Mi faccio il marito della sposa troia.
di
Monica92
genere
tradimenti
La chiamata era arrivata alle nove.
Voce calma, precisa, di chi è abituata
a ottenere quello che vuole senza alzare
troppo il tono.
«Vieni a casa. Oggi mi sposo e i capelli li fai qui.
Preferisco così.» Casa grande, silenziosa, luce filtrata
dalle tende. Lei mi ha aperta già in vestaglia di seta grigia,
capelli ancora umidi, unghie perfette.
Niente urla, niente capricci teatrali. Solo richieste precise
e un’aria di chi sa di poter rifare le cose finché
non le tornano esattamente come le ha in testa.
«Più volume qui. No, meno.
Le onde devono partire più alte. Rifacciamo.»
Io lavoravo in silenzio. Ogni volta sistemavo,
lei si guardava, faceva un piccolo cenno con la testa
e diceva solo: «Ancora.» Non era isterica. Era esigente.
E io, dopo la quarta o quinta volta, avevo già deciso
che quella mattina sarebbe stata lunga.
E costosa.
Quella puttana mi stava pagando bene, e lo sapeva.
Lui è entrato a un certo punto. Non ha fatto ingresso.
È semplicemente apparso dalla scala, camicia bianca
ancora aperta al collo, pantaloni scuri, orologio discreto.
Brizzolato, dritto, con quel modo di muoversi di chi non ha
bisogno di dimostrare niente. Mi ha guardata una volta sola,
lunga abbastanza da farmi capire che mi aveva notata,
poi ha salutato la moglie con un bacio sulla tempia
e si è seduto su una poltrona a leggere qualcosa sul telefono.
Ogni tanto alzava gli occhi. Non faceva battute da ragazzino.
Solo uno sguardo che restava un secondo di troppo,
un mezzo sorriso quando lei mi chiedeva di rifare ancora.
Non è il mio genere. Di solito non vado matta per quelli così.
Troppo a posto, troppo sicuri, troppo di un mondo
che non mi interessa.
Eppure mi piaceva. Semplicemente mi piaceva.
Non me l’aspettavo. C’era qualcosa in quel modo di stare seduto,
di guardarmi senza invadere, che mi teneva lì
più di quanto avrei voluto ammettere.
Quando i capelli erano finalmente a posto, lei si è alzata,
ha controllato l’orologio e ha detto soltanto:
«Devo passare in tintoria.»
Niente altre spiegazioni. Ha preso la borsetta e se n’è andata.
La porta si è chiusa.
Silenzio.
Lui ha posato il telefono. Si è alzato senza fretta.
«Hai una pazienza che pochi avrebbero.»
Voce bassa, controllata.
«E mani che sanno il fatto loro.»
Io stavo chiudendo la valigetta.
Quella puttana mi stava pagando per stare qui.
E adesso era fuori.
«Il lavoro è finito. Preferisco i soldi e la porta.»
Lui ha fatto un passo verso di me. Non aggressivo.
Solo più vicino.
«I soldi li hai. La porta pure. Ma potresti anche decidere
di restare.»
Il silenzio è durato abbastanza da diventare una decisione.
Io ho posato la valigetta.
(Cinque minuti fa era ancora qui quella troia. Adesso
sto per farmi prendere dal marito mentre lei mi paga il lavoro.
Quanto mi eccita questa roba.)
Lui mi ha toccata per primo, una mano leggera sulla vita.
Quando mi ha baciata era preciso, non affamato.
Lingua lenta, controllo. Io gli ho risposto allo stesso modo.
Non perché mi fosse caduta addosso l’attrazione improvvisa,
ma perché in quel momento mi andava di prendere qualcosa
che di solito non prendo.
E perché quella puttana stava fuori, e io ero ancora mezza
vestita, e lui mi stava già toccando il culo sotto la gonna.
Si è aperto i pantaloni senza fretta. Ha tirato fuori
solo il cazzo e le palle, esattamente come piace a me.
Rasato, pulito, già duro, di quelle dimensioni che riempiono
senza esagerare.
Io mi sono inginocchiata.
Gli ho passato la lingua dalla base fino alla cappella,
lenta, poi l’ho preso in bocca. Succhiavo con calma,
sentendo il peso delle palle sul mento, la mano di lui
che mi accarezzava i capelli senza spingere.
Con l’altra mano mi sono infilata sotto la gonna,
sotto le mutande, e mi sono cacciata due dita dentro.
Ero già bagnata.
(Cazzo, questo mi sta già facendo venire l’acquolina. Che bel cazzo. Me lo sto godendo tutto.)
Mi masturbavo mentre gli lavoravo il cazzo con la bocca,
senza fretta. Il pensiero che la moglie fosse uscita
da pochissimo, che mi stesse pagando, e che io fossi lì
in ginocchio a succhiarlo al promesso sposo,
mi mandava in estasi.
Dopo un po’ mi ha fatto alzare.
Mi ha girata verso il tavolo del salotto, mi ha alzato
la gonna, mi ha fatto scendere le mutande. Mi ha passata
le dita sulla figa, ha sentito quanto ero pronta,
e mi ha penetrata con un movimento lento e deciso.
Niente spinte da animale. Solo profondità e ritmo.
Io appoggiavo le mani sul legno e spingevo indietro il bacino
per prenderlo meglio.
(Cazzo questo mi sta pompando la figa di brutto. Me lo sento tutto. Come mi riempie bene.)
Lui teneva una mano sulla mia schiena, l’altra sul fianco,
e mi scopava con quella precisione quasi elegante
che non mi aspettavo. Io iniziavo a respirare più forte.
«Più in fondo. Voglio sentirlo arrivare dove deve.»
Mi ha fatta voltare, mi ha sollevata e mi ha portata sul divano.
Si è sdraiato, io gli sono salita sopra.
Mi sono infilata il cazzo da sola e ho iniziato a muovermi.
Lenta all’inizio, poi più piena, più bassa.
Lui mi teneva i fianchi, mi guardava in faccia senza sorridere,
solo concentrato. Io mi toccavo il clitoride mentre
gli andavo su e giù, sentendo ogni vena, ogni pulsazione.
(Sta scopando la figa della parrucchiera mentre la puttana di sua moglie è fuori a ritirare il vestito. E me la sta pompando da dio.)
Quando ho accelerato, lui ha iniziato a spingere dal basso,
incontrandomi a metà. Io ho iniziato a parlare di più.
«Sei duro come un sasso. Me lo stai conficcando tutto,
e mi piace. Non rallentare.» Mi ha rovesciata di nuovo,
mi ha messa a pecora, e questa volta il ritmo è diventato
più duro. Non volgare. Solo più intenso. I colpi erano profondi,
regolari, e ogni tanto mi stringeva i fianchi con più forza.
Io gemево basso, poi più chiaro.
«Scopami. Pompami questa figa finché non mi fai venire.
Mi piace da morire quando mi prendi così.»
Lui mi ha allungata una mano davanti e mi ha frizionato
il clitoride mentre continuava a scoparmi. Sono venuta così,
con il cazzo dentro e le dita di lui che lavoravano precise.
La figa mi ha stretto intorno a lui in modo quasi doloroso.
«Non ti fermare adesso. Voglio che mi riempi. Sborrami dentro
e falla colare.» Lui ha tenuto il ritmo ancora un po’,
poi ha accelerato. Io sentivo il cazzo diventare ancora più duro,
le palle che gli battevano contro di me.
Ha iniziato a spingere più a fondo, più veloce, e poi è arrivato. Prima un gemito basso, poi i primi getti caldi di sborra.
Li ho sentiti uno dopo l’altro, spessi, abbondanti,
che mi riempivano la figa. Continuava a spingere
mentre sborrava, ogni colpo che mandava dentro un altro getto.
Io stringevo i muscoli apposta per sentirlo meglio,
per prendere tutta la sborra.
(Me la sta riempiendo. Cazzo quanta sbroda. La sento calda, mi inizia già a colare lungo le cosce.)
Ha continuato a muoversi ancora qualche secondo dopo l’ultimo
getto, spingendo piano, facendo uscire gli ultimi resti.
Poi è rimasto fermo dentro di me, respiro corto,
cazzo ancora pulsante. Io muovevo appena il bacino,
sentendo la sborra che iniziava a colarmi.
È uscito lentamente. Una striscia bianca mi è scesa subito.
Lui mi ha girata e mi ha messo il cazzo ancora semi-duro
in bocca. Io l’ho preso senza che me lo chiedesse,
leccando via la sborra e il sapore della mia figa.
Mi sono toccata ancora un momento, finché le gambe
non mi hanno smesso di tremare. La figa mi pulsava, piena,
bagnata della sua sborra. Ci siamo sistemati in silenzio.
Lui si è rimesse i pantaloni, io le mutande e la gonna.
Sentivo ancora il caldo che mi colava. Mi ha dato i soldi,
più una somma extra, senza commenti inutili.
«Se ti richiama, puoi tornare.» Io ho preso la valigetta
e sono uscita. Lui è rimasto in salotto, come se niente fosse successo.
Mentre scendevo le scale sentivo ancora la sborra tra le cosce,
e il pensiero che quella puttana mi avesse pagato per tutto
quello mi faceva quasi sorridere.
Voce calma, precisa, di chi è abituata
a ottenere quello che vuole senza alzare
troppo il tono.
«Vieni a casa. Oggi mi sposo e i capelli li fai qui.
Preferisco così.» Casa grande, silenziosa, luce filtrata
dalle tende. Lei mi ha aperta già in vestaglia di seta grigia,
capelli ancora umidi, unghie perfette.
Niente urla, niente capricci teatrali. Solo richieste precise
e un’aria di chi sa di poter rifare le cose finché
non le tornano esattamente come le ha in testa.
«Più volume qui. No, meno.
Le onde devono partire più alte. Rifacciamo.»
Io lavoravo in silenzio. Ogni volta sistemavo,
lei si guardava, faceva un piccolo cenno con la testa
e diceva solo: «Ancora.» Non era isterica. Era esigente.
E io, dopo la quarta o quinta volta, avevo già deciso
che quella mattina sarebbe stata lunga.
E costosa.
Quella puttana mi stava pagando bene, e lo sapeva.
Lui è entrato a un certo punto. Non ha fatto ingresso.
È semplicemente apparso dalla scala, camicia bianca
ancora aperta al collo, pantaloni scuri, orologio discreto.
Brizzolato, dritto, con quel modo di muoversi di chi non ha
bisogno di dimostrare niente. Mi ha guardata una volta sola,
lunga abbastanza da farmi capire che mi aveva notata,
poi ha salutato la moglie con un bacio sulla tempia
e si è seduto su una poltrona a leggere qualcosa sul telefono.
Ogni tanto alzava gli occhi. Non faceva battute da ragazzino.
Solo uno sguardo che restava un secondo di troppo,
un mezzo sorriso quando lei mi chiedeva di rifare ancora.
Non è il mio genere. Di solito non vado matta per quelli così.
Troppo a posto, troppo sicuri, troppo di un mondo
che non mi interessa.
Eppure mi piaceva. Semplicemente mi piaceva.
Non me l’aspettavo. C’era qualcosa in quel modo di stare seduto,
di guardarmi senza invadere, che mi teneva lì
più di quanto avrei voluto ammettere.
Quando i capelli erano finalmente a posto, lei si è alzata,
ha controllato l’orologio e ha detto soltanto:
«Devo passare in tintoria.»
Niente altre spiegazioni. Ha preso la borsetta e se n’è andata.
La porta si è chiusa.
Silenzio.
Lui ha posato il telefono. Si è alzato senza fretta.
«Hai una pazienza che pochi avrebbero.»
Voce bassa, controllata.
«E mani che sanno il fatto loro.»
Io stavo chiudendo la valigetta.
Quella puttana mi stava pagando per stare qui.
E adesso era fuori.
«Il lavoro è finito. Preferisco i soldi e la porta.»
Lui ha fatto un passo verso di me. Non aggressivo.
Solo più vicino.
«I soldi li hai. La porta pure. Ma potresti anche decidere
di restare.»
Il silenzio è durato abbastanza da diventare una decisione.
Io ho posato la valigetta.
(Cinque minuti fa era ancora qui quella troia. Adesso
sto per farmi prendere dal marito mentre lei mi paga il lavoro.
Quanto mi eccita questa roba.)
Lui mi ha toccata per primo, una mano leggera sulla vita.
Quando mi ha baciata era preciso, non affamato.
Lingua lenta, controllo. Io gli ho risposto allo stesso modo.
Non perché mi fosse caduta addosso l’attrazione improvvisa,
ma perché in quel momento mi andava di prendere qualcosa
che di solito non prendo.
E perché quella puttana stava fuori, e io ero ancora mezza
vestita, e lui mi stava già toccando il culo sotto la gonna.
Si è aperto i pantaloni senza fretta. Ha tirato fuori
solo il cazzo e le palle, esattamente come piace a me.
Rasato, pulito, già duro, di quelle dimensioni che riempiono
senza esagerare.
Io mi sono inginocchiata.
Gli ho passato la lingua dalla base fino alla cappella,
lenta, poi l’ho preso in bocca. Succhiavo con calma,
sentendo il peso delle palle sul mento, la mano di lui
che mi accarezzava i capelli senza spingere.
Con l’altra mano mi sono infilata sotto la gonna,
sotto le mutande, e mi sono cacciata due dita dentro.
Ero già bagnata.
(Cazzo, questo mi sta già facendo venire l’acquolina. Che bel cazzo. Me lo sto godendo tutto.)
Mi masturbavo mentre gli lavoravo il cazzo con la bocca,
senza fretta. Il pensiero che la moglie fosse uscita
da pochissimo, che mi stesse pagando, e che io fossi lì
in ginocchio a succhiarlo al promesso sposo,
mi mandava in estasi.
Dopo un po’ mi ha fatto alzare.
Mi ha girata verso il tavolo del salotto, mi ha alzato
la gonna, mi ha fatto scendere le mutande. Mi ha passata
le dita sulla figa, ha sentito quanto ero pronta,
e mi ha penetrata con un movimento lento e deciso.
Niente spinte da animale. Solo profondità e ritmo.
Io appoggiavo le mani sul legno e spingevo indietro il bacino
per prenderlo meglio.
(Cazzo questo mi sta pompando la figa di brutto. Me lo sento tutto. Come mi riempie bene.)
Lui teneva una mano sulla mia schiena, l’altra sul fianco,
e mi scopava con quella precisione quasi elegante
che non mi aspettavo. Io iniziavo a respirare più forte.
«Più in fondo. Voglio sentirlo arrivare dove deve.»
Mi ha fatta voltare, mi ha sollevata e mi ha portata sul divano.
Si è sdraiato, io gli sono salita sopra.
Mi sono infilata il cazzo da sola e ho iniziato a muovermi.
Lenta all’inizio, poi più piena, più bassa.
Lui mi teneva i fianchi, mi guardava in faccia senza sorridere,
solo concentrato. Io mi toccavo il clitoride mentre
gli andavo su e giù, sentendo ogni vena, ogni pulsazione.
(Sta scopando la figa della parrucchiera mentre la puttana di sua moglie è fuori a ritirare il vestito. E me la sta pompando da dio.)
Quando ho accelerato, lui ha iniziato a spingere dal basso,
incontrandomi a metà. Io ho iniziato a parlare di più.
«Sei duro come un sasso. Me lo stai conficcando tutto,
e mi piace. Non rallentare.» Mi ha rovesciata di nuovo,
mi ha messa a pecora, e questa volta il ritmo è diventato
più duro. Non volgare. Solo più intenso. I colpi erano profondi,
regolari, e ogni tanto mi stringeva i fianchi con più forza.
Io gemево basso, poi più chiaro.
«Scopami. Pompami questa figa finché non mi fai venire.
Mi piace da morire quando mi prendi così.»
Lui mi ha allungata una mano davanti e mi ha frizionato
il clitoride mentre continuava a scoparmi. Sono venuta così,
con il cazzo dentro e le dita di lui che lavoravano precise.
La figa mi ha stretto intorno a lui in modo quasi doloroso.
«Non ti fermare adesso. Voglio che mi riempi. Sborrami dentro
e falla colare.» Lui ha tenuto il ritmo ancora un po’,
poi ha accelerato. Io sentivo il cazzo diventare ancora più duro,
le palle che gli battevano contro di me.
Ha iniziato a spingere più a fondo, più veloce, e poi è arrivato. Prima un gemito basso, poi i primi getti caldi di sborra.
Li ho sentiti uno dopo l’altro, spessi, abbondanti,
che mi riempivano la figa. Continuava a spingere
mentre sborrava, ogni colpo che mandava dentro un altro getto.
Io stringevo i muscoli apposta per sentirlo meglio,
per prendere tutta la sborra.
(Me la sta riempiendo. Cazzo quanta sbroda. La sento calda, mi inizia già a colare lungo le cosce.)
Ha continuato a muoversi ancora qualche secondo dopo l’ultimo
getto, spingendo piano, facendo uscire gli ultimi resti.
Poi è rimasto fermo dentro di me, respiro corto,
cazzo ancora pulsante. Io muovevo appena il bacino,
sentendo la sborra che iniziava a colarmi.
È uscito lentamente. Una striscia bianca mi è scesa subito.
Lui mi ha girata e mi ha messo il cazzo ancora semi-duro
in bocca. Io l’ho preso senza che me lo chiedesse,
leccando via la sborra e il sapore della mia figa.
Mi sono toccata ancora un momento, finché le gambe
non mi hanno smesso di tremare. La figa mi pulsava, piena,
bagnata della sua sborra. Ci siamo sistemati in silenzio.
Lui si è rimesse i pantaloni, io le mutande e la gonna.
Sentivo ancora il caldo che mi colava. Mi ha dato i soldi,
più una somma extra, senza commenti inutili.
«Se ti richiama, puoi tornare.» Io ho preso la valigetta
e sono uscita. Lui è rimasto in salotto, come se niente fosse successo.
Mentre scendevo le scale sentivo ancora la sborra tra le cosce,
e il pensiero che quella puttana mi avesse pagato per tutto
quello mi faceva quasi sorridere.
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