La Troia e i Re: Sottomissione Volontaria nel Campo Nomadi
di
Qulottone
genere
dominazione
La Troia e i Re: Sottomissione Volontaria nel Campo Nomadi
La Troia del Campo e i Suoi Re
L’Illusione dell’Ospitalità
Carlo parcheggiò la sua macchinaccia a duecento metri dal campo roulotte, lungo il muro del Verano, come un turista che si avvicina a una meta esotica. Il campo, per chi non lo conosceva, poteva sembrare l’anticamera dell’inferno: lattine arrugginite, teloni di plastica sbrindellati, bidoni straripanti. Ma per chi ci viveva, era semplicemente casa. Extracomunitari, clandestini, lavoratori in nero: gente che, pur di sopravvivere, si accontentava di quattro metri quadri di lamiera, proprio davanti al cimitero più celebre di Roma. Un luogo da cui le persone perbene scappavano a gambe levate, come se la miseria fosse contagiosa. Carlo, invece, ci andava a cosce aperte, come se fosse un invito a cena. Del resto, per lui, la miseria era un lusso: aveva scelto di essere la troia del campo.
Camminò lungo il muro, il sole che picchiava sull’asfalto crepato, tra buche piene d’acqua sporca e erbacce che spuntavano tra i cumuli di immondizia. Le roulotte, allineate come bare di metallo, erano una quindicina: alcune con tende di plastica rattoppate, altre con teloni che pendevano come pelli di bestie morte. E poi, ironica, quella bandiera italiana che sventolava sopra la miseria, come a dire: «Benvenuti nel Paese che vi ha sfruttato, ma che ora vi tollera a malapena.»
Trovò la roulotte di Hamid: la terza da sinistra, una cabina marcia con la porta di lamiera piegata e un telo verde a coprire una finestra rotta. Bussò, le ginocchia che tremavano non per paura, ma per l’eccitazione di sapere esattamente cosa lo aspettava. Hamid aprì, nudo dalla vita in su, la pelle scura lucida di sudore. «Entra, troia del cazzo», disse con una voce roca come fumo di sigaretta. «Dopo ti faccio conoscere i miei amici perbene. Hanno voglia di divertirsi con un italiano che sa il fatto suo.»
Dentro, la roulotte era un forno: due metri per tre di metallo rovente, un materasso sul pavimento di lamiera coperto da lenzuola che non vedevano acqua da mesi, il cesso chimico in un angolo che puzzava di piscio ammoniacale e merda rancida. Hamid non perse tempo: aveva già il cazzo duro prima che Carlo si spogliasse. Afferrò l’italiano per i capezzoli — grossi, femminili, che sporgevano dal petto liscio come tette da puttana di periferia — e li strinse fino a farli diventare rossi. «Spogliati, troia. Veloce. Ho voglia di culo, e poi mi voglio divertire. Sono nervoso, e tu sei la mia valvola di sfogo preferita.»
Carlo obbedì, come sempre. Si tolse maglietta, pantaloni e slip, rimanendo nudo nella latta rovente, il cazzo molle tra le cosce come un gambo di fungo. Hamid lo spinse sul materasso lurido, a pecorina, senza preparazione, sputando un grumo di saliva nel suo buco. «Prendi, troia italiana del cazzo», disse, e lo penetrò con una spinta secca, profonda, violenta.
Carlo gridò come una puttana. Il suono usciva dai vetri rotti e si perdeva nel piazzale, dove altri uomini erano seduti su sedie di plastica tra le roulotte, a bere birra e fumare. Hamid lo scopò con la forza di una macchina da guerra, le mani sui fianchi bianchi e molli che lo tenevano fermo, le palle grosse e pelose che sbattevano contro di lui con un suono umido e secco — pac pac pac — che riempiva la latta come tamburi di guerra. L’odore di Hamid — cumino, sudore di una giornata da schiavo, cazzo non lavato da settimane — lo avvolgeva come una coperta di sporcizia. E lui respirava, ansimava, godeva. Del resto, era lì per quello: essere usato.
Quando Hamid venne, lo fece con un gemito animale che rimbombò nel piazzale. Carlo sentì il calore della sborra che gli riempiva il culo, che colava fuori non appena Hamid si tirò indietro con un suono schifoso — plop. Rimase lì, a pecorina, nudo, con la schiena arcuata e il culo aperto che lasciava colare la sborra calda sulle lenzuola mai lavate.
«Ora esci, troia», disse Hamid, sistemandosi i pantaloni della tuta con il cazzo ancora mezzo duro. «Fuori. Nel piazzale. Nudo. Come sei. E non pulirti il culo: voglio che tutti vedano che sei pieno di sborra. È il minimo che puoi fare per la nostra ospitalità.»
Carlo si alzò, tremando come una foglia, il culo che colava sborra calda e viscosa lungo le cosce. Uscì dalla roulotte e si trovò nel piazzale aperto: asfalto rotto, bidoni straripanti, roulotte allineate come tombe di metallo. Era nudo. Nel piazzale. Davanti al cimitero. E non c’era solo Hamid.
Da altre roulotte uscirono gli amici: Yusuf, il nigeriano alto e muscoloso, seduto su una sedia di plastica rotta a bere birra calda; Khalid, il pakistano con le mani da macellaio; e altri due maghrebini, intenti a riparare una bicicletta rubata. Tutti lo videro. Tutti risero. «Guardate, stronzi! La troia esce nuda dal cesso di Hamid! Con il culo che cola sborra! Sembra una puttana di strada che ha trovato finalmente la sua vocazione.»
Una macchina passò, una vecchia utilitaria con la marmitta rotta, e il conducente rallentò, guardò eccitato e accelerò suonando il clacson. Un’altra macchina, una Punto con quattro ragazzi, fece lo stesso: urlarono «Troia! Puttana! Frocio!», risero, scattarono foto. Ma il meglio arrivò con una Fiat Panda grigia: un tizio solo, occhiali da sole, che senza scendere si tirò fuori il cazzo e iniziò a segarsi guardando Carlo. «Bravo, troia! Fai così, che ti filmo!» urlò, mentre la mano andava su e giù.
Carlo era nudo, esposto, umiliato. E continuava a masturbarli, a leccarli, a succhiarli come se fosse la cosa più naturale del mondo. Del resto, era lui che aveva voluto quel ruolo: la troia bianca del campo.
Prima venne uno dei maghrebini, poi Khalid, poi Yusuf, che gli venne sulle tette, coprendo i capezzoli gonfi di sborra bianca. Carlo rimase lì, inginocchiato, coperto di sborra, mentre le macchine passavano e i conducenti ridacchiavano.
Hamid gli lanciò una lattina di birra calda ai piedi. «Hai fatto contenti i miei amici, troia del cazzo. Ora puoi andare. Ma torna settimana prossima. E porta più whisky, più soldi, più tutto. O la prossima volta ti facciamo camminare nudo fino all’ingresso del cimitero.»
Carlo annuì, la faccia coperta di sborra, il corpo appiccicoso. Si vestì con le mutande che si attaccavano alla sborra sulla pelle, i pantaloni che si inzuppavano, la maglietta che copriva i capezzoli pieni di sborra. Camminò verso la macchina, mentre la bandiera italiana sventolava ironica: «Ecco cosa siete diventati, italiani del cazzo. Ma almeno qui, qualcuno vi vuole ancora.»
La Giustizia del Campo
Carlo tornò dopo una settimana, parcheggiando nello stesso punto. L’odore di immondizia e piscio era più pungente del solito. Si diresse verso la roulotte di Hamid, ma la porta era semiaperta, e non si sentiva la solita musica.
Spinse la lamiera arruginita. Dentro, al posto di Hamid, due uomini erano seduti su un materasso sporco: uno massiccio, con le braccia coperte di tatuaggi carcerari, e un altro magro, con gli occhi iniettati di sangue.
«Chi cazzo sei?» ringhiò il massiccio.
«Cerco Hamid…» balbettò Carlo.
Il magro rise. «Hamid? Quello l’hanno preso due giorni fa. Adesso questa è casa nostra. Ma se sei qui, vuol dire che sai il fatto tuo, no?»
Il massiccio si alzò, afferrandogli il pacco. «Vediamo che hai sotto, troia.»
Non ci fu tempo per reagire. Il magro gli strappò la maglietta, il massiccio gli abbassò pantaloni e slip. Il cazzo di Carlo, molle e inerme, pendeva tra le gambe. Lo spinsero sul materasso sudicio.
«Guardate che schifo. Sembra una femmina, questo frocio», disse il magro, pizzicandogli i capezzoli.
Il massiccio si sfilò la cintura, lasciando cadere i pantaloni. Il suo cazzo, grosso e venato, era già lucido. «Girati, troia. Voglio vedere quel buco che ti scopa Hamid.»
Carlo obbedì. Il magro gli sputò sulla schiena, poi gli afferrò le natiche, allargandole. «Dai, apri bene quel culo, puttana.»
Il massiccio non perse tempo. Si posizionò dietro di lui, afferrandogli i fianchi. «Prendilo tutto, frocio.» Con una spinta secca, gli affondò il cazzo nel culo, senza lubrificante.
Carlo urlò. Il dolore era acuto, bruciante. «Ah, troia, stringi un po’ quel buco!» Il magro si mise davanti a lui, tirandogli la testa per i capelli e infilandogli il suo cazzo in bocca.
Carlo soffocava, il cazzo del magro gli bloccava il respiro, mentre quello del massiccio lo martellava senza pietà. «Succhia, puttana! Succhia come si deve!» Il magro gli tenne la testa ferma, spingendo sempre più in profondità.
Dopo un’eternità, il massiccio si tirò fuori. «Ora tocca a me», disse il magro, spingendolo contro la parete. «Voglio sentirti gridare, troia.»
Il suo cazzo lo penetrò con una serie di colpi secchi. «Ti scopo come si scopa una puttana da due soldi, italiano.»
Il massiccio, intanto, si era messo davanti a Carlo, masturbandosi. «Apri la bocca, troia. Voglio che mi pulisci il cazzo.» Carlo obbedì, e il massiccio gli infilò il suo cazzo in bocca, spingendo fino a fargli venire il conato.
Quando il magro venne, riempì il culo di Carlo di sborra calda. «Prendi, troia. Prendi tutto.» Il massiccio non fu da meno: si tirò fuori dalla bocca di Carlo e gli venne addosso, schizzandogli la sborra sul petto e sulla faccia. «Ecco, ora sei marchiato. Così tutti sanno che sei la nostra troia.»
I due lo spinsero fuori, nudo, nel piazzale. «Vai, frocio. Torna quando vuoi. Ma porta qualcosa da bere. E non farti vedere dalla polizia.»
Carlo, tremando, si guardò intorno. Si trascinò verso la roulotte di un magrebino che conosceva di vista. Bussò, con il culo ancora aperto e la sborra che gli colava sulle gambe.
Il magrebino aprì, squadrandolo. «Che cazzo vuoi, italiano?»
«Ho bisogno di vestiti…» balbettò Carlo.
Il magrebino lo guardò da capo a piedi. «Entra. Ma sappi che non regalo nulla.»
Dentro, la roulotte puzzava di hashish e sudore. Il magrebino gli lanciò un paio di pantaloni sporchi e una maglietta strappata. «Questi sono per te. Ma prima mi devi dare qualcosa in cambio.»
Carlo non esitò. Si inginocchiò, prendendo il cazzo del magrebino in bocca. Era lungo, sottile, con una vena che pulsava sotto la lingua. Iniziò a succhiare con dedizione, mentre il magrebino gli afferrava la testa. «Bravo, troia. Sai fare il tuo mestiere.»
Dopo un po’, il magrebino lo spinse via. «Ora girati. Voglio il culo.» Carlo obbedì. Il magrebino gli sputò sul buco, poi gli affondò il cazzo dentro. «Prendilo tutto, italiano.»
Carlo gemette, ma non si lamentò. Era il prezzo da pagare per quei vestiti. E in fondo, era esattamente quello che voleva: essere usato, umiliato, ridotto a un oggetto di piacere.
Quando il magrebino ebbe finito, Carlo si rivestì con gli abiti sporchi. «Grazie», mormorò.
Il magrebino rise. «Torna quando vuoi, troia. Ma la prossima volta porta qualcosa di meglio. Magari una bottiglia di whisky.»
Carlo annuì, con il culo che gli bruciava e la sborra che gli colava ancora sulle cosce. Uscì dalla roulotte, con addosso gli abiti di un altro, ma con la consapevolezza di essere esattamente dove voleva essere: la troia del campo, quella che tutti usavano, tutti disprezzavano, ma che nessuno avrebbe mai dimenticato.
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