Sotto la Tua guida - Capitolo 22 • I
di
Baby_Ali
genere
dominazione
Settimana dal 17 al 23 Agosto
Il lunedì mattina la sveglia suonò presto e, dopo essermi preparata, uscii di casa per raggiungere Marco prima di andare al lavoro. Avevo già ripreso mentalmente la mia routine, solo che lo feci con una consapevolezza diversa.
Dopo averlo incontrato in un contesto diverso e dopo quello che era successo a casa di Emma, rivederlo nel nostro ambiente mi faceva percepire ancora più chiaramente la differenza tra le due parti della mia vita.
Quando arrivai, però, non percepii differenze. Marco non fece alcun accenno a quello che era successo nei giorni precedenti.
Né a Ferragosto, né alla sera a casa di Emma, né a tutto quello che era successo tra noi. Sembrava quasi che quei giorni non fossero mai esistiti e forse era proprio questo a confondermi.
Per me erano stati giorni pieni di momenti che continuavano a tornarmi alla mente. Per lui sembravano semplicemente una parte della nostra vita che non aveva bisogno di essere continuamente ripresa o commentata.
Non sapevo ancora come interpretarlo. Così feci quello che ormai sapevo fare.
Seguii i passaggi a cui ero abituata, lasciando che quella mattina tornasse a essere, almeno apparentemente, una mattina come tutte le altre.
Quando terminai, pensai che avremmo avuto ancora qualche minuto per parlare, invece Marco mi congedò senza aggiungere altro. Guardai l'orologio mentre uscivo, avevo ancora quasi mezz'ora prima dell'inizio del turno.
Avrei avuto tutto il tempo per fermarmi al bar e raggiungere il lavoro senza fretta. Eppure, mentre mi allontanavo, mi sentivo stranamente amareggiata.
Non perché avessi bisogno di altre parole. Forse, semplicemente, mi aspettavo che almeno un accenno a quei giorni arrivasse da lui.
Il resto della giornata trascorse normalmente, tra lavoro e impegni quotidiani.
Quella sera, però, continuai a chiedermi se il silenzio di Marco significasse davvero che per lui quei giorni fossero ormai alle spalle.
18 Agosto 2026
Il martedì trascorse normalmente tra lavoro, casa e famiglia. Dopo le settimane precedenti, quella normalità mi sembrava quasi strana. Non avevo appuntamenti con Marco e, per una volta, non avevo bisogno di organizzare la giornata intorno a lui.
La sera mi sistemai presto a letto e accesi la televisione, scegliendo un film da guardare prima di dormire. A metà film, però, il telefono si illuminò sul comodino.
M. Marco:
"Sei già a letto?"
Alice:
"Sì, Padrone. Sto guardando una serie"
Gli scrissi a quel punto il titolo e mi chiese quanto mi mancasse per finire la puntata. Gli risposi e mi chiese di fare esattamente quello che mi avrebbe indicato, ma non mi anticipò nulla. Posai nuovamente il telefono sul comodino e tornai a guardare il film o almeno ci provai. Le immagini continuavano a scorrere davanti ai miei occhi, ma la mia attenzione era ormai altrove.
Mi chiedevo cosa avesse in mente e, soprattutto, perché avesse scelto proprio quella sera per contattarmi. Mancavano pochi giorni al nostro prossimo incontro e fino a quel momento avevo pensato che avrei avuto una pausa dal percorso, ma evidentemente mi ero sbagliata.
Quando finalmente comparvero i titoli di coda, presi il telefono dal comodino e gli scrissi:
Alice:
"È finito, Padrone"
La risposta subito.
M. Marco:
"Adesso ascoltami attentamente. Da questo momento voglio che tu faccia esattamente quello che ti dirò, senza anticipare le mie richieste"
Alice:
"Sì, Padrone, seguirò solo te"
M. Marco:
"Prima di tutto, spogliati e non osare chiudere la porta a chiave"
Rimasi un attimo sorpresa. Non era certo la richiesta che mi aspettavo, ma posai il telefono sul letto e iniziai a seguire la sua indicazione, chiedendomi cosa avesse intenzione di farmi fare dopo. Non appena fui nuda, lo informai.
M. Marco:
"Adesso ti chiamerò. Quando risponderai non dovrai parlare, non voglio sentire una sola parola da parte tua. Ascolterai quello che ti dirò e farai esattamente ciò che ti ordinerò. Niente domande, niente anticipazioni"
Deglutii lentamente e confermai. Pochi secondi dopo lo schermo iniziò a illuminarsi. Marco stava chiamando.
Presi un respiro profondo e risposi senza dire nulla. La voce di Marco arrivò dall'altra parte della chiamata, calma e quasi divertita.
«Ciao, mia giovane vogliosetta»
Sentii il viso scaldarsi, ma rimasi in silenzio come mi aveva ordinato.
«Vuoi sapere cosa succederà adesso, vero?»
Non risposi. Dall'altra parte arrivò soltanto il mio respiro. Marco sembrò sorridere.
«Lo immaginavo. Sarai già agitata, forse anche un po' eccitata» Fece una breve pausa. «Ma avrai anche paura, non è così? Sei lì, da sola, e sai che potrei chiederti qualsiasi cosa e che chiunque potrebbe entrare»
Rimasi ancora in silenzio.
«Brava. Continua così, non voglio sentire la tua voce»
Ci fu qualche secondo di silenzio.
«Adesso alzati e vai a prendere il tuo beauty»
Capii immediatamente a cosa si riferiva, non certo al beauty con il trucco. Mi alzai dal letto senza rispondere. Marco non disse nulla, ma sentì i miei passi, poi il rumore di qualcosa che veniva spostato.
«Brava, recupera il plug più grande» obbedii senza parlare. «Portalo alle labbra e lecca ogni singolo centimetro»
Iniziai a leccarlo lentamente
«Succhialo, fammi sentire come sei brava» continuò. Eseguii facendogli sentire il suono del risucchio.
«Ora sputaci sopra, fai colare la saliva» sputai, una, due volte e il suono arrivò all'orecchio di Marco. «Ancora...brava, riempilo di saliva»
Più sputavo, più il plug si ricopriva della mia saliva che lentamente scendeva ricoprendomi le dita e il palmo della mano.
«Ora poggia il telefono sul letto e posizionati a pecorina, col telefono sotto il tuo culetto» aspettò qualche secondo prima di continuare «Spingi quel plug dentro, accoglilo tutto come sai fare. Con l'allenamento della misura più grande non avrai difficoltà ad accoglierlo»
Portai una mano dietro, oltre la mia schiena, e provai a spingerlo dentro. La posizione non era una delle migliori, considerando che fossi sola, ma riuscii a spingere il plug senza troppa difficoltà, ma con qualche gemito, all'interno. Merito anche della salivazione con cui l'avevo preparato.
«Uhm, così brava, senti come viene risucchiato e ti tappa»
Sentirlo parlare così crudo e dettandomi ordini mi fece eccitare ulteriormente.
«Ti piace vero? Fammi sentire come gemi di piacere» sospirai perché era vero.
«Adesso ti porto oltre, non preoccuparti. Prendi le pinze» scherzò continuando a darmi indicazioni. Allungai una mano e recuperai le due piume con le pinze. «Avvicina il telefono a te, lascialo sul letto, le tue mani devono essere libere. Poi tirati quei capezzolini» eseguii. Afferrai con entrambi i pollici e indici, i miei piccoli capezzoli e li tirai verso giù. Sospirai.
«Allungali, da brava. Continua» più tiravo, più sospiravo.
«Ora che sono belli turgidi, applica le pinze. Uno alla volta, senza fretta. Goditi il momento»
Marco rimase in silenzio dall'altra parte della chiamata, ascoltando ogni mio piccolo gemito. Mugolio. Sospiro. Non appena li applicai, attesi qualche minuto godendomi quei capezzoli che tiravano verso giù leggermente, a causa della posizione.
«Chissà come sarai bella ora…lì su quel letto nuda, ricoperta solo dei tuoi due ornamenti, in attesa che il tuo Padrone ti dica cosa fare» Marco sembrava prendersi gioco di me.
«Ma io voglio immaginarlo il tuo corpo. Voglio immaginare le goccioline di sudore sulla tua pelle calda, i tuoi capezzoli che diventano sempre più bianchi, man mano che le pinze fanno effetto. Il tuo buchino che si stringe a ogni contrazione involontaria del tuo muscolo. E infine quella tua fighetta, rossa e calda, che si inumidisce sempre più. Che mi regala quei tuoi sporchi e meravigliosi umori»
Più parlava con quel tono calmo, sensuale, controllato, caldo. Più il mio respiro cambiava e diventava più rapido. E la cosa che mi metteva più in difficoltà era sapere che Marco non poteva vedermi e, nonostante questo, sembrava riuscire a capire comunque cosa stesse succedendo dentro di me.
Ero sola nella mia stanza, ma la sua voce rendeva quella distanza quasi irrilevante. Mi sentivo esposta, come se ogni piccolo cambiamento del mio respiro potesse tradirmi.
«Ti sento, Alice. Sento il tuo piacere…ma devi calmarti. Siamo solo a metà del percorso»
Provai a fare dei respiri profondi, cercando di mantenere calmo il piacere.
«Adesso sdraiati e divarica le gambe. Immagina che io sia seduto nella mia poltrona davanti a te. Se serve, metti un cuscino sotto il culetto e sistemati comodamente»
Mi mossi lentamente, cercando di assumere la posizione indicata.
«Giochiamo un po' con quel buchino, ti va?» chiese. Ma era ovvio che fosse una domanda retorica, visto che non potevo rispondere.
«Tiralo fuori un pochino, non farlo uscire» allungai un braccio tra le gambe e con indice e medio afferrai la base del plug e iniziai a tirare. Gemetti, avvertendo un po' di bruciore per via della secchezza che si era creata attorno alla base. Marco sembrò ignorare quel mio lamento. «Ora spingilo dentro»
Mi indicò di ripetere il movimento e lo feci. Prima una volta, poi una seconda e una terza, seguendo il ritmo che mi stava dettando. Cercavo di concentrarmi soltanto sulla sua voce e sulle sue indicazioni, ma ogni volta che ripetevo il gesto sentivo aumentare la tensione dentro di me. Il respiro diventava più irregolare e mi risultava sempre più difficile rimanere completamente immobile.
«Spingi la base dentro, come se volessi farlo entrare completamente. Ma non preoccuparti, non succederà»
Obbedii un po' timorosa. Nonostante la sua rassicurazione, non ero poi così sicura.
«Adesso tiralo fuori. Molto lentamente e fermati non appena raggiungi la parte più larga»
Seguii l'ordine. Marco rimase in silenzio diversi minuti, ma poteva sentire ogni mio respiro e ogni piccolo cedimento nella mia concentrazione, soprattutto quando raggiunsi il punto desiderato.
Poi all'improvviso tornò a parlare «Cede, vero? Ti sta allargando, ma tu vorresti solo toglierlo. Lo sento dalla tua voce, dai tuoi sospiri e mugolii»
Non risposi.
«Brava. Non devi rispondere, non ne hai il diritto stasera»
Quella sera avevo scelto di ascoltare e obbedire, e il suo modo di ricordarmelo mi faceva sentire ancora più completamente nelle sue mani.
«Ora portalo al suo posto e rilassa un momento» lo feci, ringraziandolo mentalmente. Ma quel momento durò solo qualche istante «Ripeti il gesto e non appena sarai a quel punto continua lentamente a tirare con le dita, mentre col corpo dovrai contrarre il muscolo dell'ano»
Ascoltai le sue parole una per una e dopo un attimo di cedimento per ciò che mi chiese, chiusi gli occhi e inspirai profondamente, cercando di seguire ancora una volta le sue indicazioni che stavolta erano più dure fisicamente.
Iniziai a gemere non appena provai a eseguire il suo ordine. Gemiti che erano un misto tra piacere e dolore.
«Non avere fretta. Voglio che tu impari a creare e mantenere quella tensione» provai a riprendere aria, mentre mi ordinava di mollare e ripetere il gesto.
La tensione che aveva creato non era soltanto qualcosa che riuscivo a percepire fisicamente. Mi attraversava anche a livello emotivo, rendendomi sempre più consapevole di ogni suo ordine e di ogni mia reazione.
Lui sembrava accorgersene perfettamente, perché riusciva a riconoscere i cambiamenti nel mio respiro e quei piccoli segnali che cercavo inutilmente di nascondere.
«Lo sento» disse con calma. «Stai provando piacere ed è quello che voglio»
«Adesso riposizionati come prima a pecorina, poi scivola col busto verso il letto. Lascia che quelle pinze che ormai non sentirai più sfreghino contro il materasso e ti ricordino la loro presenza»
Obbedii, tornando nella posizione assunta prima e poggiando il busto. Non appena le pinze sfregarono contro il materasso mugolai per il dolore.
«Così. Lascia che ti brucino i capezzoli. Lascia che quel dolore ti ricordi cosa sei Alice»
E bruciavano, eccome se bruciavano.
«Anche senza vederti posso immaginare come sei in questo momento: con le mani ai lati della testa, mentre stringi le lenzuola tra i pugni. C'è una curva perfetta sulla tua schiena, con quel tuo culetto alzato ed esposto»
Per un attimo credetti che mi stesse davvero osservando. Ciò che lui descriveva era esattamente come mi trovavo. Sentii il viso scaldarsi.
«Me lo stai offrendo, vero, mia piccola Alice?»
Non risposi. Il mio respiro era ormai l'unica risposta che potevo concedermi.
Marco continuò rincasando la dose. «Vorresti che fossi lì con te, a decidere io cosa fare? Magari vorresti che ti sfilassi quel plug e ti riempissi del mio cazzo»
Mugolai in risposta. Marco rise.
«E invece no, piccola vogliosetta. Voglio che sia tu a mostrarmi quanto desideri liberarti di quella tensione, di quel plug. Quindi...» Iniziava a diventare davvero difficile resistere al suo tono, alle sue parole, ai suoi ordini. Se non fossi stata la sua sottomessa, in quel momento avrei tolto tutto e col mio amato dildo che rimpiangevo avrei iniziato a scoparmi, in modo violento. Avrei urlato a squarciagola il mio piacere, mentre quei colpi che mi sarei dava in figa mi avrebbero fatto tremare il corpo, in violenti scossoni. Invece ero, sua. La sua docile sottomessa, che nonostante il piacere che provava non poteva fare altro che sottostare al suo volere, ai suoi ordini.
«...Porta le mani sulle natiche e allargale. Mostrami quella bellezza» eseguii anche se sapevamo entrambi che quel mostrare era solo retorico. Dalla sola chiamata non avrebbe potuto vedere nulla. «Adesso spingi. Permetti al tuo buchino di liberarsi del plug» feci quando disse e inizia a spingere. Gemetti e mugolai quando sentii il plug fuoriuscire un po'. Marco sentendo i miei gemiti mi incitò. Dovetti contrarre e spingere un paio di volte, prima di riuscire a espellere da solo il plug e nel momento che ciò avvenne, con esso uscii un «Aah» dalle mie labbra.
«Non osare godere, piccola vogliosetta!» mi riprese subito con tono duro «Non è quello che dovrai fare»
Quelle parole mi fecero capire improvvisamente ciò che fino a quel momento avevo cercato di non considerare. Tutta quella tensione che avevo accumulato, quel piacere che sentivo crescere e che sembrava ormai sul punto di sfuggirmi, non avrebbe avuto uno sbocco quella sera.
Rimasi immobile, cercando di accettare quella consapevolezza mentre il mio respiro continuava a tradirmi.
Dall'altra parte della chiamata ci fu qualche secondo di silenzio, poi la sua voce cambiò nuovamente.
«Basta così, per questa sera abbiamo finito»
Quelle parole mi lasciarono una sensazione strana. Non era sollievo quello che provavo. Avrei preferito che tutta quella tensione avesse avuto finalmente uno sfogo, invece di essere costretta ancora una volta a fermarmi proprio prima di raggiungerlo.
«Adesso però togli quello che hai ancora addosso. Tira via quelle pinze con decisione e non pensarci troppo»
Esitai appena. Sapevo che, se avessi tirato con decisione, avrei rischiato di liberare quella tensione che da così tanto tempo stavo cercando di trattenere. Era proprio questo a farmi esitare. Dovevo fare attenzione a non lasciarmi andare, perché sarei andata contro ciò che Marco mi aveva ordinato e quel gesto avrebbe avuto delle conseguenze.
«Forza, Alice. Fallo» continuò a ordinarmi.
Obbedii e inspirai lentamente, cercando di mantenere il controllo e di eseguire il suo ordine senza cedere. Non appena afferrai le pinze per rimuoverle, sentii un forte bruciore ai capezzoli e l'idea di doverli tirare mi fece esitare nuovamente, ma stavolta per motivi diversi. La mia attenzione non era più sul piacere che avrei potuto provare, ma sul dolore che da lì a qualche secondo avrei sentito. Lentamente, stringendo i denti e chiudendo gli occhi, iniziai a tirare finché non sentii i capezzoli allungarsi e le pinze scivolare fino a staccarsi. In quel momento il bruciore provato era così forte che dovetti mordere il cuscino davanti a me per non urlare e allarmare la mia famiglia nelle stanze accanto.
Marco rimase in silenzio dall'altra parte della chiamata. Aveva ascoltato ogni mio movimento, ogni respiro trattenuto e persino il modo in cui avevo cercato di soffocare il dolore.
«Brava» disse infine, con una nota di soddisfazione nella voce. «Adesso fai come ti dico»
Mi ordinò d'indossare qualcosa, poi aggiunse:
«Scendi, bevi un bicchiere d'acqua e torna subito in camera. Non passare da nessun'altra stanza. Voglio solo che ti calmi e, che mi aspetti»
Non mi diede il tempo di rispondere che terminò la chiamata.
Mi vestii velocemente e scesi soltanto per prendere l'acqua. Bevvi cercando di calmarmi, poi tornai immediatamente in camera. Rimasi lì ad aspettare, senza sapere cosa avesse intenzione di fare.
Dopo cinque minuti esatti il telefono squillò nuovamente.
Risposi «Padrone»
La sua voce arrivò calma dall'altra parte.
«Sai qual è la cosa che mi diverte di più di te, Alice?»
«Cosa, Padrone?»
«Che basta pochissimo per metterti in difficoltà» abbassai lo sguardo, anche se lui non poteva vedermi. «Sai cosa significa?»
Scossi appena la testa, poi mi ricordai che non poteva vedermi.
«No, Padrone»
«Significa che non devo nemmeno essere lì per avere tutta la tua attenzione. Ti basta semplicemente sentire la mia voce»
Rimasi in silenzio.
«E adesso sei lì, nella tua camera, e stai ancora pensando a quello che è successo poco fa, non è vero?»
Inspirai lentamente.
«Non è vero, Alice?» ripeté.
«Si, Padrone» confermai.
Marco rise. «Come ti senti, ora?»
La domanda mi fece esitare, cercai le parole per esprimere come mi sentivo veramente.
«Mi sento ancora molto coinvolta»
«Emotivamente?»
«Sì, Padrone»
Ci fu una breve pausa.
«E fisicamente?»
Abbassai lo sguardo. «Anche»
«In che senso? Esprimiti» continuò.
«Sento ancora molta tensione. E anche... eccitazione» ammisi.
Marco rimase in silenzio. «Quindi, nonostante abbiamo finito, quella sensazione è ancora lì»
«Sì, Padrone» sussurrai.
«E ti dà fastidio?»
«Un po'»
«Perché?»
«Perché è come se il mio corpo fosse ancora fermo a quello che è successo prima, mentre io vorrei riuscire semplicemente a rilassarmi»
«E come vorresti eliminare questa tensione? Come vorresti rilassarti?»
La domanda mi fece tentennare. Sapevo già quale fosse la risposta, ma dirla ad alta voce mi metteva in difficoltà.
«Io...non...»
«Non, cosa? Non lo sai...o stai cercando di non dirmelo?»
Abbassai lo sguardo, rimanendo in silenzio.
«Ti aiuto io» disse e iniziò a descrivere, con una calma disarmante, quello che secondo lui avrei voluto fare.
«Tu vorresti solo portare la tua mano giù a sfiorarti quella figa calda e fradicia che ti ritrovi. Vorresti inserirti due dita di quella mano all'interno di quel piccolo buchetto aperto e sditalinarti avanti e indietro. Vorresti scatenare tutto il piacere che è in te, godendo come una piccola e innocente troietta»
Una dopo l'altra, le sue parole andarono a toccare esattamente quei pensieri che avevo cercato di tenere nascosti.
«Non è vero, mia dolce, Alice?»
Rimasi immobile. Il telefono ancora all'orecchio.
«Dimmi che non è vero. Dimmi che quello che ti ho detto non è ciò che desideri e ti darò il permesso di lasciarti andare» continuò.
Per un istante desiderai con tutta me stessa poterlo contraddire. Sarebbe bastato dirgli che aveva torto, ma non potevo perché aveva descritto esattamente ciò che desideravo in quel momento.
Rimasi quindi in silenzio, non avendo più nulla da dire. Mi sentivo come se mi avesse scoperta completamente, senza bisogno che aggiungessi una sola parola.
Dall'altra parte sentii un breve sospiro soddisfatto.
«Avevo ragione...quindi non ti sarà concesso godere. Adesso vai a dormire»
Sospirai «Buonanotte, Padrone» sussurrai.
«Buonanotte, vogliosetta» e chiuse la chiamata.
Rimasi qualche secondo a fissare il telefono prima di appoggiarlo sul comodino. Ero stanca, ancora tesa e soprattutto consapevole che, quella sera, Marco era riuscito a farmi ammettere qualcosa senza che avessi bisogno di pronunciarlo davvero.
19 Agosto 2026
Non c'è molto da raccontare di quel giorno, solo che la tensione della sera precedente era ancora lì e la percepii per tutta la giornata.
Nel pomeriggio uscii con le ragazze per cercare il regalo di Lorenzo. Il giorno dopo avrebbe compiuto gli anni e volevamo trovare qualcosa che fosse davvero adatto a lui. Passammo un po' di tempo tra negozi, proposte scartate e idee che cambiavano continuamente, finendo per ridere molto più del previsto. Quando finalmente trovammo il regalo, tornammo a casa soddisfatte.
20 Agosto 2026
Quella mattina dormii fino a tardi. Sentivo di averne bisogno, sia fisicamente che mentalmente. Gli ultimi giorni erano stati piuttosto movimentati, ognuno per motivi diversi, e avevo la sensazione di dover recuperare un po' di energie.
Pranzai con calma e poi mi preparai per andare al lavoro.
Il turno passò abbastanza velocemente. Quando tornai a casa, cenai in fretta e iniziai a prepararmi per la serata che mi attendeva. Sapevo già cosa avrei indossato. Il giorno prima avevo scelto un mini abito molto corto blu, ricoperto di paillettes, legato dietro al collo e con una scollatura sulla schiena che arrivava quasi fino alla vita. Era uno di quei vestiti che attiravano inevitabilmente l'attenzione e, davanti allo specchio, mi fermai qualche secondo a osservarne l'effetto.
Una volta pronta, come facevo ormai ogni volta che avevo un'uscita, presi il telefono e mandai una foto a Marco. Era diventata quasi un'abitudine, oltre alle foto che gli inviavo al mattino.
Alice:
"Padrone, questo è ciò che ho scelto"
Marco visualizzò quasi immediatamente.
M. Marco:
"Perché non indossi l'intimo?"
Andrò dritto al punto, senza commentare la mia scelta.
Alice:
"Lo indosso, ho messo solo gli slip. Il reggiseno non l'ho messo perché con questo vestito non serve, Padrone"
M. Marco:
"Una buona scusa per indossare i morsetti a bottone"
Quando lessi quel messaggio sullo schermo rimasi immobile. Non li avevo mai indossati prima e l'idea di doverlo fare per la prima volta in quell'occasione, mi rendeva un po' titubante. Mi chiedevo se sarebbero rimasti al loro posto, se sarebbero stati visibili e soprattutto se mi sarei sentita a mio agio per tutta la sera.
Alice:
"Padrone... non li ho mai messi"
M. Marco:
"Lo so, ma è arrivato il momento"
Esitai.
Alice:
"Sono un po' titubante, Padrone. Ho paura che qualcuno li possa notare o peggio, che possano staccarsi"
M. Marco:
"Accetto le tue paure, ma questo non toglie che devi indossarli. Tira quei capezzoli, rendili turgidi e applica quei morsetti. Ricordati di stringerli bene"
Rimasi in silenzio davanti al telefono. Non volevo trasformare quella cosa in una discussione, così presi ciò che mi aveva indicato e seguii il suo ordine.
Dopo qualche minuto gli scrissi nuovamente.
Alice:
"Fatto, Padrone"
La risposta arrivò quasi subito.
M. Marco:
"Fammi vedere come ti stanno"
Feci una foto e gliela inviai.
M. Marco:
"Sembrano nati per te. Come ti senti?"
Pensai qualche secondo prima di rispondere.
Alice:
"Strana, devo ancora abituarmi. Sento che sono schiacciati"
M. Marco:
"Stringili un altro po'. Assicurati che non si muovano"
Diedi un altro giro di vite e sentii il morsetto schiacciare ancora un po' il capezzolo. Gemetti.
Proprio in quel momento il telefono vibrò di nuovo. Questa volta non era Marco, ma Lorenzo.
Lorenzo:
"Sono sotto casa. Scendi"
Guardai l'orologio. Erano le 23.
Alice:
"Padrone, Lorenzo è arrivato. Scendo"
M. Marco:
"Va bene. Divertiti, ma stai attenta. Non bere troppo e non metterti in situazioni che potrebbero diventare pericolose"
Alice:
"Sì, Padrone"
Presi la borsetta, controllai velocemente di avere tutto il necessario e scesi. Appena uscii dal portone, vidi Lorenzo appoggiato alla macchina. Quando mi vide, rimase qualche secondo a guardarmi.
«Wow» mi disse.
Sorrisi imbarazzata mentre mi avvicinavo. «Che c'è?»
«Sei bellissima. Quel vestito ti sta davvero bene»
Sentii il viso scaldarsi. Ricevere complimenti così diretti da lui, mi imbarazzava molto. E non perché fosse il mio migliore amico, ma perché sapevo quello che provava nei miei confronti.
«Grazie...» risposi cercando di mantenere un tono naturale. Poi gli andai incontro e mi gettai praticamente tra le sue braccia. «Buon compleanno!» esclamai, abbracciandolo forte.
Rise e ricambiò l'abbraccio. «Grazie, stellina» ma continuò a guardarmi con un sorriso. Per un attimo temetti che avesse notato quel piccolo dettaglio del mio outfit che cercavo di nascondere.
«Andiamo?» chiesi infine.
«Certo. Andiamo a recuperare gli altri e poi facciamo festa»
Sorrisi, mentre mi aprì lo sportello dietro. In macchina, oltre a Lorenzo, c'erano suo cugino e suo fratello, entrambi poco più piccoli di noi. Dopo averli salutati, partimmo tutti insieme verso casa di Emma per recuperare lei e gli altri che ci aspettavano lì.
E da lì ci spostammo in un locale all'aperto, che fungeva da discoteca. Lorenzo aveva riservato per noi un piccolo angolo con alcuni divanetti, dove ci sistemammo appena arrivati.
Iniziammo a bere, alternando momenti seduti sui divanetti ad altri in cui ci alzavamo per ballare lì intorno. Almeno finché Lorenzo non decise che era arrivato il momento di spostarci.
«Questa sera non si sta fermi!» gridò, trascinandoci verso la pista.
«È il tuo compleanno, mica il nostro!» gli rispose Beatrice.
«Peggio per voi. Avete scelto di venire» ridemmo.
La musica era alta e per un po' mi lasciai semplicemente trasportare dall'atmosfera. Ballando, però, ogni tanto percepivo il movimento del vestito e, insieme a quello, anche i piccoli fastidi provocati dalle pinze che avevo indossato. Ogni volta speravo che rimanessero al loro posto, ma finché avvertivo quella sensazione, mi convincevo che non si fossero mossi.
Dopo un po' io e Giulia decidemmo di andare in bagno.
Aspettai che fosse libero un bagno, poi entrai e chiusi la porta alle mie spalle. Scostai leggermente il vestito e li controllai. Per sicurezza diedi un'altra piccola girata alle viti, assicurandomi che fossero ben stabili. Lo erano, ma quel gesto provocò un ulteriore dolore che dovetti trattenere.
Mi fermai un attimo anche a osservare i capezzoli. Entrambi erano diventati completamente bianchi e schiacciati, probabilmente per la costrizione a cui erano sottoporsi da ormai diverso tempo. Sperai che questo non fosse un problema, quindi mi sistemai nuovamente il vestito e uscii per lasciare il bagno a Giulia e rimasi ad aspettarla.
Nel frattempo presi il telefono e controllai se ci fosse qualche messaggio di Marco, ma nulla. Per un istante ci rimasi un po' male, poi, però ebbi il sospetto che fosse fatto apposta. Riposi il telefono nella borsetta, nello stesso istante in cui Giulia uscì dal bagno.
Tornata in pista, continuai a ballare. Mi spostavo continuamente tra i miei amici lasciandomi coinvolgere dalla musica. Ogni tanto qualche ragazzo provava ad avvicinarsi più del necessario, cercando di ballare con me. In quei casi mi scostavo immediatamente. Non avevo bisogno di dire nulla, mi bastava allontanarmi e tornare vicino agli altri. Più di una volta finii accanto a Lorenzo quasi senza rendermene conto, come se la sua presenza rappresentasse una sorta di protezione.
La cosa mi fece sorridere. In altri tempi probabilmente avrei ricambiato quelle attenzioni, magari divertendomi a ballare con qualcuno che avevo appena conosciuto.
Ma da quando Marco era entrato nella mia vita, anche il modo in cui vivevo situazioni apparentemente innocenti era cambiato, non significava che non sapessi più divertirmi, ma semplicemente, alcune cose ormai le guardavo con occhi diversi.
La serata continuò fino a tardi, tra musica, risate e qualche drink di troppo, persi completamente la cognizione del tempo.
Solo verso le tre del mattino, quando ormai stavamo rientrando, mi accorsi finalmente che sul telefono avevo un messaggio arrivato qualche ora prima. Lo aprii mentre ero ancora seduta in macchina con Lorenzo.
M. Marco:
"Quando torni a casa, potrai rimuovere i morsetti, ma voglio una registrazione. Dovrai mostrarmi chiaramente i morsetti e il modo in cui lentamente li toglierai. Poi mi mostrerai i capezzoli e solo a quel punto potrai andare a dormire, potrai indossare qualcosa. Ma tutto il resto lo dovrai fare nuda, quindi ti spoglierai davanti la fotocamera. Una volta registrato, manda subito"
Durante la serata non avevo pensato a Marco, o almeno, non nel modo in cui ero abituata a farlo. Eppure la sua presenza era rimasta con me per tutta la sera. Ogni volta che sentivo i seni muoversi, o quel leggero fastidio che mi ricordava della presenza dei morsetti, tornavo inevitabilmente a ciò che significavano e al motivo per cui li indossavo. Erano stati un suo ordine e, in qualche modo, la sua presenza mi aveva accompagnata per tutta la serata.
Il mio sguardo cambiò quasi senza che me ne rendessi conto, dopo aver letto il messaggio. Lorenzo se ne accorse dallo specchietto.
«Tutto bene, stellina?» mi chiese voltandosi.
«Sì, sono solo stanca. Voglio solo dormire» sorrisi.
Lorenzo mi osservò ancora per qualche secondo, poi si voltò nuovamente verso il parabrezza. Era seduto accanto a suo cugino, che guidava, mentre io ero sistemata sul sedile posteriore.
Quando arrivai a casa, ero troppo stanca per fare qualcosa, ma non potevo disobbedire a un suo ordine. Quindi posizionai il telefono e avviai la registrazione, posizionandomi davanti. Inizia a spogliarmi, eliminando solo il vestito poi feci uno zoom sul seno e inizia a seguire le sue indicazioni. Non appena sfiorai i morsetti avvertii un forte dolore, strinsi gli occhi e iniziai ad allentare lentamente la prima vite. Più allentavo, e più il dolore si intensificava, nonostante lo stessi solo rimuovendo. Mugolai cercando di non svegliare i miei.
Una volta liberato il capezzolo, lo trovai molto schiacciato, bianco e ultra sensibile al tocco. Ripetei il tutto per l'altro capezzolo, che risultò alla stessa maniera del precedente. Mentre eseguivo i suoi ordini, allentando le viti mi accorsi che quel forte dolore provato mi fece colare e inzuppare il perizoma che indossavo. Istintivamente portai il telefono giù e registrai anche quella reazione che il mio corpo aveva avuto, anche se non era una novità.
Staccai il video, lo inviai a Marco, indossai una canotta che arrivava a malapena sui glutei e andai a dormire.
21 Agosto 2026
La sveglia suonò alle dieci in punto. Aprii gli occhi con un forte mal di testa. Sentivo un cerchio fastidioso stringermi la testa e per qualche secondo rimasi immobile, cercando di ricordare che ore fossero, poi guardai l'orologio. Tra un'ora avrei dovuto essere al lavoro.
La prima cosa che feci, però, fu prendere il telefono. C'era un messaggio.
M. Marco:
"Buongiorno, Alice. Immagino che questa mattina tu abbia ancora qualche ricordo della notte appena trascorsa"
Alice:
"Buongiorno, Padrone. Si, ho tutti i ricordi, ma ho un mal di testa terribile"
M. Marco:
"Allora ieri sera hai esagerato. Prendi subito un analgesico e bevi più acqua di quella che hai come compito quotidiano"
Non potevo dargli torto.
Alice:
"Probabilmente sì"
Posai il telefono e scesi in cucina. Feci colazione velocemente e presi un analgesico, sperando che quel fastidioso cerchio alla testa si attenuasse abbastanza da permettermi di affrontare il turno. Come disse Marco dovevo aver bevuto decisamente più del previsto. Poco dopo però scoprii che anche gli altri non stavano messi meglio. In effetti i drink scorrevano uno dopo l'altro tra le nostre mani. Gli unici rimasti più sobri erano coloro che dovevano guidare.
A lavoro il turno passò lentamente, ma riuscii a portarlo a termine. Il mal di testa sembrava anche essersi attenuato. Alle 17, terminai il turno. Tornai a casa, mi cambiai velocemente, recuperai la valigia che avevo preparato il giorno prima e controllai di avere con me tutto il necessario per il week end. Poco dopo mio padre mi accompagnò alla stazione.
Durante il tragitto pensai che, nel giro di poche ore, ero passata dal compleanno di Lorenzo alla preparazione per la fiera. Avevo ancora addosso la stanchezza della notte precedente, ma ormai non potevo più pensarci.
Arrivata in stazione, salutai mio padre, presi la valigia e raggiunsi il binario, dove una volta salita sul treno, finalmente potei rilassarmi.
Mi sistemai al mio posto e presi nuovamente il telefono.
Alice:
"Sono sul treno, Padrone. Ho un'oretta di viaggio"
M. Marco:
"Ottimo. Raccontami della serata"
Gli raccontai un po' della serata. Dopo qualche messaggio arrivò una domanda.
M. Marco:
"Qualcuno ci ha provato con te?"
Esitai appena prima di rispondere.
Alice:
"Qualcuno ha provato ad avvicinarsi mentre ballavo"
M. Marco:
"E tu?"
Alice:
"Mi sono spostata. Quando qualcuno si avvicinava troppo tornavo vicino agli altri. Spesso sono finita accanto a Lorenzo"
M. Marco:
"Immagino che ti abbia fatto sentire più tranquilla"
Alice:
"Sì, Padrone"
Poi arrivò la domanda che, in fondo, mi aspettavo.
M. Marco:
"E i morsetti? Che hai da dirmi a riguardo?"
Alice:
"Sono rimasti al loro posto per tutta la serata. Ma a un certo punto sono andata in bagno e ho controllato. Per sicurezza li ho sistemati nuovamente, ma erano ancora stabili"
M. Marco:
"E ti hanno dato fastidio?"
Pensai alla sensazione che avevo avuto durante la serata, al modo in cui ogni tanto mi ricordavano della sua presenza.
Alice:
"Un po', Padrone. Ma mi ricordavano che li avevo addosso per te. La parte più dolorosa è stata toglierli. Ho dovuto farlo molto lentamente e, quando finalmente li ho rimossi, ho sentito un dolore piuttosto forte"
M. Marco:
"Esattamente quello che volevo. Ho visto nel video quanto hai dovuto sopportare per rimuoverli. Il dolore ti ha fatto bagnare molto più del tuo solito, che non è comunque poco, sono soddisfatto di ciò"
Non risposi subito. Nel frattempo Marco mi inviò un altro messaggio.
M. Marco:
"Quando ci rivedremo, comunque, ci sarà una conseguenza per la serata di ieri"
Alice:
"Per cosa, Padrone?"
M. Marco:
"Per aver bevuto troppo e per esserti messa in una situazione in cui avresti potuto correre dei rischi, ma ne parleremo quando saremo di nuovo insieme. Per ora pensa al lavoro e cerca di riposarti"
Rimasi qualche secondo a guardare quel messaggio. La serata che avevo vissuto come una semplice festa sembrava improvvisamente assumere un significato diverso.
Quando arrivai in stazione, trovai ad aspettarmi una navetta organizzata dall'agenzia per cui lavoravo, che mi avrebbe portata direttamente in hotel. Una volta arrivata, non persi tempo, sistemai velocemente la valigia in camera, preparai le cose che mi sarebbero servite per il mattino e impostai la sveglia.
Ero esausta. Dopo la notte precedente e il viaggio, sentivo di avere bisogno di recuperare tutte le energie possibili, così mi infilai a letto e mi addormentai quasi subito.
22 e 23 Agosto 2026
La fiera iniziò presto. Come hostess, trascorsi gran parte delle giornate in piedi, accogliendo i visitatori, fornendo informazioni, accompagnando le persone quando necessario e occupandomi delle attività che mi erano state assegnate.
Il sabato passò praticamente senza che me ne accorgessi. Tra un turno e l'altro avevo appena il tempo di bere qualcosa, mangiare velocemente e scambiare qualche parola con le altre persone dello staff. Alla sera ero stanchissima, ma anche soddisfatta. Era sempre particolare vedere quanto lavoro ci fosse dietro una manifestazione di quelle dimensioni.
La domenica il ritmo non cambiò molto. Il secondo giorno arrivai alla fiera già consapevole di cosa mi aspettasse. Le gambe erano più stanche rispetto al giorno precedente, ma ormai avevo preso il ritmo e riuscii a lasciarmi trasportare dalla giornata.
Quei due giorni finirono così, tra lavoro, persone, spostamenti continui e poche ore di riposo, non ebbi praticamente tempo di pensare ad altro. E forse fu proprio quello di cui avevo bisogno.
Per quei giorni la mia attenzione fu completamente assorbita dalla fiera e solo alla fine di ieri, iniziai a pensare al ritorno e soprattutto al fatto che martedì avrei rivisto Marco.
Il lunedì mattina la sveglia suonò presto e, dopo essermi preparata, uscii di casa per raggiungere Marco prima di andare al lavoro. Avevo già ripreso mentalmente la mia routine, solo che lo feci con una consapevolezza diversa.
Dopo averlo incontrato in un contesto diverso e dopo quello che era successo a casa di Emma, rivederlo nel nostro ambiente mi faceva percepire ancora più chiaramente la differenza tra le due parti della mia vita.
Quando arrivai, però, non percepii differenze. Marco non fece alcun accenno a quello che era successo nei giorni precedenti.
Né a Ferragosto, né alla sera a casa di Emma, né a tutto quello che era successo tra noi. Sembrava quasi che quei giorni non fossero mai esistiti e forse era proprio questo a confondermi.
Per me erano stati giorni pieni di momenti che continuavano a tornarmi alla mente. Per lui sembravano semplicemente una parte della nostra vita che non aveva bisogno di essere continuamente ripresa o commentata.
Non sapevo ancora come interpretarlo. Così feci quello che ormai sapevo fare.
Seguii i passaggi a cui ero abituata, lasciando che quella mattina tornasse a essere, almeno apparentemente, una mattina come tutte le altre.
Quando terminai, pensai che avremmo avuto ancora qualche minuto per parlare, invece Marco mi congedò senza aggiungere altro. Guardai l'orologio mentre uscivo, avevo ancora quasi mezz'ora prima dell'inizio del turno.
Avrei avuto tutto il tempo per fermarmi al bar e raggiungere il lavoro senza fretta. Eppure, mentre mi allontanavo, mi sentivo stranamente amareggiata.
Non perché avessi bisogno di altre parole. Forse, semplicemente, mi aspettavo che almeno un accenno a quei giorni arrivasse da lui.
Il resto della giornata trascorse normalmente, tra lavoro e impegni quotidiani.
Quella sera, però, continuai a chiedermi se il silenzio di Marco significasse davvero che per lui quei giorni fossero ormai alle spalle.
18 Agosto 2026
Il martedì trascorse normalmente tra lavoro, casa e famiglia. Dopo le settimane precedenti, quella normalità mi sembrava quasi strana. Non avevo appuntamenti con Marco e, per una volta, non avevo bisogno di organizzare la giornata intorno a lui.
La sera mi sistemai presto a letto e accesi la televisione, scegliendo un film da guardare prima di dormire. A metà film, però, il telefono si illuminò sul comodino.
M. Marco:
"Sei già a letto?"
Alice:
"Sì, Padrone. Sto guardando una serie"
Gli scrissi a quel punto il titolo e mi chiese quanto mi mancasse per finire la puntata. Gli risposi e mi chiese di fare esattamente quello che mi avrebbe indicato, ma non mi anticipò nulla. Posai nuovamente il telefono sul comodino e tornai a guardare il film o almeno ci provai. Le immagini continuavano a scorrere davanti ai miei occhi, ma la mia attenzione era ormai altrove.
Mi chiedevo cosa avesse in mente e, soprattutto, perché avesse scelto proprio quella sera per contattarmi. Mancavano pochi giorni al nostro prossimo incontro e fino a quel momento avevo pensato che avrei avuto una pausa dal percorso, ma evidentemente mi ero sbagliata.
Quando finalmente comparvero i titoli di coda, presi il telefono dal comodino e gli scrissi:
Alice:
"È finito, Padrone"
La risposta subito.
M. Marco:
"Adesso ascoltami attentamente. Da questo momento voglio che tu faccia esattamente quello che ti dirò, senza anticipare le mie richieste"
Alice:
"Sì, Padrone, seguirò solo te"
M. Marco:
"Prima di tutto, spogliati e non osare chiudere la porta a chiave"
Rimasi un attimo sorpresa. Non era certo la richiesta che mi aspettavo, ma posai il telefono sul letto e iniziai a seguire la sua indicazione, chiedendomi cosa avesse intenzione di farmi fare dopo. Non appena fui nuda, lo informai.
M. Marco:
"Adesso ti chiamerò. Quando risponderai non dovrai parlare, non voglio sentire una sola parola da parte tua. Ascolterai quello che ti dirò e farai esattamente ciò che ti ordinerò. Niente domande, niente anticipazioni"
Deglutii lentamente e confermai. Pochi secondi dopo lo schermo iniziò a illuminarsi. Marco stava chiamando.
Presi un respiro profondo e risposi senza dire nulla. La voce di Marco arrivò dall'altra parte della chiamata, calma e quasi divertita.
«Ciao, mia giovane vogliosetta»
Sentii il viso scaldarsi, ma rimasi in silenzio come mi aveva ordinato.
«Vuoi sapere cosa succederà adesso, vero?»
Non risposi. Dall'altra parte arrivò soltanto il mio respiro. Marco sembrò sorridere.
«Lo immaginavo. Sarai già agitata, forse anche un po' eccitata» Fece una breve pausa. «Ma avrai anche paura, non è così? Sei lì, da sola, e sai che potrei chiederti qualsiasi cosa e che chiunque potrebbe entrare»
Rimasi ancora in silenzio.
«Brava. Continua così, non voglio sentire la tua voce»
Ci fu qualche secondo di silenzio.
«Adesso alzati e vai a prendere il tuo beauty»
Capii immediatamente a cosa si riferiva, non certo al beauty con il trucco. Mi alzai dal letto senza rispondere. Marco non disse nulla, ma sentì i miei passi, poi il rumore di qualcosa che veniva spostato.
«Brava, recupera il plug più grande» obbedii senza parlare. «Portalo alle labbra e lecca ogni singolo centimetro»
Iniziai a leccarlo lentamente
«Succhialo, fammi sentire come sei brava» continuò. Eseguii facendogli sentire il suono del risucchio.
«Ora sputaci sopra, fai colare la saliva» sputai, una, due volte e il suono arrivò all'orecchio di Marco. «Ancora...brava, riempilo di saliva»
Più sputavo, più il plug si ricopriva della mia saliva che lentamente scendeva ricoprendomi le dita e il palmo della mano.
«Ora poggia il telefono sul letto e posizionati a pecorina, col telefono sotto il tuo culetto» aspettò qualche secondo prima di continuare «Spingi quel plug dentro, accoglilo tutto come sai fare. Con l'allenamento della misura più grande non avrai difficoltà ad accoglierlo»
Portai una mano dietro, oltre la mia schiena, e provai a spingerlo dentro. La posizione non era una delle migliori, considerando che fossi sola, ma riuscii a spingere il plug senza troppa difficoltà, ma con qualche gemito, all'interno. Merito anche della salivazione con cui l'avevo preparato.
«Uhm, così brava, senti come viene risucchiato e ti tappa»
Sentirlo parlare così crudo e dettandomi ordini mi fece eccitare ulteriormente.
«Ti piace vero? Fammi sentire come gemi di piacere» sospirai perché era vero.
«Adesso ti porto oltre, non preoccuparti. Prendi le pinze» scherzò continuando a darmi indicazioni. Allungai una mano e recuperai le due piume con le pinze. «Avvicina il telefono a te, lascialo sul letto, le tue mani devono essere libere. Poi tirati quei capezzolini» eseguii. Afferrai con entrambi i pollici e indici, i miei piccoli capezzoli e li tirai verso giù. Sospirai.
«Allungali, da brava. Continua» più tiravo, più sospiravo.
«Ora che sono belli turgidi, applica le pinze. Uno alla volta, senza fretta. Goditi il momento»
Marco rimase in silenzio dall'altra parte della chiamata, ascoltando ogni mio piccolo gemito. Mugolio. Sospiro. Non appena li applicai, attesi qualche minuto godendomi quei capezzoli che tiravano verso giù leggermente, a causa della posizione.
«Chissà come sarai bella ora…lì su quel letto nuda, ricoperta solo dei tuoi due ornamenti, in attesa che il tuo Padrone ti dica cosa fare» Marco sembrava prendersi gioco di me.
«Ma io voglio immaginarlo il tuo corpo. Voglio immaginare le goccioline di sudore sulla tua pelle calda, i tuoi capezzoli che diventano sempre più bianchi, man mano che le pinze fanno effetto. Il tuo buchino che si stringe a ogni contrazione involontaria del tuo muscolo. E infine quella tua fighetta, rossa e calda, che si inumidisce sempre più. Che mi regala quei tuoi sporchi e meravigliosi umori»
Più parlava con quel tono calmo, sensuale, controllato, caldo. Più il mio respiro cambiava e diventava più rapido. E la cosa che mi metteva più in difficoltà era sapere che Marco non poteva vedermi e, nonostante questo, sembrava riuscire a capire comunque cosa stesse succedendo dentro di me.
Ero sola nella mia stanza, ma la sua voce rendeva quella distanza quasi irrilevante. Mi sentivo esposta, come se ogni piccolo cambiamento del mio respiro potesse tradirmi.
«Ti sento, Alice. Sento il tuo piacere…ma devi calmarti. Siamo solo a metà del percorso»
Provai a fare dei respiri profondi, cercando di mantenere calmo il piacere.
«Adesso sdraiati e divarica le gambe. Immagina che io sia seduto nella mia poltrona davanti a te. Se serve, metti un cuscino sotto il culetto e sistemati comodamente»
Mi mossi lentamente, cercando di assumere la posizione indicata.
«Giochiamo un po' con quel buchino, ti va?» chiese. Ma era ovvio che fosse una domanda retorica, visto che non potevo rispondere.
«Tiralo fuori un pochino, non farlo uscire» allungai un braccio tra le gambe e con indice e medio afferrai la base del plug e iniziai a tirare. Gemetti, avvertendo un po' di bruciore per via della secchezza che si era creata attorno alla base. Marco sembrò ignorare quel mio lamento. «Ora spingilo dentro»
Mi indicò di ripetere il movimento e lo feci. Prima una volta, poi una seconda e una terza, seguendo il ritmo che mi stava dettando. Cercavo di concentrarmi soltanto sulla sua voce e sulle sue indicazioni, ma ogni volta che ripetevo il gesto sentivo aumentare la tensione dentro di me. Il respiro diventava più irregolare e mi risultava sempre più difficile rimanere completamente immobile.
«Spingi la base dentro, come se volessi farlo entrare completamente. Ma non preoccuparti, non succederà»
Obbedii un po' timorosa. Nonostante la sua rassicurazione, non ero poi così sicura.
«Adesso tiralo fuori. Molto lentamente e fermati non appena raggiungi la parte più larga»
Seguii l'ordine. Marco rimase in silenzio diversi minuti, ma poteva sentire ogni mio respiro e ogni piccolo cedimento nella mia concentrazione, soprattutto quando raggiunsi il punto desiderato.
Poi all'improvviso tornò a parlare «Cede, vero? Ti sta allargando, ma tu vorresti solo toglierlo. Lo sento dalla tua voce, dai tuoi sospiri e mugolii»
Non risposi.
«Brava. Non devi rispondere, non ne hai il diritto stasera»
Quella sera avevo scelto di ascoltare e obbedire, e il suo modo di ricordarmelo mi faceva sentire ancora più completamente nelle sue mani.
«Ora portalo al suo posto e rilassa un momento» lo feci, ringraziandolo mentalmente. Ma quel momento durò solo qualche istante «Ripeti il gesto e non appena sarai a quel punto continua lentamente a tirare con le dita, mentre col corpo dovrai contrarre il muscolo dell'ano»
Ascoltai le sue parole una per una e dopo un attimo di cedimento per ciò che mi chiese, chiusi gli occhi e inspirai profondamente, cercando di seguire ancora una volta le sue indicazioni che stavolta erano più dure fisicamente.
Iniziai a gemere non appena provai a eseguire il suo ordine. Gemiti che erano un misto tra piacere e dolore.
«Non avere fretta. Voglio che tu impari a creare e mantenere quella tensione» provai a riprendere aria, mentre mi ordinava di mollare e ripetere il gesto.
La tensione che aveva creato non era soltanto qualcosa che riuscivo a percepire fisicamente. Mi attraversava anche a livello emotivo, rendendomi sempre più consapevole di ogni suo ordine e di ogni mia reazione.
Lui sembrava accorgersene perfettamente, perché riusciva a riconoscere i cambiamenti nel mio respiro e quei piccoli segnali che cercavo inutilmente di nascondere.
«Lo sento» disse con calma. «Stai provando piacere ed è quello che voglio»
«Adesso riposizionati come prima a pecorina, poi scivola col busto verso il letto. Lascia che quelle pinze che ormai non sentirai più sfreghino contro il materasso e ti ricordino la loro presenza»
Obbedii, tornando nella posizione assunta prima e poggiando il busto. Non appena le pinze sfregarono contro il materasso mugolai per il dolore.
«Così. Lascia che ti brucino i capezzoli. Lascia che quel dolore ti ricordi cosa sei Alice»
E bruciavano, eccome se bruciavano.
«Anche senza vederti posso immaginare come sei in questo momento: con le mani ai lati della testa, mentre stringi le lenzuola tra i pugni. C'è una curva perfetta sulla tua schiena, con quel tuo culetto alzato ed esposto»
Per un attimo credetti che mi stesse davvero osservando. Ciò che lui descriveva era esattamente come mi trovavo. Sentii il viso scaldarsi.
«Me lo stai offrendo, vero, mia piccola Alice?»
Non risposi. Il mio respiro era ormai l'unica risposta che potevo concedermi.
Marco continuò rincasando la dose. «Vorresti che fossi lì con te, a decidere io cosa fare? Magari vorresti che ti sfilassi quel plug e ti riempissi del mio cazzo»
Mugolai in risposta. Marco rise.
«E invece no, piccola vogliosetta. Voglio che sia tu a mostrarmi quanto desideri liberarti di quella tensione, di quel plug. Quindi...» Iniziava a diventare davvero difficile resistere al suo tono, alle sue parole, ai suoi ordini. Se non fossi stata la sua sottomessa, in quel momento avrei tolto tutto e col mio amato dildo che rimpiangevo avrei iniziato a scoparmi, in modo violento. Avrei urlato a squarciagola il mio piacere, mentre quei colpi che mi sarei dava in figa mi avrebbero fatto tremare il corpo, in violenti scossoni. Invece ero, sua. La sua docile sottomessa, che nonostante il piacere che provava non poteva fare altro che sottostare al suo volere, ai suoi ordini.
«...Porta le mani sulle natiche e allargale. Mostrami quella bellezza» eseguii anche se sapevamo entrambi che quel mostrare era solo retorico. Dalla sola chiamata non avrebbe potuto vedere nulla. «Adesso spingi. Permetti al tuo buchino di liberarsi del plug» feci quando disse e inizia a spingere. Gemetti e mugolai quando sentii il plug fuoriuscire un po'. Marco sentendo i miei gemiti mi incitò. Dovetti contrarre e spingere un paio di volte, prima di riuscire a espellere da solo il plug e nel momento che ciò avvenne, con esso uscii un «Aah» dalle mie labbra.
«Non osare godere, piccola vogliosetta!» mi riprese subito con tono duro «Non è quello che dovrai fare»
Quelle parole mi fecero capire improvvisamente ciò che fino a quel momento avevo cercato di non considerare. Tutta quella tensione che avevo accumulato, quel piacere che sentivo crescere e che sembrava ormai sul punto di sfuggirmi, non avrebbe avuto uno sbocco quella sera.
Rimasi immobile, cercando di accettare quella consapevolezza mentre il mio respiro continuava a tradirmi.
Dall'altra parte della chiamata ci fu qualche secondo di silenzio, poi la sua voce cambiò nuovamente.
«Basta così, per questa sera abbiamo finito»
Quelle parole mi lasciarono una sensazione strana. Non era sollievo quello che provavo. Avrei preferito che tutta quella tensione avesse avuto finalmente uno sfogo, invece di essere costretta ancora una volta a fermarmi proprio prima di raggiungerlo.
«Adesso però togli quello che hai ancora addosso. Tira via quelle pinze con decisione e non pensarci troppo»
Esitai appena. Sapevo che, se avessi tirato con decisione, avrei rischiato di liberare quella tensione che da così tanto tempo stavo cercando di trattenere. Era proprio questo a farmi esitare. Dovevo fare attenzione a non lasciarmi andare, perché sarei andata contro ciò che Marco mi aveva ordinato e quel gesto avrebbe avuto delle conseguenze.
«Forza, Alice. Fallo» continuò a ordinarmi.
Obbedii e inspirai lentamente, cercando di mantenere il controllo e di eseguire il suo ordine senza cedere. Non appena afferrai le pinze per rimuoverle, sentii un forte bruciore ai capezzoli e l'idea di doverli tirare mi fece esitare nuovamente, ma stavolta per motivi diversi. La mia attenzione non era più sul piacere che avrei potuto provare, ma sul dolore che da lì a qualche secondo avrei sentito. Lentamente, stringendo i denti e chiudendo gli occhi, iniziai a tirare finché non sentii i capezzoli allungarsi e le pinze scivolare fino a staccarsi. In quel momento il bruciore provato era così forte che dovetti mordere il cuscino davanti a me per non urlare e allarmare la mia famiglia nelle stanze accanto.
Marco rimase in silenzio dall'altra parte della chiamata. Aveva ascoltato ogni mio movimento, ogni respiro trattenuto e persino il modo in cui avevo cercato di soffocare il dolore.
«Brava» disse infine, con una nota di soddisfazione nella voce. «Adesso fai come ti dico»
Mi ordinò d'indossare qualcosa, poi aggiunse:
«Scendi, bevi un bicchiere d'acqua e torna subito in camera. Non passare da nessun'altra stanza. Voglio solo che ti calmi e, che mi aspetti»
Non mi diede il tempo di rispondere che terminò la chiamata.
Mi vestii velocemente e scesi soltanto per prendere l'acqua. Bevvi cercando di calmarmi, poi tornai immediatamente in camera. Rimasi lì ad aspettare, senza sapere cosa avesse intenzione di fare.
Dopo cinque minuti esatti il telefono squillò nuovamente.
Risposi «Padrone»
La sua voce arrivò calma dall'altra parte.
«Sai qual è la cosa che mi diverte di più di te, Alice?»
«Cosa, Padrone?»
«Che basta pochissimo per metterti in difficoltà» abbassai lo sguardo, anche se lui non poteva vedermi. «Sai cosa significa?»
Scossi appena la testa, poi mi ricordai che non poteva vedermi.
«No, Padrone»
«Significa che non devo nemmeno essere lì per avere tutta la tua attenzione. Ti basta semplicemente sentire la mia voce»
Rimasi in silenzio.
«E adesso sei lì, nella tua camera, e stai ancora pensando a quello che è successo poco fa, non è vero?»
Inspirai lentamente.
«Non è vero, Alice?» ripeté.
«Si, Padrone» confermai.
Marco rise. «Come ti senti, ora?»
La domanda mi fece esitare, cercai le parole per esprimere come mi sentivo veramente.
«Mi sento ancora molto coinvolta»
«Emotivamente?»
«Sì, Padrone»
Ci fu una breve pausa.
«E fisicamente?»
Abbassai lo sguardo. «Anche»
«In che senso? Esprimiti» continuò.
«Sento ancora molta tensione. E anche... eccitazione» ammisi.
Marco rimase in silenzio. «Quindi, nonostante abbiamo finito, quella sensazione è ancora lì»
«Sì, Padrone» sussurrai.
«E ti dà fastidio?»
«Un po'»
«Perché?»
«Perché è come se il mio corpo fosse ancora fermo a quello che è successo prima, mentre io vorrei riuscire semplicemente a rilassarmi»
«E come vorresti eliminare questa tensione? Come vorresti rilassarti?»
La domanda mi fece tentennare. Sapevo già quale fosse la risposta, ma dirla ad alta voce mi metteva in difficoltà.
«Io...non...»
«Non, cosa? Non lo sai...o stai cercando di non dirmelo?»
Abbassai lo sguardo, rimanendo in silenzio.
«Ti aiuto io» disse e iniziò a descrivere, con una calma disarmante, quello che secondo lui avrei voluto fare.
«Tu vorresti solo portare la tua mano giù a sfiorarti quella figa calda e fradicia che ti ritrovi. Vorresti inserirti due dita di quella mano all'interno di quel piccolo buchetto aperto e sditalinarti avanti e indietro. Vorresti scatenare tutto il piacere che è in te, godendo come una piccola e innocente troietta»
Una dopo l'altra, le sue parole andarono a toccare esattamente quei pensieri che avevo cercato di tenere nascosti.
«Non è vero, mia dolce, Alice?»
Rimasi immobile. Il telefono ancora all'orecchio.
«Dimmi che non è vero. Dimmi che quello che ti ho detto non è ciò che desideri e ti darò il permesso di lasciarti andare» continuò.
Per un istante desiderai con tutta me stessa poterlo contraddire. Sarebbe bastato dirgli che aveva torto, ma non potevo perché aveva descritto esattamente ciò che desideravo in quel momento.
Rimasi quindi in silenzio, non avendo più nulla da dire. Mi sentivo come se mi avesse scoperta completamente, senza bisogno che aggiungessi una sola parola.
Dall'altra parte sentii un breve sospiro soddisfatto.
«Avevo ragione...quindi non ti sarà concesso godere. Adesso vai a dormire»
Sospirai «Buonanotte, Padrone» sussurrai.
«Buonanotte, vogliosetta» e chiuse la chiamata.
Rimasi qualche secondo a fissare il telefono prima di appoggiarlo sul comodino. Ero stanca, ancora tesa e soprattutto consapevole che, quella sera, Marco era riuscito a farmi ammettere qualcosa senza che avessi bisogno di pronunciarlo davvero.
19 Agosto 2026
Non c'è molto da raccontare di quel giorno, solo che la tensione della sera precedente era ancora lì e la percepii per tutta la giornata.
Nel pomeriggio uscii con le ragazze per cercare il regalo di Lorenzo. Il giorno dopo avrebbe compiuto gli anni e volevamo trovare qualcosa che fosse davvero adatto a lui. Passammo un po' di tempo tra negozi, proposte scartate e idee che cambiavano continuamente, finendo per ridere molto più del previsto. Quando finalmente trovammo il regalo, tornammo a casa soddisfatte.
20 Agosto 2026
Quella mattina dormii fino a tardi. Sentivo di averne bisogno, sia fisicamente che mentalmente. Gli ultimi giorni erano stati piuttosto movimentati, ognuno per motivi diversi, e avevo la sensazione di dover recuperare un po' di energie.
Pranzai con calma e poi mi preparai per andare al lavoro.
Il turno passò abbastanza velocemente. Quando tornai a casa, cenai in fretta e iniziai a prepararmi per la serata che mi attendeva. Sapevo già cosa avrei indossato. Il giorno prima avevo scelto un mini abito molto corto blu, ricoperto di paillettes, legato dietro al collo e con una scollatura sulla schiena che arrivava quasi fino alla vita. Era uno di quei vestiti che attiravano inevitabilmente l'attenzione e, davanti allo specchio, mi fermai qualche secondo a osservarne l'effetto.
Una volta pronta, come facevo ormai ogni volta che avevo un'uscita, presi il telefono e mandai una foto a Marco. Era diventata quasi un'abitudine, oltre alle foto che gli inviavo al mattino.
Alice:
"Padrone, questo è ciò che ho scelto"
Marco visualizzò quasi immediatamente.
M. Marco:
"Perché non indossi l'intimo?"
Andrò dritto al punto, senza commentare la mia scelta.
Alice:
"Lo indosso, ho messo solo gli slip. Il reggiseno non l'ho messo perché con questo vestito non serve, Padrone"
M. Marco:
"Una buona scusa per indossare i morsetti a bottone"
Quando lessi quel messaggio sullo schermo rimasi immobile. Non li avevo mai indossati prima e l'idea di doverlo fare per la prima volta in quell'occasione, mi rendeva un po' titubante. Mi chiedevo se sarebbero rimasti al loro posto, se sarebbero stati visibili e soprattutto se mi sarei sentita a mio agio per tutta la sera.
Alice:
"Padrone... non li ho mai messi"
M. Marco:
"Lo so, ma è arrivato il momento"
Esitai.
Alice:
"Sono un po' titubante, Padrone. Ho paura che qualcuno li possa notare o peggio, che possano staccarsi"
M. Marco:
"Accetto le tue paure, ma questo non toglie che devi indossarli. Tira quei capezzoli, rendili turgidi e applica quei morsetti. Ricordati di stringerli bene"
Rimasi in silenzio davanti al telefono. Non volevo trasformare quella cosa in una discussione, così presi ciò che mi aveva indicato e seguii il suo ordine.
Dopo qualche minuto gli scrissi nuovamente.
Alice:
"Fatto, Padrone"
La risposta arrivò quasi subito.
M. Marco:
"Fammi vedere come ti stanno"
Feci una foto e gliela inviai.
M. Marco:
"Sembrano nati per te. Come ti senti?"
Pensai qualche secondo prima di rispondere.
Alice:
"Strana, devo ancora abituarmi. Sento che sono schiacciati"
M. Marco:
"Stringili un altro po'. Assicurati che non si muovano"
Diedi un altro giro di vite e sentii il morsetto schiacciare ancora un po' il capezzolo. Gemetti.
Proprio in quel momento il telefono vibrò di nuovo. Questa volta non era Marco, ma Lorenzo.
Lorenzo:
"Sono sotto casa. Scendi"
Guardai l'orologio. Erano le 23.
Alice:
"Padrone, Lorenzo è arrivato. Scendo"
M. Marco:
"Va bene. Divertiti, ma stai attenta. Non bere troppo e non metterti in situazioni che potrebbero diventare pericolose"
Alice:
"Sì, Padrone"
Presi la borsetta, controllai velocemente di avere tutto il necessario e scesi. Appena uscii dal portone, vidi Lorenzo appoggiato alla macchina. Quando mi vide, rimase qualche secondo a guardarmi.
«Wow» mi disse.
Sorrisi imbarazzata mentre mi avvicinavo. «Che c'è?»
«Sei bellissima. Quel vestito ti sta davvero bene»
Sentii il viso scaldarsi. Ricevere complimenti così diretti da lui, mi imbarazzava molto. E non perché fosse il mio migliore amico, ma perché sapevo quello che provava nei miei confronti.
«Grazie...» risposi cercando di mantenere un tono naturale. Poi gli andai incontro e mi gettai praticamente tra le sue braccia. «Buon compleanno!» esclamai, abbracciandolo forte.
Rise e ricambiò l'abbraccio. «Grazie, stellina» ma continuò a guardarmi con un sorriso. Per un attimo temetti che avesse notato quel piccolo dettaglio del mio outfit che cercavo di nascondere.
«Andiamo?» chiesi infine.
«Certo. Andiamo a recuperare gli altri e poi facciamo festa»
Sorrisi, mentre mi aprì lo sportello dietro. In macchina, oltre a Lorenzo, c'erano suo cugino e suo fratello, entrambi poco più piccoli di noi. Dopo averli salutati, partimmo tutti insieme verso casa di Emma per recuperare lei e gli altri che ci aspettavano lì.
E da lì ci spostammo in un locale all'aperto, che fungeva da discoteca. Lorenzo aveva riservato per noi un piccolo angolo con alcuni divanetti, dove ci sistemammo appena arrivati.
Iniziammo a bere, alternando momenti seduti sui divanetti ad altri in cui ci alzavamo per ballare lì intorno. Almeno finché Lorenzo non decise che era arrivato il momento di spostarci.
«Questa sera non si sta fermi!» gridò, trascinandoci verso la pista.
«È il tuo compleanno, mica il nostro!» gli rispose Beatrice.
«Peggio per voi. Avete scelto di venire» ridemmo.
La musica era alta e per un po' mi lasciai semplicemente trasportare dall'atmosfera. Ballando, però, ogni tanto percepivo il movimento del vestito e, insieme a quello, anche i piccoli fastidi provocati dalle pinze che avevo indossato. Ogni volta speravo che rimanessero al loro posto, ma finché avvertivo quella sensazione, mi convincevo che non si fossero mossi.
Dopo un po' io e Giulia decidemmo di andare in bagno.
Aspettai che fosse libero un bagno, poi entrai e chiusi la porta alle mie spalle. Scostai leggermente il vestito e li controllai. Per sicurezza diedi un'altra piccola girata alle viti, assicurandomi che fossero ben stabili. Lo erano, ma quel gesto provocò un ulteriore dolore che dovetti trattenere.
Mi fermai un attimo anche a osservare i capezzoli. Entrambi erano diventati completamente bianchi e schiacciati, probabilmente per la costrizione a cui erano sottoporsi da ormai diverso tempo. Sperai che questo non fosse un problema, quindi mi sistemai nuovamente il vestito e uscii per lasciare il bagno a Giulia e rimasi ad aspettarla.
Nel frattempo presi il telefono e controllai se ci fosse qualche messaggio di Marco, ma nulla. Per un istante ci rimasi un po' male, poi, però ebbi il sospetto che fosse fatto apposta. Riposi il telefono nella borsetta, nello stesso istante in cui Giulia uscì dal bagno.
Tornata in pista, continuai a ballare. Mi spostavo continuamente tra i miei amici lasciandomi coinvolgere dalla musica. Ogni tanto qualche ragazzo provava ad avvicinarsi più del necessario, cercando di ballare con me. In quei casi mi scostavo immediatamente. Non avevo bisogno di dire nulla, mi bastava allontanarmi e tornare vicino agli altri. Più di una volta finii accanto a Lorenzo quasi senza rendermene conto, come se la sua presenza rappresentasse una sorta di protezione.
La cosa mi fece sorridere. In altri tempi probabilmente avrei ricambiato quelle attenzioni, magari divertendomi a ballare con qualcuno che avevo appena conosciuto.
Ma da quando Marco era entrato nella mia vita, anche il modo in cui vivevo situazioni apparentemente innocenti era cambiato, non significava che non sapessi più divertirmi, ma semplicemente, alcune cose ormai le guardavo con occhi diversi.
La serata continuò fino a tardi, tra musica, risate e qualche drink di troppo, persi completamente la cognizione del tempo.
Solo verso le tre del mattino, quando ormai stavamo rientrando, mi accorsi finalmente che sul telefono avevo un messaggio arrivato qualche ora prima. Lo aprii mentre ero ancora seduta in macchina con Lorenzo.
M. Marco:
"Quando torni a casa, potrai rimuovere i morsetti, ma voglio una registrazione. Dovrai mostrarmi chiaramente i morsetti e il modo in cui lentamente li toglierai. Poi mi mostrerai i capezzoli e solo a quel punto potrai andare a dormire, potrai indossare qualcosa. Ma tutto il resto lo dovrai fare nuda, quindi ti spoglierai davanti la fotocamera. Una volta registrato, manda subito"
Durante la serata non avevo pensato a Marco, o almeno, non nel modo in cui ero abituata a farlo. Eppure la sua presenza era rimasta con me per tutta la sera. Ogni volta che sentivo i seni muoversi, o quel leggero fastidio che mi ricordava della presenza dei morsetti, tornavo inevitabilmente a ciò che significavano e al motivo per cui li indossavo. Erano stati un suo ordine e, in qualche modo, la sua presenza mi aveva accompagnata per tutta la serata.
Il mio sguardo cambiò quasi senza che me ne rendessi conto, dopo aver letto il messaggio. Lorenzo se ne accorse dallo specchietto.
«Tutto bene, stellina?» mi chiese voltandosi.
«Sì, sono solo stanca. Voglio solo dormire» sorrisi.
Lorenzo mi osservò ancora per qualche secondo, poi si voltò nuovamente verso il parabrezza. Era seduto accanto a suo cugino, che guidava, mentre io ero sistemata sul sedile posteriore.
Quando arrivai a casa, ero troppo stanca per fare qualcosa, ma non potevo disobbedire a un suo ordine. Quindi posizionai il telefono e avviai la registrazione, posizionandomi davanti. Inizia a spogliarmi, eliminando solo il vestito poi feci uno zoom sul seno e inizia a seguire le sue indicazioni. Non appena sfiorai i morsetti avvertii un forte dolore, strinsi gli occhi e iniziai ad allentare lentamente la prima vite. Più allentavo, e più il dolore si intensificava, nonostante lo stessi solo rimuovendo. Mugolai cercando di non svegliare i miei.
Una volta liberato il capezzolo, lo trovai molto schiacciato, bianco e ultra sensibile al tocco. Ripetei il tutto per l'altro capezzolo, che risultò alla stessa maniera del precedente. Mentre eseguivo i suoi ordini, allentando le viti mi accorsi che quel forte dolore provato mi fece colare e inzuppare il perizoma che indossavo. Istintivamente portai il telefono giù e registrai anche quella reazione che il mio corpo aveva avuto, anche se non era una novità.
Staccai il video, lo inviai a Marco, indossai una canotta che arrivava a malapena sui glutei e andai a dormire.
21 Agosto 2026
La sveglia suonò alle dieci in punto. Aprii gli occhi con un forte mal di testa. Sentivo un cerchio fastidioso stringermi la testa e per qualche secondo rimasi immobile, cercando di ricordare che ore fossero, poi guardai l'orologio. Tra un'ora avrei dovuto essere al lavoro.
La prima cosa che feci, però, fu prendere il telefono. C'era un messaggio.
M. Marco:
"Buongiorno, Alice. Immagino che questa mattina tu abbia ancora qualche ricordo della notte appena trascorsa"
Alice:
"Buongiorno, Padrone. Si, ho tutti i ricordi, ma ho un mal di testa terribile"
M. Marco:
"Allora ieri sera hai esagerato. Prendi subito un analgesico e bevi più acqua di quella che hai come compito quotidiano"
Non potevo dargli torto.
Alice:
"Probabilmente sì"
Posai il telefono e scesi in cucina. Feci colazione velocemente e presi un analgesico, sperando che quel fastidioso cerchio alla testa si attenuasse abbastanza da permettermi di affrontare il turno. Come disse Marco dovevo aver bevuto decisamente più del previsto. Poco dopo però scoprii che anche gli altri non stavano messi meglio. In effetti i drink scorrevano uno dopo l'altro tra le nostre mani. Gli unici rimasti più sobri erano coloro che dovevano guidare.
A lavoro il turno passò lentamente, ma riuscii a portarlo a termine. Il mal di testa sembrava anche essersi attenuato. Alle 17, terminai il turno. Tornai a casa, mi cambiai velocemente, recuperai la valigia che avevo preparato il giorno prima e controllai di avere con me tutto il necessario per il week end. Poco dopo mio padre mi accompagnò alla stazione.
Durante il tragitto pensai che, nel giro di poche ore, ero passata dal compleanno di Lorenzo alla preparazione per la fiera. Avevo ancora addosso la stanchezza della notte precedente, ma ormai non potevo più pensarci.
Arrivata in stazione, salutai mio padre, presi la valigia e raggiunsi il binario, dove una volta salita sul treno, finalmente potei rilassarmi.
Mi sistemai al mio posto e presi nuovamente il telefono.
Alice:
"Sono sul treno, Padrone. Ho un'oretta di viaggio"
M. Marco:
"Ottimo. Raccontami della serata"
Gli raccontai un po' della serata. Dopo qualche messaggio arrivò una domanda.
M. Marco:
"Qualcuno ci ha provato con te?"
Esitai appena prima di rispondere.
Alice:
"Qualcuno ha provato ad avvicinarsi mentre ballavo"
M. Marco:
"E tu?"
Alice:
"Mi sono spostata. Quando qualcuno si avvicinava troppo tornavo vicino agli altri. Spesso sono finita accanto a Lorenzo"
M. Marco:
"Immagino che ti abbia fatto sentire più tranquilla"
Alice:
"Sì, Padrone"
Poi arrivò la domanda che, in fondo, mi aspettavo.
M. Marco:
"E i morsetti? Che hai da dirmi a riguardo?"
Alice:
"Sono rimasti al loro posto per tutta la serata. Ma a un certo punto sono andata in bagno e ho controllato. Per sicurezza li ho sistemati nuovamente, ma erano ancora stabili"
M. Marco:
"E ti hanno dato fastidio?"
Pensai alla sensazione che avevo avuto durante la serata, al modo in cui ogni tanto mi ricordavano della sua presenza.
Alice:
"Un po', Padrone. Ma mi ricordavano che li avevo addosso per te. La parte più dolorosa è stata toglierli. Ho dovuto farlo molto lentamente e, quando finalmente li ho rimossi, ho sentito un dolore piuttosto forte"
M. Marco:
"Esattamente quello che volevo. Ho visto nel video quanto hai dovuto sopportare per rimuoverli. Il dolore ti ha fatto bagnare molto più del tuo solito, che non è comunque poco, sono soddisfatto di ciò"
Non risposi subito. Nel frattempo Marco mi inviò un altro messaggio.
M. Marco:
"Quando ci rivedremo, comunque, ci sarà una conseguenza per la serata di ieri"
Alice:
"Per cosa, Padrone?"
M. Marco:
"Per aver bevuto troppo e per esserti messa in una situazione in cui avresti potuto correre dei rischi, ma ne parleremo quando saremo di nuovo insieme. Per ora pensa al lavoro e cerca di riposarti"
Rimasi qualche secondo a guardare quel messaggio. La serata che avevo vissuto come una semplice festa sembrava improvvisamente assumere un significato diverso.
Quando arrivai in stazione, trovai ad aspettarmi una navetta organizzata dall'agenzia per cui lavoravo, che mi avrebbe portata direttamente in hotel. Una volta arrivata, non persi tempo, sistemai velocemente la valigia in camera, preparai le cose che mi sarebbero servite per il mattino e impostai la sveglia.
Ero esausta. Dopo la notte precedente e il viaggio, sentivo di avere bisogno di recuperare tutte le energie possibili, così mi infilai a letto e mi addormentai quasi subito.
22 e 23 Agosto 2026
La fiera iniziò presto. Come hostess, trascorsi gran parte delle giornate in piedi, accogliendo i visitatori, fornendo informazioni, accompagnando le persone quando necessario e occupandomi delle attività che mi erano state assegnate.
Il sabato passò praticamente senza che me ne accorgessi. Tra un turno e l'altro avevo appena il tempo di bere qualcosa, mangiare velocemente e scambiare qualche parola con le altre persone dello staff. Alla sera ero stanchissima, ma anche soddisfatta. Era sempre particolare vedere quanto lavoro ci fosse dietro una manifestazione di quelle dimensioni.
La domenica il ritmo non cambiò molto. Il secondo giorno arrivai alla fiera già consapevole di cosa mi aspettasse. Le gambe erano più stanche rispetto al giorno precedente, ma ormai avevo preso il ritmo e riuscii a lasciarmi trasportare dalla giornata.
Quei due giorni finirono così, tra lavoro, persone, spostamenti continui e poche ore di riposo, non ebbi praticamente tempo di pensare ad altro. E forse fu proprio quello di cui avevo bisogno.
Per quei giorni la mia attenzione fu completamente assorbita dalla fiera e solo alla fine di ieri, iniziai a pensare al ritorno e soprattutto al fatto che martedì avrei rivisto Marco.
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