Sborratemi addosso in chat

di
genere
confessioni

Ogni tanto mi capita ancora di entrarci.

Le chat totalmente anonime, quelle dove ti scegli un nome
e puoi essere chiunque, o meglio, puoi essere esattamente
quello che sei senza che nessuno sappia chi sei nella vita vera.

Io generalmente sceglievo il nome di Fata aperta.
Mi piaceva l’idea della dolcezza di “fata” accostata all’oscenità
di “aperta”. Una piccola fatina aperta.
Dolce da fuori, spalancata da dentro. Era il modo più onesto
che avessi trovato per presentarmi, e ogni volta che lo scrivevo nella casella del nick sentivo già qualcosa muoversi tra le gambe.

Entravo, guardavo la lista dei presenti e la chat
era sempre piena di cazzi. Nomi volgari, foto di uccelli mandati
senza nemmeno chiedere permesso, messaggi diretti e grezzi.
Io ne sceglievo uno, di solito quello con il nick
che mi stava più simpatico, e iniziavo a parlarci.

Non cercavo necessariamente il più grosso o il più spinto.

Cercavo quello con cui potevo raccontare la verità senza filtri.
Di solito me ne stavo solo con le mutandine. A volte erano quelle grandi, comode, di cotone, quelle che per scherzo chiamavo “di Irina”.
Le spostavo da un lato oppure me le tiravo un po’ giù sotto le natiche.
Usavo i braccioli della mia sedia da gaming come divaricatori:
ci appoggiavo le ginocchia o le cosce e restavo bella a gambe larghe,
aperta, comoda, esposta solo per me e per lo schermo.
Una mano restava sul mouse o sulla tastiera, l’altra me la infilavo
subito tra le mutandine. Non facevo quasi altro per tutto il tempo
che rimanevo connessa.

Loro volevano sapere le solite cose e ogni domanda mi eccitava di più.

Mi chiedevano la misura delle tette.
Il colore dei capelli.
La forma del culo.
Se avevo la figa rasata.
Se mi piaceva prendere il cazzo nel culo.
Se mi piaceva bere la sborra.
Se facevo le seghe.
Se facevo le spagnole con le tette.
Quanto ero alta.
Se avevo mai preso due cazzi alla volta.
Se volevo vederci.
Se potevo mandare foto o video mentre mi toccavo o mentre succhiavo.

E quasi tutti tenevano a precisare una cosa: che avevano il cazzo in mano
e che si stavano segando mentre scrivevano.
Quella frase mi mandava in bestia. Sapere che uno sconosciuto,
da qualche parte, stava strofinandosi il cazzo pensando a me,
pensando a “Fata aperta”, immaginandosi una piccola fatina aperta
che leggeva i suoi messaggi e che aveva voglia di prendersi
un cazzo in culo… era una delle cose più forti che potessi provare.

Un uomo che sborrava pensando al mio nick e a quello che gli raccontavo
mi faceva colare all’istante. A volte registravo.

Mi mettevo la fotocamera in modo che si vedesse bene il corpo,
le gambe divaricate sui braccioli, le dita che lavoravano,
e mandavo i video in tempo reale oppure li salvavo per chi me li chiedeva.
Mi piaceva far vedere i dettagli: quanto fossi bagnata, come mi aprivo,
come mi sgrillettavo, il modo in cui le mutandine restavano tirate
da un lato. Loro sborravano guardando e io continuavo,
perché loro dopo essere venuti spesso chiudevano o sparivano,
ma io restavo. Le sessioni potevano durare ore. Tre ore, a volte di più.

Aprivo più chat insieme. Cinque finestre aperte, cinque maiali diversi
che mi scrivevano porcate e che si stavano segando per me.
Uno mi diceva che voleva sborrarmi nel culo, un altro che voleva riempirmi
la bocca, un altro ancora che stava per venire. Io restavo lì,
a gambe larghe sulla poltrona, a rispondermi e a toccarmi
senza quasi mai fermarmi, e ne facevo sborrare uno dopo l’altro.

Loro venivano, chiudevano la chat o se ne andavano, e io ne aprivo un altro
o passavo a quello successivo. Esattamente come facevo un tempo
in discoteca: una lingua in bocca, poi un’altra, poi un’altra ancora,
una palpata alla figa, mi bagnavo, quello se ne andava e ne arrivava
un altro. Solo che qui non c’era nessun limite e non dovevo nemmeno
alzarmi dalla sedia. In chat potevo farmi dare il cazzo nel culo
anche da cinque alla volta, almeno con la mente.

Potevo essere il loro contenitore di sborra.

Immaginavo uno che mi sborrava dentro, poi il successivo che mi infilava
il cazzo e mi faceva uscire la sborra di quello prima,
e poi un altro ancora. Diventavo la loro troia da sborra,
il posto dove scaricare, il contenitore.

E più ci pensavo, più mi sgrillettavo forte, con le dita che entravano
e uscivano e il clitoride che strofinavo senza pietà.

Mi ripetevo quanto mi piacesse.

Quanto mi piacesse farmi dare i cazzi nel culo sulle chat.
Quanto mi piacesse farmi sborrare addosso.
Quanto mi piacesse prendermi le sborrate.

Porco Dio, quanto mi piaceva. Più mi avvicinavo all’orgasmo,
più scrivevo porcate. Dicevo che volevo essere riempita, che volevo sentire
la sborra colarmi lungo le cosce, che volevo il cazzo di turno
che mi spingeva dentro quello di prima, che volevo essere usata
come un contenitore. Loro rispondevano che stavano sborrando,
e io venivo.

A gambe aperte, figa fradicia, mutandine tirate da un lato, pronta
per il prossimo. Qui potevo farlo senza fermarmi, senza limiti,
senza dover dare spiegazioni a nessuno e senza il rischio di essere vista
da qualcuno che conoscevo.

Fata aperta non era solo un nick.
Era il modo in cui riuscivo a essere onesta con me stessa.
Era il posto in cui potevo dire, senza vergogna, quanto mi piacesse
essere una troia da sborra, un serbatoio da sborra, una piccola
e minuta zoccola che se ne sta a gambe larghe sulla poltrona da gaming,
con i braccioli che le tengono le cosce aperte, e si fa venire in mente
da sconosciuti che si segano e sborrano pensando a lei.

E ogni tanto, ancora adesso, ci ritorno.

Scelgo lo stesso nome.
Mi tolgo i pantaloni.
Sposto le mutandine.
Divarico le gambe.
Metto una mano tra le cosce.
Apro più finestre.
E aspetto che qualcuno mi scriva e mi dica che ha già il cazzo in mano.

Perché quella piccola fatina aperta, in fondo, sono io.
E quando sono lì, a rispondere e a toccarmi mentre ne faccio sborrare
uno dopo l’altro, sapendo che stanno pensando a me mentre scaricano,
non c’è niente che mi faccia sentire più me stessa.

scritto il
2026-08-23
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