Sbocchino Nicholas al cinema prima che inizi Seven
di
Monica92
genere
esibizionismo
L’avevo conosciuto su Badoo.
Si chiamava Nicholas, aveva un profilo semplice, poche foto,
uno sguardo un po’ da bravo ragazzo e un sorriso che mi aveva
incuriosito fin dal primo messaggio. Ci eravamo scritti
per qualche giorno, niente di particolarmente sporco all’inizio,
solo chiacchiere su film, su uscite, su quanto fosse difficile
trovare qualcuno di decente sulle app.
Quando mi aveva proposto di andare al cinema a vedere Seven
avevo accettato quasi subito. Era lunedì sera, sapevo
che la sala sarebbe stata quasi deserta, e l’idea di stare
al buio accanto a uno sconosciuto conosciuto online mi stuzzicava
già da sola. Mi ero vestita apposta da truzzettina senza vergogna.
Gonnellina bianca corta stile tennista che mi arrivava a metà
coscia, maglioncino corto che lasciava scoperto l’ombelico
e un pezzo di pancia, scarpe Buffalo ai piedi che mi facevano
sembrare ancora più piccola e provocante.
Magra, carina, con quel fisico da ragazzetta che nei video
di Bryan Gozzling della serie Hookup Hotshot sarebbe stata
vestita esattamente così: la troia di turno pronta a farsi usare
senza troppi preamboli. Me lo dicevo da sola mentre mi guardavo
allo specchio prima di uscire.
«Sei una truzzettina. Una piccola troia vestita da tennis.»
E mi piaceva.
Mi piaceva sapermi così consapevole di quello che potevo scatenare.
Ci siamo incontrati davanti al cinema. Nicholas era più alto di me,
vestito in modo semplice ma curato, e quando mi ha vista scendere
i gradini ha sorriso in un modo che mi ha fatto capire subito
che l’outfit aveva funzionato.
Gli occhi gli sono scesi sulla gonnellina, sull’ombelico,
sulle Buffalo, e poi sono risaliti sul mio viso.
Siamo entrati, abbiamo preso i biglietti e ci siamo seduti
un po’ defilati, verso il fondo della sala.
Come previsto, il cinema di lunedì era praticamente vuoto.
Non c’era quasi nessuno. Solo qualche anima sparsa e,
probabilmente, qualche parrucchiera troia come me che cercava
un posto buio dove far succedere qualcosa.
All’inizio è stato tutto tranquillo. Chiacchiere basse,
qualche sorriso, il buio della sala che ci avvolgeva piano piano.
Parlavamo del film, di quanto fosse cupo, di quanto ci piacessero
i thriller.
Poi sono partite le pubblicità ed è calato il buio.
Quindici minuti interi di trailer, spot e annunci.
È stato lì, in quel quarto d’ora di limbo prima del film,
che le cose sono cambiate. Nicholas si è avvicinato di più
e ha iniziato a baciarmi. Baciava bene, con la lingua lenta
e sicura, senza troppa fretta ma senza nemmeno troppa dolcezza.
Era un bacio da uomo che sa già dove vuole arrivare.
Io mi lasciavo fare, una mano sulla sua coscia, l’altra
sul bracciolo del sedile. Dopo qualche minuto di lingua intensa
si è staccato appena, mi ha guardato da vicino e mi ha detto
dritto in faccia, con la voce bassa e un po’ roca:
«Ho il cazzo che è diventato di marmo.»
Quella frase mi ha accesa all’istante. Non era una battuta.
Era una dichiarazione cruda e diretta. Mi sono sentita la figa
bagnarsi mentre lo guardavo negli occhi e gli rispondevo
solo con un sorriso da troia consapevole. Ho messo la mano
sul suo pacco e l’ho stretto attraverso i jeans.
Era vero: duro, spesso, teso, quasi doloroso a quanto pareva.
Da quel momento è diventato tutto osceno.
Ci siamo messi a pomiciarsi sul serio, lingue che si mangiavano,
saliva che colava, respiri che si facevano più pesanti.
La sua mano è scesa sulla mia gonnellina bianca e l’ha alzata
senza troppi complimenti. Avevo le mutandine già umide.
Lui ci ha passato sopra le dita, ha sentito quanto fossi bagnata,
poi le ha scostate e ha iniziato a toccarmi direttamente la figa.
Due dita che percorrevano la riga, poi una che entrava piano.
Io intanto gli ho aperto i jeans, ho tirato giù la zip
e gli ho preso il cazzo in mano. Era un bel cazzo, niente da dire:
caldo, venoso, già completamente duro. Ma a colpirmi di più
furono i coglioni. Enormi, pesanti, pieni, quasi sproporzionati
rispetto all’asta. Quando glieli ho presi in mano e li ho sentiti
pesare e muoversi mi è venuta ancora più voglia.
Li ho massaggiati mentre lui mi sditalinava, due dita dentro,
il pollice che mi strofinava il clitoride con precisione.
La sala era buia, le pubblicità continuavano a scorrere sullo
schermo con le loro luci colorate, e noi stavamo facendo petting
da veri maiali, senza più nessun ritegno.
Mi sono china verso di lui, facendo attenzione a non farmi vedere
da eventuali spettatori sparsi, e gli ho preso il cazzo in bocca.
L’ho succhiato piano all’inizio, solo la cappella,
poi più a fondo, sentendo i coglioni enormi che mi battevano
contro il mento ogni volta che scendevo. Lui teneva una mano
sui miei capelli e con l’altra continuava a toccarmi,
entrando e uscendo con le dita.
Ogni tanto alzavo gli occhi e lo guardavo mentre lo succhiavo,
e lui mi guardava come se non potesse credere a quello
che stava succedendo in una sala cinematografica vuota
di lunedì sera.
A un certo punto ha iniziato a spingere di più con i fianchi,
il cazzo mi riempiva la bocca e i coglioni enormi mi sbattevano; sentivo che stava per venire: respirava più forte, i muscoli
delle cosce erano tesi. Si è tirato un po’ indietro e ha iniziato
a segarsi da solo, veloce e deciso, con la cappella
a pochi centimetri dalla mia faccia e dalla gonnellina bianca.
I primi schizzi sono partiti forti e improvvisi.
Alcuni sono finiti sui sedili davanti a noi, scie bianche
e dense che brillavano un attimo sotto le luci delle pubblicità.
Io però, appena ho visto i fiotti bianchi uscire, mi sono attaccata
di nuovo al suo uccello e ho preso il resto in bocca.
Continuava a sborrare, i coglioni enormi che si contraevano
a ogni getto, e io ingoiavo tutto quello che riuscivo
a prendere mentre un po’ di sborra mi colava dal labbro e mi cadeva
sulla gonnellina. Quando ha finito ho tenuto il cazzo in bocca
ancora qualche secondo, pulendolo con la lingua, leccando via
gli ultimi residui, poi mi sono rialzata. Avevo le labbra lucide
e il sapore di sborra forte e salato sulla lingua.
Nicholas respirava ancora affannoso, con la testa appoggiata
allo schienale. Le pubblicità stavano finendo. Il film stava
per iniziare. Ci siamo sistemati i vestiti in silenzio.
Io mi sono tirata giù la gonnellina bianca e ho sistemato
le mutandine, lui si è chiuso i jeans e ha sistemato la maglietta.
Sulla fila di sedili davanti a noi c’erano ancora le tracce
di qualche schizzo. Nessuno sembrava essersene accorto.
Il film è partito.
Noi siamo rimasti seduti uno accanto all’altra, ancora caldi,
ancora con il sapore e l’odore di quello che avevamo appena fatto.
Ogni tanto lui mi guardava di lato e io sorridevo,
con la figa ancora umida e il sapore di lui ancora in bocca.
Quella sera al cinema a vedere Seven era andata esattamente
come una truzzettina vestita da tennis, magra e senza vergogna,
avrebbe voluto che andasse. E mentre sulla schermata scorrevano
le prime scene cupe del film, io pensavo già a quanto
mi sarei toccata una volta tornata a casa, ripensando
a quei coglioni enormi e alla sborra che mi era finita
in bocca e sui sedili.
Si chiamava Nicholas, aveva un profilo semplice, poche foto,
uno sguardo un po’ da bravo ragazzo e un sorriso che mi aveva
incuriosito fin dal primo messaggio. Ci eravamo scritti
per qualche giorno, niente di particolarmente sporco all’inizio,
solo chiacchiere su film, su uscite, su quanto fosse difficile
trovare qualcuno di decente sulle app.
Quando mi aveva proposto di andare al cinema a vedere Seven
avevo accettato quasi subito. Era lunedì sera, sapevo
che la sala sarebbe stata quasi deserta, e l’idea di stare
al buio accanto a uno sconosciuto conosciuto online mi stuzzicava
già da sola. Mi ero vestita apposta da truzzettina senza vergogna.
Gonnellina bianca corta stile tennista che mi arrivava a metà
coscia, maglioncino corto che lasciava scoperto l’ombelico
e un pezzo di pancia, scarpe Buffalo ai piedi che mi facevano
sembrare ancora più piccola e provocante.
Magra, carina, con quel fisico da ragazzetta che nei video
di Bryan Gozzling della serie Hookup Hotshot sarebbe stata
vestita esattamente così: la troia di turno pronta a farsi usare
senza troppi preamboli. Me lo dicevo da sola mentre mi guardavo
allo specchio prima di uscire.
«Sei una truzzettina. Una piccola troia vestita da tennis.»
E mi piaceva.
Mi piaceva sapermi così consapevole di quello che potevo scatenare.
Ci siamo incontrati davanti al cinema. Nicholas era più alto di me,
vestito in modo semplice ma curato, e quando mi ha vista scendere
i gradini ha sorriso in un modo che mi ha fatto capire subito
che l’outfit aveva funzionato.
Gli occhi gli sono scesi sulla gonnellina, sull’ombelico,
sulle Buffalo, e poi sono risaliti sul mio viso.
Siamo entrati, abbiamo preso i biglietti e ci siamo seduti
un po’ defilati, verso il fondo della sala.
Come previsto, il cinema di lunedì era praticamente vuoto.
Non c’era quasi nessuno. Solo qualche anima sparsa e,
probabilmente, qualche parrucchiera troia come me che cercava
un posto buio dove far succedere qualcosa.
All’inizio è stato tutto tranquillo. Chiacchiere basse,
qualche sorriso, il buio della sala che ci avvolgeva piano piano.
Parlavamo del film, di quanto fosse cupo, di quanto ci piacessero
i thriller.
Poi sono partite le pubblicità ed è calato il buio.
Quindici minuti interi di trailer, spot e annunci.
È stato lì, in quel quarto d’ora di limbo prima del film,
che le cose sono cambiate. Nicholas si è avvicinato di più
e ha iniziato a baciarmi. Baciava bene, con la lingua lenta
e sicura, senza troppa fretta ma senza nemmeno troppa dolcezza.
Era un bacio da uomo che sa già dove vuole arrivare.
Io mi lasciavo fare, una mano sulla sua coscia, l’altra
sul bracciolo del sedile. Dopo qualche minuto di lingua intensa
si è staccato appena, mi ha guardato da vicino e mi ha detto
dritto in faccia, con la voce bassa e un po’ roca:
«Ho il cazzo che è diventato di marmo.»
Quella frase mi ha accesa all’istante. Non era una battuta.
Era una dichiarazione cruda e diretta. Mi sono sentita la figa
bagnarsi mentre lo guardavo negli occhi e gli rispondevo
solo con un sorriso da troia consapevole. Ho messo la mano
sul suo pacco e l’ho stretto attraverso i jeans.
Era vero: duro, spesso, teso, quasi doloroso a quanto pareva.
Da quel momento è diventato tutto osceno.
Ci siamo messi a pomiciarsi sul serio, lingue che si mangiavano,
saliva che colava, respiri che si facevano più pesanti.
La sua mano è scesa sulla mia gonnellina bianca e l’ha alzata
senza troppi complimenti. Avevo le mutandine già umide.
Lui ci ha passato sopra le dita, ha sentito quanto fossi bagnata,
poi le ha scostate e ha iniziato a toccarmi direttamente la figa.
Due dita che percorrevano la riga, poi una che entrava piano.
Io intanto gli ho aperto i jeans, ho tirato giù la zip
e gli ho preso il cazzo in mano. Era un bel cazzo, niente da dire:
caldo, venoso, già completamente duro. Ma a colpirmi di più
furono i coglioni. Enormi, pesanti, pieni, quasi sproporzionati
rispetto all’asta. Quando glieli ho presi in mano e li ho sentiti
pesare e muoversi mi è venuta ancora più voglia.
Li ho massaggiati mentre lui mi sditalinava, due dita dentro,
il pollice che mi strofinava il clitoride con precisione.
La sala era buia, le pubblicità continuavano a scorrere sullo
schermo con le loro luci colorate, e noi stavamo facendo petting
da veri maiali, senza più nessun ritegno.
Mi sono china verso di lui, facendo attenzione a non farmi vedere
da eventuali spettatori sparsi, e gli ho preso il cazzo in bocca.
L’ho succhiato piano all’inizio, solo la cappella,
poi più a fondo, sentendo i coglioni enormi che mi battevano
contro il mento ogni volta che scendevo. Lui teneva una mano
sui miei capelli e con l’altra continuava a toccarmi,
entrando e uscendo con le dita.
Ogni tanto alzavo gli occhi e lo guardavo mentre lo succhiavo,
e lui mi guardava come se non potesse credere a quello
che stava succedendo in una sala cinematografica vuota
di lunedì sera.
A un certo punto ha iniziato a spingere di più con i fianchi,
il cazzo mi riempiva la bocca e i coglioni enormi mi sbattevano; sentivo che stava per venire: respirava più forte, i muscoli
delle cosce erano tesi. Si è tirato un po’ indietro e ha iniziato
a segarsi da solo, veloce e deciso, con la cappella
a pochi centimetri dalla mia faccia e dalla gonnellina bianca.
I primi schizzi sono partiti forti e improvvisi.
Alcuni sono finiti sui sedili davanti a noi, scie bianche
e dense che brillavano un attimo sotto le luci delle pubblicità.
Io però, appena ho visto i fiotti bianchi uscire, mi sono attaccata
di nuovo al suo uccello e ho preso il resto in bocca.
Continuava a sborrare, i coglioni enormi che si contraevano
a ogni getto, e io ingoiavo tutto quello che riuscivo
a prendere mentre un po’ di sborra mi colava dal labbro e mi cadeva
sulla gonnellina. Quando ha finito ho tenuto il cazzo in bocca
ancora qualche secondo, pulendolo con la lingua, leccando via
gli ultimi residui, poi mi sono rialzata. Avevo le labbra lucide
e il sapore di sborra forte e salato sulla lingua.
Nicholas respirava ancora affannoso, con la testa appoggiata
allo schienale. Le pubblicità stavano finendo. Il film stava
per iniziare. Ci siamo sistemati i vestiti in silenzio.
Io mi sono tirata giù la gonnellina bianca e ho sistemato
le mutandine, lui si è chiuso i jeans e ha sistemato la maglietta.
Sulla fila di sedili davanti a noi c’erano ancora le tracce
di qualche schizzo. Nessuno sembrava essersene accorto.
Il film è partito.
Noi siamo rimasti seduti uno accanto all’altra, ancora caldi,
ancora con il sapore e l’odore di quello che avevamo appena fatto.
Ogni tanto lui mi guardava di lato e io sorridevo,
con la figa ancora umida e il sapore di lui ancora in bocca.
Quella sera al cinema a vedere Seven era andata esattamente
come una truzzettina vestita da tennis, magra e senza vergogna,
avrebbe voluto che andasse. E mentre sulla schermata scorrevano
le prime scene cupe del film, io pensavo già a quanto
mi sarei toccata una volta tornata a casa, ripensando
a quei coglioni enormi e alla sborra che mi era finita
in bocca e sui sedili.
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