Mi sditalino pensando a voi
di
Monica92
genere
confessioni
A volte mi chiedo come sia iniziata questa cosa.
Non so esattamente quando ho cominciato a chiedere
ai miei amici di mandarmi le foto del cazzo,
o i video mentre si sparano le seghe.
So solo che adesso è una delle cose che mi fa sentire più viva.
Più troia. Più me stessa. È diventata un’abitudine,
quasi un rituale. La sera, quando torno a casa
e chiudo la porta, la prima cosa che faccio è prendere
il telefono e controllare se qualcuno mi ha mandato qualcosa.
Se non c’è niente di nuovo, scrivo io.
Un messaggio breve, diretto. «Mandami una foto.»
«Fammi vedere.» «Registrati.» E loro lo fanno.
Alcuni me li mandano spontaneamente. Altri aspettano
che sia io a chiedere. So che alcuni lo fanno
solo perché sanno che mi piace, altri perché gli eccita
l’idea che una ragazza apparentemente tranquilla
stia dall’altra parte dello schermo a guardare e a bagnarsi.
Io li guardo tutti. Uno dopo l’altro. Non faccio differenze.
Ogni cazzo ha qualcosa che mi piace.
Mi piace il porno, certo. Mi piace vedere attori
che sborrano in faccia, in bocca, sul culo, sulle tette.
Ma niente, niente al mondo mi fa lo stesso effetto delle foto
e dei video dei miei amici. Perché quelli sono reali.
Perché conosco le loro voci, i loro modi di parlare,
il modo in cui respirano quando sono eccitati.
Quando vedo il loro cazzo in primo piano, o li vedo venire,
so che è vero. So che in quel momento qualcuno che conosco
sta scaricando davanti al telefono pensando a me, o almeno
sapendo che io sto guardando.
Mi piacciono i cazzi in tutti i modi.
Quelli già duri, tesi, con le vene in evidenza
che sembrano quasi sul punto di scoppiare.
Quelli ancora molli che cominciano a ingrossarsi
mentre la mano li lavora piano piano. Mi piace vedere
il cambiamento, vedere come la pelle si tende,
come la cappella diventa più scura e lucida.
Mi piacciono le palle. Tutte. Quelle gonfie e dure, tirate su,
che sembrano quasi doloranti dal quanto sono piene.
Quelle più morbide, che sbattono piano mentre lui si sega.
Quelle pelose, quelle rasate, quelle che si contraggono
quando sta per venire. Sono tutte belle. Non ce n’è una
che non mi faccia venire voglia di mettermela in bocca
o di sentirmela battere contro la figa.
Ma quello che mi fa davvero perdere la testa
sono i cazzi che sborrano. Quando vedo il primo fiotto uscire,
caldo, denso, bianco, sento una scarica dritta tra le gambe.
Alcuni sborrano poco, un paio di getti e basta.
Altri scaricano come se non venissero da settimane.
Ce ne sono alcuni che sembrano non finire mai: getto dopo getto,
la sborra che cola lungo l’asta, che finisce sulla pancia,
sul letto, sulla mano. A volte penso che potrei raccoglierla
tutta in una lattina. È una cosa che mi ripeto spesso
mentre mi tocco: «Guarda quanta ce n’è… potrei riempirci
una lattina.»
E poi c’è la parola. Quella parola che mi tormenta
da quando andavo al liceo.
“Sborra.” È una parola proibita, oscena, troppo volgare
per essere detta ad alta voce, e proprio per questo la adoro.
Me la ripeto da anni, da sola, a bassa voce, mentre mi tocco.
È il suono stesso del piacere proibito.
È la parola che non si può dire, e proprio per questo mi fa venire.
Quando uno dei miei amici, mentre si registra,
la dice ad alta voce… per me è la fine.
Alcuni lo fanno apposta.
Sanno che mi piace.
Mentre si segano, con la voce già rotta, dicono:
«Sto per sborrare…»
oppure
«Guarda come sborro…»
oppure semplicemente, nel momento esatto
in cui esce il primo fiotto:
«Sborra…»
Quando sento quella parola uscire dalla loro bocca
mentre il cazzo sta schizzando, mi parte una scarica
dal cervello alla figa che non riesco a controllare.
Le dita vanno più veloci, più a fondo. Mi apro di più.
Continuo a guardare e a ripetere anche io, a bassa voce:
«Sborra… sborra… sborra…»Mi sdraio sul letto, le gambe aperte,
le mutande già di lato o tirate via del tutto.
Con una mano tengo il telefono, con l’altra mi strofino.
All’inizio piano, poi sempre più forte.
Guardo il video e mi dico quella parola.
Quando lui inizia a gemere, o quando vedo i muscoli della pancia
contrarsi, le mie dita accelerano. Se riesco a sincronizzarmi,
quando esce il primo fiotto io sto già venendo. La figa mi cola,
le dita scivolano, e io continuo a guardare mentre lui scarica.
A volte riavvolgo il video e lo faccio ripartire dal momento
esatto in cui comincia a sborrare. Lo guardo tre, quattro,
cinque volte di fila, e ogni volta mi tocco di più.
Ogni volta che sento quella parola, o che la dico io,
la scarica diventa più forte.
Non c’è niente di più bello.
Niente.
Vedere un cazzo che pulsa e che schizza, sapere
che è di qualcuno che conosco, sentire la figa che si bagna
sempre di più mentre lo guardo, e soprattutto sentirlo
dire quella parola proibita… è più forte di qualsiasi porno.
È più intimo. È più sporco. È più mio. È come se quella parola,
detta da loro mentre sborrano, mi desse il permesso di essere
esattamente quello che sono: una troia che gode a guardare
e a ripetere.A volte, dopo aver venuto, resto ferma a guardare
lo schermo con le dita ancora dentro.
Guardo l’ultima immagine, quella con la sborra che cola,
e mi ripeto: «Sborra… quanta sborra…»
Poi, quasi sempre, riapro un altro video.
O chiedo a qualcun altro di mandarmene uno nuovo.
Mi capita di restare sveglia fino a tardi, a passare da un video
all’altro, a toccarmi di nuovo appena finisco di venire,
perché la parola mi resta in testa e non vuole andarsene.
Sono fatta così.
Magra, esile, apparentemente normale.
E invece passo le serate a guardare i miei amici
che si sparano le seghe e sborrano come maiali,
mentre io mi sfondo le dita e mi ripeto quella parola
fino a non reggermi più. Sborra.
Sempre sborra.
La parola che non si può dire.
La parola che mi fa venire.
La parola che mi rende esattamente quello che sono:
una troia sottomessa che gode a guardare cazzi
che esplodono e a sentirsi dire, o a dirsi da sola,
quella cosa oscena e meravigliosa.
E ogni notte ricomincio.
Aprire la chat.
Aspettare il video.
Mettermi a gambe larghe.
Sborra.
Sborra.
Sborra.
Non so esattamente quando ho cominciato a chiedere
ai miei amici di mandarmi le foto del cazzo,
o i video mentre si sparano le seghe.
So solo che adesso è una delle cose che mi fa sentire più viva.
Più troia. Più me stessa. È diventata un’abitudine,
quasi un rituale. La sera, quando torno a casa
e chiudo la porta, la prima cosa che faccio è prendere
il telefono e controllare se qualcuno mi ha mandato qualcosa.
Se non c’è niente di nuovo, scrivo io.
Un messaggio breve, diretto. «Mandami una foto.»
«Fammi vedere.» «Registrati.» E loro lo fanno.
Alcuni me li mandano spontaneamente. Altri aspettano
che sia io a chiedere. So che alcuni lo fanno
solo perché sanno che mi piace, altri perché gli eccita
l’idea che una ragazza apparentemente tranquilla
stia dall’altra parte dello schermo a guardare e a bagnarsi.
Io li guardo tutti. Uno dopo l’altro. Non faccio differenze.
Ogni cazzo ha qualcosa che mi piace.
Mi piace il porno, certo. Mi piace vedere attori
che sborrano in faccia, in bocca, sul culo, sulle tette.
Ma niente, niente al mondo mi fa lo stesso effetto delle foto
e dei video dei miei amici. Perché quelli sono reali.
Perché conosco le loro voci, i loro modi di parlare,
il modo in cui respirano quando sono eccitati.
Quando vedo il loro cazzo in primo piano, o li vedo venire,
so che è vero. So che in quel momento qualcuno che conosco
sta scaricando davanti al telefono pensando a me, o almeno
sapendo che io sto guardando.
Mi piacciono i cazzi in tutti i modi.
Quelli già duri, tesi, con le vene in evidenza
che sembrano quasi sul punto di scoppiare.
Quelli ancora molli che cominciano a ingrossarsi
mentre la mano li lavora piano piano. Mi piace vedere
il cambiamento, vedere come la pelle si tende,
come la cappella diventa più scura e lucida.
Mi piacciono le palle. Tutte. Quelle gonfie e dure, tirate su,
che sembrano quasi doloranti dal quanto sono piene.
Quelle più morbide, che sbattono piano mentre lui si sega.
Quelle pelose, quelle rasate, quelle che si contraggono
quando sta per venire. Sono tutte belle. Non ce n’è una
che non mi faccia venire voglia di mettermela in bocca
o di sentirmela battere contro la figa.
Ma quello che mi fa davvero perdere la testa
sono i cazzi che sborrano. Quando vedo il primo fiotto uscire,
caldo, denso, bianco, sento una scarica dritta tra le gambe.
Alcuni sborrano poco, un paio di getti e basta.
Altri scaricano come se non venissero da settimane.
Ce ne sono alcuni che sembrano non finire mai: getto dopo getto,
la sborra che cola lungo l’asta, che finisce sulla pancia,
sul letto, sulla mano. A volte penso che potrei raccoglierla
tutta in una lattina. È una cosa che mi ripeto spesso
mentre mi tocco: «Guarda quanta ce n’è… potrei riempirci
una lattina.»
E poi c’è la parola. Quella parola che mi tormenta
da quando andavo al liceo.
“Sborra.” È una parola proibita, oscena, troppo volgare
per essere detta ad alta voce, e proprio per questo la adoro.
Me la ripeto da anni, da sola, a bassa voce, mentre mi tocco.
È il suono stesso del piacere proibito.
È la parola che non si può dire, e proprio per questo mi fa venire.
Quando uno dei miei amici, mentre si registra,
la dice ad alta voce… per me è la fine.
Alcuni lo fanno apposta.
Sanno che mi piace.
Mentre si segano, con la voce già rotta, dicono:
«Sto per sborrare…»
oppure
«Guarda come sborro…»
oppure semplicemente, nel momento esatto
in cui esce il primo fiotto:
«Sborra…»
Quando sento quella parola uscire dalla loro bocca
mentre il cazzo sta schizzando, mi parte una scarica
dal cervello alla figa che non riesco a controllare.
Le dita vanno più veloci, più a fondo. Mi apro di più.
Continuo a guardare e a ripetere anche io, a bassa voce:
«Sborra… sborra… sborra…»Mi sdraio sul letto, le gambe aperte,
le mutande già di lato o tirate via del tutto.
Con una mano tengo il telefono, con l’altra mi strofino.
All’inizio piano, poi sempre più forte.
Guardo il video e mi dico quella parola.
Quando lui inizia a gemere, o quando vedo i muscoli della pancia
contrarsi, le mie dita accelerano. Se riesco a sincronizzarmi,
quando esce il primo fiotto io sto già venendo. La figa mi cola,
le dita scivolano, e io continuo a guardare mentre lui scarica.
A volte riavvolgo il video e lo faccio ripartire dal momento
esatto in cui comincia a sborrare. Lo guardo tre, quattro,
cinque volte di fila, e ogni volta mi tocco di più.
Ogni volta che sento quella parola, o che la dico io,
la scarica diventa più forte.
Non c’è niente di più bello.
Niente.
Vedere un cazzo che pulsa e che schizza, sapere
che è di qualcuno che conosco, sentire la figa che si bagna
sempre di più mentre lo guardo, e soprattutto sentirlo
dire quella parola proibita… è più forte di qualsiasi porno.
È più intimo. È più sporco. È più mio. È come se quella parola,
detta da loro mentre sborrano, mi desse il permesso di essere
esattamente quello che sono: una troia che gode a guardare
e a ripetere.A volte, dopo aver venuto, resto ferma a guardare
lo schermo con le dita ancora dentro.
Guardo l’ultima immagine, quella con la sborra che cola,
e mi ripeto: «Sborra… quanta sborra…»
Poi, quasi sempre, riapro un altro video.
O chiedo a qualcun altro di mandarmene uno nuovo.
Mi capita di restare sveglia fino a tardi, a passare da un video
all’altro, a toccarmi di nuovo appena finisco di venire,
perché la parola mi resta in testa e non vuole andarsene.
Sono fatta così.
Magra, esile, apparentemente normale.
E invece passo le serate a guardare i miei amici
che si sparano le seghe e sborrano come maiali,
mentre io mi sfondo le dita e mi ripeto quella parola
fino a non reggermi più. Sborra.
Sempre sborra.
La parola che non si può dire.
La parola che mi fa venire.
La parola che mi rende esattamente quello che sono:
una troia sottomessa che gode a guardare cazzi
che esplodono e a sentirsi dire, o a dirsi da sola,
quella cosa oscena e meravigliosa.
E ogni notte ricomincio.
Aprire la chat.
Aspettare il video.
Mettermi a gambe larghe.
Sborra.
Sborra.
Sborra.
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