Luca mi sborra in bocca - L'ultimo Shottino della serata.

di
genere
etero

Era una sera in provincia di Bergamo e mi stavo annoiando
da morire. Ero in un locale con amici e amiche,
seduta a un tavolo dove le conversazioni erano talmente
noiose che a un certo punto avevo smesso addirittura
di fingere di ascoltare. Avevo iniziato a bere shottini
di vodka e menta uno dopo l’altro, alternandoli con sigarette
fumate fuori dal locale mentre controllavo il telefono
e scorrevo i messaggi senza troppa convinzione.

Sapevo che era tardi per cambiare programmi.
Erano quasi le mezzanotte e mi ero fatta accompagnare
fin lì da Milano da un amico, quindi non avevo nemmeno
la macchina per andarmene da sola. Dovevo restare
e aspettare che qualcuno decidesse di tornare indietro.

A un certo punto mi è arrivato un messaggio di Luca.

«Dove sei?»

Avevo voglia di farmelo da ormai tre anni.
Ci eravamo scritti in passato, messaggi un po’ piccanti,
e avevo capito che gli piaceva la roba forte,
ma non avevo mai capito fino in fondo quanto
gli piacessi davvero. Quella sera però ero troppo conciata,
stanca e sudata perché fosse la prima volta.
Quindi gli ho detto la verità senza giri di parole.
Gli ho scritto che mi stava rompendo i coglioni,
che ero a Bergamo lontana da casa, che non avevo la macchina,
e che sebbene ci avrei avuto una gran voglia di farmi
una scopata con lui, ero troppo sbronza e non sapevo nemmeno
come raggiungerlo.

Sono passati forse dieci secondi.
«Mandami la posizione che ti vengo a prendere.»

Cazzo.

Questo aveva voglia di scopare sul serio e io
ero già infoiata di brutto all'idea. Gli ho risposto
che avevo bisogno di fare una doccia prima,
ma in realtà avevo già capito che stava partendo
e che entro poco mi sarei ritrovata con lui.

Finalmente, dopo tre anni di messaggi e di fantasie,
mi sarei fatta Luca. Speravo solo che fosse all’altezza
delle aspettative che mi ero costruita in testa.
Ho chiesto scusa agli amici inventando una scusa
su un problema a casa e su una cugina che stava venendo
a prendermi. Poi sono uscita dal locale e ho iniziato
a camminare lungo la statale per non restare troppo
in vista sotto le luci dell’ingresso.

Non sono passati neanche venti minuti che ho visto
i fari della sua macchina avvicinarsi e accostare piano.

Quel maiale ci aveva messo pochissimo ad arrivare.

Sono salita. Luca era bello, pulito, fresco.
Si sentiva nettamente il profumo di bagnoschiuma
e di dopobarba. Aveva dei jeans scuri, occhi grandi
e un bel sorriso. Io invece sapevo di avere ancora addosso
l’odore del locale, dell’alcol e del sudore di una serata
lunga. Mentre procedevamo verso casa sua mi sono seduta
di fianco a lui e all’improvviso lui ha appoggiato la mano
sul mio ginocchio. Ha iniziato a scendere lentamente.

Non indossavo calze. Faceva caldo, avevo solo la gonnellina
e le mutandine a proteggermi. Sapevo perfettamente
che voleva toccarmi la figa, ma mi sentivo troppo sudata
e accaldata. Volevo una doccia prima di arrivare a quel punto.

Lui però ha insistito.

È arrivato fino alle mutande e ho sentito il suo dito medio
iniziare a percorrere tutta la riga della figa,
quella righetta stretta che ho in mezzo alle gambe e che,
anche dopo essermi presa un cazzo, torna sempre stretta
e pronta per un nuovo uso. Ho cercato di distrarlo
spiegandogli che prima volevo lavarmi, che ero sudata
e che non mi sentivo a posto. Lui come risposta
mi ha infilato un dito dentro, l’ha tirato fuori tutto lucido,
se l’è messo in bocca e se l’è succhiato con calma.

Poi l’ha rimesso dentro e ha ricominciato.

Praticamente mi stava leccando la figa facendomi un ditalino, assaggiandomi senza nessun problema. Gli ho chiesto
se non gli faceva schifo, se gli piaceva il mio odore
di serata e di alcol. Lui ha continuato a infilare
e a succhiarsi le dita senza rispondere con parole,
solo con quel gesto ripetuto che mi stava facendo diventare
pazza. A quel punto ero veramente infoiata.

«Accosta.» gli dico.

Ha fermato la macchina sul ciglio della strada.
Gli ho liberato il cazzo dai jeans e ho iniziato a succhiarlo
senza troppi preliminari. Sapeva di buono, di pelle pulita
e di desiderio. Il cazzo ha cominciato a ingrossarsi in fretta
sotto la lingua: era davvero un bel cazzo, e ho pensato
che avevo fatto bene a farmi venire a prendere.

Andavo su e giù sulla cappella, alternavo colpi di mano
e leccate lente, poi sono scesa sui coglioni.
Li ho presi in bocca uno alla volta, li ho succhiati,
li ho leccati. Erano pieni, tesi, caldi. Avevo voglia
di ingoiare. A un certo punto mi ha preso la testa
con una mano e ha iniziato a guidarmi su e giù con un movimento deciso e meccanico. Ogni volta che la cappella
mi toccava in fondo alla gola sentivo uno spasmo e il culo
che si apriva da solo.

Mi aveva infilato un dito nel culo mentre io lo succhiavo.

Continuava a scoparmi il buchetto con il medio mentre io
mi infilavo tutta l’asta in gola fino ai coglioni.
Gli ho detto di continuare, di allargarmi pure, di non fermarsi. Ero mezza sbronza e volevo solo cazzo e sborra.

Volevo farlo sborrare prima di arrivare a casa.
Volevo l’ultimo shottino della serata, ma non di vodka alla menta. Di sborra calda che schizza fuori da un uccello profumato.

Ho tolto le mani dal cazzo e sono andata avanti
solo di bocca, concentrata. Lui intanto mi chiavava il culo
con il dito senza più nessun ritegno, avanti e indietro,
allargandomi. Più diventavo volgare nei pensieri
e più sentivo il cazzo irrigidirsi e pulsare.

Mi sono staccata un attimo, l’ho guardato negli occhi
e gli ho detto chiaro e tondo: «Sborrami in bocca, Luca.
Svuota i coglioni nella bocca della tua cagna.»

Mi sono riattaccata alla cappella e gli ho dato
due succhiate profonde. Lui ha aggiunto un secondo dito
nel culo. Ero piena, cazzo. A quel punto medio e indice
mi stavano aprendo mentre io davo le ultime succhiate.

Il cazzo ha iniziato a pulsare forte e a schizzare.

I fiotti mi arrivavano dritti in gola, caldi e densi.

Continuavo a ingoiare mentre le dita nel culo diventavano
ancora più invadenti, più animali. Bevevo shottini di sborra,
piena, con il culo aperto da due dita e la testa
ancora tenuta ferma dalla sua mano.

Quando ha finito di scaricare ho tenuto il cazzo in bocca
ancora qualche secondo, pulendolo con la lingua,
poi l’ho lasciato andare. Ci siamo ricomposti in silenzio.
Lui è ripartito e abbiamo continuato verso casa sua.

Finalmente avrei potuto farmi una doccia.
E, probabilmente, prendermi ancora del cazzo
dopo essermi lavata. Quella sera in provincia di Bergamo
aveva smesso di essere noiosa nel momento esatto
in cui Luca aveva scritto «Mandami la posizione».

E mentre la macchina riprendeva la strada,
con il sapore di sborra ancora in bocca e il culo
ancora sensibile, sapevo che la notte era solo all’inizio.


scritto il
2026-08-23
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