Capitolo 23 • I
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Settimana dal 24 al 26 Agosto
24 Agosto 2026
Durante il viaggio di ritorno in treno, quella mattina, aprii il tablet e ripresi a scrivere.
Quel week end non avevo avuto modo di raccontare le giornate della fiera, visto che la sera, una volta rientrata in hotel, ero sempre troppo stanca per mettermi a scrivere e finivo praticamente subito a letto. Così approfittai dell'ora di viaggio per completare l'ultima parte del capitolo precedente.
Rileggendo quello che avevo scritto nei giorni precedenti, aggiunsi gli ultimi dettagli della fiera e sistemai le parti che avevo lasciato in sospeso.
Quando mancava poco all'arrivo, controllai un'ultima volta il testo e lo mandai in pubblicazione, poco prima che il treno arrivasse a Cagliari.
Fu proprio in quel momento che il telefono vibrò.
M. Marco:
"Questa settimana non dovrai presentarti da me le mattine"
Rimasi qualche secondo a guardare lo schermo. Dopo più di due settimane in cui quella routine aveva scandito le mie giornate, leggere quelle parole mi fece uno strano effetto. Poco dopo arrivò un secondo messaggio.
M. Marco:
"E la sessione di mercoledì, salta. La recupereremo sabato nella mezza mattinata. Fatti trovare alle 9, alla casa a mare"
Alice:
"Va bene, Padrone"
Riposi il telefono e tornai a guardare fuori dal finestrino.
Una volta arrivata, trovai mio padre ad aspettarmi in stazione. Lo salutai e insieme tornammo a casa, dove sistemai la valigia e mi concessi qualche ora di riposo prima di prepararmi per il turno, visto che alle 16 avrei iniziato a lavorare.
Il pomeriggio trascorse normalmente e, mentre aspettavo che arrivasse sera per chiudere il negozio, non potevo fare a meno di pensare al giorno successivo. Il giorno in cui avrei rivisto Marco dopo quello che era successo l'ultima volta.
25 Agosto 2026
La sveglia suonò comunque presto. Anche se l'appuntamento con Marco era stato spostato al pomeriggio, decisi di mantenere la vecchia routine che avevo seguito all'inizio del percorso, ormai 4 mesi fa: alzarmi presto, assumere la posizione che mi era stata indicata, scattare la foto e portare a termine i compiti che mi erano stati assegnati.
Terminato tutto, mi preparai e alle 9 ero già al lavoro.
Durante il turno cercai di concentrarmi, ma ogni tanto mi tornava in mente il suo messaggio. Mi aveva anticipato che avremmo parlato del compleanno di Lorenzo e che ci sarebbero state delle conseguenze per aver bevuto troppo e per essermi messa in una situazione rischiosa. Ma non sapevo ancora cosa intendesse esattamente, e quel non sapere mi creava un po' di agitazione.
Alle 14 terminai il turno e tornai a casa. Pranzai velocemente, poi salii in camera per prepararmi. Scelsi con attenzione cosa indossare. Alla fine optai per il completo intimo color vinaccia, con parti trasparenti ricamate a fiori e un reggicalze coordinato. Sopra indossai un abito lungo fino al ginocchio, svasato, con scollo a V e mezze maniche, caratterizzato da un motivo floreale sui toni del bordeaux. In questo modo, se avessi incontrato qualcuno lungo il tragitto, non avrebbe avuto motivo di sospettare nulla.
Ai piedi indossai un semplice sandalo nero con un tacco ampio di sette centimetri. Completai il tutto con un trucco leggero e l'immancabile coda alta.
Presi la borsa e controllai di avere le chiavi e il telefono, poi prima di uscire, controllai un'ultima volta il mio aspetto davanti allo specchio: il vestito nascondeva perfettamente ciò che avevo scelto d'indossare sotto.
Quando arrivai davanti casa di Marco, inspirai profondamente e mi avvicinai alla porta, infilando la chiave nella serratura. Quella volta, però, appena inserii la chiave, fu lui stesso ad aprirmi la porta. Era una cosa che non era mai successa da quando avevamo iniziato quel nuovo rituale.
«B...buon pomeriggio, Padrone» lo salutai sorpresa.
«Buon pomeriggio»
Si spostò lasciandomi entrare e indicò il solito posto all'ingresso.
Posai la borsa e mi posizionai come ero ormai abituata a fare. Per qualche secondo rimase davanti a me senza dire nulla e fu proprio quel silenzio a farmi capire che, nonostante quella piccola variazione, il resto della routine non sarebbe cambiato. Così iniziai.
All'inizio tutto procedette normalmente, con Marco che si godeva la mia lingua e la mia bocca. Poi, all'improvviso, mi fermò, mi allontanò appena e mi fece capire d'interrompere quello che stavo facendo. Lo guardai, cercando di capire cosa fosse successo.
«Voglio tornare su Ferragosto» annunciò.
Rimasi sorpresa. Sapevo che prima o poi avremmo parlato della sera del compleanno, visto quello che mi aveva già detto. Non mi aspettavo, invece, che avrebbe tirato fuori anche Ferragosto, e soprattutto durante quell'atto.
«E soprattutto sulla cena» continuò. Capii a cosa si riferisse, ma non il perché avesse scelto quel momento. «Quando ti ho visto davanti a quel piatto quasi intatto, non mi è piaciuto»
Abbassai lo sguardo.
«Padrone, in quel momento non avevo davvero fame. Ero ancora molto scossa per quello che era successo prima»
Marco mi ascoltò senza interrompermi.
«Non ti sto chiesto spiegazioni. Ti sto dicendo che avevi comunque una responsabilità verso te stessa»
«Sì, Padrone, scusami»
«Bene. Voglio che tu lo tenga a mente, Alice. Non voglio tornarci sopra una seconda volta» e accompagnò quelle parole con un gesto deciso: mi prese la testa e la riportò sul suo cazzo, come se quello sancì la fine dell'argomento.
Ripresi da dove mi ero fermata, cercando di concentrarmi nuovamente.
«Spingiti più giù» mi disse poco dopo. Provai a scivolare più sul suo cazzo, ma iniziai a tossire allontanandomi. Mi prese la coda e mi fece capire che voleva che continuassi. Obbedii, mentre posizionò una mano a qualche centimetro dalla mia testa, senza toccarla, impedendomi di tornare indietro e uscire quando mi allontanai per riprendere fiato.
«Continua, scendi» mi incitò, non appena mi scontrai con la sua mano. Lo guardai dal basso cercando di fargli capire che avrei preferito toglierlo un attimo. «Abbassa lo sguardo e concentrati. Non ti serve uscire, puoi respirare anche così, allarga quella bocca per farlo»
Provai a seguire le sue indicazioni e ritornai giù, fino a tossire di nuovo e risalire, scontrandomi nuovamente con la mano. Mi fermai qualche istante.
«Continua» mi ordinò con voce seria. Ripresi fiato come potevo e ritornai giù. «Stai bevendo?» mi chiese, all'improvviso, mentre scendevo. Provai a rispondere, ma con scarsi risultati. Il mio si, non fu percepito, così tolse la mano e mi diede modo di rispondere e riprendere finalmente aria bene, potendo togliere il cazzo.
«Sì, Padrone. Sto facendo come mi hai ordinato» dissi col fiato un po' spezzato.
«Uhm» bofonchiò.
Poi mi spinse lentamente sul suo cazzo. Inizialmente lo presi, ma iniziai a tossire, poco dopo, quando sentii il cazzo toccare il punto cruciale. In quel momento avrei voluto spostarmi un minimo, ma la sua mano mi bloccò per qualche secondo in più.
La sensazione di soffocamento mi mise in panico e il mio primo istinto fu quello di allontanarmi per riprendere fiato. Mi mossi appena, mentre le mie mani, ancora dietro la schiena, tradivano la mia agitazione, muovendosi in cerca di aiuto.
Quel tossire, però, provocò la reazione che Marco voleva, lo capii dopo. Dalle mie labbra, infatti, iniziarono a uscire piccoli rivoli di saliva più densa del solito. A quel punto tolse la mano, permettendomi di sfilarmi dal cazzo e di riprendere aria, tossendo e sputando fuori quel po' di saliva.
Nello stesso istante, la mano di Marco, si posò sul cazzo, iniziando a sfregarlo, mentre dal nulla mi chiese
«Hai fame adesso, Alice?»
La domanda mi colse completamente alla sprovvista.
«Ho fatto colazione prima di venire, Padrone»
Marco mi fissò.
«Non ti ho chiesto se hai fatto colazione. Ti ho chiesto se hai fame adesso» mi riprese.
«No» sussurrai.
Sentii il suo respiro accelerare, ma non mi preoccupati. Ero concentrata a riflettere sul motivo della sua domanda.
«Apri quella bocca» mi ordinò riportandomi al presente.
Un po' incerta, seguii ciò che mi aveva ordinato.
Feci appena in tempo a sentire le sue parole «Mangerai lo stesso», che mi schizzò in bocca tutta la sua sborra.
Rimasi sorpresa e tossii istintivamente perché uno in particolare colpì la parte più profonda della bocca, mentre per un attimo la chiusi per deglutire. Non era la prima volta che mi trovavo davanti a una situazione simile, ma con lui era diverso, molto diverso.
«Non chiuderla, devi mantenerla aperta» mi riprese ed eseguii. «Così. Ora esci la lingua e puliscimi il cazzo»
Feci come ordinato e iniziai a leccare ogni singola traccia di sborra rimasta. Non appena finii tornai al mio posto, con la bocca ancora aperta. Marco annuì e mi permise di chiuderla, mentre si sistemò il cazzo dentro i pantaloni e si allontanò verso la cucina. Poi tornò verso di me, mi liberò i polsi e mi indicò di seguirlo, fino al soggiorno. Lì si sedette sul divano e recuperò il bicchiere d'acqua che aveva poggiato sul tavolino, prima di venirmi a liberare i polsi. Io rimasi ai suoi piedi, aspettando che fosse lui a parlare.
«Non ti offro da bere, perché hai già bevuto» mi guardò con un'espressione quasi divertita, mentre mandava giù un sorso di acqua. Abbassai lo sguardo. In realtà avrei voluto proprio quel bicchiere d'acqua. Ne sentivo il bisogno, perché anche se ero abituata a ricevere della sborra, subito dopo ero abituata anche a sciacquare la bocca con dell'acqua, così da togliere la consistenza dello sperma. Ma non dissi nulla.
Poi tornò serio «Quello che è successo prima non era casuale. Volevo, innanzitutto, capire come ti comporti quando ti trovi a dover bere della sborra»
Sentii immediatamente il viso scaldarsi, per il modo diretto in cui aveva definito quello che era appena successo.
«E, poi, volevo ricordarti una cosa importante. Mangiare è fondamentale per te. Fa parte dei tuoi compiti, della tua routine e, soprattutto, del modo in cui devi prenderti cura di te stessa. Devi farlo sempre, anche quando sei agitata, stanca o non hai particolarmente appetito»
Annuii, mentre quelle parole mi fecero riflettere. Ripensai alla cena di Ferragosto e al modo in cui avevo lasciato quasi tutto nel piatto. La presenza di Marco quella sera mi aveva destabilizzata. Ero così concentrata su di lui e su quello che era successo, che per qualche momento avevo perso di vista quella che sarebbe dovuta essere la mia priorità. Prendermi cura di me stessa.
Avevo lasciato che la confusione e l'agitazione prendessero il sopravvento, fino al punto da mettere in secondo piano qualcosa che invece doveva rimanere fondamentale, indipendentemente da ciò che stava accadendo intorno a me.
«Ti chiedo perdono, Padrone» dissi dopo qualche secondo. «E ti ringrazio per avermelo fatto capire, oggi»
«Bene. È questo che volevo sentire» poi mi guardò. «Adesso spogliati»
Obbedii. Sollevai il vestito, facendolo scorrere lungo il corpo, poi sfilai una alla volta le mezze maniche e infine lo liberai dal collo. Marco mi osservò attentamente senza dire nulla.
Quando rimasi in intimo, il suo sguardo si soffermò per qualche secondo su quello che avevo scelto d'indossare.
«Hai scelto bene cosa indossare sotto il tuo innocente abito» commentò con tono tranquillo.
Sentii immediatamente il viso scaldarsi.
«Sembri proprio una piccola troietta in cerca di attenzioni»
Abbassai ancora di più lo sguardo, improvvisamente consapevole di quanto mi sentissi esposta davanti a lui. Nonostante il tono leggero delle sue parole, sapevo che non era quello il motivo per cui mi aveva fatto spogliare. La vera ragione era ancora lì, sospesa tra noi.
«Sdraiati sulle mie ginocchia»
Presi posizione, sdraiandomi su di lui: poggiai l'addome e il petto sulle sue gambe; mentre le mie poggiavano a terra e il culo fuoriusciva da una sua gamba.
«Adesso parliamo del compleanno» iniziò «Ti avevo detto di stare attenta. Invece hai bevuto più del necessario e ti sei messa in una situazione che sarebbe potuta diventare pericolosa»
Annuii lentamente. «Lo so, Padrone»
«No, Alice. Adesso lo sai. Quella sera non ci hai pensato» affermò, mentre mi sollevò leggermente, sistemandomi meglio nella posizione che voleva. Ora il mio addome e le gambe poggiavano sul divano e il mio culo era sollevato sulle sue ginocchia.
Iniziò a sfiorarmi i glutei lentamente, continuando a parlare «Una cosa è divertirsi. Un'altra è perdere il controllo al punto da non essere più in grado di valutare quello che succede intorno a te»
Li palpò con entrambe le mani. «E questo è il motivo per cui oggi non sarà sufficiente ricordartelo a parole»
Per qualche secondo rimasi in silenzio, poi cercai comunque di difendermi.
«Non ero così ubriaca, Padrone...» sussurrai.
Marco si fermò improvvisamente, le sue mani strizzavano ancora i glutei.
«Prova a ripeterlo» sibilò, con un tono molto più duro, stringendo ulteriormente.
Mugolai, ma non risposi. Mi zittii. Avevo capito di aver sbagliato a parlare.
«Brava. Non osare contraddire il tuo Padrone!» tuonò mollandomi una forte sculacciata su entrambi i glutei. Fu così forte che il corpo si spostò leggermente in avanti.
«Per queste tue parole riceverai delle sculacciate extra»
Quelle parole mi fecero capire che la mia protesta aveva soltanto peggiorato la situazione, così non provai più a giustificarmi.
Rimasi ferma, ascoltando Marco e cercando di accettare ciò che sarebbe seguito.
Prima d'iniziare, però, mi legò nuovamente i polsi con le polsiere dietro la schiena e mi tenne la testa sollevata dalla coda.
«Adesso conterai e mentre lo fai, mi chiederai scusa. Ci saranno dieci sculacciate in più per ogni gluteo. E se provi a lamentarti, il numero aumenterà ancora»
Quelle parole mi fecero capire immediatamente quanto fosse serio. Deglutii e abbassai lo sguardo.
«Sì, Padrone»
«Comincia» il primo impatto mi fece irrigidire per la forza con cui aveva iniziato la punizione.
Presi fiato e iniziai a contare, cercando di mantenere la voce ferma. «Uno... scusami, Padrone»
Continuò senza dire nulla.
«Due... scusami»
«Stai dimenticando qualcosa» sibilò. «Ricomincia dall'inizio»
Mi resi conto immediatamente del mio errore. «Uno... scusami, Padrone»
«Due... scusami, Padrone»
Riuscii a mantenere la voce abbastanza ferma, fino a quel momento. Il dolore era forte, ma riuscivo ancora a concentrarmi sul conteggio e sulle sue parole.
«Tre... scusami, Padrone»
«Voglio sentirti chiedere scusa davvero, Alice. Non voglio parole dette soltanto perché te le ho ordinate. Dimostrami il tuo pentimento»
Annuii e ripresi a contare, questa volta lasciando che ogni parola fosse accompagnata dalla consapevolezza di quello che avevo fatto.
«Quattro... mi dispiace, Padrone»
Al numero successivo dovetti inspirare più profondamente. Marco continuava a sculacciarmi, un colpo dietro l'altro.
Cercai di non lasciarmi distrarre dal dolore che aumentava e continuai a contare. «Dodici...ti chiedo scusa, Padrone»
Poi, lentamente, diventò più complicato. La voce iniziò a spezzarsi e mi sfuggi un piccolo lamento. Non volevo però lamentarmi troppo. Marco mi aveva avvertita: se avessi iniziato a protestare, la punizione sarebbe potuta aumentare, così cercai di stringere i denti e continuai.
«Quindici...» Mi fermai per un istante, cercando di riprendere fiato. «...scusami, Padrone»
«Non vacillare, continua» mi ordinò continuando a sostenere un ritmo costante.
«Sedici... mi dispiace, Padrone»
La voce mi uscì più bassa di prima. Cercavo di concentrarmi soltanto sul numero successivo e di non pensare a quanto mancasse alla fine. Poi arrivarono altri tre colpi.
«Diciannove...» questa volta tentennai più a lungo. Deglutii, inspirai e riprovai.
«Diciannove...perdonami, Padrone»
Marco si accorse della mia difficoltà. Si fermò, un solo istante, permettendomi anche di riprendere fiato, oltre a darmi un minimo di sollievo dai colpi.
«Alice, ascoltami» mi sollevò la testa facendomi voltare un po' verso lui «Se in qualsiasi momento senti di non riuscire più a continuare, ricordati le safeword. Non devi aver paura di usarle, esistono per questo»
Rimasi sorpresa.
In quei mesi non avevo mai usato una safeword. A dire la verità, non mi era nemmeno mai passato per la testa di farlo. Marco non mi aveva mai portata oltre i miei limiti. Anche nei momenti più difficili, aveva sempre mantenuto quella linea che mi permetteva di affrontare ciò che mi chiedeva senza sentire di essere arrivata al punto di non poter più continuare.
Quella volta, però, era diverso. Per la prima volta da quando avevo iniziato quel percorso, sentivo dei veri tentennamenti.
Ciò non significava che volessi fermarmi, significava semplicemente che stavo facendo più fatica del solito.
Nel frattempo Marco mi lasciò la ventesima sculacciata.
Ascoltai il mio respiro e cercai di capire se fossi davvero in grado di andare avanti. Avrei potuto usare la safeword. Sapevo che Marco l'avrebbe rispettata, ma dentro di me sentivo di poter ancora continuare, anche se sarebbe stato difficile e avrei dovuto sopportare ancora un po' di dolore.
Non volevo dimostrare di essere invulnerabile, volevo soltanto capire se riuscivo a superare quel momento senza arrendermi.
Inspirai lentamente «Venti...scusa, Padrone»
Pensai che, a quel punto, si sarebbe fermato. Venti erano comunque un bel numero e, considerando il bruciore che avvertivo, il mio culo doveva essere bello rosso. Invece ne arrivò un'altra. Fu allora che capii che non era ancora arrivato quel momento. Le alternative erano ormai due: continuare a sopportare o usare la safeword. Rimasi immobile per qualche secondo, cercando dentro di me la forza per decidere. Lasciai vincere tutto il mio coraggio, alla fine, scegliendo di continuare.
Marco continuò a colpire, usando lo stesso ritmo delle precedenti.
«Ventidue...Padrone, chiedo scusa»
Io continuai a contare.
«Ventitré...scusami Padrone»
A quel punto sentii le prime lacrime scendere lentamente lungo le guance, ma non cercai di nasconderle. Continuai a respirare profondamente, cercando di mantenere il controllo e ricordando a me stessa che, se davvero avessi raggiunto il mio limite, avrei sempre potuto fermare tutto.
Per il momento, però, non volevo farlo. Volevo ancora provare a superare quel momento.
«Ventiquattro...scusa, non...non lo farò più, Padrone»
Inspirai profondamente.
«Venticinque... mi dispiace, Padrone»
Non riuscivo più a mantenere un tono uniforme. La voce mi tremava e, tra un numero e l'altro, avevo bisogno di qualche secondo per riprendermi.
«Ventisei...starò attenta, Padrone»
Marco rimase in silenzio. Continuò a tirare la coda e a colpire, a palmo aperto.
«Venti...ventisette, Padrone. Scusami»
Non sapevo quanto mancasse alla fine. Forse Marco aveva stabilito un numero preciso, o forse avrebbe continuato ancora.
«Ventotto...» gemetti «mi dispiace, Padrone»
Deglutii.
«Ventinove... Padrone» sospirai «Scusami»
Ormai la mia voce era appena un sussurro.
«Tr…trenta...Padrone. Perdonami, ti prego» sussurrai.
Questa volta Marco si fermò improvvisamente. Per qualche secondo rimasi immobile, quasi incapace di capire se fosse davvero finita e il silenzio che seguì mi sembrò lunghissimo.
Poi sentii la sua voce.
«Basta così, abbiamo finito»
Inspirai profondamente. Solo allora mi resi conto di quanto fossi stanca. Le lacrime che avevo cercato di trattenere continuavano a scendere lentamente e avevo bisogno di qualche secondo per ritrovare la calma.
Marco mi aiutò lentamente a sollevarmi e controllò che stessi bene.
Quando incrociò il mio sguardo, si accorse delle lacrime che mi rigavano il viso e della fatica che avevo addosso. Mi asciugò le lacrime col pollice.
«Sdraiati sul divano»
Obbedii, lasciandomi andare a pancia in giù, sui cuscini.
Si allontanò per qualche istante e quando tornò aveva con sé una crema e un bicchiere di acqua. Si sedette accanto a me e iniziò ad applicarla con calma, lasciandomi il tempo di riprendermi.
La sensazione fresca della crema sulla pelle ancora calda mi fece irrigidire appena e mi sfuggì un piccolo lamento. Continuò senza fretta a massaggiare.
«Devo farti i complimenti, Alice» alzai appena lo sguardo. «Hai resistito molto bene. Soprattutto considerando quanto hai fatto fatica negli ultimi minuti»
Quelle parole mi sorpresero. Non mi aspettavo un complimento dopo una punizione del genere.
«Non hai usato la safeword, ma soprattutto non hai cercato di nascondere quello che provavi. Hai continuato perché eri consapevole di poterlo fare»
Per me era importante sapere che Marco avesse notato quella differenza.
«Però ricordati una cosa: non devi mai» sottolineò col tono quel mai «vergognarti di usare una safeword quando ne hai bisogno»
Annuii lentamente. «Ho capito, Padrone»
Marco mi rivolse un ultimo sorriso e mi porse il bicchiere.
«Bevi e riposati un po'. Torno subito»
Presi il bicchiere con entrambe le mani e lo guardai allontanarsi. Rimasi qualche istante in silenzio, lasciando che le sue parole e tutto quello che era successo quel pomeriggio si depositassero dentro di me. Poi portai il bicchiere alle labbra e bevvi lentamente.
26 agosto 2026
Mi svegliai lentamente, ancora stanca per il pomeriggio precedente. Avevo dormito tutta la notte a pancia in giù. La sera prima, infatti, avevo fatto fatica a stare seduta durante la cena e, quando ero andata a letto, avevo capito quasi subito che quella sarebbe stata l'unica posizione davvero confortevole.
Mi alzai e, prima d'iniziare la giornata, eseguii i miei compiti verso Marco, seguendo la routine che ormai faceva parte delle mie mattine.
Poi iniziai a prepararmi per il lavoro. Prima di vestirmi presi la crema all'aloe che Marco mi aveva lasciato. La applicai con calma, lasciando che la sensazione fresca attenuasse almeno un po' il calore che avvertivo ancora.
Mentre la spalmavo, ripensai a quello che era successo il giorno precedente.
Quando terminai di prepararmi, uscii di casa. Alle nove dovevo essere al lavoro. Non appena parcheggiai, il telefono vibrò.
M. Marco:
"Come stai questa mattina?"
Gli risposi mentre mi avviavo verso l'ingresso del centro commerciale, a piedi.
Alice:
"Sono un po' stanca, Padrone. E faccio ancora un po' fatica a stare seduta"
M. Marco:
"Direi più che normale. E in piedi?"
Alice:
"Quasi niente. Sento solo un po' di fastidio quando i pantaloni sfregano"
M. Marco:
"Cerca comunque di non trascurarti e continua con la crema, applicala regolarmente. Voglio sapere se la situazione cambia"
C'era qualcosa di rassicurante nel modo in cui si interessava alle mie condizioni, soprattutto dopo la durezza del giorno precedente. Riposi il telefono in borsa e continuai verso il lavoro.
La mattinata passò tra clienti, sistemazione della merce e le normali attività del negozio. Essendo quasi sempre in piedi, riuscivo a lavorare senza particolari problemi, anche se ogni tanto percepivo ancora quel leggero fastidio quando il tessuto dei pantaloni sfiorava la pelle.
Alle quattordici terminai il turno e tornai a casa. Pranzai velocemente, poi mi feci una doccia rigenerante e riapplicai la crema.
Per il pomeriggio scelsi qualcosa di più comodo: una gonna e una camicetta. In quel modo avrei evitato almeno in parte lo sfregamento del tessuto che avevo sentito durante il turno.
Poco dopo, uscii nuovamente con mia madre per alcune commissioni. Passammo qualche oretta tra uffici e qualche momento passato semplicemente a chiacchierare. Nonostante tutto, fu piacevole.
Intorno le 17, lasciai mia madre a casa e uscii per recuperare le ragazze. Poco dopo eravamo tutte insieme, dirette al cinema per vedere Couture.
Quando arrivammo, dopo aver fatto i biglietti, prendemmo subito posto in sala. Mi sedetti sulla poltrona cercando di sistemarmi senza dare nell'occhio.
Ringraziai mentalmente il fatto che le poltrone fossero morbide, anche se nemmeno quello riusciva a darmi il sollievo che speravo. Cercai di concentrarmi sul film e di comportarmi normalmente, ma mi resi conto che continuavo a cambiare posizione. Spostavo leggermente il peso da una parte all'altra, cercando il punto in cui riuscivo a stare più comoda.
Giulia se ne accorse e durante l'intervallo, mentre Emma andava a recuperare qualcosa da sgranocchiare, si voltò verso di me.
«Ma che hai?» chiese.
La guardai. «Niente, perché?» chiesi facendo finta di nulla.
«È da quando ci siamo sedute che continui a muoverti»
Sentii un piccolo nodo allo stomaco, a quelle parole, ma non potevo certo dirle la verità.
«Ho solo un po' di mal di schiena» inventai rapidamente. «Ho fatto parecchi sforzi al lavoro oggi, sono arrivate molte pedane con i nuovi arrivi…e sai com'è»
Giulia sembrò accettare la spiegazione.
«Ah, ok. Pensavo avessi qualcosa»
«No, tranquilla» le sorrisi.
Poco dopo le luci si spensero e tornammo a guardare lo schermo. Dentro di me tirai un piccolo sospiro di sollievo. Per fortuna sembrava avermi creduta.
Il film finì poco dopo le nove. Quando si accesero le luci, per qualche secondo rimanemmo tutte in silenzio, ancora immerse nella storia. Fu Beatrice la prima a parlare.
«A me è piaciuto tantissimo»
«Anche a me» disse Emma. «Non pensavo mi sarebbe piaciuto così tanto»
Giulia annuì. «È fatto davvero bene. E poi la protagonista mi è piaciuta un sacco»
«Io voglio rivederlo» aggiunse Beatrice, mentre uscivamo dalla sala.
«Addirittura?» la presi in giro.
«Sì. E non guardarmi così, perché so già che lo rivedresti anche tu»
«Forse»
Emma interruppe quel discorso. «Bene, adesso però abbiamo un problema molto più serio»
«Quale?» chiesi abbracciandola da dietro.
«Dove mangiamo?»
«Io direi una pizza» propose Emma.
«No, vi prego. Stasera qualcosa di diverso» obiettò Beatrice.
«Io prenderei un hamburger» disse Giulia.
«C'è quel posto vicino al centro che fa anche i panini enormi» suggerii.
«Quello dove sei stata qualche mese fa, con tuo fratello?» mi chiese Emma.
«Sì, esatto»
«Li fanno anche con hamburger?» mi chiese Giulia.
Beatrice alzò gli occhi al cielo.
«Tu mangeresti hamburger anche a colazione»
«Non è vero» protestò.
«Ieri cosa hai mangiato?»
Giulia ci pensò qualche secondo. «Hamburger»
Scoppiammo tutte a ridere.
«Allora facciamo così» disse Emma. «Andiamo lì e ognuno prende ciò che vuole»
«Affare fatto!» esultò Beatrice.
Ci dirigemmo verso le macchine continuando a scherzare, e in poco tempo raggiungemmo il locale. Passammo il resto della serata a mangiare, ridere e commentare ancora il film, lasciandoci alle spalle per qualche ora tutti i pensieri della giornata.
Tornai a casa, dopo aver accompagnato le ragazze. Ero stanca e avevo voglia soltanto di mettermi a letto.
Prima, però, spalmai per l'ennesima volta la crema e poi controllai il telefono, avevo ricevuto un messaggio.
M. Marco:
"Come procede?"
Sapevo a cosa si riferisse.
Alice:
"Meglio, Padrone. Sono ancora un po' indolenzita e faccio fatica a stare seduta a lungo, ma in piedi praticamente non sento nulla. Ho continuato a mettere la crema come mi hai detto"
Rimasi a guardare lo schermo in attesa della sua risposta.
M. Marco:
"Bene. Continua così e cerca di riposare. Domani voglio sapere come stai"
Alice:
"Va bene, Padrone. Buonanotte"
Mi piaceva il modo in cui si prendeva cura di me. Ma era una sensazione strana, soprattutto considerando che era il mio Padrone e che, dopotutto, era stato proprio lui a ridurmi in quelle condizioni.
Posai il telefono sul comodino e finalmente mi infilai sotto le coperte. La giornata era stata lunga, ma almeno era finita.
24 Agosto 2026
Durante il viaggio di ritorno in treno, quella mattina, aprii il tablet e ripresi a scrivere.
Quel week end non avevo avuto modo di raccontare le giornate della fiera, visto che la sera, una volta rientrata in hotel, ero sempre troppo stanca per mettermi a scrivere e finivo praticamente subito a letto. Così approfittai dell'ora di viaggio per completare l'ultima parte del capitolo precedente.
Rileggendo quello che avevo scritto nei giorni precedenti, aggiunsi gli ultimi dettagli della fiera e sistemai le parti che avevo lasciato in sospeso.
Quando mancava poco all'arrivo, controllai un'ultima volta il testo e lo mandai in pubblicazione, poco prima che il treno arrivasse a Cagliari.
Fu proprio in quel momento che il telefono vibrò.
M. Marco:
"Questa settimana non dovrai presentarti da me le mattine"
Rimasi qualche secondo a guardare lo schermo. Dopo più di due settimane in cui quella routine aveva scandito le mie giornate, leggere quelle parole mi fece uno strano effetto. Poco dopo arrivò un secondo messaggio.
M. Marco:
"E la sessione di mercoledì, salta. La recupereremo sabato nella mezza mattinata. Fatti trovare alle 9, alla casa a mare"
Alice:
"Va bene, Padrone"
Riposi il telefono e tornai a guardare fuori dal finestrino.
Una volta arrivata, trovai mio padre ad aspettarmi in stazione. Lo salutai e insieme tornammo a casa, dove sistemai la valigia e mi concessi qualche ora di riposo prima di prepararmi per il turno, visto che alle 16 avrei iniziato a lavorare.
Il pomeriggio trascorse normalmente e, mentre aspettavo che arrivasse sera per chiudere il negozio, non potevo fare a meno di pensare al giorno successivo. Il giorno in cui avrei rivisto Marco dopo quello che era successo l'ultima volta.
25 Agosto 2026
La sveglia suonò comunque presto. Anche se l'appuntamento con Marco era stato spostato al pomeriggio, decisi di mantenere la vecchia routine che avevo seguito all'inizio del percorso, ormai 4 mesi fa: alzarmi presto, assumere la posizione che mi era stata indicata, scattare la foto e portare a termine i compiti che mi erano stati assegnati.
Terminato tutto, mi preparai e alle 9 ero già al lavoro.
Durante il turno cercai di concentrarmi, ma ogni tanto mi tornava in mente il suo messaggio. Mi aveva anticipato che avremmo parlato del compleanno di Lorenzo e che ci sarebbero state delle conseguenze per aver bevuto troppo e per essermi messa in una situazione rischiosa. Ma non sapevo ancora cosa intendesse esattamente, e quel non sapere mi creava un po' di agitazione.
Alle 14 terminai il turno e tornai a casa. Pranzai velocemente, poi salii in camera per prepararmi. Scelsi con attenzione cosa indossare. Alla fine optai per il completo intimo color vinaccia, con parti trasparenti ricamate a fiori e un reggicalze coordinato. Sopra indossai un abito lungo fino al ginocchio, svasato, con scollo a V e mezze maniche, caratterizzato da un motivo floreale sui toni del bordeaux. In questo modo, se avessi incontrato qualcuno lungo il tragitto, non avrebbe avuto motivo di sospettare nulla.
Ai piedi indossai un semplice sandalo nero con un tacco ampio di sette centimetri. Completai il tutto con un trucco leggero e l'immancabile coda alta.
Presi la borsa e controllai di avere le chiavi e il telefono, poi prima di uscire, controllai un'ultima volta il mio aspetto davanti allo specchio: il vestito nascondeva perfettamente ciò che avevo scelto d'indossare sotto.
Quando arrivai davanti casa di Marco, inspirai profondamente e mi avvicinai alla porta, infilando la chiave nella serratura. Quella volta, però, appena inserii la chiave, fu lui stesso ad aprirmi la porta. Era una cosa che non era mai successa da quando avevamo iniziato quel nuovo rituale.
«B...buon pomeriggio, Padrone» lo salutai sorpresa.
«Buon pomeriggio»
Si spostò lasciandomi entrare e indicò il solito posto all'ingresso.
Posai la borsa e mi posizionai come ero ormai abituata a fare. Per qualche secondo rimase davanti a me senza dire nulla e fu proprio quel silenzio a farmi capire che, nonostante quella piccola variazione, il resto della routine non sarebbe cambiato. Così iniziai.
All'inizio tutto procedette normalmente, con Marco che si godeva la mia lingua e la mia bocca. Poi, all'improvviso, mi fermò, mi allontanò appena e mi fece capire d'interrompere quello che stavo facendo. Lo guardai, cercando di capire cosa fosse successo.
«Voglio tornare su Ferragosto» annunciò.
Rimasi sorpresa. Sapevo che prima o poi avremmo parlato della sera del compleanno, visto quello che mi aveva già detto. Non mi aspettavo, invece, che avrebbe tirato fuori anche Ferragosto, e soprattutto durante quell'atto.
«E soprattutto sulla cena» continuò. Capii a cosa si riferisse, ma non il perché avesse scelto quel momento. «Quando ti ho visto davanti a quel piatto quasi intatto, non mi è piaciuto»
Abbassai lo sguardo.
«Padrone, in quel momento non avevo davvero fame. Ero ancora molto scossa per quello che era successo prima»
Marco mi ascoltò senza interrompermi.
«Non ti sto chiesto spiegazioni. Ti sto dicendo che avevi comunque una responsabilità verso te stessa»
«Sì, Padrone, scusami»
«Bene. Voglio che tu lo tenga a mente, Alice. Non voglio tornarci sopra una seconda volta» e accompagnò quelle parole con un gesto deciso: mi prese la testa e la riportò sul suo cazzo, come se quello sancì la fine dell'argomento.
Ripresi da dove mi ero fermata, cercando di concentrarmi nuovamente.
«Spingiti più giù» mi disse poco dopo. Provai a scivolare più sul suo cazzo, ma iniziai a tossire allontanandomi. Mi prese la coda e mi fece capire che voleva che continuassi. Obbedii, mentre posizionò una mano a qualche centimetro dalla mia testa, senza toccarla, impedendomi di tornare indietro e uscire quando mi allontanai per riprendere fiato.
«Continua, scendi» mi incitò, non appena mi scontrai con la sua mano. Lo guardai dal basso cercando di fargli capire che avrei preferito toglierlo un attimo. «Abbassa lo sguardo e concentrati. Non ti serve uscire, puoi respirare anche così, allarga quella bocca per farlo»
Provai a seguire le sue indicazioni e ritornai giù, fino a tossire di nuovo e risalire, scontrandomi nuovamente con la mano. Mi fermai qualche istante.
«Continua» mi ordinò con voce seria. Ripresi fiato come potevo e ritornai giù. «Stai bevendo?» mi chiese, all'improvviso, mentre scendevo. Provai a rispondere, ma con scarsi risultati. Il mio si, non fu percepito, così tolse la mano e mi diede modo di rispondere e riprendere finalmente aria bene, potendo togliere il cazzo.
«Sì, Padrone. Sto facendo come mi hai ordinato» dissi col fiato un po' spezzato.
«Uhm» bofonchiò.
Poi mi spinse lentamente sul suo cazzo. Inizialmente lo presi, ma iniziai a tossire, poco dopo, quando sentii il cazzo toccare il punto cruciale. In quel momento avrei voluto spostarmi un minimo, ma la sua mano mi bloccò per qualche secondo in più.
La sensazione di soffocamento mi mise in panico e il mio primo istinto fu quello di allontanarmi per riprendere fiato. Mi mossi appena, mentre le mie mani, ancora dietro la schiena, tradivano la mia agitazione, muovendosi in cerca di aiuto.
Quel tossire, però, provocò la reazione che Marco voleva, lo capii dopo. Dalle mie labbra, infatti, iniziarono a uscire piccoli rivoli di saliva più densa del solito. A quel punto tolse la mano, permettendomi di sfilarmi dal cazzo e di riprendere aria, tossendo e sputando fuori quel po' di saliva.
Nello stesso istante, la mano di Marco, si posò sul cazzo, iniziando a sfregarlo, mentre dal nulla mi chiese
«Hai fame adesso, Alice?»
La domanda mi colse completamente alla sprovvista.
«Ho fatto colazione prima di venire, Padrone»
Marco mi fissò.
«Non ti ho chiesto se hai fatto colazione. Ti ho chiesto se hai fame adesso» mi riprese.
«No» sussurrai.
Sentii il suo respiro accelerare, ma non mi preoccupati. Ero concentrata a riflettere sul motivo della sua domanda.
«Apri quella bocca» mi ordinò riportandomi al presente.
Un po' incerta, seguii ciò che mi aveva ordinato.
Feci appena in tempo a sentire le sue parole «Mangerai lo stesso», che mi schizzò in bocca tutta la sua sborra.
Rimasi sorpresa e tossii istintivamente perché uno in particolare colpì la parte più profonda della bocca, mentre per un attimo la chiusi per deglutire. Non era la prima volta che mi trovavo davanti a una situazione simile, ma con lui era diverso, molto diverso.
«Non chiuderla, devi mantenerla aperta» mi riprese ed eseguii. «Così. Ora esci la lingua e puliscimi il cazzo»
Feci come ordinato e iniziai a leccare ogni singola traccia di sborra rimasta. Non appena finii tornai al mio posto, con la bocca ancora aperta. Marco annuì e mi permise di chiuderla, mentre si sistemò il cazzo dentro i pantaloni e si allontanò verso la cucina. Poi tornò verso di me, mi liberò i polsi e mi indicò di seguirlo, fino al soggiorno. Lì si sedette sul divano e recuperò il bicchiere d'acqua che aveva poggiato sul tavolino, prima di venirmi a liberare i polsi. Io rimasi ai suoi piedi, aspettando che fosse lui a parlare.
«Non ti offro da bere, perché hai già bevuto» mi guardò con un'espressione quasi divertita, mentre mandava giù un sorso di acqua. Abbassai lo sguardo. In realtà avrei voluto proprio quel bicchiere d'acqua. Ne sentivo il bisogno, perché anche se ero abituata a ricevere della sborra, subito dopo ero abituata anche a sciacquare la bocca con dell'acqua, così da togliere la consistenza dello sperma. Ma non dissi nulla.
Poi tornò serio «Quello che è successo prima non era casuale. Volevo, innanzitutto, capire come ti comporti quando ti trovi a dover bere della sborra»
Sentii immediatamente il viso scaldarsi, per il modo diretto in cui aveva definito quello che era appena successo.
«E, poi, volevo ricordarti una cosa importante. Mangiare è fondamentale per te. Fa parte dei tuoi compiti, della tua routine e, soprattutto, del modo in cui devi prenderti cura di te stessa. Devi farlo sempre, anche quando sei agitata, stanca o non hai particolarmente appetito»
Annuii, mentre quelle parole mi fecero riflettere. Ripensai alla cena di Ferragosto e al modo in cui avevo lasciato quasi tutto nel piatto. La presenza di Marco quella sera mi aveva destabilizzata. Ero così concentrata su di lui e su quello che era successo, che per qualche momento avevo perso di vista quella che sarebbe dovuta essere la mia priorità. Prendermi cura di me stessa.
Avevo lasciato che la confusione e l'agitazione prendessero il sopravvento, fino al punto da mettere in secondo piano qualcosa che invece doveva rimanere fondamentale, indipendentemente da ciò che stava accadendo intorno a me.
«Ti chiedo perdono, Padrone» dissi dopo qualche secondo. «E ti ringrazio per avermelo fatto capire, oggi»
«Bene. È questo che volevo sentire» poi mi guardò. «Adesso spogliati»
Obbedii. Sollevai il vestito, facendolo scorrere lungo il corpo, poi sfilai una alla volta le mezze maniche e infine lo liberai dal collo. Marco mi osservò attentamente senza dire nulla.
Quando rimasi in intimo, il suo sguardo si soffermò per qualche secondo su quello che avevo scelto d'indossare.
«Hai scelto bene cosa indossare sotto il tuo innocente abito» commentò con tono tranquillo.
Sentii immediatamente il viso scaldarsi.
«Sembri proprio una piccola troietta in cerca di attenzioni»
Abbassai ancora di più lo sguardo, improvvisamente consapevole di quanto mi sentissi esposta davanti a lui. Nonostante il tono leggero delle sue parole, sapevo che non era quello il motivo per cui mi aveva fatto spogliare. La vera ragione era ancora lì, sospesa tra noi.
«Sdraiati sulle mie ginocchia»
Presi posizione, sdraiandomi su di lui: poggiai l'addome e il petto sulle sue gambe; mentre le mie poggiavano a terra e il culo fuoriusciva da una sua gamba.
«Adesso parliamo del compleanno» iniziò «Ti avevo detto di stare attenta. Invece hai bevuto più del necessario e ti sei messa in una situazione che sarebbe potuta diventare pericolosa»
Annuii lentamente. «Lo so, Padrone»
«No, Alice. Adesso lo sai. Quella sera non ci hai pensato» affermò, mentre mi sollevò leggermente, sistemandomi meglio nella posizione che voleva. Ora il mio addome e le gambe poggiavano sul divano e il mio culo era sollevato sulle sue ginocchia.
Iniziò a sfiorarmi i glutei lentamente, continuando a parlare «Una cosa è divertirsi. Un'altra è perdere il controllo al punto da non essere più in grado di valutare quello che succede intorno a te»
Li palpò con entrambe le mani. «E questo è il motivo per cui oggi non sarà sufficiente ricordartelo a parole»
Per qualche secondo rimasi in silenzio, poi cercai comunque di difendermi.
«Non ero così ubriaca, Padrone...» sussurrai.
Marco si fermò improvvisamente, le sue mani strizzavano ancora i glutei.
«Prova a ripeterlo» sibilò, con un tono molto più duro, stringendo ulteriormente.
Mugolai, ma non risposi. Mi zittii. Avevo capito di aver sbagliato a parlare.
«Brava. Non osare contraddire il tuo Padrone!» tuonò mollandomi una forte sculacciata su entrambi i glutei. Fu così forte che il corpo si spostò leggermente in avanti.
«Per queste tue parole riceverai delle sculacciate extra»
Quelle parole mi fecero capire che la mia protesta aveva soltanto peggiorato la situazione, così non provai più a giustificarmi.
Rimasi ferma, ascoltando Marco e cercando di accettare ciò che sarebbe seguito.
Prima d'iniziare, però, mi legò nuovamente i polsi con le polsiere dietro la schiena e mi tenne la testa sollevata dalla coda.
«Adesso conterai e mentre lo fai, mi chiederai scusa. Ci saranno dieci sculacciate in più per ogni gluteo. E se provi a lamentarti, il numero aumenterà ancora»
Quelle parole mi fecero capire immediatamente quanto fosse serio. Deglutii e abbassai lo sguardo.
«Sì, Padrone»
«Comincia» il primo impatto mi fece irrigidire per la forza con cui aveva iniziato la punizione.
Presi fiato e iniziai a contare, cercando di mantenere la voce ferma. «Uno... scusami, Padrone»
Continuò senza dire nulla.
«Due... scusami»
«Stai dimenticando qualcosa» sibilò. «Ricomincia dall'inizio»
Mi resi conto immediatamente del mio errore. «Uno... scusami, Padrone»
«Due... scusami, Padrone»
Riuscii a mantenere la voce abbastanza ferma, fino a quel momento. Il dolore era forte, ma riuscivo ancora a concentrarmi sul conteggio e sulle sue parole.
«Tre... scusami, Padrone»
«Voglio sentirti chiedere scusa davvero, Alice. Non voglio parole dette soltanto perché te le ho ordinate. Dimostrami il tuo pentimento»
Annuii e ripresi a contare, questa volta lasciando che ogni parola fosse accompagnata dalla consapevolezza di quello che avevo fatto.
«Quattro... mi dispiace, Padrone»
Al numero successivo dovetti inspirare più profondamente. Marco continuava a sculacciarmi, un colpo dietro l'altro.
Cercai di non lasciarmi distrarre dal dolore che aumentava e continuai a contare. «Dodici...ti chiedo scusa, Padrone»
Poi, lentamente, diventò più complicato. La voce iniziò a spezzarsi e mi sfuggi un piccolo lamento. Non volevo però lamentarmi troppo. Marco mi aveva avvertita: se avessi iniziato a protestare, la punizione sarebbe potuta aumentare, così cercai di stringere i denti e continuai.
«Quindici...» Mi fermai per un istante, cercando di riprendere fiato. «...scusami, Padrone»
«Non vacillare, continua» mi ordinò continuando a sostenere un ritmo costante.
«Sedici... mi dispiace, Padrone»
La voce mi uscì più bassa di prima. Cercavo di concentrarmi soltanto sul numero successivo e di non pensare a quanto mancasse alla fine. Poi arrivarono altri tre colpi.
«Diciannove...» questa volta tentennai più a lungo. Deglutii, inspirai e riprovai.
«Diciannove...perdonami, Padrone»
Marco si accorse della mia difficoltà. Si fermò, un solo istante, permettendomi anche di riprendere fiato, oltre a darmi un minimo di sollievo dai colpi.
«Alice, ascoltami» mi sollevò la testa facendomi voltare un po' verso lui «Se in qualsiasi momento senti di non riuscire più a continuare, ricordati le safeword. Non devi aver paura di usarle, esistono per questo»
Rimasi sorpresa.
In quei mesi non avevo mai usato una safeword. A dire la verità, non mi era nemmeno mai passato per la testa di farlo. Marco non mi aveva mai portata oltre i miei limiti. Anche nei momenti più difficili, aveva sempre mantenuto quella linea che mi permetteva di affrontare ciò che mi chiedeva senza sentire di essere arrivata al punto di non poter più continuare.
Quella volta, però, era diverso. Per la prima volta da quando avevo iniziato quel percorso, sentivo dei veri tentennamenti.
Ciò non significava che volessi fermarmi, significava semplicemente che stavo facendo più fatica del solito.
Nel frattempo Marco mi lasciò la ventesima sculacciata.
Ascoltai il mio respiro e cercai di capire se fossi davvero in grado di andare avanti. Avrei potuto usare la safeword. Sapevo che Marco l'avrebbe rispettata, ma dentro di me sentivo di poter ancora continuare, anche se sarebbe stato difficile e avrei dovuto sopportare ancora un po' di dolore.
Non volevo dimostrare di essere invulnerabile, volevo soltanto capire se riuscivo a superare quel momento senza arrendermi.
Inspirai lentamente «Venti...scusa, Padrone»
Pensai che, a quel punto, si sarebbe fermato. Venti erano comunque un bel numero e, considerando il bruciore che avvertivo, il mio culo doveva essere bello rosso. Invece ne arrivò un'altra. Fu allora che capii che non era ancora arrivato quel momento. Le alternative erano ormai due: continuare a sopportare o usare la safeword. Rimasi immobile per qualche secondo, cercando dentro di me la forza per decidere. Lasciai vincere tutto il mio coraggio, alla fine, scegliendo di continuare.
Marco continuò a colpire, usando lo stesso ritmo delle precedenti.
«Ventidue...Padrone, chiedo scusa»
Io continuai a contare.
«Ventitré...scusami Padrone»
A quel punto sentii le prime lacrime scendere lentamente lungo le guance, ma non cercai di nasconderle. Continuai a respirare profondamente, cercando di mantenere il controllo e ricordando a me stessa che, se davvero avessi raggiunto il mio limite, avrei sempre potuto fermare tutto.
Per il momento, però, non volevo farlo. Volevo ancora provare a superare quel momento.
«Ventiquattro...scusa, non...non lo farò più, Padrone»
Inspirai profondamente.
«Venticinque... mi dispiace, Padrone»
Non riuscivo più a mantenere un tono uniforme. La voce mi tremava e, tra un numero e l'altro, avevo bisogno di qualche secondo per riprendermi.
«Ventisei...starò attenta, Padrone»
Marco rimase in silenzio. Continuò a tirare la coda e a colpire, a palmo aperto.
«Venti...ventisette, Padrone. Scusami»
Non sapevo quanto mancasse alla fine. Forse Marco aveva stabilito un numero preciso, o forse avrebbe continuato ancora.
«Ventotto...» gemetti «mi dispiace, Padrone»
Deglutii.
«Ventinove... Padrone» sospirai «Scusami»
Ormai la mia voce era appena un sussurro.
«Tr…trenta...Padrone. Perdonami, ti prego» sussurrai.
Questa volta Marco si fermò improvvisamente. Per qualche secondo rimasi immobile, quasi incapace di capire se fosse davvero finita e il silenzio che seguì mi sembrò lunghissimo.
Poi sentii la sua voce.
«Basta così, abbiamo finito»
Inspirai profondamente. Solo allora mi resi conto di quanto fossi stanca. Le lacrime che avevo cercato di trattenere continuavano a scendere lentamente e avevo bisogno di qualche secondo per ritrovare la calma.
Marco mi aiutò lentamente a sollevarmi e controllò che stessi bene.
Quando incrociò il mio sguardo, si accorse delle lacrime che mi rigavano il viso e della fatica che avevo addosso. Mi asciugò le lacrime col pollice.
«Sdraiati sul divano»
Obbedii, lasciandomi andare a pancia in giù, sui cuscini.
Si allontanò per qualche istante e quando tornò aveva con sé una crema e un bicchiere di acqua. Si sedette accanto a me e iniziò ad applicarla con calma, lasciandomi il tempo di riprendermi.
La sensazione fresca della crema sulla pelle ancora calda mi fece irrigidire appena e mi sfuggì un piccolo lamento. Continuò senza fretta a massaggiare.
«Devo farti i complimenti, Alice» alzai appena lo sguardo. «Hai resistito molto bene. Soprattutto considerando quanto hai fatto fatica negli ultimi minuti»
Quelle parole mi sorpresero. Non mi aspettavo un complimento dopo una punizione del genere.
«Non hai usato la safeword, ma soprattutto non hai cercato di nascondere quello che provavi. Hai continuato perché eri consapevole di poterlo fare»
Per me era importante sapere che Marco avesse notato quella differenza.
«Però ricordati una cosa: non devi mai» sottolineò col tono quel mai «vergognarti di usare una safeword quando ne hai bisogno»
Annuii lentamente. «Ho capito, Padrone»
Marco mi rivolse un ultimo sorriso e mi porse il bicchiere.
«Bevi e riposati un po'. Torno subito»
Presi il bicchiere con entrambe le mani e lo guardai allontanarsi. Rimasi qualche istante in silenzio, lasciando che le sue parole e tutto quello che era successo quel pomeriggio si depositassero dentro di me. Poi portai il bicchiere alle labbra e bevvi lentamente.
26 agosto 2026
Mi svegliai lentamente, ancora stanca per il pomeriggio precedente. Avevo dormito tutta la notte a pancia in giù. La sera prima, infatti, avevo fatto fatica a stare seduta durante la cena e, quando ero andata a letto, avevo capito quasi subito che quella sarebbe stata l'unica posizione davvero confortevole.
Mi alzai e, prima d'iniziare la giornata, eseguii i miei compiti verso Marco, seguendo la routine che ormai faceva parte delle mie mattine.
Poi iniziai a prepararmi per il lavoro. Prima di vestirmi presi la crema all'aloe che Marco mi aveva lasciato. La applicai con calma, lasciando che la sensazione fresca attenuasse almeno un po' il calore che avvertivo ancora.
Mentre la spalmavo, ripensai a quello che era successo il giorno precedente.
Quando terminai di prepararmi, uscii di casa. Alle nove dovevo essere al lavoro. Non appena parcheggiai, il telefono vibrò.
M. Marco:
"Come stai questa mattina?"
Gli risposi mentre mi avviavo verso l'ingresso del centro commerciale, a piedi.
Alice:
"Sono un po' stanca, Padrone. E faccio ancora un po' fatica a stare seduta"
M. Marco:
"Direi più che normale. E in piedi?"
Alice:
"Quasi niente. Sento solo un po' di fastidio quando i pantaloni sfregano"
M. Marco:
"Cerca comunque di non trascurarti e continua con la crema, applicala regolarmente. Voglio sapere se la situazione cambia"
C'era qualcosa di rassicurante nel modo in cui si interessava alle mie condizioni, soprattutto dopo la durezza del giorno precedente. Riposi il telefono in borsa e continuai verso il lavoro.
La mattinata passò tra clienti, sistemazione della merce e le normali attività del negozio. Essendo quasi sempre in piedi, riuscivo a lavorare senza particolari problemi, anche se ogni tanto percepivo ancora quel leggero fastidio quando il tessuto dei pantaloni sfiorava la pelle.
Alle quattordici terminai il turno e tornai a casa. Pranzai velocemente, poi mi feci una doccia rigenerante e riapplicai la crema.
Per il pomeriggio scelsi qualcosa di più comodo: una gonna e una camicetta. In quel modo avrei evitato almeno in parte lo sfregamento del tessuto che avevo sentito durante il turno.
Poco dopo, uscii nuovamente con mia madre per alcune commissioni. Passammo qualche oretta tra uffici e qualche momento passato semplicemente a chiacchierare. Nonostante tutto, fu piacevole.
Intorno le 17, lasciai mia madre a casa e uscii per recuperare le ragazze. Poco dopo eravamo tutte insieme, dirette al cinema per vedere Couture.
Quando arrivammo, dopo aver fatto i biglietti, prendemmo subito posto in sala. Mi sedetti sulla poltrona cercando di sistemarmi senza dare nell'occhio.
Ringraziai mentalmente il fatto che le poltrone fossero morbide, anche se nemmeno quello riusciva a darmi il sollievo che speravo. Cercai di concentrarmi sul film e di comportarmi normalmente, ma mi resi conto che continuavo a cambiare posizione. Spostavo leggermente il peso da una parte all'altra, cercando il punto in cui riuscivo a stare più comoda.
Giulia se ne accorse e durante l'intervallo, mentre Emma andava a recuperare qualcosa da sgranocchiare, si voltò verso di me.
«Ma che hai?» chiese.
La guardai. «Niente, perché?» chiesi facendo finta di nulla.
«È da quando ci siamo sedute che continui a muoverti»
Sentii un piccolo nodo allo stomaco, a quelle parole, ma non potevo certo dirle la verità.
«Ho solo un po' di mal di schiena» inventai rapidamente. «Ho fatto parecchi sforzi al lavoro oggi, sono arrivate molte pedane con i nuovi arrivi…e sai com'è»
Giulia sembrò accettare la spiegazione.
«Ah, ok. Pensavo avessi qualcosa»
«No, tranquilla» le sorrisi.
Poco dopo le luci si spensero e tornammo a guardare lo schermo. Dentro di me tirai un piccolo sospiro di sollievo. Per fortuna sembrava avermi creduta.
Il film finì poco dopo le nove. Quando si accesero le luci, per qualche secondo rimanemmo tutte in silenzio, ancora immerse nella storia. Fu Beatrice la prima a parlare.
«A me è piaciuto tantissimo»
«Anche a me» disse Emma. «Non pensavo mi sarebbe piaciuto così tanto»
Giulia annuì. «È fatto davvero bene. E poi la protagonista mi è piaciuta un sacco»
«Io voglio rivederlo» aggiunse Beatrice, mentre uscivamo dalla sala.
«Addirittura?» la presi in giro.
«Sì. E non guardarmi così, perché so già che lo rivedresti anche tu»
«Forse»
Emma interruppe quel discorso. «Bene, adesso però abbiamo un problema molto più serio»
«Quale?» chiesi abbracciandola da dietro.
«Dove mangiamo?»
«Io direi una pizza» propose Emma.
«No, vi prego. Stasera qualcosa di diverso» obiettò Beatrice.
«Io prenderei un hamburger» disse Giulia.
«C'è quel posto vicino al centro che fa anche i panini enormi» suggerii.
«Quello dove sei stata qualche mese fa, con tuo fratello?» mi chiese Emma.
«Sì, esatto»
«Li fanno anche con hamburger?» mi chiese Giulia.
Beatrice alzò gli occhi al cielo.
«Tu mangeresti hamburger anche a colazione»
«Non è vero» protestò.
«Ieri cosa hai mangiato?»
Giulia ci pensò qualche secondo. «Hamburger»
Scoppiammo tutte a ridere.
«Allora facciamo così» disse Emma. «Andiamo lì e ognuno prende ciò che vuole»
«Affare fatto!» esultò Beatrice.
Ci dirigemmo verso le macchine continuando a scherzare, e in poco tempo raggiungemmo il locale. Passammo il resto della serata a mangiare, ridere e commentare ancora il film, lasciandoci alle spalle per qualche ora tutti i pensieri della giornata.
Tornai a casa, dopo aver accompagnato le ragazze. Ero stanca e avevo voglia soltanto di mettermi a letto.
Prima, però, spalmai per l'ennesima volta la crema e poi controllai il telefono, avevo ricevuto un messaggio.
M. Marco:
"Come procede?"
Sapevo a cosa si riferisse.
Alice:
"Meglio, Padrone. Sono ancora un po' indolenzita e faccio fatica a stare seduta a lungo, ma in piedi praticamente non sento nulla. Ho continuato a mettere la crema come mi hai detto"
Rimasi a guardare lo schermo in attesa della sua risposta.
M. Marco:
"Bene. Continua così e cerca di riposare. Domani voglio sapere come stai"
Alice:
"Va bene, Padrone. Buonanotte"
Mi piaceva il modo in cui si prendeva cura di me. Ma era una sensazione strana, soprattutto considerando che era il mio Padrone e che, dopotutto, era stato proprio lui a ridurmi in quelle condizioni.
Posai il telefono sul comodino e finalmente mi infilai sotto le coperte. La giornata era stata lunga, ma almeno era finita.
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