Luisa mia moglie. Aspetto sotto casa del suo amante

di
genere
tradimenti


**L'umiliazione silenziosa**

Il motore ronza basso, un brivido meccanico che sembra provenire dal mio stesso petto. Sono le nove di sera. Il traffico si è diradato, lasciando strade vuote che sembrano condurre solo a un destino. Accanto a me, sul sedile del passeggero, Luisa guarda fuori dal finestrino. Il suo profilo è tagliato dalla luce dei lampioni che scorrono — un flash dorato, poi buio, poi luce di nuovo.

Non parliamo. Il silenzio tra noi è così denso che potrei tagliarlo con un dito.

Indossa la minigonna che Marco le ha scelto. Quella troppo corta, quella che non lascia spazio all'immaginazione. Ogni volta che respiro, vedo il movimento del suo petto che solleva il tessuto leggero, e sotto, l'ombra delle cosce. Le mutandine di pizzo nero — quelle che lui le ha mandate con un messaggio ("Voglio trovartele addosso quando arrivi") — sono visibili attraverso la stoffa quando si muove. O forse lo sono solo nella mia testa, che ha imparato a vedere ciò che non dovrebbe.

L'odore in macchina è cambiato. Non è più il profumo di Luisa, quello dolce di vaniglia che uso annusare sul cuscino. Ora c'è qualcosa di sotto, di più antico. La sua pelle si è già riscaldata, ha già iniziato a secernere quel sudore nervoso che precede il sesso. Lo riconosco. Lo odio. Lo desidero.

Mi fermo al semaforo rosso. Le mie mani stringono il volante così forte che le nocche sono bianche.

"Ti ha detto che ore?" chiedo. La mia voce suona metallica, artificiale.

Luisa gira la testa lentamente. I suoi occhi sono neri, dilatati, già lontani da me. "Non importa l'ora," dice. "Importa che ci sono."

Il semaforo diventa verde. Non mi muovo subito. Un clacson dietro di me mi costringe a ripartire.

Proseguiamo. Ogni metro che percorriamo è un metro che ci avvicina a lui. A Marco. Alla sua casa, dove lei entrerà, e io resterò fuori, come un cane legato al palo fuori dal negozio. La strada è un fiume che scorre verso la cascata, e io remo verso il baratro con le mie mani tremanti.

Arriviamo. Parcheggio sotto il lampione spento, nell'ombra che lui ha scelto per noi — per me. Spengo il motore. Il silenzio cade come una lastra di vetro.

Luisa non si muove immediatamente. Si sistema la minigonna con gesti lenti, rituali. Le sue dita scivolano sotto il tessuto, toccano il pizzo delle mutandine, lo sistemano. Ma io vedo che è già bagnato. Vedo la macchia scura che si è formata sul tessuto nero, tra le gambe. Lei è già pronta per lui. Il suo corpo ha già deciso, prima ancora che la mente lo ammettesse.

"Scendo," dice.

"Vai," rispondo.

Apre la portiera. L'aria fredda della sera entra nell'abitacolo, portando con sé l'odore della città e qualcos'altro — l'odore di Marco che aspetta, che già la possiede a distanza. Scende. La minigonna le sale sulle cosce, mostrando per un istante la curva del culo, la fessura coperta da quel pizzo inutile. Cammina verso l'ingresso con passo sicuro, consapevole che i miei occhi sono incollati su di lei.

Si ferma alla porta. Tira fuori il telefono. Scrive qualcosa — a lui, immagino. "Sono qui." Poi bussa.

La porta si apre. Marco non si mostra, ma la mano che si protende è grande, pelosa, familiare. La afferra per il polso — non per la mano, per il polso, come si afferra un oggetto — e la tira dentro. La porta si chiude.

E io resto.

Il tempo smette di esistere. Guardo il finestrino al primo piano. Le tende sono chiuse, ma filtra luce gialla, calda, sporca. Immagino loro due già abbracciati, già sudati, già nudi. Immagino Marco che le strappa via la minigonna con un gesto secco, che le affonda il viso tra i seni, che le morde il collo lasciando segni che io vedrò dopo.

Passano dieci minuti. La luce al primo piano si spegne.

Il buio è totale ora. E io immagino. Immagino con crudeltà chirurgica, con precisione da torturatore.

Immagino Marco che la butta sul divano, che le spalanca le gambe con le ginocchia, che le strappa via le mutandine con i denti. Immagino il suo cazzo — quello che lei mi ha descritto come "enorme", "violento", "che mi spacca in due" — che esce dai pantaloni, già duro, già gocciolante di desiderio. Immagino lui che la penetra in un colpo solo, senza preliminari, senza baci, senza chiedere permesso. Tutto. Fino in fondo. Fino a farla urlare nel cuscino che lei stessa affonda sulla bocca per soffocare i gemiti.

Immagino il ritmo. Pesante. Meccanico. Bestiale. Lui che la scopa come un animale, le mani che le affondano nei fianchi lasciando lividi, le palle che sbattono contro il clitoride a ogni spinta violenta. Immagino il sudore che gli cola dalla fronte sulle sue reni, che si mescola al suo, che crea una pozza di umidità sul divano dove io non sono mai stato ammesso.

Immagino quando cambia posizione. La solleva, la gira, la piega sul bracciolo del divano con il culo in aria. Le spalanca le natiche con le mani grandi, le affonda il pollice nel buco del culo senza lubrificante, solo forza e violenza. Poi rientra nella sua figa, più profondo, più duro, più crudele. Lei urla il suo nome. Non il mio. Il suo. "Marco, Marco, Marco." Un mantra di sottomissione totale.

Immagino la fine. Lui che accelera, che diventa un martello pneumatico, che la penetra con violenza crescente fino a esplodere. Vedo il suo cazzo che pulsa, che si gonfia, che spara litri di sperma caldo in fondo al suo utero. Vedo lui che rimane immobile, sospeso sopra di lei, svuotandosi completamente dentro di lei, riempiendola di sé, marcando il territorio con il proprio seme denso e bianco.

E poi, il silenzio.

Passano trenta minuti. Un'ora. Non lo so più.

La porta si apre.

Luisa scende le scale. Cammina diversamente. Le gambe sono più larghe, come se camminasse a cavallo di qualcosa di invisibile, di qualcosa che le è rimasto dentro. La minigonna è ancora più corta, arricciata, sporca. I capelli sono un nido di corvi. Le labbra sono gonfie, rosse, con il segno dei denti di lui.

Si avvicina all'auto. Apre la portiera. Sale.

L'odore mi colpisce come un pugno. È Marco. È il suo sudore, il suo sperma, il suo cazzo. È l'odore di due corpi che hanno fottuto senza pietà per un'ora intera. Riempie l'abitacolo, mi entra in gola, mi avvelena.

Ma è quando si sistema sul sedile che vedo tutto.

La minigonna le si è incastrata tra le cosce, sollevata dal movimento. E io vedo. Vedo la sua figa nuda — perché le mutandine non ci sono più, strappate via, buttate da qualche parte nel salotto di Marco. Vedo la pelle gonfia, rossa, usata, aperta. Vedo il pelo bagnato, appiccicato alla pelle in ciocchi scuri. E vedo quello che lui le ha lasciato.

Lo sperma.

Esce da lei. Lentamente, viscosamente, in fiotti bianchi e densi che scorrono lungo le labbra della sua vulva gonfia, che scendono verso il buco del culo ancora aperto e rosso, che macchiano il sedile della mia auto con una pozza lucida e calda. È tanto. Troppo. Litri di liquido bianco sporco che lui ha scaricato dentro di lei — tre volte, immagino, o quattro — e che ora fuoriesce a testimoniare il possesso, a umiliarmi con la sua presenza fisica.

Luisa non si pulisce. Non chiude le gambe. Resta lì, con le cosce aperte, con lo sperma di Marco che cola sui miei sedili, che forma un sentiero bianco lungo la sua coscia interna, che brilla sotto la luce dei lampioni che scorrono mentre ripartiamo.

Mi guarda. I suoi occhi sono neri, dilatati, spenti di piacere.

"Mi ha riempita," dice. La sua voce è un sussurro rotto. "Tre volte. Non voleva smettere. Mi ha fatto male, ma mi ha fatto venire anche."

Non rispondo. Non posso. Il mio cazzo è duro, dolorosamente duro, premuto contro i pantaloni mentre guido verso casa.

Lei si china verso di me. Mi bacia sulla guancia. Le sue labbra sono ancora calde, saporite di lui, di loro, di quello che hanno fatto.

"Grazie," sussurra. "Per avermi portata da lui. Per avermi aspettato."

E mentre l'auto procede nel buio, mentre guido con le mani tremanti sul volante, io guardo di sfuggita le sue gambe aperte. Guardo lo sperma che continua a colare, che forma una pozza sempre più grande sul sedile, che brilla sotto la luce dei lampioni come una prova indelebile.

È l'umiliazione silenziosa. La prova che lei è sua. Che il suo corpo è un contenitore per il piacere di Marco. Che io sono solo l'autista che la porta da lui, e poi la riporta a casa, piena del suo seme, colante del suo possesso.

Chiudo gli occhi per un istante. E sborro. Non fisicamente. Ma dentro. Nel cuore. Nello stomaco. In quella parte di me che sa di essere inferiore, di essere meno, di essere niente di fronte a lui.

E lei sorride. Perché sa che ho visto. Sa che ho visto lo sperma di un altro uomo uscire da lei. Sa che ho sentito l'odore del loro sesso. E sa che questo mi fa impazzire di desiderio, di gelosia, di umiliazione.

Torniamo a casa. Con il suo segno sul sedile. Con il mio silenzio nel cuore.

scritto il
2026-09-06
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