Fuori dal Plastique mi faccio sborrare ancora nelle mutandine
di
Monica92
genere
esibizionismo
Erano le quattro del mattino e stavo al guardaroba
del Plastique ad aspettare le mie cose.
Ero un po’ brilla, le gambe stanche dopo ore di musica e di gente,
ma ancora carica. Indossavo una minigonna di jeans corta,
scarpe da tennis e un top bianco semplicissimo,
con una scritta piccolissima proprio sulle tette
che recitava la scritta "Berlin slut".
Niente di appariscente, ma abbastanza perché chi guardasse bene
la notasse. Mentre aspettavo, mi si è avvicinato un ragazzo.
Alto, moro, non particolarmente muscoloso ma in forma,
con una T-shirt nera semplice e un bel paio di jeans.
Aveva un bel sorriso e due occhi chiari che mi hanno fissata subito.
Ha guardato le mie tette, ha sorriso, e invece di fare
la solita battuta volgare mi ha detto qualcosa
su uno dei suoi ristoranti fusion preferiti di Berlino.
Ho deciso di dargli corda. Era un bel ragazzo e io avevo già capito
che quella sera sarebbe finita alle solite, anche se l’indomani
dovevo alzarmi presto. L’ho lasciato parlare mentre ci avvicinavamo
al bancone. Poi, mentre aspettavamo i cappotti, ho deciso
di essere sfrontata. Mi sono avvicinata al suo collo,
gli ho passato la lingua vicino all’orecchio
e gli ho detto piano: «Prendiamo i cappotti e usciamo.»
Fuori gli ho chiesto di accompagnarmi alla macchina.
Quando siamo arrivati alla mia piccola utilitaria
mi sono appoggiata alla fiancata e gli ho detto:
«Domani mi devo alzare presto. Lasciami il tuo numero.»
Lui però era ansioso. Mi guardava dalla testa ai piedi,
ancora infoiato dal colpetto di lingua che gli avevo dato.
Continuava a fare battute, ma io ho deciso di baciarlo.
L’ho trascinato contro di me, ancora appoggiata alla fiancata
dell’auto. Finalmente la mia figa e il suo cazzo erano più vicini.
Mentre mi metteva la lingua in bocca, mi ha preso una mano
e me l'ha appoggiata sul suo pacco. Sentivo il cazzo duro
attraverso i jeans. Poi ho preso la sua mano e l’ho messa
contro la mia figa, con la gonna un po’ sollevata,
attraverso le mutandine. Eravamo incastrati: lingue in bocca,
io che gli stringevo il pacco e lui che sentiva quanto fossi
già bagnata.
Dopo pochi secondi gli ho slacciato i jeans.
L’uccello era già in canna. Dovevo solo scegliere
se succhiarglielo o fargli una sega, ma in quel momento
lui mi ha detto, con la voce bassa e roca:
«Voglio sborrarti dentro le mutande.» Ho iniziato a segarlo subito,
forte. Lui godeva come un maiale. Avevo la gonna sollevata,
le mutandine scostate, e lui ha cominciato a insistere
col dito medio contro il buco della mia fighetta.
Dopo qualche piccola sulla mia fessurina bagnata è entrato.
Ero a gambe larghe, gonna alzata, mutande tese di lato,
con un dito infilato nella figa mentre con la mia mano
gli segavo il cazzo su e giù.Era tutto bellissimo e osceno.
Lui completamente vestito, solo il cazzo e i coglioni fuori dai jeans.
Io in piedi, gambe spalancate, in mezzo alla strada.
A un certo punto le ginocchia mi hanno iniziato a cedere
e mi sono ritrovata quasi in posizione di squat, aperta e vulnerabile.
Ho visto il riflesso del mio corpo sulla fiancata
di una macchina parcheggiata davanti a noi: la gonna alzata,
le mutande scostate, la sua mano tra le mie gambe.
Continuavo a segarlo. I suoi coglioni erano duri come il marmo.
Mi sono staccata dal bacio, l’ho guardato negli occhi
e gli ho chiesto con un filo di voce:
«Da quanto tempo non sborri?» Appena ho finito di parlare
lui ha iniziato a insistere ancora di più con il dito nella mia figa.
La mia mano ha accelerato sul suo cazzo.
Mi ha risposto che era una settimana intera. In quel momento
ho capito che mi avrebbe riempito le mutandine di sborra.
Dopo ancora qualche colpo di mano sulla cappella sono venuta,
con il suo dito dentro e il polso che mi sbatteva contro il clitoride.
Poco dopo ho sentito il cazzo gonfiarsi ancora di più, irrigidirsi,
iniziare a pulsare. Lui mi ha tolto la mano e ha cominciato a segarsi
da solo, a pochi millimetri dalle mie mutande.
Io ho preso i lembi delle mutandine bianche e le ho tirate
in modo da formare una specie di tasca. Sono rasata,
e si vedeva solo il grillettino e la riga della figa.
Lui ha iniziato a sborrare.
I primi tre schizzi sono finiti uno di fianco all’altro,
nettissimi, sulle mutande. Poi ha continuato in modo più disordinato,
formando una pozzetta calda e densa proprio sopra la mia figa.
Ancora col cazzo in canna me le ha tirate su.
La sborra mi si è attaccata tutta in un attimo al pacchetto.
Avevo la figa ricoperta. Non gli è bastato.
Mi ci ha appoggiato una mano sopra, dopo avermi sistemato le mutande,
e ha ricominciato a masturbarmi usando la sua stessa sborra
come lubrificante. Ha puntato il clitoride e ci è voluto poco:
sono venuta di nuovo, ansimando, con le gambe che tremavano.
L’ho baciato di nuovo. Ci siamo salutati. Sono salita in macchina
e sono ripartita. Dopo qualche chilometro mi è venuto in mente
che ci eravamo dimenticati di scambiarci il numero di telefono.
Ho sorriso e non ci ho più pensato.
Che meravigliosa serata.
del Plastique ad aspettare le mie cose.
Ero un po’ brilla, le gambe stanche dopo ore di musica e di gente,
ma ancora carica. Indossavo una minigonna di jeans corta,
scarpe da tennis e un top bianco semplicissimo,
con una scritta piccolissima proprio sulle tette
che recitava la scritta "Berlin slut".
Niente di appariscente, ma abbastanza perché chi guardasse bene
la notasse. Mentre aspettavo, mi si è avvicinato un ragazzo.
Alto, moro, non particolarmente muscoloso ma in forma,
con una T-shirt nera semplice e un bel paio di jeans.
Aveva un bel sorriso e due occhi chiari che mi hanno fissata subito.
Ha guardato le mie tette, ha sorriso, e invece di fare
la solita battuta volgare mi ha detto qualcosa
su uno dei suoi ristoranti fusion preferiti di Berlino.
Ho deciso di dargli corda. Era un bel ragazzo e io avevo già capito
che quella sera sarebbe finita alle solite, anche se l’indomani
dovevo alzarmi presto. L’ho lasciato parlare mentre ci avvicinavamo
al bancone. Poi, mentre aspettavamo i cappotti, ho deciso
di essere sfrontata. Mi sono avvicinata al suo collo,
gli ho passato la lingua vicino all’orecchio
e gli ho detto piano: «Prendiamo i cappotti e usciamo.»
Fuori gli ho chiesto di accompagnarmi alla macchina.
Quando siamo arrivati alla mia piccola utilitaria
mi sono appoggiata alla fiancata e gli ho detto:
«Domani mi devo alzare presto. Lasciami il tuo numero.»
Lui però era ansioso. Mi guardava dalla testa ai piedi,
ancora infoiato dal colpetto di lingua che gli avevo dato.
Continuava a fare battute, ma io ho deciso di baciarlo.
L’ho trascinato contro di me, ancora appoggiata alla fiancata
dell’auto. Finalmente la mia figa e il suo cazzo erano più vicini.
Mentre mi metteva la lingua in bocca, mi ha preso una mano
e me l'ha appoggiata sul suo pacco. Sentivo il cazzo duro
attraverso i jeans. Poi ho preso la sua mano e l’ho messa
contro la mia figa, con la gonna un po’ sollevata,
attraverso le mutandine. Eravamo incastrati: lingue in bocca,
io che gli stringevo il pacco e lui che sentiva quanto fossi
già bagnata.
Dopo pochi secondi gli ho slacciato i jeans.
L’uccello era già in canna. Dovevo solo scegliere
se succhiarglielo o fargli una sega, ma in quel momento
lui mi ha detto, con la voce bassa e roca:
«Voglio sborrarti dentro le mutande.» Ho iniziato a segarlo subito,
forte. Lui godeva come un maiale. Avevo la gonna sollevata,
le mutandine scostate, e lui ha cominciato a insistere
col dito medio contro il buco della mia fighetta.
Dopo qualche piccola sulla mia fessurina bagnata è entrato.
Ero a gambe larghe, gonna alzata, mutande tese di lato,
con un dito infilato nella figa mentre con la mia mano
gli segavo il cazzo su e giù.Era tutto bellissimo e osceno.
Lui completamente vestito, solo il cazzo e i coglioni fuori dai jeans.
Io in piedi, gambe spalancate, in mezzo alla strada.
A un certo punto le ginocchia mi hanno iniziato a cedere
e mi sono ritrovata quasi in posizione di squat, aperta e vulnerabile.
Ho visto il riflesso del mio corpo sulla fiancata
di una macchina parcheggiata davanti a noi: la gonna alzata,
le mutande scostate, la sua mano tra le mie gambe.
Continuavo a segarlo. I suoi coglioni erano duri come il marmo.
Mi sono staccata dal bacio, l’ho guardato negli occhi
e gli ho chiesto con un filo di voce:
«Da quanto tempo non sborri?» Appena ho finito di parlare
lui ha iniziato a insistere ancora di più con il dito nella mia figa.
La mia mano ha accelerato sul suo cazzo.
Mi ha risposto che era una settimana intera. In quel momento
ho capito che mi avrebbe riempito le mutandine di sborra.
Dopo ancora qualche colpo di mano sulla cappella sono venuta,
con il suo dito dentro e il polso che mi sbatteva contro il clitoride.
Poco dopo ho sentito il cazzo gonfiarsi ancora di più, irrigidirsi,
iniziare a pulsare. Lui mi ha tolto la mano e ha cominciato a segarsi
da solo, a pochi millimetri dalle mie mutande.
Io ho preso i lembi delle mutandine bianche e le ho tirate
in modo da formare una specie di tasca. Sono rasata,
e si vedeva solo il grillettino e la riga della figa.
Lui ha iniziato a sborrare.
I primi tre schizzi sono finiti uno di fianco all’altro,
nettissimi, sulle mutande. Poi ha continuato in modo più disordinato,
formando una pozzetta calda e densa proprio sopra la mia figa.
Ancora col cazzo in canna me le ha tirate su.
La sborra mi si è attaccata tutta in un attimo al pacchetto.
Avevo la figa ricoperta. Non gli è bastato.
Mi ci ha appoggiato una mano sopra, dopo avermi sistemato le mutande,
e ha ricominciato a masturbarmi usando la sua stessa sborra
come lubrificante. Ha puntato il clitoride e ci è voluto poco:
sono venuta di nuovo, ansimando, con le gambe che tremavano.
L’ho baciato di nuovo. Ci siamo salutati. Sono salita in macchina
e sono ripartita. Dopo qualche chilometro mi è venuto in mente
che ci eravamo dimenticati di scambiarci il numero di telefono.
Ho sorriso e non ci ho più pensato.
Che meravigliosa serata.
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