Luca mi fotte in doccia - l'arrivo a casa.
di
Monica92
genere
etero
Siamo arrivati a casa sua dopo un altro quarto d’ora
di macchina. Luca abitava in un appartamento piccolo
ma ordinato, al secondo piano di un condominio silenzioso.
Appena entrati mi ha chiuso la porta alle spalle
e mi ha guardata come se avesse ancora fame.
Avevo il sapore di sborra in bocca e le gambe molli.
Lui invece aveva già il cazzo di nuovo mezzo duro
nei jeans.
«La doccia è lì in fondo» ha detto.
«Vengo con te.» Non era una domanda.
L’ho seguito in bagno senza dire niente.
Il locale era piccolo, con una doccia angolare
e lo specchio già un po’ appannato. Mi sono tolta
la gonnellina e il top senza troppi giri di parole,
poi le mutande già fradicie e appiccicose.
Luca si è svestito dietro di me e quando mi sono girata
l’ho visto già duro da far male.
Non aveva nemmeno bisogno di toccarsi.
Sono entrata sotto l’acqua calda e lui è entrato
subito dopo, chiudendo il vetro dietro di sé.
L’acqua mi scorreva sui capelli e sulla schiena
mentre lui mi stringeva da dietro.
Mi ha girata verso di sé e mi ha baciata in modo sporco,
lingua a fondo, mani sul culo che me lo aprivano
con le dita. Poi è sceso in ginocchio, sempre sotto l’acqua,
e mi ha divaricato le gambe. Ho sentito la lingua sulla figa
e ho dovuto appoggiarmi al muro piastrellato per non cadere.
Mi leccava come un maiale, lingua dentro,
poi sul clitoride, poi di nuovo dentro, senza fretta.
Continuava a tenermi le chiappe aperte con le mani.
Dopo un po’ mi ha girata di schiena, mi ha fatto mettere
le mani contro le piastrelle e mi ha aperto il culo
con le dita. Ho sentito la lingua calda e bagnata
sul buchetto, che girava e spingeva dentro.
«Che bella puttana» ha borbottato contro la mia pelle.
«Ti piace vero, farti leccare il culo così?»
Quella frase mi ha fatto colare all’istante.
Mi piace da morire quando un uomo mi parla così
mentre mi usa. Nella vita di tutti i giorni comando,
decido, tengo tutto sotto controllo.
A letto invece voglio il contrario.
Voglio che mi dicano che sono una troia, che mi trattino
da puttana, che mi parlino sporco. Più lo fanno
e più mi bagno. Più mi chiamano puttana e più la figa
mi si apre da sola. Quando si è rialzato aveva il cazzo
che mi batteva contro la coscia. Mi ha alzato una gamba
e l’ha appoggiata sul bordo del piatto doccia,
poi ha iniziato a spingere. La cappella è entrata piano,
poi tutto il resto fino alle palle.
L’acqua calda scorreva tra di noi mentre lui mi scopava
con colpi profondi e regolari. Ogni tanto tirava fuori
quasi tutto e rientrava d’un colpo secco,
facendomi perdere il respiro.
«Prendilo, troia… così… apriti per bene.»
Ogni parola sporca mi faceva stringere di più
intorno al suo cazzo. Continuava a parlarmi all’orecchio
mentre mi pompava, e io venivo sempre di più.
Sono venuta in piedi sotto l’acqua, gambe che tremavano,
schiena inarcata, figa che gli stringeva il cazzo a ondate,
mentre lui mi diceva quanto fossi una puttana e quanto
gli piacesse scoparmi così.
Non si è fermato. Ha continuato a pomparmi ancora
per un pezzo, poi è uscito, mi ha girata e mi ha fatto
mettere in ginocchio sul fondo della doccia.
Gli ho preso il cazzo in bocca di nuovo, bagnato d’acqua
e della mia figa. L’ho succhiato guardandolo negli occhi
mentre l’acqua mi colava sulla faccia.
Lui mi teneva i capelli e spingeva piano, ma parlava.
«Succhia come una brava puttana… così… più a fondo…
prendi tutto.»
Mi piaceva da impazzire.
Più mi trattava da troia e più mi veniva voglia
di stargli dietro, di aprirmi di più, di fargli vedere
quanto sapevo essere oscena. Dopo qualche minuto
mi ha fatto alzare, ha spento l’acqua e mi ha buttato
un asciugamano addosso senza troppa delicatezza.
Siamo andati in camera ancora bagnati e con i capelli
che gocciolavano. Il letto era disfatto.
Mi ha messo a quattro zampe e mi è entrato da dietro
senza chiedere niente. Questa volta andava forte, a fondo,
le palle che mi sbattevano contro la figa a ogni colpo.
Mi teneva i fianchi e mi tirava indietro
contro il suo cazzo. A un certo punto mi ha cacciato
un dito nel culo mentre continuava a scoparmi,
poi un secondo. Mi apriva il culo mentre mi sfondava
la figa e io spingevo indietro per prenderlo ancora di più.
«Ti piace il cazzo nel culo eh, troia?
Ti piace quando ti aprono e ti usano?»
«Sì…» ho gemuto.
«Dimmelo ancora… trattami da puttana.»
Mi piace questo gioco.
Mi piace quando mi lascio andare e non comando più io.
Mi piace quando un uomo mi scopa e me lo dice chiaro
che sono una puttana. Alcuni all’inizio sono troppo educati,
troppo rispettosi. Con quelli mi diverto a insegnarglielo,
a fargli capire che più mi parlano sporco e più colo
dalla figa, che più mi chiamano troia e più mi viene voglia
di aprirmi. Luca però aveva già capito da solo,
e ogni parola oscena che gli usciva mi faceva venire
più forte.
«Sborrami dentro» gli ho detto con la voce bassa.
«Riempimi. Svuotami i coglioni in figa.»
Ha accelerato.
Le spinte sono diventate più corte e più violente.
Continuava a parlarmi mentre scaricava.
«Prendi la sborra, puttana… tutta dentro…
così… brava troia…»
Ho sentito i fiotti caldi che mi riempivano a ondate
mentre lui mi diceva cose sempre più oscene.
Quando ha finito è rimasto fermo un attimo,
ancora dentro, ansimando forte. Poi è uscito e ho sentito
la sborra colarmi subito lungo le cosce.
Ci siamo lasciati cadere sul letto.
L’aria della stanza sapeva di sesso e di bagnoschiuma.
Ci siamo fumati una sigaretta in silenzio, nudi e sudati.
Ogni tanto mi guardava e sorrideva, come se non gliene
fregasse niente di quanto fossimo stati porci.
Dopo un po’ la mano gli è tornata tra le mie gambe.
Mi ha accarezzato la figa ancora piena e appiccicosa,
poi è sceso con la bocca e ha ricominciato a leccarmi,
pulendomi la sborra e facendomi venire di nuovo,
più lento ma più lungo. Ogni tanto alzava gli occhi
e mi chiamava troia mentre mi leccava, e ogni volta
che lo faceva mi partiva un’altra scarica.
Gli tenevo la testa e gli muovevo il bacino contro
la faccia finché non sono venuta ancora, con le gambe
che mi abbandonavano del tutto.
Ci siamo addormentati così, aggrovigliati, con la sborra
che mi colava ancora e il sapore di cazzo che mi restava
in bocca.
La mattina dopo mi sono svegliata prima di lui.
Sono andata in bagno, mi sono guardata allo specchio
e ho sorriso. Avevo i segni delle sue mani sui fianchi
e la figa ancora un po’ aperta e sensibile.
Sono tornata a letto e l’ho svegliato mettendomi
il cazzo in bocca. Questa volta è stato più pigro,
quasi tranquillo. Mi accarezzava i capelli mentre
lo succhiavo e a un certo punto, ancora mezzo addormentato,
ha mormorato: «Brava puttana…»
Quella sola frase mi ha fatto bagnare di nuovo.
Mi ha presa di nuovo, mi ha fatta venire,
e quando ha sborrato, l’ha rifatto dentro, chiamandomi troia all’orecchio mentre scaricava.
Solo più tardi, mentre mi rivestivo per tornare a Milano,
mi sono resa conto che quella serata di merda in provincia
di Bergamo si era trasformata in una delle notti più troie
e soddisfacenti degli ultimi anni.
Tutto iniziato con un messaggio e con un uomo
che aveva deciso di venirmi a prendere solo per usarmi
come si deve, e che aveva capito subito quanto mi piacesse
sentirmi dire che ero una puttana mentre me lo facevo
piantare dentro.
di macchina. Luca abitava in un appartamento piccolo
ma ordinato, al secondo piano di un condominio silenzioso.
Appena entrati mi ha chiuso la porta alle spalle
e mi ha guardata come se avesse ancora fame.
Avevo il sapore di sborra in bocca e le gambe molli.
Lui invece aveva già il cazzo di nuovo mezzo duro
nei jeans.
«La doccia è lì in fondo» ha detto.
«Vengo con te.» Non era una domanda.
L’ho seguito in bagno senza dire niente.
Il locale era piccolo, con una doccia angolare
e lo specchio già un po’ appannato. Mi sono tolta
la gonnellina e il top senza troppi giri di parole,
poi le mutande già fradicie e appiccicose.
Luca si è svestito dietro di me e quando mi sono girata
l’ho visto già duro da far male.
Non aveva nemmeno bisogno di toccarsi.
Sono entrata sotto l’acqua calda e lui è entrato
subito dopo, chiudendo il vetro dietro di sé.
L’acqua mi scorreva sui capelli e sulla schiena
mentre lui mi stringeva da dietro.
Mi ha girata verso di sé e mi ha baciata in modo sporco,
lingua a fondo, mani sul culo che me lo aprivano
con le dita. Poi è sceso in ginocchio, sempre sotto l’acqua,
e mi ha divaricato le gambe. Ho sentito la lingua sulla figa
e ho dovuto appoggiarmi al muro piastrellato per non cadere.
Mi leccava come un maiale, lingua dentro,
poi sul clitoride, poi di nuovo dentro, senza fretta.
Continuava a tenermi le chiappe aperte con le mani.
Dopo un po’ mi ha girata di schiena, mi ha fatto mettere
le mani contro le piastrelle e mi ha aperto il culo
con le dita. Ho sentito la lingua calda e bagnata
sul buchetto, che girava e spingeva dentro.
«Che bella puttana» ha borbottato contro la mia pelle.
«Ti piace vero, farti leccare il culo così?»
Quella frase mi ha fatto colare all’istante.
Mi piace da morire quando un uomo mi parla così
mentre mi usa. Nella vita di tutti i giorni comando,
decido, tengo tutto sotto controllo.
A letto invece voglio il contrario.
Voglio che mi dicano che sono una troia, che mi trattino
da puttana, che mi parlino sporco. Più lo fanno
e più mi bagno. Più mi chiamano puttana e più la figa
mi si apre da sola. Quando si è rialzato aveva il cazzo
che mi batteva contro la coscia. Mi ha alzato una gamba
e l’ha appoggiata sul bordo del piatto doccia,
poi ha iniziato a spingere. La cappella è entrata piano,
poi tutto il resto fino alle palle.
L’acqua calda scorreva tra di noi mentre lui mi scopava
con colpi profondi e regolari. Ogni tanto tirava fuori
quasi tutto e rientrava d’un colpo secco,
facendomi perdere il respiro.
«Prendilo, troia… così… apriti per bene.»
Ogni parola sporca mi faceva stringere di più
intorno al suo cazzo. Continuava a parlarmi all’orecchio
mentre mi pompava, e io venivo sempre di più.
Sono venuta in piedi sotto l’acqua, gambe che tremavano,
schiena inarcata, figa che gli stringeva il cazzo a ondate,
mentre lui mi diceva quanto fossi una puttana e quanto
gli piacesse scoparmi così.
Non si è fermato. Ha continuato a pomparmi ancora
per un pezzo, poi è uscito, mi ha girata e mi ha fatto
mettere in ginocchio sul fondo della doccia.
Gli ho preso il cazzo in bocca di nuovo, bagnato d’acqua
e della mia figa. L’ho succhiato guardandolo negli occhi
mentre l’acqua mi colava sulla faccia.
Lui mi teneva i capelli e spingeva piano, ma parlava.
«Succhia come una brava puttana… così… più a fondo…
prendi tutto.»
Mi piaceva da impazzire.
Più mi trattava da troia e più mi veniva voglia
di stargli dietro, di aprirmi di più, di fargli vedere
quanto sapevo essere oscena. Dopo qualche minuto
mi ha fatto alzare, ha spento l’acqua e mi ha buttato
un asciugamano addosso senza troppa delicatezza.
Siamo andati in camera ancora bagnati e con i capelli
che gocciolavano. Il letto era disfatto.
Mi ha messo a quattro zampe e mi è entrato da dietro
senza chiedere niente. Questa volta andava forte, a fondo,
le palle che mi sbattevano contro la figa a ogni colpo.
Mi teneva i fianchi e mi tirava indietro
contro il suo cazzo. A un certo punto mi ha cacciato
un dito nel culo mentre continuava a scoparmi,
poi un secondo. Mi apriva il culo mentre mi sfondava
la figa e io spingevo indietro per prenderlo ancora di più.
«Ti piace il cazzo nel culo eh, troia?
Ti piace quando ti aprono e ti usano?»
«Sì…» ho gemuto.
«Dimmelo ancora… trattami da puttana.»
Mi piace questo gioco.
Mi piace quando mi lascio andare e non comando più io.
Mi piace quando un uomo mi scopa e me lo dice chiaro
che sono una puttana. Alcuni all’inizio sono troppo educati,
troppo rispettosi. Con quelli mi diverto a insegnarglielo,
a fargli capire che più mi parlano sporco e più colo
dalla figa, che più mi chiamano troia e più mi viene voglia
di aprirmi. Luca però aveva già capito da solo,
e ogni parola oscena che gli usciva mi faceva venire
più forte.
«Sborrami dentro» gli ho detto con la voce bassa.
«Riempimi. Svuotami i coglioni in figa.»
Ha accelerato.
Le spinte sono diventate più corte e più violente.
Continuava a parlarmi mentre scaricava.
«Prendi la sborra, puttana… tutta dentro…
così… brava troia…»
Ho sentito i fiotti caldi che mi riempivano a ondate
mentre lui mi diceva cose sempre più oscene.
Quando ha finito è rimasto fermo un attimo,
ancora dentro, ansimando forte. Poi è uscito e ho sentito
la sborra colarmi subito lungo le cosce.
Ci siamo lasciati cadere sul letto.
L’aria della stanza sapeva di sesso e di bagnoschiuma.
Ci siamo fumati una sigaretta in silenzio, nudi e sudati.
Ogni tanto mi guardava e sorrideva, come se non gliene
fregasse niente di quanto fossimo stati porci.
Dopo un po’ la mano gli è tornata tra le mie gambe.
Mi ha accarezzato la figa ancora piena e appiccicosa,
poi è sceso con la bocca e ha ricominciato a leccarmi,
pulendomi la sborra e facendomi venire di nuovo,
più lento ma più lungo. Ogni tanto alzava gli occhi
e mi chiamava troia mentre mi leccava, e ogni volta
che lo faceva mi partiva un’altra scarica.
Gli tenevo la testa e gli muovevo il bacino contro
la faccia finché non sono venuta ancora, con le gambe
che mi abbandonavano del tutto.
Ci siamo addormentati così, aggrovigliati, con la sborra
che mi colava ancora e il sapore di cazzo che mi restava
in bocca.
La mattina dopo mi sono svegliata prima di lui.
Sono andata in bagno, mi sono guardata allo specchio
e ho sorriso. Avevo i segni delle sue mani sui fianchi
e la figa ancora un po’ aperta e sensibile.
Sono tornata a letto e l’ho svegliato mettendomi
il cazzo in bocca. Questa volta è stato più pigro,
quasi tranquillo. Mi accarezzava i capelli mentre
lo succhiavo e a un certo punto, ancora mezzo addormentato,
ha mormorato: «Brava puttana…»
Quella sola frase mi ha fatto bagnare di nuovo.
Mi ha presa di nuovo, mi ha fatta venire,
e quando ha sborrato, l’ha rifatto dentro, chiamandomi troia all’orecchio mentre scaricava.
Solo più tardi, mentre mi rivestivo per tornare a Milano,
mi sono resa conto che quella serata di merda in provincia
di Bergamo si era trasformata in una delle notti più troie
e soddisfacenti degli ultimi anni.
Tutto iniziato con un messaggio e con un uomo
che aveva deciso di venirmi a prendere solo per usarmi
come si deve, e che aveva capito subito quanto mi piacesse
sentirmi dire che ero una puttana mentre me lo facevo
piantare dentro.
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