Sostegno agli ultimi: beneficenza a novanta gradi.
di
Qulottone
genere
dominazione
Sostegno agli ultimi: beneficenza a novanta gradi.
Il semaforo è rosso, esattamente come la mia faccia che avvampa fino alle radici dei capelli appena lo riconosco tra le auto in coda. Bastano pochi secondi: riconosce subito la mia utilitaria, quel modo goffo, esitante e un po' scoordinato che ho di frenare, piantando la macchina a mezzo metro dalle strisce con i tergicristalli che partono a sproposito. Lui, con i suoi cinquant'anni portati come un blocco di granito — il volto segnato dal sole, i capelli brizzolati cortissimi e quello sguardo che ha già visto tutto — alza gli occhi dal finestrino di un SUV a fianco. Ha sempre quel look inimitabile da sopravvissuto metropolitano: galosce da pescatore, secchio di plastica sgangherato e straccio grigio per elemosinare due spiccioli. Mi vede, mi riconosce immediatamente da quel panico mal celato che mi irrigidisce al volante, e quegli occhi infossati si accendono di una luce crudele, famelica e perfettamente consapevole del potere che ha su di me. Sa che sono io prima ancora che abbassi il finestrino; sa che basta un suo cenno per farmi tremare le mani sul cambio.
Ripenso a tre giorni fa, a come era iniziato tutto. Mi aveva fermato con la scusa di chiedermi una mano per spostare dei cartoni pesanti dietro quel famigerato cassonetto, una fandonia inventata al volo con la faccia tosta di chi sa già come andrà a finire. Gli era bastato uno sguardo per scannerizzarmi all'istante, cogliendo subito l'aria da tipico ragazzotto molle e terrorizzato. E io, incapace di abbozzare la minima resistenza, ero andato come un agnello al macello. Mi ero ritrovato lì dietro, in piedi contro il cemento freddo, con in mano il suo cazzo duro, venoso, pulsante e rovente, estratto sbrigativamente dalla chiusura lampo dei pantaloni che non si era nemmeno preso la briga di calare giù. Glielo stavo strofinando con una foga mista a terrore, seguendo quel ritmo che mi aveva imposto senza cerimonie, mentre lui mi teneva saldamente piantato per la nuca. Mi aveva fatto capire chiaramente, fin dal primo secondo, che aveva le palle piene da svuotare e che io ero solo capitato a tiro per assolvere a quel compito: non c'era spazio per la gentilezza o i riguardi, perché lui stava semplicemente esercitando il suo indiscutibile diritto di maschio padrone. E alla fine, quando l'orgasmo lo aveva travolto, era esploso in un modo che mi aveva lasciato stordito: un getto incredibile, denso e caldissimo che aveva iniziato a schizzare furiosamente investendo in pieno la mia mano tremante per poi allungarsi a imbrattare anche il muro di mattoni, accompagnato da un verso soffocato e animalesco che aveva squarciato il silenzio del vicolo. Subito dopo, guardandomi con gelida repulsione, mi aveva chiamato troia e mi aveva sputato addosso con disprezzo, lasciandomi lì grondante del suo seme.
Oggi si sente infinitamente più sicuro del suo diritto divino, con la calma imperturbabile di chi sa di avere un suddito a intermittenza. Sa perfettamente che accetterò, che la mia paura è solo l'altra faccia della medaglia di un desiderio che non posso controllare; legge la mia rilassata sottomissione nei miei occhi sgranati, e percepisco la sua eccitazione come qualcosa di densamente pericoloso, un'energia grezza pronta a schiacciarmi. Basta osservare come agisce e come parla per capire che una semplice sega stavolta non basterà: ha il bisogno viscerale di andarsi a prendere quello che gli spetta, di mettersi comodo dentro di me e sentirsi fino in fondo il padrone che reclama il proprio territorio. È nell'ordine naturale delle cose, e io ho il dovere morale di farlo godere.
Bussa sul vetro. Toc, toc. Non chiede il permesso, ordina con la certezza assoluta di chi possiede il mondo e non deve rendere conto a nessuno.
«Spegni questo cazzo di motore, scendi, presto,» ringhia lui, piantando lo sguardo nel mio con una violenza che mi gela il sangue nelle vene, indicando con il mento la piazzola laterale con la naturalezza brutale di chi comanda a casa d'altri. La voce è una raspa di carta vetrata, quell'accento arabo pesante e cadenzato che taglia le parole come pietre taglienti. Si china appena verso il finestrino, la voce che si abbassa in una minaccia sorda, inevitabile: «Vieni dietro al muro, testa di cazzo. Oggi te lo spingo in culo. Muoviti.»
Non ho scampo, mi ripeto mentalmente per l'ennesima volta, recitando la mia solita, patetica sceneggiata di autoassoluzione. La verità — sordida, inconfessabile e così torbida da farmi girare la testa — è che il mio corpo sta letteralmente implorando quel cazzo duro, rovente e barbaro dentro di me. Quel pensiero mi attraversa l'inguine con una fitta di lussuria pura, eppure il mio cervello va subito in panico, terrorizzato dalla prospettiva di dover fare i conti con la mia stessa depravazione. Ma no, figurati, mi dico arrampicandomi sugli specchi per salvar la faccia, io sono solo un bravo ragazzo, una vittima inerme, una povera anima pia che sta facendo un'opera di carità a un uomo bisognoso di svuotare le palle. Devo per forza convincermi di essere violentato dalle circostanze, di subire passivamente una forza della natura, perché ammettere che il mio orgoglio anela disperatamente a questa gogna, a farsi montare come una cagna nel fango, mi farebbe sprofondare nella vergogna più nera. È molto più comodo fingersi agnello sacrificale che confessare di essere un maiale arrapato.
Lui, dal canto suo, scende con la gravità granitica di chi non ha mai messo in dubbio la propria eterosessualità in vita sua, né ha intenzione di farlo adesso. Per lui, cresciuto nell'ortodossia incrollabile dei cantieri e dei vicoli d'oriente, usare un uomo non scalfisce di un millimetro la sua identità di maschio dominante; anzi, è l'affermazione suprema del suo potere. Possedere un corpo effeminato, bianco e molle come il mio, ridurmi a un semplice buco con la targhetta, è il passatempo perfetto per confermare a se stesso di essere il padrone assoluto del mondo, anche quando pulisce i vetri per quattro spiccioli. Quello che compie su di me non è perversione condivisa o dialogo alla pari, ma il diritto sovrano di un uomo che calibra il proprio valore virile esattamente sulla misura della mia totale e umiliante sottomissione.
Spengo la macchina con le mani che mi tremano e lo seguo come un cagnolino lobotomizzato, mentre il suo secchio di plastica tintinna ritmicamente sull'asfalto — una specie di marcia funebre per quel poco che resta della mia dignità. Il vicolo è buio, umido, e puzza trionfalmente di piscia, umidità e rifiuti metropolitani, il palcoscenico ideale per la mia abietta recita.
Appena svoltiamo l'angolo, mi sbatte contro il muro di mattoni ruvidi con una rapidità e una forza che mi tolgono quel poco di fiato che mi era rimasto in gola.
«Togli tutto. Pantaloni e mutande. Subito,» mi ordina con un ghigno sprezzante, piantandomi gli occhi addosso.
Io mi blocco, paralizzato da un misto di terrore e vergogna, le mani che tremano così forte che quasi non riescono a trovare la fibbia della cintura. Inizio a slacciarli con movimenti goffi, impacciati, tirando giù la stoffa in un modo così ridicolo e maldestro che la sua pazienza crolla all'istante.
«Muoviti, cazzo!» sibila furioso. Mi strattona con violenza, strappandomi di dosso i vestiti con gesti sbrigativi e brutali, mentre lui si limita a calare i jeans e i boxer appena fino alle ginocchia, restando eretto, vestito e rigorosamente padrone della sua dignità maschile. Con un movimento sprezzante raccoglie i miei pantaloni e i miei slip e li appoggia sul coperchio di un cassonetto dell'immondizia, come a sancire che il mio decoro appartiene ormai ufficialmente alla spazzatura.
Due sberle secche, pesanti come mattoni, mi colpiscono aperte sulla guancia, bruciandomi la pelle e facendomi barcollare. «Ho detto sbrigati, troia! Non ho tempo da perdere con le tue pose da educanda!» ringhia, afferrandomi per un braccio per raddrizzarmi a forza.
Rimango lì, completamente nudo dalla vita in giù nel bel mezzo del passaggio, con la carne bianca e le chiappe molli esposte all'aria gelida. E, per non farsi mancare nulla, proprio in quel momento dal fondo del vicolo sbucano due suoi connazionali con i giubbotti da lavoro. Rallentano il passo vedendo la scena, mi fissano con un misto di scherno, disprezzo e feroce sufficienza. Uno di loro si ferma un istante, mi punta il dito contro e si gira verso l'altro ridendo a voce bassa: «Guarda che puttana...» L'altro fa una battuta in arabo che non capisco, ma le risate sguaiate, taglienti e beffarde che rimbombano tra i muri di mattoni mi schiacciano in una vergogna così totale, viscerale e mortale che vorrei solo sprofondare sottoterra. Per loro non sono che un rifiuto, un corpo da calpestare, e quella consapevolezza mi fa colare addosso una coltre di umiliazione densa come pece.
Lui si volta di scatto verso di loro, emette un verso secco e autoritario di rimprovero per poi liquidarli con un cenno sprezzante della mano, difendendo il suo "territorio" ma lasciandomi lì alla berlina, nudo, esposto e indifeso.
Poi si gira di nuovo verso di me, mi punta addosso quegli occhi da predatore famelico e mi afferra per il mento con la mano lurida, i calli duri come la gomma che premono dolorosamente sulla mia pelle. La sua eccitazione è palpabile, densa, cresciuta a dismisura proprio grazie a quell'atmosfera di violenza e pubblico ludibrio.
«Girati, frocio, non guardare,» sibila lui con voce rauca, gli occhi fissi sulle mie chiappe tremanti con sovrana indifferenza. «Vuoi fare la femmina davanti ai miei amici? Adesso fai la femmina per me. Per bene, non come l'altra volta, poi vediamo.»
Sì, fammi fare la puttana, urla la mia coscienza repressa, mentre la colpa mi divora viva insieme a una lussuria così feroce da farmi girare la testa. Puniscimi per la mia vita comoda, per la mia patetica paura, lo merito fino all'ultimo centimetro.
Mi spinge contro il muro con una violenza che mi mozza il respiro, sballottandomi da una parte all'altra del vicolo come un sacco vuoto, e il cemento è così gelido che mi attraversa la maglietta come una lama. Mi gira di scatto, mi piega in due con una mossa secca e imperativa, e in un secondo i miei fianchi larghi e gelatinosi sono completamente in prima visione per chiunque decida di passare. E di gente ne passa: nel frattempo, altri due uomini sfilano in fondo al budello, sguardi distratti, indifferenti, che si fanno beatamente i cazzi propri voltandosi dall'altra parte pur di non impicciarsi della mia pubblica gogna, lasciandomi lì alla mercé di quel trattamento. Le mie tette gonfie e arrapate puntano al cielo per la vergogna e l’eccitazione, tremando disperatamente, sobbalzando in modo osceno e patetico a ogni minimo scossone del mio corpo mentre lui mi costringe a schiacciare con forza la faccia contro i mattoni ruvidi e polverosi.
«Guarda qui,» biascica lui con un ghigno compiaciuto, e all'improvviso mi afferra il petto a mani aperte, stritolandomi le tette con una torsione così brutale e dolorosa che per il riflesso incondizionato mi piego in avanti, cercando di sottrarmi a quella morsa.
«Fermati, cazzo! Ho detto fermo!» urla lui, strattonandomi per i capelli per raddrizzarmi di peso e inchiodarmi immobile contro il muro. Le sue dita callose affondano senza pietà nella mia carne bianca e morbida, stringendola e torcendola con una forza cieca che so già lascerà mappature profonde. Ottimo, così domani mattina, davanti allo specchio, avrò la chiara mappatura geometrica dei lividi blu e neri stampata sulla pelle, ironizzo tra me e me con quel disprezzo verso me stesso che si mescola a un calore viscerale, insostenibile e umidissimo. «Bella femmina grassa. Ora prendi uomo.»
Sento il suo corpo massiccio, pesante e bollente che mi si appoggia interamente addosso, schiacciandomi. Ha i pantaloni abbassati solo fino alle ginocchia, e il suo cazzo è già lì, libero, duro, venoso e rovente come una sbarra di ferro estratta dalla fucina. È enorme, mastodontico, con le vene grosse che pulsano furiose a ogni battito del suo cuore. E quell'odore mi investe d'un colpo, soffocante: un mix potentissimo e animale di sudore salato di chi fatica sotto il sole, odore di strada, pube scuro e ruvido, quel tipico lezzo maschio, crudo e non lavato che si sente padrone incontrastato e assoluto del territorio e del mio corpo.
«Apri,» comanda, secco e perentorio. E ovviamente non aspetta neanche mezzo secondo che io riesca a coordinare i muscoli o a prepararmi.
La penetrazione è un affondo brutale e senza preamboli. Il glande largo preme, trova resistenza, poi sfonda ogni difesa con uno strappo che mi strappa un gemito strozzato contro il muro. È troppo grosso, dannatamente troppo grosso per me. Sento le pareti interne che si stirano all'inverosimile, mentre un bruciore intenso e sordo mi sale d'un fiato fino allo stomaco. Ma sì, facciamo pure a pezzi il secchione, tanto l'intestino retto era un optional, penso mentre le ginocchia mi cedono per metà.
«Ahhhh,» geme lui, emettendo un ringhio sordo di trionfo primordiale. Dentro di lui, la tensione tra il tabù della trasgressione e il bisogno imperioso di dominare si scioglie in quel possesso: si sente l'unico vero maschio in quel vicolo, colui che penetra la debolezza occidentale per riaffermare la propria legge. E io mi lascio consumare, fingendo con me stesso di essere una povera vittima costretta, quando in realtà sto divorando ogni singolo istante di questa umiliazione con una fame malata.
«Tu stretto. Tu caldo. Buono... buono come donna,» ringhia, e inizia a muoversi con un ritmo incalzante, animalesco. Questa non è dolcezza, non è amore: è pura conquista territoriale. Affonda tutto quel ben di dio — lungo, venato, durissimo — fino in fondo, e il suo bacino batte contro le mie natiche grasse producendo un suono secco e ritmato: pac, pac, pac. A ogni colpo le mie tette rimbalzano e sbattono contro la parete, urlando al mondo intero la mia totale e ridicola sottomissione.
«Fammi sburrare,» ansima lui, con le mani violente che afferrano i miei fianchi lardosi usandoli letteralmente come maniglie per reggersi e spingere più forte. «Fai bravo, sei solo culo per me. Maschio sopra, femmina sotto! Tu imparare la lezione!»
Il suo piacere è arcaico e naturale, di un egocentrismo bestiale. Si sporge da sopra, mi squadra dall'alto in basso e gode nel vedermi: un cumulo di carne bianca e lardosa che trema sotto di lui, le tette molli che ondeggiano a vuoto, i fianchi larghi che cedono miseramente sotto la morsa delle sue mani. Gode di questo contrasto grottesco — di avere ai suoi ordini un giovanotto cicciottello, ridotto a una femmina sottomessa da usare in un vicolo per ricaricare la sua patente di virilità.
Sento il suo cazzo che mi riempie ogni centimetro, che scivola e sfrega rovente contro le pareti interne, togliendomi quel poco di fiato che mi era rimasto in gola. Le gocce del suo sudore colano dalla sua schiena scura, pesante, bagnandomi la maglietta appallottolata sulla schiena. E quell'odore — quel miscuglio inconfondibile di un uomo del sud del mondo, di polvere, di lavoro duro, di maschio vero che non conosce filtri — mi satura i sensi, mi sommerge, mi cancella.
«Fermo adesso,» balbetta, perdendo ogni parvenza di controllo e iniziando a rantolare. Le dita affondano così a fondo nei miei fianchi molli che so già che domani sembrerò essere passato sotto un rullo compressore. «Tutto mio, dentro!»
L'eiaculazione è un'esplosione densa e implacabile. Sento il primo getto — rovente, denso, quasi ustionante — schiantarsi nel punto più profondo di me. Poi il secondo, il terzo, in una sequenza grezza e sovrabbondante. È una fiumana di liquido caldo che mi satura il retto, che mi inonda le viscere, facendomi sentire colmo, violentemente usato, marchiato a fuoco. Quel seme denso ha il calore del sole dei suoi deserti, pesante, e comincia a colare via quasi subito, tracciando rivoli caldi e umilianti lungo l'interno delle mie cosce cicciottelle.
Lui resta dentro ancora per qualche istante, godendosi la stretta involontaria del mio corpo, il calore e la consapevolezza del suo assoluto dominio.
«Buono,» sussurra a un tratto, con una gentilezza beffarda che fa quasi più male degli insulti, passandomi una mano ruvida sui fianchi indolenziti. «Tu buono. Tu prendere bene. Esatto come una sposa araba.»
Quando finalmente si sfila da dentro, il rumore è osceno, umido, uno schiocco sordo che denuncia lo spalancarsi disperato del mio corpo. Il suo sperma cola immediatamente fuori, in abbondanza, gocciolando lungo le gambe e sporcando la terra. Io rimango lì, piegato a metà contro il muro di mattoni, con i pantaloni e le mutande appoggiati sul cassonetto a due passi, il culo aperto, sporco, le tette che tremano ancora per il residuo dell'adrenalina, i fianchi marchiati dai lividi blu.
«Domani,» sento la sua voce che si allontana mentre si risistema i vestiti. Non si degna nemmeno di guardarmi in faccia, andandosi a riprendere il secchio. «Tu venire qui. Io scopare ancora. Tu mio, capito?»
Se ne va via con il suo passo sicuro, il secchio che tintinna metallico sull'asfalto e l'andatura di chi possiede il mondo per diritto divino. Io resto immobile nel vicolo freddo, mezzo nudo, grondante del suo seme, grasso, umiliato, esausto. Le mie tette gonfie continuano a fremere per l'emozione indecente di quello che è appena successo. E so già, con una certezza patetica e incrollabile, che domani ci sarò anch'io a riprendermi la mia dose di colpa. Perché in fondo ha ragione lui: mi sono convinto di esserci costretto solo per non avere il coraggio di confessare quanto mi piace essere il suo vuoto da riempire. Naturale.
Il semaforo è rosso, esattamente come la mia faccia che avvampa fino alle radici dei capelli appena lo riconosco tra le auto in coda. Bastano pochi secondi: riconosce subito la mia utilitaria, quel modo goffo, esitante e un po' scoordinato che ho di frenare, piantando la macchina a mezzo metro dalle strisce con i tergicristalli che partono a sproposito. Lui, con i suoi cinquant'anni portati come un blocco di granito — il volto segnato dal sole, i capelli brizzolati cortissimi e quello sguardo che ha già visto tutto — alza gli occhi dal finestrino di un SUV a fianco. Ha sempre quel look inimitabile da sopravvissuto metropolitano: galosce da pescatore, secchio di plastica sgangherato e straccio grigio per elemosinare due spiccioli. Mi vede, mi riconosce immediatamente da quel panico mal celato che mi irrigidisce al volante, e quegli occhi infossati si accendono di una luce crudele, famelica e perfettamente consapevole del potere che ha su di me. Sa che sono io prima ancora che abbassi il finestrino; sa che basta un suo cenno per farmi tremare le mani sul cambio.
Ripenso a tre giorni fa, a come era iniziato tutto. Mi aveva fermato con la scusa di chiedermi una mano per spostare dei cartoni pesanti dietro quel famigerato cassonetto, una fandonia inventata al volo con la faccia tosta di chi sa già come andrà a finire. Gli era bastato uno sguardo per scannerizzarmi all'istante, cogliendo subito l'aria da tipico ragazzotto molle e terrorizzato. E io, incapace di abbozzare la minima resistenza, ero andato come un agnello al macello. Mi ero ritrovato lì dietro, in piedi contro il cemento freddo, con in mano il suo cazzo duro, venoso, pulsante e rovente, estratto sbrigativamente dalla chiusura lampo dei pantaloni che non si era nemmeno preso la briga di calare giù. Glielo stavo strofinando con una foga mista a terrore, seguendo quel ritmo che mi aveva imposto senza cerimonie, mentre lui mi teneva saldamente piantato per la nuca. Mi aveva fatto capire chiaramente, fin dal primo secondo, che aveva le palle piene da svuotare e che io ero solo capitato a tiro per assolvere a quel compito: non c'era spazio per la gentilezza o i riguardi, perché lui stava semplicemente esercitando il suo indiscutibile diritto di maschio padrone. E alla fine, quando l'orgasmo lo aveva travolto, era esploso in un modo che mi aveva lasciato stordito: un getto incredibile, denso e caldissimo che aveva iniziato a schizzare furiosamente investendo in pieno la mia mano tremante per poi allungarsi a imbrattare anche il muro di mattoni, accompagnato da un verso soffocato e animalesco che aveva squarciato il silenzio del vicolo. Subito dopo, guardandomi con gelida repulsione, mi aveva chiamato troia e mi aveva sputato addosso con disprezzo, lasciandomi lì grondante del suo seme.
Oggi si sente infinitamente più sicuro del suo diritto divino, con la calma imperturbabile di chi sa di avere un suddito a intermittenza. Sa perfettamente che accetterò, che la mia paura è solo l'altra faccia della medaglia di un desiderio che non posso controllare; legge la mia rilassata sottomissione nei miei occhi sgranati, e percepisco la sua eccitazione come qualcosa di densamente pericoloso, un'energia grezza pronta a schiacciarmi. Basta osservare come agisce e come parla per capire che una semplice sega stavolta non basterà: ha il bisogno viscerale di andarsi a prendere quello che gli spetta, di mettersi comodo dentro di me e sentirsi fino in fondo il padrone che reclama il proprio territorio. È nell'ordine naturale delle cose, e io ho il dovere morale di farlo godere.
Bussa sul vetro. Toc, toc. Non chiede il permesso, ordina con la certezza assoluta di chi possiede il mondo e non deve rendere conto a nessuno.
«Spegni questo cazzo di motore, scendi, presto,» ringhia lui, piantando lo sguardo nel mio con una violenza che mi gela il sangue nelle vene, indicando con il mento la piazzola laterale con la naturalezza brutale di chi comanda a casa d'altri. La voce è una raspa di carta vetrata, quell'accento arabo pesante e cadenzato che taglia le parole come pietre taglienti. Si china appena verso il finestrino, la voce che si abbassa in una minaccia sorda, inevitabile: «Vieni dietro al muro, testa di cazzo. Oggi te lo spingo in culo. Muoviti.»
Non ho scampo, mi ripeto mentalmente per l'ennesima volta, recitando la mia solita, patetica sceneggiata di autoassoluzione. La verità — sordida, inconfessabile e così torbida da farmi girare la testa — è che il mio corpo sta letteralmente implorando quel cazzo duro, rovente e barbaro dentro di me. Quel pensiero mi attraversa l'inguine con una fitta di lussuria pura, eppure il mio cervello va subito in panico, terrorizzato dalla prospettiva di dover fare i conti con la mia stessa depravazione. Ma no, figurati, mi dico arrampicandomi sugli specchi per salvar la faccia, io sono solo un bravo ragazzo, una vittima inerme, una povera anima pia che sta facendo un'opera di carità a un uomo bisognoso di svuotare le palle. Devo per forza convincermi di essere violentato dalle circostanze, di subire passivamente una forza della natura, perché ammettere che il mio orgoglio anela disperatamente a questa gogna, a farsi montare come una cagna nel fango, mi farebbe sprofondare nella vergogna più nera. È molto più comodo fingersi agnello sacrificale che confessare di essere un maiale arrapato.
Lui, dal canto suo, scende con la gravità granitica di chi non ha mai messo in dubbio la propria eterosessualità in vita sua, né ha intenzione di farlo adesso. Per lui, cresciuto nell'ortodossia incrollabile dei cantieri e dei vicoli d'oriente, usare un uomo non scalfisce di un millimetro la sua identità di maschio dominante; anzi, è l'affermazione suprema del suo potere. Possedere un corpo effeminato, bianco e molle come il mio, ridurmi a un semplice buco con la targhetta, è il passatempo perfetto per confermare a se stesso di essere il padrone assoluto del mondo, anche quando pulisce i vetri per quattro spiccioli. Quello che compie su di me non è perversione condivisa o dialogo alla pari, ma il diritto sovrano di un uomo che calibra il proprio valore virile esattamente sulla misura della mia totale e umiliante sottomissione.
Spengo la macchina con le mani che mi tremano e lo seguo come un cagnolino lobotomizzato, mentre il suo secchio di plastica tintinna ritmicamente sull'asfalto — una specie di marcia funebre per quel poco che resta della mia dignità. Il vicolo è buio, umido, e puzza trionfalmente di piscia, umidità e rifiuti metropolitani, il palcoscenico ideale per la mia abietta recita.
Appena svoltiamo l'angolo, mi sbatte contro il muro di mattoni ruvidi con una rapidità e una forza che mi tolgono quel poco di fiato che mi era rimasto in gola.
«Togli tutto. Pantaloni e mutande. Subito,» mi ordina con un ghigno sprezzante, piantandomi gli occhi addosso.
Io mi blocco, paralizzato da un misto di terrore e vergogna, le mani che tremano così forte che quasi non riescono a trovare la fibbia della cintura. Inizio a slacciarli con movimenti goffi, impacciati, tirando giù la stoffa in un modo così ridicolo e maldestro che la sua pazienza crolla all'istante.
«Muoviti, cazzo!» sibila furioso. Mi strattona con violenza, strappandomi di dosso i vestiti con gesti sbrigativi e brutali, mentre lui si limita a calare i jeans e i boxer appena fino alle ginocchia, restando eretto, vestito e rigorosamente padrone della sua dignità maschile. Con un movimento sprezzante raccoglie i miei pantaloni e i miei slip e li appoggia sul coperchio di un cassonetto dell'immondizia, come a sancire che il mio decoro appartiene ormai ufficialmente alla spazzatura.
Due sberle secche, pesanti come mattoni, mi colpiscono aperte sulla guancia, bruciandomi la pelle e facendomi barcollare. «Ho detto sbrigati, troia! Non ho tempo da perdere con le tue pose da educanda!» ringhia, afferrandomi per un braccio per raddrizzarmi a forza.
Rimango lì, completamente nudo dalla vita in giù nel bel mezzo del passaggio, con la carne bianca e le chiappe molli esposte all'aria gelida. E, per non farsi mancare nulla, proprio in quel momento dal fondo del vicolo sbucano due suoi connazionali con i giubbotti da lavoro. Rallentano il passo vedendo la scena, mi fissano con un misto di scherno, disprezzo e feroce sufficienza. Uno di loro si ferma un istante, mi punta il dito contro e si gira verso l'altro ridendo a voce bassa: «Guarda che puttana...» L'altro fa una battuta in arabo che non capisco, ma le risate sguaiate, taglienti e beffarde che rimbombano tra i muri di mattoni mi schiacciano in una vergogna così totale, viscerale e mortale che vorrei solo sprofondare sottoterra. Per loro non sono che un rifiuto, un corpo da calpestare, e quella consapevolezza mi fa colare addosso una coltre di umiliazione densa come pece.
Lui si volta di scatto verso di loro, emette un verso secco e autoritario di rimprovero per poi liquidarli con un cenno sprezzante della mano, difendendo il suo "territorio" ma lasciandomi lì alla berlina, nudo, esposto e indifeso.
Poi si gira di nuovo verso di me, mi punta addosso quegli occhi da predatore famelico e mi afferra per il mento con la mano lurida, i calli duri come la gomma che premono dolorosamente sulla mia pelle. La sua eccitazione è palpabile, densa, cresciuta a dismisura proprio grazie a quell'atmosfera di violenza e pubblico ludibrio.
«Girati, frocio, non guardare,» sibila lui con voce rauca, gli occhi fissi sulle mie chiappe tremanti con sovrana indifferenza. «Vuoi fare la femmina davanti ai miei amici? Adesso fai la femmina per me. Per bene, non come l'altra volta, poi vediamo.»
Sì, fammi fare la puttana, urla la mia coscienza repressa, mentre la colpa mi divora viva insieme a una lussuria così feroce da farmi girare la testa. Puniscimi per la mia vita comoda, per la mia patetica paura, lo merito fino all'ultimo centimetro.
Mi spinge contro il muro con una violenza che mi mozza il respiro, sballottandomi da una parte all'altra del vicolo come un sacco vuoto, e il cemento è così gelido che mi attraversa la maglietta come una lama. Mi gira di scatto, mi piega in due con una mossa secca e imperativa, e in un secondo i miei fianchi larghi e gelatinosi sono completamente in prima visione per chiunque decida di passare. E di gente ne passa: nel frattempo, altri due uomini sfilano in fondo al budello, sguardi distratti, indifferenti, che si fanno beatamente i cazzi propri voltandosi dall'altra parte pur di non impicciarsi della mia pubblica gogna, lasciandomi lì alla mercé di quel trattamento. Le mie tette gonfie e arrapate puntano al cielo per la vergogna e l’eccitazione, tremando disperatamente, sobbalzando in modo osceno e patetico a ogni minimo scossone del mio corpo mentre lui mi costringe a schiacciare con forza la faccia contro i mattoni ruvidi e polverosi.
«Guarda qui,» biascica lui con un ghigno compiaciuto, e all'improvviso mi afferra il petto a mani aperte, stritolandomi le tette con una torsione così brutale e dolorosa che per il riflesso incondizionato mi piego in avanti, cercando di sottrarmi a quella morsa.
«Fermati, cazzo! Ho detto fermo!» urla lui, strattonandomi per i capelli per raddrizzarmi di peso e inchiodarmi immobile contro il muro. Le sue dita callose affondano senza pietà nella mia carne bianca e morbida, stringendola e torcendola con una forza cieca che so già lascerà mappature profonde. Ottimo, così domani mattina, davanti allo specchio, avrò la chiara mappatura geometrica dei lividi blu e neri stampata sulla pelle, ironizzo tra me e me con quel disprezzo verso me stesso che si mescola a un calore viscerale, insostenibile e umidissimo. «Bella femmina grassa. Ora prendi uomo.»
Sento il suo corpo massiccio, pesante e bollente che mi si appoggia interamente addosso, schiacciandomi. Ha i pantaloni abbassati solo fino alle ginocchia, e il suo cazzo è già lì, libero, duro, venoso e rovente come una sbarra di ferro estratta dalla fucina. È enorme, mastodontico, con le vene grosse che pulsano furiose a ogni battito del suo cuore. E quell'odore mi investe d'un colpo, soffocante: un mix potentissimo e animale di sudore salato di chi fatica sotto il sole, odore di strada, pube scuro e ruvido, quel tipico lezzo maschio, crudo e non lavato che si sente padrone incontrastato e assoluto del territorio e del mio corpo.
«Apri,» comanda, secco e perentorio. E ovviamente non aspetta neanche mezzo secondo che io riesca a coordinare i muscoli o a prepararmi.
La penetrazione è un affondo brutale e senza preamboli. Il glande largo preme, trova resistenza, poi sfonda ogni difesa con uno strappo che mi strappa un gemito strozzato contro il muro. È troppo grosso, dannatamente troppo grosso per me. Sento le pareti interne che si stirano all'inverosimile, mentre un bruciore intenso e sordo mi sale d'un fiato fino allo stomaco. Ma sì, facciamo pure a pezzi il secchione, tanto l'intestino retto era un optional, penso mentre le ginocchia mi cedono per metà.
«Ahhhh,» geme lui, emettendo un ringhio sordo di trionfo primordiale. Dentro di lui, la tensione tra il tabù della trasgressione e il bisogno imperioso di dominare si scioglie in quel possesso: si sente l'unico vero maschio in quel vicolo, colui che penetra la debolezza occidentale per riaffermare la propria legge. E io mi lascio consumare, fingendo con me stesso di essere una povera vittima costretta, quando in realtà sto divorando ogni singolo istante di questa umiliazione con una fame malata.
«Tu stretto. Tu caldo. Buono... buono come donna,» ringhia, e inizia a muoversi con un ritmo incalzante, animalesco. Questa non è dolcezza, non è amore: è pura conquista territoriale. Affonda tutto quel ben di dio — lungo, venato, durissimo — fino in fondo, e il suo bacino batte contro le mie natiche grasse producendo un suono secco e ritmato: pac, pac, pac. A ogni colpo le mie tette rimbalzano e sbattono contro la parete, urlando al mondo intero la mia totale e ridicola sottomissione.
«Fammi sburrare,» ansima lui, con le mani violente che afferrano i miei fianchi lardosi usandoli letteralmente come maniglie per reggersi e spingere più forte. «Fai bravo, sei solo culo per me. Maschio sopra, femmina sotto! Tu imparare la lezione!»
Il suo piacere è arcaico e naturale, di un egocentrismo bestiale. Si sporge da sopra, mi squadra dall'alto in basso e gode nel vedermi: un cumulo di carne bianca e lardosa che trema sotto di lui, le tette molli che ondeggiano a vuoto, i fianchi larghi che cedono miseramente sotto la morsa delle sue mani. Gode di questo contrasto grottesco — di avere ai suoi ordini un giovanotto cicciottello, ridotto a una femmina sottomessa da usare in un vicolo per ricaricare la sua patente di virilità.
Sento il suo cazzo che mi riempie ogni centimetro, che scivola e sfrega rovente contro le pareti interne, togliendomi quel poco di fiato che mi era rimasto in gola. Le gocce del suo sudore colano dalla sua schiena scura, pesante, bagnandomi la maglietta appallottolata sulla schiena. E quell'odore — quel miscuglio inconfondibile di un uomo del sud del mondo, di polvere, di lavoro duro, di maschio vero che non conosce filtri — mi satura i sensi, mi sommerge, mi cancella.
«Fermo adesso,» balbetta, perdendo ogni parvenza di controllo e iniziando a rantolare. Le dita affondano così a fondo nei miei fianchi molli che so già che domani sembrerò essere passato sotto un rullo compressore. «Tutto mio, dentro!»
L'eiaculazione è un'esplosione densa e implacabile. Sento il primo getto — rovente, denso, quasi ustionante — schiantarsi nel punto più profondo di me. Poi il secondo, il terzo, in una sequenza grezza e sovrabbondante. È una fiumana di liquido caldo che mi satura il retto, che mi inonda le viscere, facendomi sentire colmo, violentemente usato, marchiato a fuoco. Quel seme denso ha il calore del sole dei suoi deserti, pesante, e comincia a colare via quasi subito, tracciando rivoli caldi e umilianti lungo l'interno delle mie cosce cicciottelle.
Lui resta dentro ancora per qualche istante, godendosi la stretta involontaria del mio corpo, il calore e la consapevolezza del suo assoluto dominio.
«Buono,» sussurra a un tratto, con una gentilezza beffarda che fa quasi più male degli insulti, passandomi una mano ruvida sui fianchi indolenziti. «Tu buono. Tu prendere bene. Esatto come una sposa araba.»
Quando finalmente si sfila da dentro, il rumore è osceno, umido, uno schiocco sordo che denuncia lo spalancarsi disperato del mio corpo. Il suo sperma cola immediatamente fuori, in abbondanza, gocciolando lungo le gambe e sporcando la terra. Io rimango lì, piegato a metà contro il muro di mattoni, con i pantaloni e le mutande appoggiati sul cassonetto a due passi, il culo aperto, sporco, le tette che tremano ancora per il residuo dell'adrenalina, i fianchi marchiati dai lividi blu.
«Domani,» sento la sua voce che si allontana mentre si risistema i vestiti. Non si degna nemmeno di guardarmi in faccia, andandosi a riprendere il secchio. «Tu venire qui. Io scopare ancora. Tu mio, capito?»
Se ne va via con il suo passo sicuro, il secchio che tintinna metallico sull'asfalto e l'andatura di chi possiede il mondo per diritto divino. Io resto immobile nel vicolo freddo, mezzo nudo, grondante del suo seme, grasso, umiliato, esausto. Le mie tette gonfie continuano a fremere per l'emozione indecente di quello che è appena successo. E so già, con una certezza patetica e incrollabile, che domani ci sarò anch'io a riprendermi la mia dose di colpa. Perché in fondo ha ragione lui: mi sono convinto di esserci costretto solo per non avere il coraggio di confessare quanto mi piace essere il suo vuoto da riempire. Naturale.
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