Giulia e Nael - La chiavetta, la giusta leva

di
genere
prime esperienze

La domenica sera, dopo aver umiliato Marco, Nael è rimasto a dormire. Marco non ha osato protestare. Quella notte ci siamo scopati a lungo, senza disturbi, nel mio letto. Lui mi ha preso in tutti i modi, e io mi sono lasciata usare fino a crollare esausta tra le sue braccia, ancora piena del suo odore e del suo sapore.
Il lunedì mattina Marco è uscito per andare al lavoro senza neanche bussare. Quando abbiamo sentito la porta di casa chiudersi, siamo scesi. Ho preparato la colazione: caffè, toast, uova. Nael sedeva a tavola a petto nudo, soddisfatto, mentre io, ancora dolorante e felice, gli raccontavo quanto fossi frastornata.
«Mi fa ancora male dappertutto» gli ho detto sorridendo, mentre gli versavo il caffè. «Il culo, la gola, anche le cosce… è un male sordo, profondo, ma ogni volta che mi muovo mi ricorda come mi hai presa ieri notte e mi si bagna di nuovo. Non riesco a smettere di pensarci.»
Nael ha sorriso, compiaciuto, e mi ha tirato a sé per un bacio lungo e lento, la lingua calda che cercava la mia.
«Mi piace saperti ancora aperta e dolorante per me» ha mormorato contro le mie labbra. «Sei la mia troia preferita.»
Poi, mentre mangiavamo, gli ho detto:
«Sono ancora elettrizzata per come abbiamo incastrato Marco. Ma dobbiamo fare qualcosa con Francesca. Quando torna lei ha ancora potere su di me, e prima o poi ci spacca tutto. Dobbiamo trovarle qualcosa di pesante.»
Nael ha masticato un pezzo di toast, pensieroso.
«Hai ragione. Il vecchio l’abbiamo già in pugno. Lei è più pericolosa. È quella che comanda davvero.»
«Andiamo a perquisire a fondo il suo studio e la camera da letto» ho proposto. «Sono convinta che anche mia madre abbia scheletri nell’armadio. Tutti ce li hanno. Soprattutto chi fa la perfetta.»
Nael ha annuito, gli occhi neri che gli brillavano già di interesse.
«Ok. Finisco il caffè e andiamo.»
Siamo andati prima nella camera di Francesca e Marco. Abbiamo aperto ogni cassetto, rovistato nell’armadio, sotto il letto, nei comodini. L’unica cosa interessante è stata una scatola nera chiusa con un elastico: dentro c’erano un tubetto di lubrificante Durex usato a metà, un dildo di media misura color carne e un plug anale nero con la base a forma di gioiello.
Nael l’ha preso in mano e ha riso.
«Guarda un po’… la dirigente e il professionista hanno i loro giochini. Chissà chi se lo infila il plug. Il vecchio o la puttana di tua madre?»
«Forse tutti e due» ho risposto, ridendo. «Ma non è abbastanza compromettente. Serve qualcosa di più pesante.»
Poi siamo passati nello studio. Era una stanzetta elegante e ordinata: scaffale con raccoglitori allineati perfettamente, una bella scrivania di legno scuro lucido, una sedia ergonomica costosa e il computer spento sopra. Tutto odorava di legno, di carta e di quel profumo di pulito che mia madre amava.
Abbiamo cercato ovunque: cassetti, dietro e dentro i raccoglitori, sotto il tappeto. Niente. Poi mi è tornato in mente qualcosa di quando ero piccola. Giocavo sotto la scrivania mentre lei lavorava e avevo trovato una specie di cassetto laterale interno, nascosto. Lei mi aveva sgridato forte e proibito di toccarlo mai più, dicendo che conteneva “cose importanti e riservate”.
L’ho ritrovato subito, passando le dita lungo il lato interno della scrivania. Il meccanismo però non scattava.
«Nael, aiuto. C’è un cassetto segreto ma non riesco ad aprirlo.»
Lui ha tirato fuori il coltello a serramanico, si è infilato sotto la scrivania e ha lavorato qualche secondo. Si è sentito un click. Il cassetto si è aperto.
Dentro c’era solo una chiavetta USB, non nuovissima, di plastica nera.
Ci siamo guardati. Gli occhi ci brillavano.
«Bingo» ho sussurrato. «Forse ci siamo. Deve esserci qualcosa, se la vecchia tiene questa chiavetta così nascosta.»
Siamo tornati in camera mia di corsa. Ho infilato la chiavetta nel mio computer. Non era criptata. Nella cartella principale c’erano altre cartelle con nomi di città e date: Madrid marzo 2010, Milano gennaio 2012, Roma aprile 2012, e così via, fino al 2020. Forse un centinaio di cartelle con luoghi che spesso si ripetevano ma in date diverse.
Abbiamo aperto la prima: Madrid, marzo 2010. Sullo schermo sono apparse decine di foto ad alta risoluzione. Francesca, molto più giovane, avvenente, il corpo ancora sodo e senza i segni degli anni. Era nuda, in ginocchio, mentre succhiava il cazzo di un uomo sui cinquantacinque-sessant’anni che non era mio padre, sicuramente, anche se nel 2010 erano ancora sposati. Altre foto la ritraevano a pecora mentre lui la scopava, poi a cavalcioni, poi mentre lui le apriva il culo e la prendeva lì. In una sequenza lei gli leccava il buco del culo con la lingua ben dentro, gli occhi chiusi di piacere. Sembrava una vera troia, eccitata, senza nessun freno.
Nael ha fischiato basso.
«Porca puttana… tua madre sapeva farle, le cose.»
Abbiamo scorso le altre cartelle. In alcune c’era lo stesso uomo. In altre due uomini insieme a lei: uno le scopava la bocca mentre l’altro le prendeva il culo. In una cartella Francesca, una donna più anziana e un uomo: lei succhiava il cazzo dell’uomo mentre la donna le leccava la fica, poi le due donne si baciavano con la sborra in bocca. Nella cartella del 2016 c’erano foto e video di Francesca con un uomo più giovane: lei indossava uno strapon nero e lo stava sodomizzando con spinte decise, mentre lui gemeva e lei rideva. Io conoscevo quel giovane uomo, lo avevo incontrato in passato e ricordavo essere un dirigente di livello superiore rispetto mia madre, anche se lui era più giovane.
Nael ha scosso la testa, sorridendo.
«Anche tua madre è una gran troia. E sono sicuro di aver capito come ha fatto carriera. Non solo con la testa.»
Ho riso, il cuore che batteva forte dalla soddisfazione. Ma, in fondo al cuore, cominciavo a riflettere sulle reali motivazioni che potevano essere alla base della rottura dei miei genitori. Un dubbio, forse più di uno.
Nael interruppe i miei pensieri.
«Ora teniamo la vecchia puttana per le palle. Davvero.»
Abbiamo copiato tutto sul mio computer e caricato il contenuto in una cartella nascosta sul cloud. Poi abbiamo rimesso la chiavetta esattamente dove l’avevamo trovata e Nael ha richiuso il cassetto con cura.
«Direi che possiamo scopare nel letto di mamma» ho detto, già eccitata all’idea. «E magari proviamo i suoi giochi.»
«Ok» ha risposto lui, divertito. «Non vedo l’ora di mettere a confronto il mio cazzo con quello di gomma nella scatola dei tuoi.»
Il letto era rifatto alla perfezione, le coperte tirate, i cuscini allineati. L’odore leggero di detersivo e del profumo di mia madre aleggiava ancora sui tessuti.
Mentre Nael si toglieva i pantaloni, io ho preso la scatola nera e ho sparso sul letto il lubrificante, il dildo e il plug. Nael mi ha afferrato da dietro con forza, le mani calde e ruvide che mi strappavano i vestiti. Mi ha sfilato tutto in pochi secondi e mi ha fatto piegare in avanti, le mani sulle ginocchia, il culo esposto.
Si è inginocchiato. Ho sentito il suo respiro caldo contro la pelle delle natiche, poi la lingua. Ha iniziato a leccarmi il buco con colpi larghi e lenti, poi più insistenti. La lingua era calda, umida, leggermente ruvida. L’odore del mio culo – un misto di sudore, residui della notte e pelle calda – non l’ha fermato. Anzi, ha spinto il viso più a fondo, aprendo le natiche con le mani e affondando la lingua dentro di me. Sentivo ogni movimento: la punta che entrava, i bordi che venivano succhiati, la saliva calda che colava lungo la fica. Io miagolavo, il suono gutturale e rotto, mentre afferravo il dildo e lo portavo alla bocca. L’ho succhiato con foga, sentendo il sapore neutro del silicone mescolarsi alla mia saliva densa e filante.
«Dammi il plug» ha detto lui, la voce roca e bassa contro la mia pelle.
Ha sputato abbondantemente sul mio buco. Ho sentito il calore e la viscosità della sua saliva, poi la punta liscia e fredda del plug che premeva. Ha massaggiato piano, poi ha spinto. Il mio ano, già abituato a lui, ha ceduto con un leggero bruciore dolce. Il plug è scivolato dentro centimetro dopo centimetro, allargandomi, riempiendomi. Quando la base si è fermata contro la pelle, ho emesso un gemito lungo e basso. La pressione interna era costante, piena, eccitante. Ogni piccola contrazione me la faceva sentire di più.
«Mi piace… cazzo, mi piace sentirlo dentro mentre mi lecchi» ho ansimato.
Poi l’ho guardato, il dildo ancora lucido di saliva in mano, e ho sorriso con malizia.
«Visto che è rimasto questo… a me piacerebbe infilarlo nel tuo culo.»
Nael ha fissato il dildo, poi me. Il suo cazzo, già duro, ha avuto un sobbalzo.
«Giulia… non l’ho mai preso. Non sono frocio»
«Ci tengo» ho detto avvicinandomi, accarezzandogli il petto e scendendo fino a stringergli il membro caldo e pesante. «Se fa male smetto. Hai detto che volevi vedere il mio lato dominante… Lasciami fare. Fidati di me.»
Ha respirato a fondo, gli occhi scuri, poi ha annuito.
«Ok. Piano.»
Si è steso a pancia in su e ha piegato le gambe, esponendosi completamente. L’odore della sua pelle e del suo buco mi ha colpito subito: più forte, più maschile, leggermente acre. Mi sono inginocchiata e ho iniziato a leccarlo. La lingua ha girato intorno all’anello stretto, poi ha spinto dentro. Il sapore era terroso, salato, intenso. Lui ha gemuto, il cazzo che pulsava nella mia mano mentre lo segavo lentamente. Continuavo a leccare, a succhiare, a bagnarlo, mentre il plug nel mio culo mi ricordava a ogni movimento quanto fossi ancora piena.
Ho preso il lubrificante. Il gel era fresco e denso. Ne ho sparso una quantità generosa sul suo buco e ho iniziato a massaggiare con un dito. È entrato con relativa facilità. Nael ha fatto una smorfia, un suono basso di disagio misto a piacere.
«Tutto bene?»
«Sì… continua.»
Due dita. Poi tre, lente, allargandolo con pazienza. Sentivo le sue pareti calde e strette che cedevano. Il suo respiro era diventato irregolare, il cazzo ancora più duro e caldo nel mio pugno.
Ho lubrificato il dildo fino a renderlo scivoloso. L’ho posizionato contro il suo buco e ho iniziato a spingere. La resistenza iniziale era forte. Nael ha stretto i denti e ha afferrato le lenzuola.
«Piano… cazzo… brucia…»
«Respira. Lo sto mettendo piano. È così piccolo se paragonato al tuo. Rilassati. Bravissimo…»
Centimetro dopo centimetro il silicone è scomparso dentro di lui. Guardavo il suo buco che si apriva intorno al dildo, la pelle tesa, e mi eccitavo sempre di più. Quando è entrato fino alla base ho fermato tutto, lasciandolo abituare alla pienezza. Poi ho iniziato a muovere il dildo con colpi lenti e profondi. Contemporaneamente ho abbassato la testa e gli ho preso il cazzo in bocca, succhiando con forza, lingua che girava intorno alla cappella, saliva che colava. Il sapore del suo pre-sborra era salato e forte.
Il ritmo è aumentato insieme: la bocca che lo succhiava e la mano che gli scopava il culo. Nael ansimava, i fianchi che si muovevano incontro al dildo, i gemiti che diventavano più alti.
«Non fermarti… succhialo… scopami… così…»
All’improvviso il suo corpo si è teso violentemente. Ha gemuto a voce alta e ha iniziato a sborrare. Fiotti caldi, densi e abbondanti mi hanno riempito la bocca. Il sapore era intenso, salato, leggermente amaro. L’ho ingoiato tutto, sentendo ogni pulsazione sulla lingua, mentre continuavo a muovere il dildo dentro di lui fino a quando i tremiti non si sono calmati.
Ho estratto il dildo lentamente, l’ho portato alla bocca e l’ho succhiato, assaporando il lubrificante e il sapore di lui. Poi gli ho leccato di nuovo il buco con dolcezza, la lingua che lo calmava e lo puliva.
In pochi minuti Nael era di nuovo duro. Mi ha afferrato, mi ha rovesciato a pecora sul letto di mia madre e ha spinto il cazzo nella mia fica già fradicia con un colpo solo. Ho urlato. Era spesso, caldo, e mi riempiva completamente. Ha iniziato a scoparmi con spinte profonde e potenti, mentre con il pollice giocava con il plug ancora infilato nel mio culo: lo spingeva, lo tirava, lo faceva ruotare. La doppia stimolazione era devastante.
L’odore del sesso – sudore, fica, lubrificante, sborra – riempiva l’aria. Il suono umido delle sue palle che battevano contro di me e dei miei gemiti echeggiava nella stanza. Io venivo a ripetizione. Ogni orgasmo era più forte del precedente. Squirting caldo e abbondante mi usciva a getti, inzuppando le lenzuola di Francesca, scorrendo lungo le cosce. Le braccia non mi reggevano più. Continuavo a spingere indietro il bacino, cercando di prenderlo ancora più a fondo.
«Più forte… sfondami… sul letto di mia madre… riempimi…»
Nael ha accelerato, martellandomi con violenza, le dita che mi affondavano nei fianchi. Alla fine ha gemuto a sua volta, spinto fino in fondo e ha iniziato a sborrare. Ho sentito i fiotti caldi e spessi riempirmi, pulsare, colare fuori intorno al suo cazzo mentre lui continuava a spingere piano, svuotandosi completamente dentro di me.
Siamo crollati sul letto, ansimanti, sudati, la pelle calda e appiccicosa. L’odore pesante del sesso, del mio squirt e della sua sborra saturava le lenzuola di mia madre.
Nael mi ha tirato contro di sé, ancora dentro di me, e mi ha baciato i capelli.
«È stato diverso» ha mormorato, la voce roca. «Ma mi è piaciuto. Troppo. Mi hai scopato il culo e ti sei fatta riempire sul letto di tua madre… sei una troia perfetta.»
Ho girato la testa e l’ho baciato, assaporando ancora il mio e il suo sapore sulla sua lingua.
«Ti amo sempre di più» ho sussurrato. «E ora non vedo l’ora che lei torni. Quando scoprirà che abbiamo le sue foto e i suoi video… sarà ancora più bello.»
Lui ha riso basso, stringendomi più forte. Il plug era ancora dentro di me, la sua sborra mi colava lungo la coscia, e il letto di Francesca e Marco era ormai un disastro di umori e odori. E non ce ne fregava niente.
scritto il
2026-08-23
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