A casa degli egiziani. Scopato

di
genere
gay



"Prima i vestiti," disse Karim, come se stesse chiedendo il menù al ristorante. "E sbrigati, che abbiamo altro da fare."

Mi misi in piedi al centro della stanza. La luce gialla mi colpiva come un riflettore di interrogatorio. Gli altri tre si sistemarono in semicerchio, con espressioni da spettatori allo stadio, pronti al divertimento. Mi tolsi la camicia. Appena l'aveva sfilata, il giovane — quello con gli occhi da psicopatico allegro — me la strappò di mano, la annusò in faccia mia, poi la nascose sotto il materasso con un gesto da prestigiatore. "Troppo lenta," disse, e mi diede uno schiaffo sul sedere che echeggiò nella stanza.

Mi abbassai i pantaloni. Il tipo vicino alla porta — muscoloso, con tatuaggi che sembravano scarabocchi fatti da un bambino — si avvicinò, si chinò, e mi sfilò le scarpe calciandomi i talloni con gli stivali. Poi affondò le dita nei miei boxer e li tirò giù in un'unica mossa violenta. Mi guardò il cazzo — piccolo, rattrappito, terrorizzato — e rise. Guardò gli altri. "Guardate che carino," disse, con la voce di chi commenta un cucciolo in vetrina. "Sembra un fungo dopo la pioggia."

Ero nudo. Karim fece cenno. "Tastatelo," disse, con la stessa indifferenza con cui si dice "controllate la posta". "Vediamo quanto regge."

Le mani arrivarono come branchi di lupi. Non erano esplorazioni erotiche. Erano ispezioni, saccheggi, appropriazioni indebite. Il giovane mi afferrò le tette con entrambe le mani — le prese a morsi, a manciate, pizzicandomi i capezzoli e tirandoli verso l'alto come se stesse salendo su una funivia. "Ahi," gemetti, cercando di indietreggiare.

"Stai fermo," disse Karim, con un tono da maestro elementare che rimprovera un alunno. "Non fare la femminuccia. Le tette sono fatte per questo."

Il giovane non smise. Mi pizzicò i capezzoli con le unghie, poi li prese tra pollice e indice e li schiacciò, li tirò, li fece girare come se stesse avvitando una lampadina. Io mi lamentai, un suono strozzato che uscì dalla gola. Lui rise. Guardò gli altri. "Sentite come geme," disse, orgoglioso. "Sembra un maiale che gli tagliano la gola."

L'altro — quello della porta — mi afferrò il culo con entrambe le mani, lo spalancò, lo guardò dentro con la curiosità di un medico che sta per fare un tampone faringeo. Poi mi diede uno schiaffo secco sulla chiappa destra. Crack. "Teso," disse, annuendo. "Buono per le botte."

Karim stesso mi afferrò i fianchi, le dita che affondavano nella carne come artigli. Poi scese, prese il mio cazzo tra pollice e indice — lo sollevò, lo guardò con disprezzo, lo lasciò cadere come un oggetto difettoso. "Floscio," disse, rivolto agli altri. "Gli italiani sono tutti così. Grandi promesse, piccoli risultati."

Mentre mi tastavano, il terzo uomo raccolse i miei vestiti. Li vide scomparire uno a uno: la camicia sotto il divano, i pantaloni dietro la porta, le scarpe nell'armadio, le mutande — le mie mutande — che venivano usate per pulire una macchia sul pavimento. Sparirono. Ero nudo, esposto, senza possibilità di fuga se non nudo per le strade di Roma a mezzanotte.

"Ora il grasso," disse Karim.

Tirarono fuori il barattolo di vetro opaco, etichetta araba sbiadita, contenuto misterioso che sembrava cera per scarpe ma puzzava di montone e spezie. Lo aprirono. L'odore fu pungente, animale, vecchio come le loro nonne. Karim ne prese una manciata generosa — era denso, giallo-bruno, appiccicoso come colla di carpentiere.

Me lo spalmò sul culo con la delicatezza di uno che stucca un muro: schiaffo, schiaffo, infiltra. Le sue dita trovarono il buco e lì si fermarono, lubrificando con movimenti circolari, spingendone dentro quanto bastava per far scivolare un treno. Poi, senza preavviso, infilò due dita — secche, profonde, fino al ginocchio sembrava. Io gridai, mi inarcai, cercai di scappare.

"Stai fermo," disse Karim, e mi diede uno schiaffo sulla schiena che mi fece vedere le stelle. "Non fare scenate. Questo è il tuo lavoro stasera."

Mi girarono. Mi misero in ginocchio sul letto, faccia al muro, culo all'aria. Il giovane si avvicinò alle mie tette da dietro — le prese in mano, le schiacciò, mi morse la spalla. "Mi piace quando geme," disse agli altri, e mi diede uno schiaffo sul lato del seno. Crack. "Sembra la mia vecchia moto quando non parte."

Karim si sistemò dietro. Sentii la testa del suo cazzo — enorme, dura, calda come un ferro da stiro — che premeva contro il mio ingresso untuoso. Entrò in una spinta sola, secca, senza pietà. Il grasso tradizionale fece il suo lavoro: scivolò dentro tutto in un colpo, riempiendomi completamente, fino a farmi sentire la pancia piena di cazzo. Io gridai, un suono animale che non mi riconoscevo.

Risero. Tutti e tre. Una risata corale, spontanea, come se avessero appena sentito la barzelletta più divertente del mondo. "Sentite come urla," disse quello della porta, indicandomi come se fossi un esemplare al museo. "Sembra che lo stiamo uccidendo."

"E invece gli piace," disse Karim, scopandomi con forza crescente. Ogni spinta era un colpo secco, le sue palle che battevano contro di me come campane a morto. "Guardate come è duro il cazzo."

Era vero. Nonostante il dolore, nonostante l'umiliazione, ero duro. Il giovane se ne accorse, e rise ancora più forte. "Guardate," disse, prendendo il mio cazzo in mano e scuotendolo come una campanella. "Piange e gode. Proprio come le donne."

Mi spinsero faccia in giù sul materasso. Karim mi teneva i fianchi con forza sufficiente a lasciare lividi che avrei portato per settimane. Scopava con ritmo industriale, senza pause, senza pietà. Il giovane, intanto, si sistemò accanto alla mia testa, si abbassò i pantaloni, e tirò fuori il suo cazzo — venoso, duro, puntato alla mia faccia.

"Apri," disse Karim, accelerando ancora. "Ora ti nutriamo come si deve."

Mi afferrarono i capelli — due mani, forse tre — e mi tirarono la testa all'indietro. Il giovane mi prese per le tette da entrambi i lati, le strinse, le torturò con le unghie mentre l'altro mi infilava il cazzo in bocca. Lo prese tutto in una spinta, fino alla gola. Io soffocai, cercai di respirare, mi lamentai con la bocca piena.

"Sentite come fa," disse quello della porta, ridendo. "Sembra una paperella affogata."

Risero di nuovo. Il cazzo in bocca si muoveva con forza, sfondandomi la gola, mentre Karim dietro accelerava, cercando di sfondarmi da entrambe le parti. Il dolore alle tette era costante — il giovane non smetteva di pizzicarmi, di tirarmi i capezzoli, di darmi piccoli schiaffi sul seno ogni volta che gemevo.

Poi cambiarono. Karim si tirò fuori con un suono umido obscene, e subito prese il suo posto quello della porta — più grosso, più violento. Mi entrò con una spinta che mi fece scivolare sul materasso. Contemporaneamente, quello in bocca si tirò fuori, e il terzo uomo — quello silenzioso — prese il suo posto, infilandomi in gola un cazzo ancora più grande, puzzolente, che sapeva di giornata intera al lavoro.

"Gira," ordinò Karim.

Mi girarono di pancia. Ora ero sopra quello della porta, che mi scopava dal basso con forza da martello pneumatico, mentre il giovane si sistemò sopra di me, tra le mie gambe, e riprese a torturarmi le tette. Mi prese i capezzoli in bocca — li morse, li succhiò, li graffiò con i denti. Io gridai, mi contorsi, ma le mani di Karim mi tenevano i polsi inchiodati al materasso.

"Non muoverti," disse Karim, ridendo. "Stai rovinando il divertimento."

Il giovane mi morse il capezzolo sinistro così forte che vidi bianco. Poi si staccò, mi guardò in faccia — coperta di sborra, di saliva, di lacrime — e rise. "Guardate che faccia," disse agli altri. "Sembra un clown triste."

Risero. Tutti. Una risata sincera, divertita, come se fossimo a una festa di compleanno. Ero solo un oggetto per loro, un giocattolo rotto su cui sfogarsi, un oggetto di umiliazione condivisa.

Poi vennero. Quello sotto di me si irrigidì, affondò fino in fondo, e sparò il suo carico con forza tale che sentii ogni singolo spruzzo. Contemporaneamente, quello in bocca mi prese per i capelli, tirò fuori all'ultimo secondo, e mi venne in faccia — caldo, denso, coprendomi gli occhi, il naso, le labbra. Il giovane, intanto, mi venne sulle tette — due, tre schizzi che mi colarono sul petto, mescolandosi al sudore.

Crollai sul materasso. Ero distrutto — il culo aperto e pieno, la faccia coperta, le tette doloranti, coperte di sborra e graffi. Non potevo chiudere le gambe, non potevo chiudere la bocca. Tremavo.

Karim si chinò su di me, con un asciugamano sporco che usò per pulirmi la faccia, strofinando con forza, come se stesse pulendo una scarpa. "Bravo," disse, con genuina approvazione. "Hai sopportato bene. Sei un buon recipiente."

Il giovane mi diede un buffetto sulla guancia, un gesto quasi affettuoso. "Ci siamo divertiti," disse, sorridendo. "Tu pure, vero?"

Non risposi. Non potevo. Loro risero di nuovo, soddisfatti, mentre io giacevo lì — usato, umiliato, dolorante — pensando che almeno, grazie al loro grasso tradizionale, non avrei avuto solo le ragadi, ma anche i lividi come souvenir.

La settimana dopo tornai. Con le tette ancora doloranti e il culo che ricordava ancora il loro grasso tradizionale, ma tornai. E non arrivai a mani vuote — ero un ospite educato, maledettamente se lo ero.

Suonai alla stessa porta del secondo piano. Aprì Karim, in canottiera e pantaloncini da calcio, con l'aria di uno che si aspettava il postino. Mi guardò, mi guardò le mani — piene di sacchetti — e sorrise. "Hai imparato," disse, facendomi entrare. "Gli italiani sono lenti, ma alla fine capiscono."

Entrai nella stessa stanza della settimana precedente. Stesso odore di chiuso e tabacco, stessa aria condizionata morta, stesso divano che sembrava un relitto navale. Gli altri due erano già lì — il giovane sul divano con il telefono, quello della porta in piedi vicino alla finestra. Mi guardarono come se fossi arrivato per guardare la partita insieme.

"Ho portato qualcosa," dissi, e distribuii i regali. Per Karim, una bottiglia di whisky — quello buono, non la spazzatura del discount. Per il giovane, un accendino Zippo originale, quelli che fanno il rumore soddisfacente quando li apri. Per l'altro, un pacchetto di tabacco turco di quello costoso, quello che non si trova al tabaccaio di quartiere.

Karim esaminò la bottiglia, annuì approvatore. "Vedi," disse agli altri, "si comporta bene. Questo è un ospite che capisce le regole."

Il giovane accese l'accendino, fece il gesto caratteristico, rise. "Mi piace," disse, e mi diede uno schiaffo sul sedere come ringraziamento — forte, secco, familiare.

"Allora," disse Karim, appoggiando il whisky sul tavolino. "Svestiti. Questa volta sappiamo che hai capito come funziona."

Mi spogliai davanti a loro, con la stessa naturalezza con cui ci si sveste in spiaggia. Solo che qui non c'era il mare, c'era solo l'umidità di Piazza Vittorio. I vestiti — li raccolsero subito, li nascosero, li fecero sparire in vari nascondigli della stanza. Non avrei rivisto nemmeno le mutande, lo sapevo.

"Oggi in tre," disse Karim, come se annunciasse il menù. "Hai portato i regali, ti meriti l'attenzione completa."

Mi misero al centro della stanza, nudo, mentre loro si svestivano con calma — come se stessero preparandosi per una doccia, non per scoparmi in branco. Karim si tolse la canottiera, mostrando quel torso da muratore che avevo imparato a temere e desiderare. Il giovane si abbassò i pantaloncini, già duro, già pronto, con l'entusiasmo di uno che sta per aprire i regali di Natale. Il terzo — quello della porta — si sbottonò lentamente, con la noncuranza di chi sa che il suo turno arriverà, prima o poi.

Cominciarono subito, senza preamboli. Mi spinsero sul divano, mi misero a pecorina — faccia contro i cuscini che sapevano di sudore e di altri ospiti precedenti. Karim fu il primo: si sistemò dietro, prese il barattolo di grasso tradizionale — quello che aveva imparato a usare con me — e me lo spalmò sul culo con generosità, infilando due dita subito, profondo, senza chiedere permesso. Io gemetti, affondai la faccia nel cuscino.

"Sentite," disse il giovane, ridendo, "già geme. Non ha ancora nemmeno cominciato."

Karim entrò in una spinta sola — tutto, fino in fondo, senza pietà. Mi riempì completamente, facendomi sentire la pancia piena di cazzo. Poi iniziò a muoversi — non lento, mai lento, con quel ritmo da martello pneumatico che avevo imparato a riconoscere. Crack, crack, il suono delle sue palle contro di me, del grasso che schizzava, della pelle che sbatteva.

Contemporaneamente, il giovane si sistemò di fronte a me, mi prese per i capelli, mi tirò la testa su. "Apri," disse, e mi infilò il cazzo in bocca — duro, caldo, puzzolente di tabacco. Mi prese per le orecchie, usando la mia bocca come un oggetto, spingendo fino alla gola, facendomi soffocare.

Ero pieno da entrambe le parti — Karim che mi demoliva da dietro con forza industriale, il giovane che mi sfondava la gola con l'entusiasmo di un soldato in licenza. Il terzo — quello della porta — non restò a guardare. Si inginocchiò accanto a me, mi afferrò le tette con entrambe le mani, e iniziò a torturarle — pizzicando, tirando, schiacciando con le unghie che lasciavano segni rossi sulla pelle.

"Ahi," cercai di lamentarmi, ma la bocca era piena.

"Stai fermo," disse Karim, accelerando. "Oggi ci sfoghiamo per bene. Hai portato i regali, ora prendi il pacco."

Risero. Tutti e tre. Una risata corale che usciva mentre mi usavano — il suono ridicolo di uomini che si divertono, davvero, come a una festa. Il terzo mi morsì il capezzolo, poi lo graffiò con i denti. Io mi contorsi, cercai di gridare, ma il cazzo in bocca mi soffocava ogni suono.

Cambiarono posizione. Mi girarono, mi misero sul pavimento — freddo, sporco, con le mattonelle che mi imprimevano i disegni sulla schiena. Karim si inginocchiò sopra di me, mi sollevò i fianchi, e riprese a scoparmi dall'alto — una posizione ancora più profonda, ancora più violenta. Il giovane si sistemò accanto alla mia testa, mi prese per i capelli, e mi venne in faccia — due, tre schizzi caldi che mi coprirono gli occhi, il naso, le labbra.

"Non pulirti," disse Karim, scopandomi ancora più forte. "Ti serve come lubrificante."

Il terzo prese il posto di Karim — mi entrò con facilità, orza ero aperto, pieno di grasso e di sborra. Scopò veloce, rabbioso, come se stesse cercando di punire qualcuno. Karim, intanto, si sistemò di fronte a me, mi prese per la testa, e mi infilò il suo cazzo in bocca — quello che aveva appena finito di usarmi da dietro, che sapeva di me, di grasso, di tutto.

Venni io per ultimo — o meglio, venne il mio corpo, tradendomi. Nonostante il dolore, nonostante l'umiliazione, schizzai sul pavimento mentre il terzo mi scopava e Karim mi riempiva la bocca. Loro risero di nuovo, vedendo la mia sborra sulle mattonelle.

"Guardate," disse il giovane, "anche lui gode. Lo sapevo che gli piaceva."

Finirono tutti dentro di me — il terzo nel culo, con una serie di spinte profonde e un gemito animale; Karim in bocca, affondando fino alla gola mentre svuotava il suo carico; il giovane, che aveva già venuto una volta, mi venne sulle tette di nuovo — due schizzi deboli che si mescolarono a quelli precedenti.

Crollai sul pavimento. Ero coperto di sborra — faccia, petto, culo, tutto. Non potevo muovermi. Non potevo parlare. Tremavo.

Karim mi aiutò ad alzarmi, con una gentilezza inaspettata. Mi sistemò sul divano, nudo, sporco, usato. Poi andò in cucina — una stanza attigua che sembrava un cantiere — e tornò con una teiera. Sì, una teiera. Di quelle di metallo, con il becco lungo, tipo marocchina.

"Ora il tè," disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo. "Menta. Buono per lo stomaco."

Versò il tè in quattro bicchierini di vetro — quelli piccoli, da liquore. Me ne porse uno. Lo presi con mano tremante. Bevvi. Era caldo, dolce, con un sapore di menta che copriva quello della sborra che avevo ancora in bocca.

Bevemmo tutti e quattro, nudi, seduti sul divano. Io ero ancora sporco, ancora pieno, ancora con il culo che colava. Loro sembravano appena tornati dalla palestra — rilassati, soddisfatti, con i cazzi flosci che pendevano sulle cosce come trofei appena conquistati.

"Buono il tè," disse il giovane, sorridendo.

"Buoni i regali," aggiunse quello della porta.

Karim finì il suo bicchiere, lo posò sul tavolino con un gesto preciso. Poi mi guardò. Mi guardò dritto negli occhi — quelli ancora pieni della sua sborra, ancora rossi per gli schizzi.

"Senti," disse, con tono da uomo d'affari che sta per chiudere un contratto. "Il whisky è buono, l'accendino pure. Ma la settimana scorsa hai usato il nostro grasso, il nostro tempo, il nostro caffè. E oggi... oggi siamo stati in tre."

Fece una pausa. Prese un sorso d'aria, come se stesse per dire una cosa difficile.

"Centocinquanta euro," disse. "Per il servizio completo. E il tè è in omaggio."

Gli altri due annuirono, seri, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se avessimo appena finito di pranzare al ristorante e stessero chiedendo il conto.

Mi guardarono. Aspettavano.

Io — nudo, sporco, con il culo che pulsava e la faccia che colava — annuii. "Va bene," dissi, con voce roca.

"Bravo," disse Karim, sorridendo di nuovo. "Vedi che stai imparando. La prossima volta porta anche i soldi, così evitiamo questa brutta figura."

Risero. Tutti e tre. E io, con centocinquanta euro in meno nel portafoglio e la dignità sepolta sotto le mattonelle di Piazza Vittorio, risi anch'io. Perché alla fine, pensai, almeno il tè era buono davvero.
scritto il
2026-08-26
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