Mi faccio scopare mentre faccio lo shampo alla vecchia rompicazzo

di
genere
esibizionismo

Lavoravo in quel salone di parrucchieri da quasi due anni
e Simone era il mio collega da quasi altrettanto tempo.
Avevamo già scopato un paio di volte fuori dal negozio,
sempre in posti frettolosi e un po’ rischiosi – una volta in macchina,
un’altra a casa sua quando la fidanzata non c’era – ma io
avevo sempre cercato di tenerlo a distanza quando eravamo al lavoro.
Non volevo complicazioni, non volevo sguardi ambigui delle altre colleghe,
non volevo che la cosa diventasse un’abitudine pericolosa.
Quel giorno però le cose sono andate diversamente, e non ho fatto
quasi niente per impedirlo. Era un pomeriggio lento, uno di quelli
in cui il tempo sembra non passare mai. Fuori pioveva leggero
e dentro il salone c’era quell’odore misto di shampoo,
lacca e caffè ristretto che ormai conoscevo a memoria.

La cliente seduta al lavatesta era una signora anziana,
antipatica e loquace, una di quelle che parlano senza mai fermarsi
e che ti trattano come se fossi una confidente di una vita.
Doveva tenere i bigodini in posa mentre le facevo lo shampoo,
quindi restava ferma con la testa all’indietro sul lavatesta,
gli occhi chiusi a tratti e la bocca che non smetteva di muoversi.
Mi raccontava di una nipote che non la chiamava mai, di un vicino di casa
che metteva la musica troppo alta, di un dolore alle ginocchia
che la tormentava da mesi. Io stavo dietro di lei,
le mani tra i suoi capelli bagnati e pieni di bigodini,
e ascoltavo le sue cazzate con un sorriso di circostanza, annuendo ogni tanto
e dicendo «Ah sì?» e «Capisco» al momento giusto.

Simone è arrivato alle mie spalle senza fare quasi rumore.

All’inizio mi ha solo pizzicato il culo, un pizzicotto leggero e giocoso
attraverso i fuseaux bianchi che indossavo quel giorno.
I fuseaux mi aderivano come una seconda pelle, segnando ogni curva
del mio corpo magro. Il mio culo è piccolo, alto e sodo, due mezze mele
perfette che sotto quel tessuto bianco sembravano ancora più evidenti
e provocanti. Lui lo sapeva benissimo. La mano è rimasta lì qualche secondo,
poi è scesa più in basso e ha iniziato a passarmi il palmo sulla figa,
sempre da sopra il tessuto sottile e aderente. Sentivo il calore
delle sue dita e la pressione deliberata sul clitoride.

Ho irrigidito la schiena per un attimo, ma non mi sono girata
e non l’ho allontanato. Anzi, dopo pochi secondi ho inarcato leggermente
la schiena, quasi senza rendermene conto, e lui ha capito immediatamente
che non lo avrei fermato.Ha continuato a strofinarmi la figa da sopra
i fuseaux per un bel po’, con movimenti lenti e precisi, mentre io fingervo
di concentrarmi sui capelli della signora. La cliente parlava,
parlava, parlava, e io rispondevo a monosillabi, sentendo intanto
le dita di Simone che premevano sempre più insistentemente sul mio clitoride.

A un certo punto ha deciso di passare al livello successivo.

Ha abbassato i suoi pantaloni quanto bastava, giusto per tirare fuori il cazzo,
e ha tirato giù anche i miei fuseaux e le mutande, solo quel tanto
che serviva, raso-figa, abbastanza da avere accesso ma non abbastanza
da far capire a chiunque fosse entrato cosa stesse succedendo. Con i fuseaux bianchi abbassati così, sotto le natiche, il mio culo piccolo e tondo restava
esposto in modo osceno. Sembravo una troia affilata, magra, con la schiena
inarcata e le chiappe sollevate, pronta a essere presa in mezzo al salone
mentre lavoravo. Mi sono guardata di sfuggita nel specchio laterale
e ho pensato esattamente questo: sembravo una puttana in divisa da lavoro,
con il culo perfetto offerto e la figa già accessibile.

Simone ha premuto la cappella contro di me.

All’inizio ho sentito solo la pressione calda e rotonda che cercava
di aprirmi. C’era un po’ di resistenza perché non ero ancora
completamente bagnata, allora ha raccolto della saliva sulla mano
e me l’ha passata tra le labbra della figa, spalmandola con due dita.
La seconda volta la cappella è scivolata dentro con meno fatica.
Quella sensazione è inconfondibile e ogni volta mi fa lo stesso effetto.
Prima la pressione, poi l’apertura lenta e inevitabile, il calore
che entra e che ti costringe a cedere centimetro dopo centimetro.
Ho sentito le pareti della figa allargarsi intorno a lui, aderire, stringere.

Lui spingeva in silenzio, con movimenti corti e controllati
per non fare rumore. Io inarcavo la schiena e spingevo il bacino all’indietro,
cercando di prendermelo tutto, perché volevo sentire le palle che mi sbattevano contro le natiche.

Volevo sentirmi piena.

Quando è entrato fino in fondo ho dovuto trattenere un gemito.
Il cazzo era duro, grosso, caldo, e riempiva tutto. Ogni spinta successiva
era un colpo secco e profondo: lo sentivo battere contro il fondo,
ritirarsi quasi del tutto e poi rientrare con forza. Il rumore era umido,
osceno, meraviglioso. La mia figa faceva un suono bagnato a ogni colpo,
un suono di succhio e di carne che solo noi due potevamo davvero percepire.
La signora continuava a parlare del suo ginocchio e del medico
che non la prendeva sul serio, e io annuivo mentre venivo scopata
in silenzio dietro di lei.
Mi sono piegata un po’ di più sul lavatesta, fingendo di dover
raggiungere meglio i capelli della cliente, e il mio culo piccolo
e tondo si è sollevato ancora di più. Con i fuseaux bianchi tirati giù sotto
le chiappe sembravo ancora più troia, ancora più disponibile.
Simone teneva una mano sul mio fianco per tenermi ferma e con l’altra
ha iniziato a cercare il buco del culo. Il dito ha premuto, ha girato,
ha insistito, e alla fine è entrato. Avevo il cazzo in figa e un dito
nel culo allo stesso tempo. Ho stretto i denti perché dovevo restare
in silenzio, ma non ci sono riuscita del tutto. Mi è uscito un suono basso
e lungo, quasi un gemito strozzato:

«Aaaa…»

Quattro lettere che, se qualcuno le avesse sentite per davvero
e avesse capito da dove venivano, sarebbero state una prova schiacciante.
Simone non si è fermato. Anzi, ha accelerato. Le spinte erano diventate
più corte, più profonde e più insistenti. Sentivo il cazzo pulsare dentro
di me, gonfiarsi ancora di più, e sapevo che stava per venire.

Stavo venendo anche io. L’orgasmo mi è partito dal basso ventre,
una scarica calda che si è sparsa fino alle cosce e alla pancia,
mentre lui iniziava a svuotarsi. Ho sentito nettamente i primi fiotti caldi
e densi battere dentro di me, uno dopo l’altro, come piccoli colpi di martello.
Quattro, cinque, forse di più. La sborra mi riempiva e io stringevo il cazzo
con la figa per tenerlo dentro il più possibile, per non perdere nemmeno
un fiotto.

Poi si è sfilato lentamente. Ho sentito subito il vuoto e la sborra
che iniziava a colare. Simone, da vero maiale, mi ha tirato su fuseaux
e mutande per bene, premendo tutto contro di me con il palmo della mano.
La sborra mi stava letteralmente massaggiando il pacchetto mentre
dalla figa uscivano ancora colate calde e dense.

Dovevo restare così tutto il pomeriggio, con la sua sborra addosso,
il tessuto umido che mi strofinava a ogni passo e il suo odore
che mi avrebbe seguito e distratto per ore.

La signora ha finalmente smesso di parlare.

Ha aperto gli occhi, si è alzata con fatica dal lavatesta e mi ha ringraziato
come se nulla fosse successo. Mezz’ora dopo, quando ho avuto un momento libero,
sono riuscita a scappare in bagno e a darmi una ripulita frettolosa.
Ma per tutto il resto del turno, ogni volta che muovevo le gambe,
ogni volta che mi chinavo o mi giravo, sentivo ancora il ricordo caldo
e viscido di quello che mi aveva lasciato dentro, e il tessuto dei fuseaux
che mi ricordava quanto fossi stata troia, in silenzio, dietro a una cliente
che non si era accorta di niente.

scritto il
2026-08-22
4 7 5
visite
6
voti
valutazione
4.3
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.