Il giorno che mi hanno insegnato a parlare sporco mentre sego il cazzo
di
Monica92
genere
masturbazione
C’è stato un giorno preciso in cui ho capito
che mi piacevano le parolacce.
Non le battute leggere, non i complimenti volgari
detti per gioco. Mi piaceva dire e sentire insulti.
Mi piaceva essere chiamata puttana, troia, cagna.
E non l’avevo capito fino a quel momento. Tra tutti i giochi
e i ruoli che si possono interpretare a letto – l’infermiera sexy,
l’idraulico, la finta traditrice – la cosa che mi ha eccitato
di più è stata proprio quella: liberarmi e lasciare
che il mio partner dicesse e facesse dire tutto quello che voleva.
Senza filtri. Senza vergogna.
Questa cosa è successa grazie a un tipo che mi piaceva da morire.
Lo frequentavo dai tempi della scuola e gli ero stata
dietro per tre anni interi, finché finalmente non abbiamo
iniziato a uscire insieme.
Ero felice. Il sesso funzionava, godevo e godeva anche lui,
ma vedevo che era un po’ bloccato. Sembrava quasi che trattenesse
qualcosa.
Glielo chiesi.
Me lo ricordo ancora quel giorno. Eravamo sul divano
a guardare un film. Era Arancia meccanica di Stanley Kubrick.
Lui era seduto di fianco a me e a un certo punto mi disse
che era molto contento del nostro rapporto e di come stessero
andando le cose, e che era contento anche del sesso.
Però, se proprio avesse voluto esprimere un desiderio,
gli sarebbe piaciuto potersi esprimere in maniera un po’ più rozza.
E gli sarebbe piaciuto che lo facessi anche io.
All’inizio mi imbarazzava solo a sentirne parlare.
Potevo sopportare qualche parolaccia, certo, ma non avevo
il coraggio di dirle io.
Lui però me lo insegnò.
E il modo in cui me lo insegnò fu molto piacevole.
Senza dirmi niente mi mise una mano tra le gambe.
Avevo i pantaloni della tuta e sotto un paio di mutandine
bianche molto caste. I pantaloni erano stretti, e lui ci infilò
la mano direttamente dentro, fino alle mutande.
Da seduta vedevo il bozzo formato dalle nocche delle sue dita
sul mio pacchetto e come al solito mi lasciai andare.
Aprii un po’ di più le gambe e lo lasciai fare, nel frattempo
lui si era avvicinato all’orecchio e aveva iniziato
a sussurrarmi cose; mi diceva che dovevo ripetere
tutto quello che lui mi diceva, e che se fossi stata brava
alla fine mi avrebbe fatto schizzare come una puttana.
Appena ho sentito la parola puttana, così sboccata e diretta,
il mio corpo ha avuto uno spasmo.
Un segnale è partito dal cervello e è arrivato dritto
sul clitoride che lui mi stava lavorando con due dita;
sono venuta con la bocca spalancata, ansimando.
Quel maiale aveva capito immediatamente che quel gioco
mi piaceva e non appena l’orgasmo si era scaricato,
lui non aveva nemmeno tolto la mano dalle mutande.
Ha ricominciato.
Ha iniziato a strofinarmi il dito partendo dal buco del culo
e arrivando fino al clitoride. Si è rimesso vicino all’orecchio
e mi ha chiesto: «Lo sai cosa sto facendo?»
Io ho annuito con la testa.
Lui però mi ha guardato dritto negli occhi, ha rallentato la mano
e ha detto: «Non ci siamo capiti. Voglio sentirti parlare.
Dimmi cosa ti sto facendo.»
Il suo dito aveva ricominciato a fare il percorso dal clitoride
al buco del culo, prendendo la sbroda che mi usciva dalla figa
e passandomela sul buchetto e di nuovo sul grilletto.
L’ho guardato negli occhi e ho risposto:
«Mi stai facendo un ditalino.»
Lui non ha fatto una piega.
«No. Ti sto passando il dito dal clitoride al buco del culo
mentre mi prendo la sbroda che ti esce dalla figa,
perché sei infoiata come una troia.»
Quelle parole mi fecero completamente crollare.
Ebbi un’altra scossa e venni di nuovo mentre lui continuava
a strofinare come un maiale: a quel punto ero davvero eccitata;
gli ho palpeggiato il cazzo attraverso i pantaloni e ho sentito
che era già duro, già in canna.
Appena ho cominciato a toccarlo, lui – che ancora mi stava sditalinando per bene – mi ha interrogato di nuovo:
«Cosa stai facendo con la mano?»
Avevo capito l’antifona. Ho deglutito, ho messo da parte
l’imbarazzo e gli ho risposto con un filo di voce:
«Voglio farti una sega.»
Lui ha accelerato il ritmo delle dita e mi ha lasciato libera
di liberargli il cazzo. Non appena l’ho preso in mano e ho iniziato
a fare su e giù, mi ha guardato negli occhi e ha chiesto:
«Hai voglia di cazzo?»
«Sì, ho voglia di cazzo.» risposi con un filo di voce.
Appena ho pronunciato quelle parole mi è arrivata
un’altra scarica dritta in mezzo alle gambe e ho iniziato
a venire di nuovo.
Lui mi esortava: «Ripeti. Hai voglia di cazzo.»
E io, completamente a gambe larghe mentre gli segavo il cazzo
che stava diventando enorme, continuavo a ripetere
come un mantra: «Ho voglia di cazzo… ho voglia di cazzo…
ho voglia di cazzo…»
Il suo uccello era sempre più duro e io lo stavo segando
mentre gli parlavo come una puttana. Non riuscivo più a smettere
di venire; a un certo punto ha ricominciato lui:
«Mi stai segando il cazzo. Solo le puttane fanno così.
Sto venendo come un maiale a guardare la tua manina
che scappella il mio uccello. Segalo proprio come una puttana.»
Le sue parole mi sconquassarono un’altra volta.
Sentivo la sua mano fradicia che mi lavorava la figa
e il rumore osceno della mia sbroda che gli faceva da lubrificante.
Ero persa in quel gioco. Continuava a darmi della troia
e io ripetevo ossessivamente, mentre venivo di nuovo:
«Sono una troia… sono una gran troia che sega i cazzi…»
Lui iniziò a perdere il controllo.
Mi sfilò le mani dalle mutande e mi avvicinò due dita alla bocca:
le stesse dita che mi aveva appena infilato nella figa.
Me lo disse senza vergogna:
«Succhia ste due dita che ti ho messo in figa, troia.»
Aprii la bocca, mi appoggiò le dita sulla lingua e io chiusi
le labbra e iniziai a succhiarle come se fossero un cazzo.
Lui andava avanti e indietro con le dita fino alle nocche
che mi sbattevano contro le labbra, mentre la mia mano andava
convulsivamente su e giù sul suo cazzo enorme.
Dopo qualche pompata in bocca tornò dentro le mutande,
questa volta solo col dito medio; lo sentii puntare diretto
il buco del culo e, come al solito, me lo disse:
«Ti sto puntando il dito medio nel buco del culo.
E adesso te lo voglio scopare, sto buchetto, con sto dito.»
Venni ancora prima che cominciasse.
Quello che stavo vedendo era osceno: i miei pantaloni allargati
e segnati dalle nocche, e la mia mano che andava su e giù
su quel meraviglioso uccello.
Lui iniziò a incularmi di brutto con il dito, avevo tutta
la sbroda di prima che mi aveva lubrificato e il culo
non oppose resistenza. Uscì un secondo, mi sfilò un poco
i pantaloni per liberare meglio i due buchi, e riprese a incularmi
mentre io continuavo a segarlo.
«Guarda come ti prendi le dita nel culo, cagna.»
La parola cagna fu la più oscena che avesse detto fino a quel momento, almeno per me. Ovviamente colai un’altra volta
e la mia mano sul suo cazzo impazzì.
Quanto mi piaceva essere trattata da puttana.
Iniziai a dirglielo io stessa, ripetendo:
«Guarda che cagna che sono… guarda come segno i cazzi…
guarda come vengo con le dita nel culo…»
Ogni volta che mi davo della cagna sfioravo l’orgasmo.
Ero completamente in sua balìa.
Venni di brutto, tanto che mi si rigirarono gli occhi
e spalancai la bocca. Lui ci infilò la lingua dentro
mentre continuava a scoparmi il culo con le dita.
Sentivo la sua saliva mescolarsi alla mia; non era una semplice
sega, non era un semplice ditalino. Era peggio di una chiavata
con uno sconosciuto fuori da una discoteca.
Mi staccai, lo guardai negli occhi e gli dissi:
«Sborrami in bocca. Voglio ingoiare tutto.»
Lui mi guardò e rispose:
«Dimmelo ancora.»
Andai avanti a ripetere che avevo voglia di bere sborra
come una cagna. Ancora un minuto e lui mi prese la testa
e me la spinse sull’uccello. A malapena ci stava la cappella
in bocca. Mentre succhiavo continuavo a sentire i suoi insulti
che mi facevano colare sempre di più.
Infine mi sborrò in bocca.
Sentii i fiotti caldi di sborra che mi riempivano.
La cappella era gonfia, il cazzo venoso e turgido, e eruttava
sborra come un maiale mentre io continuavo a ingoiare e nel frattempo lui mi picchiava le dita nel culo.
Venni ancora.
Venni mentre mi sborrava in bocca, venni come una cagna,
come una battona da strada, mentre ingoiavo l’ennesimo fiotto
di sborra. Da quel giorno, tutte le volte che scopo,
ho voglia di dire porcate e fatico a eccitarmi se quello
che mi chiava non mi insulta un po’.
Quella nottata fu una condanna per me.
Una meravigliosa condanna.
che mi piacevano le parolacce.
Non le battute leggere, non i complimenti volgari
detti per gioco. Mi piaceva dire e sentire insulti.
Mi piaceva essere chiamata puttana, troia, cagna.
E non l’avevo capito fino a quel momento. Tra tutti i giochi
e i ruoli che si possono interpretare a letto – l’infermiera sexy,
l’idraulico, la finta traditrice – la cosa che mi ha eccitato
di più è stata proprio quella: liberarmi e lasciare
che il mio partner dicesse e facesse dire tutto quello che voleva.
Senza filtri. Senza vergogna.
Questa cosa è successa grazie a un tipo che mi piaceva da morire.
Lo frequentavo dai tempi della scuola e gli ero stata
dietro per tre anni interi, finché finalmente non abbiamo
iniziato a uscire insieme.
Ero felice. Il sesso funzionava, godevo e godeva anche lui,
ma vedevo che era un po’ bloccato. Sembrava quasi che trattenesse
qualcosa.
Glielo chiesi.
Me lo ricordo ancora quel giorno. Eravamo sul divano
a guardare un film. Era Arancia meccanica di Stanley Kubrick.
Lui era seduto di fianco a me e a un certo punto mi disse
che era molto contento del nostro rapporto e di come stessero
andando le cose, e che era contento anche del sesso.
Però, se proprio avesse voluto esprimere un desiderio,
gli sarebbe piaciuto potersi esprimere in maniera un po’ più rozza.
E gli sarebbe piaciuto che lo facessi anche io.
All’inizio mi imbarazzava solo a sentirne parlare.
Potevo sopportare qualche parolaccia, certo, ma non avevo
il coraggio di dirle io.
Lui però me lo insegnò.
E il modo in cui me lo insegnò fu molto piacevole.
Senza dirmi niente mi mise una mano tra le gambe.
Avevo i pantaloni della tuta e sotto un paio di mutandine
bianche molto caste. I pantaloni erano stretti, e lui ci infilò
la mano direttamente dentro, fino alle mutande.
Da seduta vedevo il bozzo formato dalle nocche delle sue dita
sul mio pacchetto e come al solito mi lasciai andare.
Aprii un po’ di più le gambe e lo lasciai fare, nel frattempo
lui si era avvicinato all’orecchio e aveva iniziato
a sussurrarmi cose; mi diceva che dovevo ripetere
tutto quello che lui mi diceva, e che se fossi stata brava
alla fine mi avrebbe fatto schizzare come una puttana.
Appena ho sentito la parola puttana, così sboccata e diretta,
il mio corpo ha avuto uno spasmo.
Un segnale è partito dal cervello e è arrivato dritto
sul clitoride che lui mi stava lavorando con due dita;
sono venuta con la bocca spalancata, ansimando.
Quel maiale aveva capito immediatamente che quel gioco
mi piaceva e non appena l’orgasmo si era scaricato,
lui non aveva nemmeno tolto la mano dalle mutande.
Ha ricominciato.
Ha iniziato a strofinarmi il dito partendo dal buco del culo
e arrivando fino al clitoride. Si è rimesso vicino all’orecchio
e mi ha chiesto: «Lo sai cosa sto facendo?»
Io ho annuito con la testa.
Lui però mi ha guardato dritto negli occhi, ha rallentato la mano
e ha detto: «Non ci siamo capiti. Voglio sentirti parlare.
Dimmi cosa ti sto facendo.»
Il suo dito aveva ricominciato a fare il percorso dal clitoride
al buco del culo, prendendo la sbroda che mi usciva dalla figa
e passandomela sul buchetto e di nuovo sul grilletto.
L’ho guardato negli occhi e ho risposto:
«Mi stai facendo un ditalino.»
Lui non ha fatto una piega.
«No. Ti sto passando il dito dal clitoride al buco del culo
mentre mi prendo la sbroda che ti esce dalla figa,
perché sei infoiata come una troia.»
Quelle parole mi fecero completamente crollare.
Ebbi un’altra scossa e venni di nuovo mentre lui continuava
a strofinare come un maiale: a quel punto ero davvero eccitata;
gli ho palpeggiato il cazzo attraverso i pantaloni e ho sentito
che era già duro, già in canna.
Appena ho cominciato a toccarlo, lui – che ancora mi stava sditalinando per bene – mi ha interrogato di nuovo:
«Cosa stai facendo con la mano?»
Avevo capito l’antifona. Ho deglutito, ho messo da parte
l’imbarazzo e gli ho risposto con un filo di voce:
«Voglio farti una sega.»
Lui ha accelerato il ritmo delle dita e mi ha lasciato libera
di liberargli il cazzo. Non appena l’ho preso in mano e ho iniziato
a fare su e giù, mi ha guardato negli occhi e ha chiesto:
«Hai voglia di cazzo?»
«Sì, ho voglia di cazzo.» risposi con un filo di voce.
Appena ho pronunciato quelle parole mi è arrivata
un’altra scarica dritta in mezzo alle gambe e ho iniziato
a venire di nuovo.
Lui mi esortava: «Ripeti. Hai voglia di cazzo.»
E io, completamente a gambe larghe mentre gli segavo il cazzo
che stava diventando enorme, continuavo a ripetere
come un mantra: «Ho voglia di cazzo… ho voglia di cazzo…
ho voglia di cazzo…»
Il suo uccello era sempre più duro e io lo stavo segando
mentre gli parlavo come una puttana. Non riuscivo più a smettere
di venire; a un certo punto ha ricominciato lui:
«Mi stai segando il cazzo. Solo le puttane fanno così.
Sto venendo come un maiale a guardare la tua manina
che scappella il mio uccello. Segalo proprio come una puttana.»
Le sue parole mi sconquassarono un’altra volta.
Sentivo la sua mano fradicia che mi lavorava la figa
e il rumore osceno della mia sbroda che gli faceva da lubrificante.
Ero persa in quel gioco. Continuava a darmi della troia
e io ripetevo ossessivamente, mentre venivo di nuovo:
«Sono una troia… sono una gran troia che sega i cazzi…»
Lui iniziò a perdere il controllo.
Mi sfilò le mani dalle mutande e mi avvicinò due dita alla bocca:
le stesse dita che mi aveva appena infilato nella figa.
Me lo disse senza vergogna:
«Succhia ste due dita che ti ho messo in figa, troia.»
Aprii la bocca, mi appoggiò le dita sulla lingua e io chiusi
le labbra e iniziai a succhiarle come se fossero un cazzo.
Lui andava avanti e indietro con le dita fino alle nocche
che mi sbattevano contro le labbra, mentre la mia mano andava
convulsivamente su e giù sul suo cazzo enorme.
Dopo qualche pompata in bocca tornò dentro le mutande,
questa volta solo col dito medio; lo sentii puntare diretto
il buco del culo e, come al solito, me lo disse:
«Ti sto puntando il dito medio nel buco del culo.
E adesso te lo voglio scopare, sto buchetto, con sto dito.»
Venni ancora prima che cominciasse.
Quello che stavo vedendo era osceno: i miei pantaloni allargati
e segnati dalle nocche, e la mia mano che andava su e giù
su quel meraviglioso uccello.
Lui iniziò a incularmi di brutto con il dito, avevo tutta
la sbroda di prima che mi aveva lubrificato e il culo
non oppose resistenza. Uscì un secondo, mi sfilò un poco
i pantaloni per liberare meglio i due buchi, e riprese a incularmi
mentre io continuavo a segarlo.
«Guarda come ti prendi le dita nel culo, cagna.»
La parola cagna fu la più oscena che avesse detto fino a quel momento, almeno per me. Ovviamente colai un’altra volta
e la mia mano sul suo cazzo impazzì.
Quanto mi piaceva essere trattata da puttana.
Iniziai a dirglielo io stessa, ripetendo:
«Guarda che cagna che sono… guarda come segno i cazzi…
guarda come vengo con le dita nel culo…»
Ogni volta che mi davo della cagna sfioravo l’orgasmo.
Ero completamente in sua balìa.
Venni di brutto, tanto che mi si rigirarono gli occhi
e spalancai la bocca. Lui ci infilò la lingua dentro
mentre continuava a scoparmi il culo con le dita.
Sentivo la sua saliva mescolarsi alla mia; non era una semplice
sega, non era un semplice ditalino. Era peggio di una chiavata
con uno sconosciuto fuori da una discoteca.
Mi staccai, lo guardai negli occhi e gli dissi:
«Sborrami in bocca. Voglio ingoiare tutto.»
Lui mi guardò e rispose:
«Dimmelo ancora.»
Andai avanti a ripetere che avevo voglia di bere sborra
come una cagna. Ancora un minuto e lui mi prese la testa
e me la spinse sull’uccello. A malapena ci stava la cappella
in bocca. Mentre succhiavo continuavo a sentire i suoi insulti
che mi facevano colare sempre di più.
Infine mi sborrò in bocca.
Sentii i fiotti caldi di sborra che mi riempivano.
La cappella era gonfia, il cazzo venoso e turgido, e eruttava
sborra come un maiale mentre io continuavo a ingoiare e nel frattempo lui mi picchiava le dita nel culo.
Venni ancora.
Venni mentre mi sborrava in bocca, venni come una cagna,
come una battona da strada, mentre ingoiavo l’ennesimo fiotto
di sborra. Da quel giorno, tutte le volte che scopo,
ho voglia di dire porcate e fatico a eccitarmi se quello
che mi chiava non mi insulta un po’.
Quella nottata fu una condanna per me.
Una meravigliosa condanna.
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