La mia fighetta in bicicletta

di
genere
voyeur

Avevo comprato la bicicletta da pochi giorni soltanto,
eppure quella mattina mi ero svegliata con una voglia precisa,
quasi fisica, di uscirne in giro; non si trattava soltanto
del desiderio di muovermi o di prendere un po’ d’aria,
ma di qualcosa di più sottile e allo stesso tempo più urgente,
qualcosa che riguardava il corpo e le sensazioni
che sapevo già di poter provare.
Mi sono preparata con una certa lentezza, scegliendo
i vestiti con cura.
Ho indossato i pantaloni attillati neri a vita bassissima,
quelli che scendevano appena sotto le anche
e mi segnavano ogni curva, e sotto di essi il perizoma
verde fluo i cui elastici laterali spuntavano chiaramente
sui fianchi, un dettaglio che mi piaceva particolarmente.
Il top era corto e molto stretto, indossato senza reggiseno;
le tette non erano grosse, eppure il tessuto le abbracciava
abbastanza da far capire che non c’era nulla al di sotto.

Dopo aver raccolto i capelli in uno chignon disordinato
e aver preso le chiavi, sono scesa. La bicicletta nuova
mi aspettava in cortile, con la sua sella stretta e nera
ancora un po’ rigida. Appena mi ci sono seduta l’ho sentita,
e fin dai primissimi metri mi è stato assolutamente chiaro
cosa sarebbe successo alla mia fighetta.

La sella era stretta, precisa, quasi tagliente nella sua forma,
e andava a premere esattamente contro di me;
ogni leggera oscillazione del bacino, ogni spinta sui pedali
faceva scorrere il tessuto del perizoma
contro la pelle più sensibile, mentre il bordo duro
della sella insisteva sul clitoride con una regolarità
quasi crudele. Non c’era scampo, e io lo capii immediatamente:
non avrei potuto fare un giro “normale”,
perché quella sella avrebbe lavorato la mia fighetta
per l’intero percorso, senza pietà e senza pause.
Ho iniziato a pedalare comunque, e il piacere è arrivato
quasi subito, basso e caldo, diverso da quello che provavo
da ragazzina quando scoprivo per caso che strofinarmi
poteva farmi sentire qualcosa. Ora era consapevole,
deliberato; sapevo esattamente cosa stava succedendo
e non avevo alcuna intenzione di fermarlo.
Dopo poche centinaia di metri stavo già venendo.
Ho rallentato appena quanto bastava per non perdere
l’equilibrio, ho premuto di più il bacino in avanti
e ho lasciato che il ritmo della pedalata facesse il resto;
l’orgasmo è arrivato silenzioso, una serie di contrazioni
profonde che mi hanno fatto chiudere gli occhi per un secondo,
mentre il perizoma diventava già umido.

Non mi sono fermata.

Ho continuato a pedalare, e il tessuto ormai bagnato
rendeva ogni contatto più scivoloso e più diretto.
La sella premeva ancora, incessante, e dopo pochi minuti
sono venuta di nuovo, questa volta più forte;
le cosce mi hanno tremato un attimo e ho dovuto concentrarmi
sulla strada per non sbandare. Al secondo chilometro
ne avevo già fatti tre: tre orgasmi ottenuti soltanto
strofinandomi contro quella sella stretta, senza toccarmi
con le mani, soltanto con il movimento delle gambe
e il peso del corpo. Ero sudata, il top mi si era appiccicato
alla pelle, i pantaloni mi segnavano ogni curva,
e il perizoma verde fluo era ormai completamente fradicio.

Ho deciso allora di fermarmi. Ho trovato un punto nel bosco,
poco lontano dalla pista ciclabile, dove l’erba era alta
e il sole filtrava tra gli alberi in modo piacevole.
Ho posato la bici a terra, mi sono seduta sull’erba
e ho acceso una sigaretta; il fumo mi ha riempito i polmoni
e mi ha calmata un poco. Ho bevuto un sorso d’acqua,
mi sono passata una mano sul viso e ho iniziato a farmi
qualche foto: la bici appoggiata contro un albero,
le mie gambe distese, gli elastici verdi fluo che spuntavano
dai pantaloni, il top sollevato appena quanto bastava
per mostrare la pancia.

Poi l’ho visto.

Era sdraiato a pochi metri di distanza, su un asciugamano,
con un costume scuro. Stava prendendo il sole da solo,
gli occhi chiusi, le braccia dietro la testa.
Non mi aveva notato, o forse sì, ma non aveva fatto nulla;
era tranquillo, educato, completamente assorbito nei fatti suoi.
Non mi ha guardato, non ha sorriso, non ha fatto alcun gesto.
Io mi sono sdraiata sull’erba, di fianco alla mia bici,
e ho iniziato a osservarlo. Non avevo voglia di andare lì,
di fare la cagnetta o di provocarlo apertamente; non quella volta.

Preferivo restare distante e lasciare che i pensieri arrivassero,
e i pensieri sono arrivati subito, densi, osceni, precisi.
Ho infilato la mano dentro i pantaloni stretti.
Il tessuto era così aderente che ho dovuto forzare un poco
per scostare il perizoma di lato; le dita hanno trovato
la figa già bagnata, calda e gonfia, e ho iniziato
a muoverle lentamente mentre lo guardavo.

La prima fantasia è stata immediata.
Mi immaginavo inginocchiata davanti a lui, mentre lui,
ancora sdraiato, apriva gli occhi e mi osservava;
io gli tiravo giù il costume, gli prendevo il cazzo in mano
già duro e iniziavo a succhiarlo come una cagna, spingendolo
fino in gola, sentendo la cappella che mi premeva in fondo.
Mi piaceva l’idea di sentirne il sapore, di percepirlo pulsare
mentre lo tenevo in bocca. E mentre gli facevo la pompa,
immaginavo che lui mi infilasse un dito nel culo, fino in fondo,
e lo muovesse lentamente. L’orgasmo è arrivato proprio così:
pensavo a lui che mi sborrava in gola mentre io venivo
con le dita dentro di me, e ho dovuto mordermi il labbro
per non fare rumore.
Non mi sono fermata. Ho continuato a toccarmi, più forte adesso.
La seconda fantasia era diversa: mi vedevo in posizione
a pecora, le mani e le ginocchia sull’erba, il culo alto.
Lui mi tirava giù i pantaloni fuseaux appena sotto la figa,
abbastanza da scoprirmi ma non abbastanza da sfilarmeli
del tutto, e mi entrava nel culo lentamente,
spingendo fino in fondo, per poi iniziare a pompami con forza,
come se fossi una puttana di strada.

Io tenevo la schiena inarcata e lasciavo che mi usasse.
Nella fantasia lui mi sborrava dentro il culo, e io pensavo
già a come sarei tornata a casa dopo:
la sborra che colava lentamente dal mio buchetto,
scendeva lungo la coscia e finiva sul sellino della bici
mentre pedalavo. Quell’immagine mi ha fatto venire di nuovo,
più forte; le dita erano fradice, e i pantaloni neri
nascondevano tutto, ma sotto ero un lago.

Ho ripreso fiato.

La sigaretta era finita. Lui era ancora lì, immobile,
con gli occhi chiusi. Non si era mosso, non mi aveva guardato,
e quella sua calma mi eccitava ancora di più.
La terza fantasia era più lenta. Mi immaginavo di avvicinarmi,
di sedermi di fianco a lui, di tirargli fuori il cazzo
dal costume senza dire una parola; glielo segavo lentamente
con la mano, mentre con la lingua gli leccavo la cappella.
Poi mi giravo, gli presentavo il culo, e lui mi masturbava
la figa con le dita mentre io continuavo a segarlo.
Mi piaceva l’idea di essere una cagna d’estate,
una di quelle che fanno le seghe all’aperto senza alcuna vergogna.
Sono venuta di nuovo pensando a lui che mi diceva di continuare,
di non fermarmi, mentre le sue dita mi entravano dentro.

Ero stanca, ma non abbastanza. Ho voluto un’ultima volta.
Mi sono immaginata di montargli sopra: mi sfilavo il perizoma
di lato, mi calavo sul suo cazzo e iniziavo a pomparmi
da sola, veloce, da cagna, per appena venti secondi,
soltanto il tempo di sentirlo duro e profondo.
Poi lui mi sborrava dentro la figa, e io mi rimettevo
le mutandine ancora piene, pronta a colare di nuovo
mentre tornavo a casa in bicicletta.
Quell’immagine mi ha fatto venire l’ultima volta;
è stato più lungo, più intenso, e ho dovuto coprirmi la bocca
con l’altra mano.

Quando ho finito ero esausta. Ho ritirato la mano dai pantaloni,
mi sono sistemata il perizoma e il tessuto bagnato,
poi mi sono alzata lentamente. Lui era ancora lì,
a prendere il sole, come se niente fosse successo.
Non mi aveva vista, o forse sì, ma non aveva fatto nulla;
era rimasto educato, tranquillo, distante.
Ho ripreso la bici e mi sono rimessa in sella.
La sella era ancora stretta, e adesso, con i pantaloni
fradici, ogni contatto risultava ancora più diretto.
Ho ricominciato a pedalare. Il percorso nel bosco continuava,
il sole filtrava tra le foglie, e io sentivo ancora le scosse residue degli orgasmi. Mentre avanzavo pensavo ancora a lui,
al suo corpo disteso, al costume scuro,
e a quanto sarebbe stato facile, se solo avessi voluto,
fermarmi e realizzare una di quelle cose che avevo immaginato.
Eppure non l’avevo fatto; avevo preferito restare sull’erba,
con la mano nei pantaloni, e farmi venire da sola pensando
a tutto quello che avrei potuto fargli.

Il resto del giro è stato più lento. Ogni tanto la sella
mi faceva ancora sentire qualcosa, e io non mi opponevo;
lasciavo che il movimento facesse il suo lavoro.
Non sono venuta di nuovo, ma il piacere è rimasto lì,
basso e costante, fino a quando non ho deciso di tornare indietro.

Quando sono rientrata a casa i pantaloni erano ancora umidi.
Mi sono tolti i vestiti e mi sono guardata allo specchio:
gli elastici verdi fluo del perizoma avevano lasciato
un segno leggero sui fianchi, il top era spiegazzato,
e avevo le guance ancora un po’ rosse.

Mi sono fatta una doccia lunga.
L’acqua calda mi scorreva addosso mentre ripensavo a tutto:
alla sella stretta che fin dai primissimi metri
mi aveva fatto capire cosa sarebbe successo,
ai tre orgasmi dei primi chilometri, alle fantasie sull’erba,
al ragazzo che prendeva il sole senza dirmi una parola,
e a quanto mi era piaciuto restare lì,
a masturbarmi in silenzio, immaginando cose che non avevo avuto
il coraggio — o forse semplicemente la voglia — di fare davvero.

Alla fine mi sono distesa sul letto, ancora nuda, e ho sorriso.
La bicicletta era parcheggiata in cortile,
e io sapevo già che ci sarei tornata presto.

scritto il
2026-08-19
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