Seghe per Luisa mia moglie

di
genere
tradimenti


**Il servitore di casa**

Sono nella stanza degli ospiti, nel buio, con il cazzo in mano. Non è duro. Non lo è mai stato stasera, non davvero. È semi-molle, pesante, flaccido tra le dita, un tubo di carne tiepida che non si gonfia completamente, che rimane indifferente ai miei stimoli, umiliato come me.

Mi accarezzo lentamente, tirando la pelle morbida verso il basso, sentendo il peso del glande che cade, che rimbalza, che non punta verso l'alto come quello di Marco. Il mio respiro è affannoso, breve, mentre con l'altra mano mi stringo i testicoli — piccoli, raccolti, in confronto a quelli che ho visto, a quelli che ho sentito descrivere.

La prima volta è stata così. Lenta, patetica. Mi sono venuto addosso dopo dieci minuti di tirate inutili, con il cazzo che non diventava mai completamente duro, che restava floscio e malleabile tra le dita, come una vergogna vivente.

E ora sono qui, per la seconda — o forse la terza, ho perso il conto — con lo stesso cazzo semi-eretto, lo stesso senso di inadeguatezza che mi stringe lo stomaco.

Ma prima, la cena.

---

**Flashback — Tre ore prima**

Marco è arrivato alle otto. Io ho aperto la porta. Lui è entrato senza salutarmi, mi ha dato una pacca sulla spalla — dura, quasi violenta — e ha gridato verso la cucina: "Luisaaaa! Dove stai, troia? Ho fame."

Luisa è uscita, sorridendo, con quel vestito corto che lui le ha fatto comprare. Marco l'ha afferrata per la vita, le ha affondato la mano nel culo, l'ha baciata in bocca davanti a me. Lingua visibile, saliva, un bacio da puttana.

Io stavo lì, con le mani lungo i fianchi, inutile.

"A tavola," ha ordinato Marco, staccandosi da lei. "E tu, coglione, ci servi. Ho da parla' con Luisa."

Seduti. Lui in testa, al mio posto. Lei accanto, troppo vicina. Io in piedi, con il grembiule che mi ha fatto indossare — "Così sembri davvero un cameriere, ah ah" — e le mani tremanti.

"Hey, coglione," ha iniziato Marco, con la bocca piena di pane. "Sto parlando con te. Guardami quando parlo, porco Dio."

Mi sono girato. Lui ha preso un sorso di vino, ha fatto una faccia disgustata, ha sputato nel piatto. "Che cazzo è sta merda? Questo è vino o piscio di gatto? Vai in cantina e prendi il Barolo, quello che c'ho portato io l'altra settimana. Muoviti, cazzo, che ho sete."

Sono corso. Sono tornato. Ho versato. Lui ha alzato il bicchiere, lo ha inclinato, e mi ha versato il vino addosso, apposta, sulla camicia bianca.

"Mannaggia la miseria," ha bestemmiato, ridendo. "Sei goffo come un ciccione a pallavolo, porca puttana. Luisa, ma tu come fai a scoparti sto cesso? Non ce la fai proprio, eh?"

Luisa ha riso. Quella risata leggera, cristallina. "È bravo a obbedire," ha detto. "È tutto quello che sa fare."

"Bravo a obbedire," ha ripetuto Marco, come se fosse una definizione scientifica. "Allora obbedisci, stronzo. Porta via sta roba. E quando hai finito di lavare i piatti — a mano, eh, cazzo, che voglio sentì' l'acqua — vieni in salotto e ci porti i digestivi. E stai attento a non rompe' i coglioni, che dopo cena tua moglie me la scopo bene, nel letto matrimoniale, e tu dormirai qui come un cane."

Mi ha guardato dritto negli occhi. "Capito, coglione?"

Ho annuito. "S-sì."

"Sì, cosa?"

"Sì, Marco."

"Bravo cucciolo," ha detto, dandomi una pacca sul culo — dura, umiliante. "Ora muoviti, che ho da fottere."

---

**Ritorno — Stanza degli ospiti, ora**

Il ricordo mi fa contrarre lo stomaco, ma il cazzo resta floscio. Lo tiro, lo massaggio, ma non diventa duro. Resta semi-molle, pendente, ridicolo.

Dalla stanza accanto, i rumori sono ricominciati. Il letto che scricchiola. I loro corpi che si scontrano.

"Apri le gambe, troia," sento dire Marco, con quel dialetto romano che rende tutto più volgare, più vero. "Più larghe, cazzo, che ti voglio sentì' tutta."

Il ritmo dei colpi. Secco. Pesante.

"Così ti piace, eh?" grida Marco. "Ti piace essere scopata nel letto di sto coglione di tuo marito? Ti piace sentì' il mio cazzo grosso che ti riempie?"

"Sì," geme Luisa. "Sì... Marco... più forte..."

"Sto cazzo," ringhia lui. "Sto cazzo grosso che tuo marito non ce l'ha, porca miseria. Guarda che faccia da coglione che avrà mentre sente tutto, ah ah!"

Io mi accarezzo più forte, ma il cazzo non si alza. Resta floscio, malleabile, umiliato. Vengo lo stesso, dopo venti minuti, con un gemito soffocato, sporco il grembiule che ancora indosso.

Poi il silenzio.

Lungo. Totale.

Mi alzo. Piedi nudi sul parquet freddo. Cammino verso la porta della camera da letto. Lo spiraglio lascia filtrare luce fioca.

Guardo.

Dormono.

Il letto è un campo di battaglia. Le lenzuola accartocciate ai piedi. Luisa è sdraiata sulla schiena, le gambe divaricate, il vestito ancora arricciato sulla vita. E Marco è accanto a lei, supino, un braccio sotto la nuca, il petto peloso che si alza e si abbassa con il respiro regolare.

Ma è quello che vedo tra le loro gambe che mi blocca il respiro.

Il pene di Marco. Moscio, ora, spento, ma ancora grosso, lungo, pesante. È tra le cosce di Luisa, appoggiato sulla sua figa come un serpente sazio. È sporco. Bianco, viscoso, coperto di una patina cremosa che è il loro sesso mescolato. Le palle — grandi, nere, pelose — sono rilassate, pesanti, unite da residui di saliva e umidità.

E tra le gambe di Luisa...

Lo sperma.

È una quantità sovrumana. Cola da lei. Lentamente, viscosamente, in fiotti densi che escono dalla sua figa ancora aperta, gonfia, usata. Scende lungo le labbra carnose, raggiunge il buco del culo, forma una pozza lucida sulle lenzuola sotto di lei. È bianco, denso, quasi solido. Il segno di lui. La prova del possesso.

Marco si muove nel sonno. Mormora qualcosa. "Cazzo... che figa..." bestemmia tra i denti. Poi torna al silenzio.

Io resto lì, nella porta, con il cazzo in mano.

La terza volta è la più umiliante. Il mio cazzo è completamente flaccido, ormai. Un tubo di carne molle, piccolo, ridicolo. Lo tiro con due dita, lo massaggio senza speranza, sentendo il peso morto tra le gambe.

Guardo quella scena — il pene moscio e sporco di Marco, più grosso flaccido del mio duro, lo sperma che cola da mia moglie, l'odore di sesso che riempie l'aria — e mi accarezzo il cazzo inutile.

Vengo dopo mezz'ora, con un gemito silenzioso, senza nemmeno un'erezione completa. Il liquido esce debole, sporco il pavimento della camera, mentre le lacrime mi scendono sulle guance.

Poi torno nella stanza degli ospiti. Chiudo la porta. Mi sdraio sul letto stretto, con il sapore della sconfitta in bocca, con il cazzo ancora floscio e umido tra le gambe.

E aspetto il mattino, quando dovrò servirli di nuovo, quando Marco mi ordinerà di preparare la colazione, quando mi guarderà con quegli occhi che sanno tutto, che sanno che il mio cazzo non si è nemmeno alzato mentre lui scopava mia moglie nel nostro letto.

E mi accarezzerò di nuovo, flaccido, umiliato, servo.

scritto il
2026-09-06
1 5 1
visite
1
voti
valutazione
8
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.