hanno chiesto se andavo, e all'inizio ho detto di no, e poi ci ho pensato tre mesi.» Fece una pausa. «Ho detto di sì la settimana scorsa. Non gliel'ho detto subito perché sapevo che dirglielo lo rendeva vero.»
«È la cosa giusta» dissi, e mi uscì una voce che non riconobbi.
«Lo so che è la cosa giusta. È per questo che la faccio. Se fosse la cosa sbagliata sarebbe molto più semplice.»
Restammo zitti.
Poi disse la cosa. Quella che sapevo che sarebbe arrivata prima o poi, che aspettavo da un anno e mezzo con una parte di me e temevo con tutte le altre.
«C'è un modo perché questo non finisca» disse. «Lo sappiamo tutti e due. Basta che io le dia un numero, o un indirizzo, o che lei una sera bussi alla mia porta invece che al muro. Sono tre metri di pianerottolo. Le ho contati.»
«Federico.»
«La lasci finire. Lo dico una volta sola e poi non ne parliamo più.» Il suo respiro attraverso il muro. «Io a lei le voglio bene in un modo che non so nemmeno come chiamare, perché non ho un nome per una cosa che non ha mai avuto un corpo. E se lei stanotte bussa alla mia porta, io la faccio entrare, e da domani lei è una donna che tradisce suo marito e io sono l'uomo con cui lo fa. E lo saremmo per il resto della vita, anche se durasse vent'anni, anche se lei lasciasse Sandro e ci sposassimo: saremmo sempre e comunque quelli che hanno cominciato così.»
«Lo so.»
«E poi c'è l'altra cosa» disse. «Che è peggio. Se ci vediamo, io non posso più raccontarle quello che le ho raccontato. Quella settimana lì, quella dei quattordici mesi. Gliel'ho potuta dire perché lei non era una persona, era una parete. Se lei diventa una donna con una faccia dentro casa mia, io me la devo riprendere indietro tutta quella roba, e non posso, non ce la faccio a averla detta a qualcuno che poi mi guarda mentre faccio il caffè.»
Piangevo, in silenzio, con la faccia contro il muro, e lui non poteva saperlo e lo sapeva benissimo.
«Va bene» dissi.
«Va bene?»
«Va bene. Non busso.»

Traslocò il ventidue di giugno. Sentii tutto: gli scatoloni, i tizi della ditta, i mobili smontati. Passai la giornata fuori casa perché non ce la facevo a starci dentro, e quando tornai la sera l'appartamento accanto era vuoto e lo si sentiva, perché le case vuote suonano diverse, hanno un'eco che le case abitate non hanno.
Quella notte mi misi seduta contro la testiera per abitudine, come una cretina, e dall'altra parte non c'era niente, e il niente di nove centimetri che per un anno e mezzo era stato la cosa migliore della mia vita tornò a essere semplicemente un muro fatto male.
Il giorno prima di andarsene, il ventuno, ci parlammo per l'ultima volta.
«Le lascio una cosa» disse. «Non è un regalo, non si preoccupi. Non è niente che lei debba nascondere.»
«Cosa.»
«La troverà.»
La trovai due giorni dopo, e non fu facile trovarla, perché non era nella cassetta della posta né sotto la porta né in nessuno dei posti in cui uno cerca.
Era sul muro.
Nel punto esatto in cui una notte di marzo aveva bussato a un centimetro dalla mia guancia, sul suo lato del muro, aveva scritto qualcosa a matita. E naturalmente io questo non lo potevo sapere e non lo potevo vedere, perché era dall'altra parte, dentro un appartamento che adesso era vuoto e in vendita.
Lo seppi perché me lo disse l'agenzia.
Andai a vederlo. Chiamai il numero del cartello e dissi che ero la vicina e che ero interessata per un parente, che è una bugia che si dice benissimo, e una ragazza con la cartellina mi ci portò dentro un martedì mattina, in un appartamento vuoto identico al mio e speculare, con le tracce chiare sul parquet dove erano stati i mobili.
Andai in camera da letto. C'era ancora il segno del suo letto sul pavimento, contro la parete.
E sul muro, a cinquanta centimetri da terra, un po' a sinistra della presa, c'era una riga a matita. Piccola, scritta con una mano non ferma, in un punto dove nessuno guarda mai perché è coperto dalla testiera di un letto.
La ragazza dell'agenzia era in cucina a parlare al telefono.
Lessi la riga. Ci misi la mano sopra, il palmo aperto, e restai così un momento con la fronte appoggiata al muro dalla parte sbagliata, cioè dalla sua, e per la prima e unica volta in un anno e mezzo fui io quella dall'altra parte.
Non la scrivo, quella riga. Non perché sia chissà cosa: sono sei parole, e non c'è dentro niente che un tribunale potrebbe usare. Ma erano le sei parole che non ci eravamo mai detti, e le ha scritte nel solo posto del mondo dove sarebbero state al sicuro: su un muro che stava per essere coperto dal letto di qualcun altro.

L'appartamento l'ha comprato una coppia giovane con un bambino piccolo. Sono gentilissimi. Il bambino piange qualche volta di notte, e io lo sento benissimo, perché quel muro è di cartongesso e di aria e non è cambiato niente.
Hanno messo il letto nell'unico posto dove ci sta, cioè contro quella parete. Le sei parole sono lì sotto, a cinquanta centimetri da terra, dietro la loro testiera, e ci resteranno finché quel palazzo starà in piedi, e nessuno le leggerà mai più, e io sono l'unica persona viva che sa che ci sono.
Io e Sandro stiamo ancora insieme. Le cose vanno come vanno. Certe notti, quando lui è via, mi metto seduta contro la testiera del letto come facevo allora, e appoggio la guancia al cartongesso, che è tiepido, e sento respirare una famiglia intera che non sa niente di me.
E ogni tanto, senza nessuna ragione, batto un colpo solo con le nocche.
Non risponde nessuno. È esattamente il motivo per cui lo faccio.
scritto il
2026-09-03
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