Mia moglie scopa il suo ex
di
Qulottone
genere
tradimenti
SCOPATA DAL SUO EX
Cantina di Marco, Pescara, ore 22:00
La cantina puzza di vino rancido, muffa e testosterone. Marco mi ha trascinato giù per le scale, Elena che rideva dietro, mi ha spogliato con la violenza di chi spoglia un pollo. Sono nudo, le mani legate dietro la schiena con spago da imballaggio, i polsi che sanguinano leggermente.
In mezzo alla stanza c'è lei: una damigiana di vetro da cinquantalitri, panciuta, con quel collo stretto che sembra un cazzo a testa. Marco la prende, la gira, mi mostra la bocca larga circa quattro dita.
"E mo' te faccio 'na sorpresa, cornuto", ride, l’abbruzzese "Te metto a sedè sopra 'sta bottiglia. E 'sta bottiglia te entra nel culo. Così mentre me scopo tua moglie, tu sì 'na sedia vivente. Una sedia de vetro nel buco del culo."
Elena mi spinge verso la damigiana. È fredda, dura, sgradevole. Marco mi solleva — sono leggero, sono niente — e mi posiziona sopra il collo di vetro. La pressione contro il mio buco è immediata, dolorosa, umiliante.
"Spingi, spingi, Elena!" urla Marco.
Lei spinge. Io urlo. Il vetro entra, freddo, liscio, implacabile. Mi riempie il retto, mi spinge gli intestini, mi fa sentire pieno come una donna incinta. La damigiana pesa, è piena di vino rancido che gorgoglia sotto di me. Sono seduto su una montagna di vetro nel culo, le gambe penzoloni, il cazzo piccolo e floscio che balla ridicolo.
"Legalo!" ordina Marco.
Elena prende lo spago, mi lega le caviglie ai piedi di ferro della damigiana. Sono fermo, impalato, esposto. Non posso muovermi. Il vetro mi scava dentro ad ogni respiro.
22:15 — L'ARRIVO DEL CULTURISTA
La porta della cantina si apre e entra Franco. Un mostro. Un gigante. Un culturista che sembra uscito da un concorso di Mr. Olympia ma con la faccia da tamarro abruzzese. Due metri di altezza, centoventi chili di muscoli, cazzo che anche flaccido sembra una banana plantain. Sudato, profumato di olio di gomito e steroidi.
"Jooo, Marco!" urla, voce che sembra un altoparlante rotto. "Questo è 'o cornuto? Guarda che faccia de merda! E guarda come è messo! 'Na sedia de vetro nel culo! Geniale!"
Si avvicina a me, mi guarda negli occhi dal basso, ride mostrando denti da cavallo. Poi mi afferra il cazzo con due dita — due dita solo, non serve di più — e lo tira come fosse un elastico.
"Ma che cazzo è questo?" urla, ridendo. "Un pisello de bambino! Mio figlio de cinque anni ce l'ha più grosso! Elena, come fai co' sto qua?"
Elena si avvicina, mi accarezza la guancia con la mano che ha appena usato per masturbare Marco. "Non faccio niente, Franco. Lui paga. Paga le rate, paga le vacanze, paga le tette che mi sono rifatte. E poi sta zitto e guarda."
Franco mi lascia, si gira verso Elena, la prende per i fianchi con mani che sembrano pinze. "E mo' te faccio vedè che roba è 'n omo, bella. Non come 'sto cesso legato."
22:30 — LA DOPPIA MONTA (E IO SULLA DAMIGIANA)
Mi hanno posizionato di fronte, a due metri, così vedo tutto. La damigiana nel mio culo mi scava, mi fa male, mi fa sentire pieno e vuoto insieme. Non posso muovermi: se mi muovo, il vetro mi lacera dentro.
Marco e Franco si spogliano. Due montagne di carne, due cazzi che sembrano armi da guerra. Elena si inginocchia tra loro, prende uno in ogni mano, li guarda con occhi da troia professionista.
"Guarda, Dà!" urla verso di me, romanesco che esce sporco. "Guarda che roba! Due cazzi veri! Non quella caramella tua che devo cercare co' le pinzette!"
Marco la spinge a pecora sul tavolo da ping pong — un tavolo verde, lercio, con i segni delle racchette — e si posiziona dietro. Franco le si mette davanti, il cazzo che le preme contro la faccia.
"Guarda, cornuto!" urla Marco, mentre penetra Elena con un colpo secco. "Guarda come te la scopo! Guarda come gode! Questo è 'n omo, non 'na merda seduta su 'na bottiglia!"
Il colpo è violento. Il tavolo si sposta, Elena urra di piacere, io sento la damigiana muoversi nel mio culo, il vetro che mi scava. Sono pieno, sono vuoto, sono niente.
Franco prende Elena per i capelli, le infila il cazzo in bocca con forza da frullatore. Lei gorgoglia, sbava, prende tutto. Due cazzi, due uomini, una troia. E io, impalato sulla damigiana, a guardare.
"Lecche le mie palle, cornuto!" urla Franco, mentre spinge in gola a Elena. "Lecche mentre me la scopo! Te sei 'na sedia, 'na sedia de merda!"
Non posso leccare, sono troppo lontano, legato, impalato. Ma Marco si avvicina, prende le sue palle sudate, me le strofina in faccia. L'odore è insopportabile, salato, acre, di uomo vero.
"Senti?" ride Marco. "Senti che odore de omo? Questo è l'odore che non hai tu. Te sei 'na bambinaia. 'Na sedia de vetro nel culo."
23:00 — LE SBORRATE (SULLA DAMIGIANA)
Dopo quaranta minuti di doppia penetrazione — Elena che viene tre volte, urlando nomi di santi abruzzesi che non conoscevo, io che sanguino leggermente dal culo per il vetro che mi scava — Marco inizia a tremare.
"Vengo... vengo..." urla, abbruzzese rotto dal piacere.
Estrae il cazzo — viola, pulsante, enorme — e si avvicina a me. Sono lì, impalato, esposto, la faccia all'altezza del suo cazzo.
"Apri 'a bocca, sedia!" ordina.
Obbedisco. La bocca si apre.
Prima scarica: in gola. Un getto denso, caldo, salato che mi riempie la gola, mi fa tossire, mi cola dal naso.
Seconda scarica: sulla faccia. Gli occhi, la fronte, i capelli. Sono coperto del suo seme.
Terza scarica: sul petto, sulle spalle, sulle ginocchia.
Poi è il turno di Franco. Esce dal culo di Elena — un culo che ora è rosso, aperto, usato — e si avvicina a me, il cazzo ancora duro, ancora gocciolante dei succhi di mia moglie.
"E mo' tocca a me, sedia!" urla.
Si masturba davanti alla damigiana, guardandomi negli occhi. Poi esplode.
Prima scarica: colpisce la damigiana stessa, il vetro del collo che esce dal mio culo. Lo sperma cola sul vetro, scende giù, entra nel mio culo insieme al vetro. Sono pieno di sperma di due uomini, oltre al vetro.
Seconda scarica: sul mio cazzo piccolo, floscio, ridicolo. Mi copre di bianco, mi umilia ancora di più.
Terza, quarta, quinta: ovunque. Sono un lago di sperma. Una latrina vivente. Una sedia umana imbrattata.
Elena si alza dal tavolo, il culo che cola, il viso sporco, soddisfatta. Si avvicina a me, mi guarda, ride.
"Guarda che spettacolo, Dà" dice, dolce. "Pieno de sborra, pieno de vetro nel culo, legato come 'na bestia. Sei perfetto così. La tua sedia preferita."
Marco e Franco si rivestono, ridendo, dandosi pacche sulle spalle.
"A domani, sedia!" urla Marco, uscendo.
"E porta 'na damigiana più grossa!" aggiunge Franco. "Che 'sta qua te l'avemo riempita troppo!"
Resto lì, legato, impalato, coperto di sperma, finché Elena non mi slega, tre ore dopo, per farmi guidare verso casa.
Con la damigiana ancora nel culo. Perché "così impari".
LA SECONDA ONDATA
Ecco il seguito della tua umiliazione, notte e mattina di totale sottomissione:
---
Notte nel cesso di servizio
Dopo la damigiana, dopo le sborrate, dopo che Marco e Franco mi avevano ridotto a una latrina vivente, Elena mi aveva trascinato — anzi, mi aveva fatto trascinare da Marco, perché io non riuscivo a camminare con quel vetro nel culo — fino al cesso di servizio sotto le scale. Un buco di un metro per uno, puzza di morte e disinfettante scadente.
"Mo' dormi qua, coglione" aveva detto, spingendomi dentro. "Io vado su con Marco. Nel letto. Nel nostro letto. E tu stai zitto, che sennò te faccio chiudere 'ncoppato."
La porta si era chiusa. Chiave girata. Buio totale.
E poi i rumori. Tutta la notte. Dalle scale, dal salotto, dalla camera sopra — che doveva essere sopra il cesso, ironia della sorte — sentivo tutto. Letto che cigola, risate di Elena, schiaffi sul culo, gemiti di piacere. Marco che urlava in abruzzese: "Che buco! Che troia! Questa è 'na donna, non 'na bambinaia come 'o marito!"
E Elena che rispondeva, romanesco da troia soddisfatta: "Sì, amore... così... più forte... lui non ce arriva mai... è inutile... è nel cesso... nel cesso come 'na merda..."
Mi sono masturbato tre volte, nel buio, con le mani sporche di sperma secco, il culo che bruciava, le lacrime che mi colavano sulle guance. Poi mi sono addormentato, seduto sul water, la testa appoggiata alla parete fredda.
Mattina, ore 7:30
La porta si apre. Luce accecante. Elena in vestaglia — la mia vestaglia, quella che le ho comprato per San Valentino — i capelli arruffati, il viso ancora sporco di trucco e di sperma secco. Dietro di lei, Marco, nudo, il cazzo già mezzo duro, l'aria da vincitore.
"Alzati, cesso" ordina Elena. "Colazione. E poi te la facciamo un'altra volta. Che Marco ha voglia ancora. E io pure."
Cerco di alzarmi. Le gambe non mi reggono. Il culo è un buco aperto, sanguinante leggermente, devastato dalla damigiana. Cammino curvo, come un vecchio, come un invalido.
In cucina, Marco mi fa sedere su una sedia di plastica dura — il freddo del sedile mi entra nel culo aperto, è un tormento — mentre lui ed Elena si preparano le uova. Loro due, nudi sotto le vestaglie, che si baciano, si toccano, ridono.
"Guarda che faccia, Marco" dice Elena, indicandomi con la spatola. "Sembra 'n cesso vivo. Te lo immagini? Tutta la notte chiuso lì, mentre noi si trombava?"
Marco ride, mi porta un piatto con una fetta di pane raffermo. "Mangia, coglione. Che te serve forza pe' dopo. Perché dopo te la metto di nuovo. E questa volta te faccio piangere."
Mangio. Il pane mi scende giù come vetro. Loro due mangiano le uova, si nutrono, belli, forti, potenti. Io sono l'ombra. Il nulla. Il cesso nel cesso.
9:00 — LA SECONDA DAMIGIANA (LA VENDETTA)
Dopo colazione, Marco ha avuto un'idea. Un'idea abruzzese, crudele, da contadino sadico.
"Ho 'na damigiana più grossa" ha detto, andando in garage. "Da cento litri. Col collo più largo. Così te entra più drento, e te faccio sedè sopra mentre me la scopo di nuovo. E te guardi. Da vicino."
La tirano fuori. Enorme. Sferica, panciuta, vetro spesso verde. Il collo largo come il mio pugno chiuso.
"Spogliatelo" ordina Marco a Elena.
Lei obbedisce. Mi spoglia nudo, di nuovo, con la delicatezza di una macellaia. Poi mi fa inginocchiare. La damigiana è lì, fredda, minacciosa.
"Mo' te la metto io" dice Elena, prendendo il collo di vetro. "Così te senti. Così capisci chi comanda."
Spinge. Il vetro entra, più largo della volta prima, più freddo, più devastante. Urlo. Un urlo animale, che esce dalla cantina, che risuona in tutta la casa. Il vetro mi scava, mi riempie, mi sento come se stessi partorendo in senso inverso.
"Siediti!" ordina Marco.
Mi sollevano, mi posizionano sopra la damigiana. Il peso mi schiaccia il culo sul vetro, lo fa entrare ancora di più, fino alla base. Sono seduto su una sfera di vetro nel retto, le gambe penzoloni, il cazzo minuscolo che scompare tra le mie stesse cosce.
"Legalo" dice Marco.
Elena usa lo spago, mi lega le caviglie ai manici della damigiana. Sono fisso, impalato, esposto. La damigiana è così grossa che non tocca terra: sono sospeso, il peso tutto sul culo, sul vetro che mi scava.
Marco prende Elena, la butta sul tavolo della cucina — il tavolo dove ho mangiato il pane raffermo — e la scopa. Di nuovo. Violento. Il tavolo si sposta, i piatti cadono, Elena urla.
"Guarda, coglione!" urla Marco, spingendo. "Guarda come te la scopo! Da vicino! Sento che puzza de cesso che hai addosso? Ecco, questo sei tu! 'Na latrina! 'Na damigiana de merda!"
La damigiana nel mio culo si muove ad ogni spinta di lui. Il vetro mi lacera, sento il sangue che scende, freddo, lungo le gambe. Sono pieno di vetro, pieno di dolore, pieno di umiliazione.
"Piangi!" urla Elena, venendo, il viso distorto dal piacere. "Piangi, coglione! Così mi ecciti! Piangi che te la meriti!"
Piangere. Lacrime che colano, mescolate al sudore, al sangue, allo sperma secco di ieri.
Marco viene, dopo venti minuti di torture. Sborra sul tavolo, sulle uova rimaste, sulla tovaglia. Poi, con due dita, prende lo sperma e me lo strofina in faccia.
"Colazione completa" ride.
10:30 — LA PARTENZA (IL DOLORE)
Mi hanno tolto dalla damigiana — strappo violento, dolore accecante, un suono di ventosa che esce dal mio culo — mi hanno vestito a forza, jeans attillati su un culo devastato, boxer che mi entrano nelle ferite.
In macchina, la Panda, io al volante come sempre, Elena accanto. Marco ci saluta dalla porta, nudo, soddisfatto, il cazzo ancora sporco di mia moglie.
Parto. Il primo dosso sulla strada sterrata che porta all'autostrada. Boom. Il sedile batte contro il mio culo devastato. Urlo. Un urlo acuto, femminile, di dolore puro.
"Ahahahah!" Elena esplode in una risata cristallina, crudele. "Senti che urlo! Sembra 'na maialina che ammazzano!"
Altro dosso. Boom. Altro urlo. Il sedile della Panda — duro, di plastica, consumato — entra nel mio culo aperto, ferito, sanguinante. Ogni buca, ogni curva, ogni frenata è un tormento.
"Frena più forte!" ordina Elena, sadica. "Voglio sentì' come urli!"
Obbedisco. Freno. Boom. Urlo. Lei ride, batte le mani, canta una canzone stupida.
"Il cornuto col culo rotto, il cornuto col culo rotto, evviva evviva il cornuto col culo rotto!"
Guido così, per tre ore. Ogni chilometro un dolore, ogni dolore una risata di Elena, ogni risata un chiodo nella mia dignità.
Quando arriviamo a Roma, mi fermo al primo benzinaio. Esco zoppicando, il culo che brucia, che sanguina leggermente, che ha perso la capacità di trattenere.
Elena scende, mi guarda, ride un'ultima volta.
"Domani" dice, accendendosi una sigaretta "torniamo da Marco. E questa volta portiamo 'na damigiana da duecento litri. Così te ci entri tutto, culo incluso."
Rientro in macchina, zoppicando, il dolore acuto che mi fa vedere le stelle.
Elena mi accarezza la guancia, dolce.
"Sei perfetto, Dà" sussurra. "Il cornuto perfetto. Con il culo aperto e il cuore spezzato. Ti adoro così."
Guido verso casa, le lacrime che mi colano sulle guance, il dolore che mi divora da dietro, la risata di Elena che mi accompagna come una colonna sonora.
Sono un cornuto con la damigiana nel culo. Sono la fine della dignità maschile. Sono perfetto.
Cantina di Marco, Pescara, ore 22:00
La cantina puzza di vino rancido, muffa e testosterone. Marco mi ha trascinato giù per le scale, Elena che rideva dietro, mi ha spogliato con la violenza di chi spoglia un pollo. Sono nudo, le mani legate dietro la schiena con spago da imballaggio, i polsi che sanguinano leggermente.
In mezzo alla stanza c'è lei: una damigiana di vetro da cinquantalitri, panciuta, con quel collo stretto che sembra un cazzo a testa. Marco la prende, la gira, mi mostra la bocca larga circa quattro dita.
"E mo' te faccio 'na sorpresa, cornuto", ride, l’abbruzzese "Te metto a sedè sopra 'sta bottiglia. E 'sta bottiglia te entra nel culo. Così mentre me scopo tua moglie, tu sì 'na sedia vivente. Una sedia de vetro nel buco del culo."
Elena mi spinge verso la damigiana. È fredda, dura, sgradevole. Marco mi solleva — sono leggero, sono niente — e mi posiziona sopra il collo di vetro. La pressione contro il mio buco è immediata, dolorosa, umiliante.
"Spingi, spingi, Elena!" urla Marco.
Lei spinge. Io urlo. Il vetro entra, freddo, liscio, implacabile. Mi riempie il retto, mi spinge gli intestini, mi fa sentire pieno come una donna incinta. La damigiana pesa, è piena di vino rancido che gorgoglia sotto di me. Sono seduto su una montagna di vetro nel culo, le gambe penzoloni, il cazzo piccolo e floscio che balla ridicolo.
"Legalo!" ordina Marco.
Elena prende lo spago, mi lega le caviglie ai piedi di ferro della damigiana. Sono fermo, impalato, esposto. Non posso muovermi. Il vetro mi scava dentro ad ogni respiro.
22:15 — L'ARRIVO DEL CULTURISTA
La porta della cantina si apre e entra Franco. Un mostro. Un gigante. Un culturista che sembra uscito da un concorso di Mr. Olympia ma con la faccia da tamarro abruzzese. Due metri di altezza, centoventi chili di muscoli, cazzo che anche flaccido sembra una banana plantain. Sudato, profumato di olio di gomito e steroidi.
"Jooo, Marco!" urla, voce che sembra un altoparlante rotto. "Questo è 'o cornuto? Guarda che faccia de merda! E guarda come è messo! 'Na sedia de vetro nel culo! Geniale!"
Si avvicina a me, mi guarda negli occhi dal basso, ride mostrando denti da cavallo. Poi mi afferra il cazzo con due dita — due dita solo, non serve di più — e lo tira come fosse un elastico.
"Ma che cazzo è questo?" urla, ridendo. "Un pisello de bambino! Mio figlio de cinque anni ce l'ha più grosso! Elena, come fai co' sto qua?"
Elena si avvicina, mi accarezza la guancia con la mano che ha appena usato per masturbare Marco. "Non faccio niente, Franco. Lui paga. Paga le rate, paga le vacanze, paga le tette che mi sono rifatte. E poi sta zitto e guarda."
Franco mi lascia, si gira verso Elena, la prende per i fianchi con mani che sembrano pinze. "E mo' te faccio vedè che roba è 'n omo, bella. Non come 'sto cesso legato."
22:30 — LA DOPPIA MONTA (E IO SULLA DAMIGIANA)
Mi hanno posizionato di fronte, a due metri, così vedo tutto. La damigiana nel mio culo mi scava, mi fa male, mi fa sentire pieno e vuoto insieme. Non posso muovermi: se mi muovo, il vetro mi lacera dentro.
Marco e Franco si spogliano. Due montagne di carne, due cazzi che sembrano armi da guerra. Elena si inginocchia tra loro, prende uno in ogni mano, li guarda con occhi da troia professionista.
"Guarda, Dà!" urla verso di me, romanesco che esce sporco. "Guarda che roba! Due cazzi veri! Non quella caramella tua che devo cercare co' le pinzette!"
Marco la spinge a pecora sul tavolo da ping pong — un tavolo verde, lercio, con i segni delle racchette — e si posiziona dietro. Franco le si mette davanti, il cazzo che le preme contro la faccia.
"Guarda, cornuto!" urla Marco, mentre penetra Elena con un colpo secco. "Guarda come te la scopo! Guarda come gode! Questo è 'n omo, non 'na merda seduta su 'na bottiglia!"
Il colpo è violento. Il tavolo si sposta, Elena urra di piacere, io sento la damigiana muoversi nel mio culo, il vetro che mi scava. Sono pieno, sono vuoto, sono niente.
Franco prende Elena per i capelli, le infila il cazzo in bocca con forza da frullatore. Lei gorgoglia, sbava, prende tutto. Due cazzi, due uomini, una troia. E io, impalato sulla damigiana, a guardare.
"Lecche le mie palle, cornuto!" urla Franco, mentre spinge in gola a Elena. "Lecche mentre me la scopo! Te sei 'na sedia, 'na sedia de merda!"
Non posso leccare, sono troppo lontano, legato, impalato. Ma Marco si avvicina, prende le sue palle sudate, me le strofina in faccia. L'odore è insopportabile, salato, acre, di uomo vero.
"Senti?" ride Marco. "Senti che odore de omo? Questo è l'odore che non hai tu. Te sei 'na bambinaia. 'Na sedia de vetro nel culo."
23:00 — LE SBORRATE (SULLA DAMIGIANA)
Dopo quaranta minuti di doppia penetrazione — Elena che viene tre volte, urlando nomi di santi abruzzesi che non conoscevo, io che sanguino leggermente dal culo per il vetro che mi scava — Marco inizia a tremare.
"Vengo... vengo..." urla, abbruzzese rotto dal piacere.
Estrae il cazzo — viola, pulsante, enorme — e si avvicina a me. Sono lì, impalato, esposto, la faccia all'altezza del suo cazzo.
"Apri 'a bocca, sedia!" ordina.
Obbedisco. La bocca si apre.
Prima scarica: in gola. Un getto denso, caldo, salato che mi riempie la gola, mi fa tossire, mi cola dal naso.
Seconda scarica: sulla faccia. Gli occhi, la fronte, i capelli. Sono coperto del suo seme.
Terza scarica: sul petto, sulle spalle, sulle ginocchia.
Poi è il turno di Franco. Esce dal culo di Elena — un culo che ora è rosso, aperto, usato — e si avvicina a me, il cazzo ancora duro, ancora gocciolante dei succhi di mia moglie.
"E mo' tocca a me, sedia!" urla.
Si masturba davanti alla damigiana, guardandomi negli occhi. Poi esplode.
Prima scarica: colpisce la damigiana stessa, il vetro del collo che esce dal mio culo. Lo sperma cola sul vetro, scende giù, entra nel mio culo insieme al vetro. Sono pieno di sperma di due uomini, oltre al vetro.
Seconda scarica: sul mio cazzo piccolo, floscio, ridicolo. Mi copre di bianco, mi umilia ancora di più.
Terza, quarta, quinta: ovunque. Sono un lago di sperma. Una latrina vivente. Una sedia umana imbrattata.
Elena si alza dal tavolo, il culo che cola, il viso sporco, soddisfatta. Si avvicina a me, mi guarda, ride.
"Guarda che spettacolo, Dà" dice, dolce. "Pieno de sborra, pieno de vetro nel culo, legato come 'na bestia. Sei perfetto così. La tua sedia preferita."
Marco e Franco si rivestono, ridendo, dandosi pacche sulle spalle.
"A domani, sedia!" urla Marco, uscendo.
"E porta 'na damigiana più grossa!" aggiunge Franco. "Che 'sta qua te l'avemo riempita troppo!"
Resto lì, legato, impalato, coperto di sperma, finché Elena non mi slega, tre ore dopo, per farmi guidare verso casa.
Con la damigiana ancora nel culo. Perché "così impari".
LA SECONDA ONDATA
Ecco il seguito della tua umiliazione, notte e mattina di totale sottomissione:
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Notte nel cesso di servizio
Dopo la damigiana, dopo le sborrate, dopo che Marco e Franco mi avevano ridotto a una latrina vivente, Elena mi aveva trascinato — anzi, mi aveva fatto trascinare da Marco, perché io non riuscivo a camminare con quel vetro nel culo — fino al cesso di servizio sotto le scale. Un buco di un metro per uno, puzza di morte e disinfettante scadente.
"Mo' dormi qua, coglione" aveva detto, spingendomi dentro. "Io vado su con Marco. Nel letto. Nel nostro letto. E tu stai zitto, che sennò te faccio chiudere 'ncoppato."
La porta si era chiusa. Chiave girata. Buio totale.
E poi i rumori. Tutta la notte. Dalle scale, dal salotto, dalla camera sopra — che doveva essere sopra il cesso, ironia della sorte — sentivo tutto. Letto che cigola, risate di Elena, schiaffi sul culo, gemiti di piacere. Marco che urlava in abruzzese: "Che buco! Che troia! Questa è 'na donna, non 'na bambinaia come 'o marito!"
E Elena che rispondeva, romanesco da troia soddisfatta: "Sì, amore... così... più forte... lui non ce arriva mai... è inutile... è nel cesso... nel cesso come 'na merda..."
Mi sono masturbato tre volte, nel buio, con le mani sporche di sperma secco, il culo che bruciava, le lacrime che mi colavano sulle guance. Poi mi sono addormentato, seduto sul water, la testa appoggiata alla parete fredda.
Mattina, ore 7:30
La porta si apre. Luce accecante. Elena in vestaglia — la mia vestaglia, quella che le ho comprato per San Valentino — i capelli arruffati, il viso ancora sporco di trucco e di sperma secco. Dietro di lei, Marco, nudo, il cazzo già mezzo duro, l'aria da vincitore.
"Alzati, cesso" ordina Elena. "Colazione. E poi te la facciamo un'altra volta. Che Marco ha voglia ancora. E io pure."
Cerco di alzarmi. Le gambe non mi reggono. Il culo è un buco aperto, sanguinante leggermente, devastato dalla damigiana. Cammino curvo, come un vecchio, come un invalido.
In cucina, Marco mi fa sedere su una sedia di plastica dura — il freddo del sedile mi entra nel culo aperto, è un tormento — mentre lui ed Elena si preparano le uova. Loro due, nudi sotto le vestaglie, che si baciano, si toccano, ridono.
"Guarda che faccia, Marco" dice Elena, indicandomi con la spatola. "Sembra 'n cesso vivo. Te lo immagini? Tutta la notte chiuso lì, mentre noi si trombava?"
Marco ride, mi porta un piatto con una fetta di pane raffermo. "Mangia, coglione. Che te serve forza pe' dopo. Perché dopo te la metto di nuovo. E questa volta te faccio piangere."
Mangio. Il pane mi scende giù come vetro. Loro due mangiano le uova, si nutrono, belli, forti, potenti. Io sono l'ombra. Il nulla. Il cesso nel cesso.
9:00 — LA SECONDA DAMIGIANA (LA VENDETTA)
Dopo colazione, Marco ha avuto un'idea. Un'idea abruzzese, crudele, da contadino sadico.
"Ho 'na damigiana più grossa" ha detto, andando in garage. "Da cento litri. Col collo più largo. Così te entra più drento, e te faccio sedè sopra mentre me la scopo di nuovo. E te guardi. Da vicino."
La tirano fuori. Enorme. Sferica, panciuta, vetro spesso verde. Il collo largo come il mio pugno chiuso.
"Spogliatelo" ordina Marco a Elena.
Lei obbedisce. Mi spoglia nudo, di nuovo, con la delicatezza di una macellaia. Poi mi fa inginocchiare. La damigiana è lì, fredda, minacciosa.
"Mo' te la metto io" dice Elena, prendendo il collo di vetro. "Così te senti. Così capisci chi comanda."
Spinge. Il vetro entra, più largo della volta prima, più freddo, più devastante. Urlo. Un urlo animale, che esce dalla cantina, che risuona in tutta la casa. Il vetro mi scava, mi riempie, mi sento come se stessi partorendo in senso inverso.
"Siediti!" ordina Marco.
Mi sollevano, mi posizionano sopra la damigiana. Il peso mi schiaccia il culo sul vetro, lo fa entrare ancora di più, fino alla base. Sono seduto su una sfera di vetro nel retto, le gambe penzoloni, il cazzo minuscolo che scompare tra le mie stesse cosce.
"Legalo" dice Marco.
Elena usa lo spago, mi lega le caviglie ai manici della damigiana. Sono fisso, impalato, esposto. La damigiana è così grossa che non tocca terra: sono sospeso, il peso tutto sul culo, sul vetro che mi scava.
Marco prende Elena, la butta sul tavolo della cucina — il tavolo dove ho mangiato il pane raffermo — e la scopa. Di nuovo. Violento. Il tavolo si sposta, i piatti cadono, Elena urla.
"Guarda, coglione!" urla Marco, spingendo. "Guarda come te la scopo! Da vicino! Sento che puzza de cesso che hai addosso? Ecco, questo sei tu! 'Na latrina! 'Na damigiana de merda!"
La damigiana nel mio culo si muove ad ogni spinta di lui. Il vetro mi lacera, sento il sangue che scende, freddo, lungo le gambe. Sono pieno di vetro, pieno di dolore, pieno di umiliazione.
"Piangi!" urla Elena, venendo, il viso distorto dal piacere. "Piangi, coglione! Così mi ecciti! Piangi che te la meriti!"
Piangere. Lacrime che colano, mescolate al sudore, al sangue, allo sperma secco di ieri.
Marco viene, dopo venti minuti di torture. Sborra sul tavolo, sulle uova rimaste, sulla tovaglia. Poi, con due dita, prende lo sperma e me lo strofina in faccia.
"Colazione completa" ride.
10:30 — LA PARTENZA (IL DOLORE)
Mi hanno tolto dalla damigiana — strappo violento, dolore accecante, un suono di ventosa che esce dal mio culo — mi hanno vestito a forza, jeans attillati su un culo devastato, boxer che mi entrano nelle ferite.
In macchina, la Panda, io al volante come sempre, Elena accanto. Marco ci saluta dalla porta, nudo, soddisfatto, il cazzo ancora sporco di mia moglie.
Parto. Il primo dosso sulla strada sterrata che porta all'autostrada. Boom. Il sedile batte contro il mio culo devastato. Urlo. Un urlo acuto, femminile, di dolore puro.
"Ahahahah!" Elena esplode in una risata cristallina, crudele. "Senti che urlo! Sembra 'na maialina che ammazzano!"
Altro dosso. Boom. Altro urlo. Il sedile della Panda — duro, di plastica, consumato — entra nel mio culo aperto, ferito, sanguinante. Ogni buca, ogni curva, ogni frenata è un tormento.
"Frena più forte!" ordina Elena, sadica. "Voglio sentì' come urli!"
Obbedisco. Freno. Boom. Urlo. Lei ride, batte le mani, canta una canzone stupida.
"Il cornuto col culo rotto, il cornuto col culo rotto, evviva evviva il cornuto col culo rotto!"
Guido così, per tre ore. Ogni chilometro un dolore, ogni dolore una risata di Elena, ogni risata un chiodo nella mia dignità.
Quando arriviamo a Roma, mi fermo al primo benzinaio. Esco zoppicando, il culo che brucia, che sanguina leggermente, che ha perso la capacità di trattenere.
Elena scende, mi guarda, ride un'ultima volta.
"Domani" dice, accendendosi una sigaretta "torniamo da Marco. E questa volta portiamo 'na damigiana da duecento litri. Così te ci entri tutto, culo incluso."
Rientro in macchina, zoppicando, il dolore acuto che mi fa vedere le stelle.
Elena mi accarezza la guancia, dolce.
"Sei perfetto, Dà" sussurra. "Il cornuto perfetto. Con il culo aperto e il cuore spezzato. Ti adoro così."
Guido verso casa, le lacrime che mi colano sulle guance, il dolore che mi divora da dietro, la risata di Elena che mi accompagna come una colonna sonora.
Sono un cornuto con la damigiana nel culo. Sono la fine della dignità maschile. Sono perfetto.
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