A una grande festa prendo un grande cazzo.

di
genere
esibizionismo

Era l’ultimo anno delle superiori e mi avevano invitato
a una festa in centro a Monza, in una casa molto carina
vicino all’Arengario. Quando sono arrivata c’erano già
una decina di persone, più o meno equamente divise tra ragazzi
e ragazze, e si sentiva subito che erano tutti su di giri:
risate alte, bicchieri in mano e musica figa
che usciva dalle casse a tutto volume.
L’appartamento era luminoso, con il salotto ampio
e le finestre che davano sulla piazza, e sul tavolo della cucina
c’erano già diverse bottiglie aperte di Smirnoff, qualche lattina di Ceres,
una bottiglia di Jägermeister e un paio di bottiglie di vino rosso
economico che qualcuno aveva portato.

Appena entrata ho iniziato a osservare la gente.

Le ragazze erano vestite da dio: c’era chi portava jeans aderenti
che mettevano in mostra culetti tirati e sodi come se fossero stati disegnati
apposta, chi aveva le tette praticamente di fuori, spinte in su da reggiseni
push-up che le facevano sembrare fatte per stare tutto il giorno
a prendere cazzi in mezzo, e chi era vestita in modo più elegante,
con abiti corti e tacchi, mischiate a quelle un po’ più dark
con magliette scure e collane pesanti.
I ragazzi invece erano tutti carini, con jeans a vita bassa
strettissimi che lasciavano vedere il pacco in evidenza e t-shirt
belle aderenti, e si vedeva chiaramente che si erano messi apposta
quei jeans per far notare quello che avevano sotto.

Si è cominciato a bere sul serio. Qualcuno ha versato la Smirnoff
nei bicchieri di plastica con un po’ di Coca, altri preferivano
la Ceres dritta dalla lattina, e ogni tanto passava la bottiglia
di Jägermeister per i giri di shot. Il clima si è rilassato in fretta
e dopo un po’ sono partiti i soliti giochi: obbligo o verità
e poi il gioco della bottiglia. All’inizio erano blandi, come sempre,
con qualche bacio leggero, qualche domanda imbarazzante e tante risate,
ma più bevevamo e più la posta saliva.

La musica era alta, l’alcol ci scaldava lo stomaco e la testa,
e a un certo punto le penitenze sono diventate serie.
La prima che mi è rimasta impressa è stata quella di una tipa
che conoscevo solo di vista. La bottiglia ha deciso che doveva fare
una pompa davanti a tutti e lei non ha esitato. Ha fatto sedere
il ragazzo su una sedia in mezzo al salotto, gli ha abbassato
i jeans fino a terra e si è inginocchiata.
Lui se ne stava lì con la maglietta ancora indosso e il cazzo fuori,
già duro dopo pochi secondi, mentre lei iniziava a succhiarlo
facendo rumori osceni, bagnati, di gola e di saliva.
Tutti ridevano e brindavano alzando i bicchieri di Smirnoff
e le lattine di Ceres, qualcuno batteva le mani a tempo di musica.
Dopo poco più di tre minuti il tizio ha iniziato a gemere più forte,
ha messo una mano sulla sua testa e ha schizzato.
La sborra gli è andata direttamente in faccia, sul mento, sulle labbra
e un po’ sul naso. Lei ha riso, si è pulita con il dorso della mano
e si è rialzata tra gli applausi mentre qualcuno le passava
un bicchiere di Jägermeister per “sciacquare”.

La seconda penitenza interessante è toccata a me.

Dovevo limonare con due ragazzi allo stesso tempo.

All’inizio erano un po’ timidi, ma l’alcol e il clima della festa
li hanno sciolti in fretta. Si sono messi davanti a me e io li ho presi
entrambi, con tre lingue che si cercavano, si intrecciavano
e si leccavano senza troppa vergogna.
Io stavo al centro, con la bocca che passava da uno all’altro
e a volte tutti e tre insieme, e sentivo le loro lingue
che si toccavano anche tra di loro mentre mi baciavano.

Quella cosa mi ha fatto colare la figa all’istante.
Continuavamo a slinguarci, saliva che colava,
respiri caldi e mani che iniziavano a vagare, e io già sentivo
le mutande umide. È durato diversi minuti.
Quando ci siamo staccati avevo le labbra gonfie e la testa che girava,
e qualcuno mi ha passato una lattina di Ceres ancora fredda.
Ci piaceva bere, da ragazzi.

Poco dopo un’altra ragazza è finita in uno sgabuzzino con un mio amico.

Dovevano stare chiusi cinque minuti.

Quando sono usciti lei aveva tutto il mascara scolato, le guance rosse
e gli occhi lucidi. Ha detto, ridendo e un po’ imbarazzata,
che gli aveva fatto un bocchino con ingoio: il cazzo le era andato
talmente in gola che aveva iniziato a lacrimare e il mascara
le era colato giù per il viso. Tutti hanno riso e qualcuno ha alzato
il bicchiere di vodka alla menta in suo onore.

A un certo punto la posta si è alzata ancora.

La bottiglia ha indicato me e un ragazzo che conoscevo poco.
Era carino, un po’ timido, ma durante una penitenza precedente
avevo visto una ragazza che gli palpava il pacco attraverso i jeans
e si era capito che c’aveva sotto un bel cazzo.

La penitenza era chiara: dovevamo andare in una camera per mezz’ora.

Siamo saliti le scale. A metà pianerottolo abbiamo trovato un’altra coppia
già impegnata: lui le stava infilando tre dita in figa e lei gli stava facendo
una sega, tutto davanti a chiunque passasse. Non si sono nemmeno fermati
quando ci hanno visti. Siamo andati avanti e siamo entrati in una camera
da letto in fondo al corridoio. Appena chiusa la porta lui mi ha messo
una mano in mezzo alle gambe. Avevo una gonna corta e in un secondo
me l’ha alzata.

Ero già a gambe larghe, con le sue dita che mi massaggiavano
il pacchetto da sopra le mutande. Avevo troppa voglia.
Gli ho tolto i pantaloni, mi sono messa in ginocchio e gli ho preso
il cazzo in bocca. L’ho succhiato come una cagnetta, ubriaca e infoiata,
mentre con una mano mi masturbavo da sola. Il cazzo mi si è ingrossato
in fretta e a un certo punto faticava a starmi tutto in bocca,
così ho iniziato a lavorare soprattutto la cappella, succhiandola
e segandolo con la mano sinistra, in ginocchio per terra come una puttana.

Dopo circa cinque minuti mi ha tirato su e mi ha inchiodata contro la parete.

Non ha detto una parola.

Mi ha tirato su la gonna, mi ha abbassato le mutande fino alle ginocchia
e mi ha infilato il cazzo dritto in figa fino ai coglioni.
Ha iniziato a pomparmi forte, come se volesse sfondarmi.
Io non capivo più niente e facevo solo suoni da cagna.

Sentivo la figa che iniziava a bagnarsi sempre di più e ho pensato
che se continuava così gli avrei squirtato addosso.
La cosa mi imbarazzava un po’, ma lui non si è fermato e continuava
a picchiarmi il cazzo dentro con forza. Dopo poco più di quarantacinque
secondi ho iniziato a colare e a schizzare per terra.

Ero a gambe larghe, schiacciata contro la parete, e squirtavo
come una puttana lercia mentre lui mi pompava.
Appena ha visto che stavo squirtando ha rincarato la dose.

Tirava fuori la cappella e me la rimetteva dentro solo con la punta,
poi spingeva di nuovo fino in fondo. Il rumore che faceva la mia figa
era osceno. Dopo altri cinque minuti stavo di nuovo guardando la mia figa
che colava squirt sul pavimento.

Lui non diceva una parola e continuava imperterrito.
Sono venuta altre tre volte con quel cazzo che mi martellava.
L’unica parola che ho sentito in tutto il rapporto è stata verso la fine.

Mentre mi stava pompando di brutto ha detto solo: «Sborro.»

Non ci ho visto più. Mi sono staccata, mi sono girata, mi sono inginocchiata,
gli ho preso il cazzo in mano e me lo sono messo in bocca.
Ho iniziato a segarlo e a succhiare la cappella.
Lui ha cominciato a schizzare. I fiotti mi arrivavano dritti in gola.
C’era tanta di quella sborra che non ci stava: mi usciva dai lati
della bocca, mi colava sul mento, e io godevo come una matta
mentre continuavo a prenderla e a sgrillettarmi di nuovo.

Quando ha finito ci siamo messi a sedere sul bordo del letto, ancora ansimanti.

Ci siamo fumati una sigaretta in silenzio. Poi ci siamo sistemati i vestiti
e siamo scesi. Credevamo fosse passato solo un quarto d’ora,
invece quando siamo arrivati giù la festa era praticamente finita.
Erano quasi tutti svaccati sui divani o sdraiati per terra,
con le bottiglie e le lattine vuote sparse ovunque.
Eravamo tra gli ultimi ad aver finito, perché praticamente tutti gli altri
si erano dati da fare a modo loro. Mi sono seduta su una poltrona ancora
con le gambe un po’ molli e la figa che pulsava.
Guardavo gli altri e sapevo che quella sera a Monza, vicino all’Arengario, avevamo tutti attraversato lo stesso confine.

scritto il
2026-08-22
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