Aiuto extracomunitario

di
genere
dominazione


Carlo salì i due piani di scale con due sacche di plastica che gli tagliavano le dita, ma il passo era diverso da quello di un uomo che teme. Era quello di chi desidera, di chi brama, di chi porta offerte non per obbligo ma per devozione. Quarantacinque anni che non si vedevano sul suo corpo: snello, efebico, la pelle liscia e chiara come quella di un ragazzo, i fianchi stretti, la pancia piatta e dura. Nelle sacche: quattro bottiglie di whisky, sei cartoni di sigarette, dolci arabi, frutta esotica che aveva cercato in negozi specializzati, e cinquecento euro in contanti che voleva lasciare lì, offerta volontaria, pegno della sua sottomissione.

Bussò tre volte, il cuore che batteva forte non per paura, ma per l'attesa eccitata. La porta si spalancò. Ahmed comparve, la barba di cinque giorni, gli occhi neri che lo scrutarono con finta durezza.

«Sei in ritardo,» disse Ahmed, la voce bassa e minacciosa. «E se porti poco stasera, ti caccio e non torni più. Ti trovo per strada e ti faccio male, capito? Ti spaccio le gambe.»

Carlo tremò visibilmente, il terrore che gli saliva dalla pancia e gli accendeva gli occhi. Quella minaccia era parte del gioco, lo sapeva, ma il brivore di paura era reale, necessario, eccitante. «S-sì, Ahmed,» balbettò. «Ho portato tutto, ho portato di più, per favore non mi cacciate...»

Ahmed gli strappò le sacche, frugando dentro con avidità. «Cinquecento euro?» disse, alzando la voce. «Dovevi portarne mille! Sei inadeguato, cesso italiano!»

«Perdonatemi,» disse Carlo, chinando lo sguardo, il respiro affannoso. «Domani ne porterò altri, vi prego, lasciatemi entrare, lasciatemi servirvi...»

Gli altri otto uomini nel salotto risero, alcuni alzando le mani in gesti minacciosi. «Fuori!» gridò uno. «Non meriti di stare qui!»

Carlo cadde in ginocchio sul pavimento, le mani giunte. «Vi prego, usatemi, sono solo un buco per voi, un cesso, lasciatemi almeno leccare i piedi...»

Ahmed lo guardò dall'alto, poi fece un cenno. «Spogliati,» disse, la voce che si faceva ruvida per nascondere il divertimento. «Tutto. Vogliamo vedere se almeno il corpo vale qualcosa, visto che i soldi mancano.»

Carlo si alzò tremando e iniziò a spogliarsi davanti a loro, lentamente, con la consapevolezza di ogni difetto e ogni pregio. Si tolse la maglietta aderente — rivelando il torso snello, la pelle liscia, i fianchi stretti da ragazzo. Ma poi, il contrasto: i capezzoli. Grandi, gonfi, femminili, che sporgevano dal petto come piccoli seni, rosa e turgidi, già duri per l'eccitazione e la paura.

Un mormorio percorse la stanza. Yusuf si alzò, avvicinandosi. «Guardate,» disse, indicando. «Le tette del maiale. Ha le tette più grosse di mia moglie.»

Carlo arrossì fino alle orecchie, umiliato, esposto. Si tolse i pantaloni, poi i boxer — il cazzo piccolo e rattrappito, le palle raccolte, ma tutto il resto del corpo che gridava la sua natura di femmina offerta: i fianchi larghi per un uomo snello, il culo tondo e bianco, e quei capezzoli enormi che pendevano leggermente, pesanti, ridicoli.

«Girati,» ordinò Ahmed.

Carlo girò, offrendo la schiena, il culo, ma soprattutto quei capezzoli che si vedevano di profilo, sporgenti, gonfi. Ahmed gli prese uno tra le dita e lo strinse, tirandolo, torturandolo. Carlo gridò, un suono acuto, femminile.

«Piaciuto?» disse Ahmed, ridendo. «Le tette ti fanno male?»

«S-sì,» ansimò Carlo. «Sono vostre, fatemi male, umiliatemi...»

«Ginocchia,» ordinò Ahmed. «Lecca i piedi. Tutti. E mentre lo fai, ti tocchi le tette. Vogliamo vedere che ti piace.»

Carlo si inginocchiò. Ahmed si tolse scarpe e calzini — piedi nudi, sudati, puzzolenti. Carlo chinò la testa e iniziò a leccare, passando la lingua tra le dita, succhiando lo sporco. E con una mano, come ordinato, si pizzicava i capezzoli, li tirava, li tormentava mentre serviva. Passò a Yusuf, a Khalid, agli altri cinque — otto paia di piedi, otto uomini che ridevano indicando le sue "tette" che si muovevano mentre leccava, che guardavano il suo cazzo piccolo e inutile mentre serviva.

«Ora bevi,» disse Khalid, alzandosi con un bicchiere sporco in mano.

Si abbassò i pantaloni, prese il cazzo in mano, e iniziò a pisciare nel bicchiere. Un arco giallo che riempì il contenitore fino a tre quarti, fumante, ammoniacale. Poi porse il bicchiere a Carlo.

«Bevi, troia con le tette,» disse. «Brindiamo alla tua visita. E mentre bevi, ti stringi le tette da sola. Voglio vedere il latte uscire.»

Gli altri otto scoppiarono a ridere, alcuni battendo le mani. Carlo prese il bicchiere con entrambe le mani, lo portò alle labbra, e bevve lentamente, in grandi sorsi, mentre con l'altra mano si pizzicava i capezzoli grossi, tiriandoli, facendoli oscillare. L'urina era calda, salata, con un retrogusto metallico. Bevve tutto, mostrando il bicchiere vuoto, le labbra bagnate, i capezzoli rossi e doloranti.

«Brava,» disse Ahmed, ridendo. «Ora le palle. Torturiamo le palle della troia.»

Carlo fu fatto sdraiare sulla schiena, nudo, le gambe divaricate. I cinque nordafricani si inginocchiarono intorno a lui. Uno prese il cazzo piccolo e lo tirò su, esponendo le palle raccolte.

«Guardate,» disse, ridendo. «Così morbide. Così colpibili.»

Iniziarono a torturarlo. Non per ferire, ma per il gioco del dolore. Uno prese le palle tra pollice e indice e strinse, lentamente, aumentando la pressione fino a farlo gridare. Carlo urlava, si contorceva, ma gridava anche: «Ancora! Stringete! Sono vostre!»

Un altro iniziò a schiaffeggiare le palle con la mano aperta — slap, slap, slap — ritmicamente, facendolo urlare di dolore e eccitazione. Un terzo le prese a morsi, stringendo la pelle delicata tra i denti, tirando leggermente.

«Toccati le tette!» gridò Ahmed. «Toccati le tette mentre ti facciamo male!»

Carlo obbedì, afferrando i propri capezzoli grossi, tirandoli, torcendoli, mentre gli altri torturavano le palle. Piangeva, supplicava, ringraziava: «Grazie, sono il vostro giocattolo, le mie tette, le mie palle, tutto vostro...»

Poi lo scoparono. Uno dopo l'altro, turni che durarono ore. Ahmed per primo — secco, profondo. Venne dentro di lui, profondo, e Carlo sentì la sborra calda che lo riempiva.

Non si fermarono. Yusuf lo prese in bocca, scopandogli la faccia, e venne sulla sua lingua — densa, coprendogli il palato. Khalid lo prese a pecorina, e quando venne, uscì all'ultimo secondo e gli schizzò sulla schiena, lungo la schiena fino alle natiche.

I cinque nordafricani si alternarono — uno nel culo, uno in bocca, uno che si masturbava e veniva sui capezzoli grossi di Carlo, coprendoli di sborra bianca e calda, facendoli brillare. Uno venne sul suo ventro, uno sulle gambe, uno in faccia, coprendogli gli occhi, il naso, le labbra.

Carlo fu ricoperto di sborra — nel culo, in bocca, sulla faccia, sui capezzoli, sul petto, sul ventre. Otto eiaculazioni, forse dieci, che lo riducevano a recipiente bianco e umido, una troia con le tette coperte di seme.

Quando finirono, erano le cinque del mattino. Carlo giaceva sul pavimento, completamente nudo, coperto di sborra da capo a piedi — il viso incrostato, i capezzoli gonfi e bianchi di seme, la bocca piena, il culo che colava. Le palle rosse, doloranti, ma intatte. Il corpo efebico che tremava di piacere.

Ahmed si avvicinò, accarezzandogli i capezzoli pieni di sborra. «Domani,» disse, con voce minacciosa ma gli occhi che ridevano, «se non porti mille euro, ti caccio. Ti trovo e ti picchio. Capito?»

Carlo annuì, singhiozzando di gioia, la voce rotta. «S-sì, Ahmed, ne porterò mille, ne porterò di più, grazie per stasera, grazie per le vostre sborrate sulle mie tette, sono il vostro cesso...»

Ahmed rise, gli sputò in faccia, mescolandosi alla sborra. «Ora vai. E non lavarti. Voglio che porti il nostro odore addosso, che tutti vedano le tue tette coperte di noi.»

Carlo si alzò con fatica, il corpo snello e liscio tutto coperto di seme, i capezzoli enormi che pendevano bianchi e appiccicosi. Si vestì con movimenti lenti, le mutande che si attaccavano ai capezzoli pieni di sborra, i pantaloni che inzuppavano.

Uscì in strada a Piazza Vittorio, l'alba che sorgeva, con l'odore di otto uomini addosso, i capezzoli duri sotto la maglietta, e la promessa — la gioiosa promessa — di tornare il giorno dopo, con più soldi, con più tutto, per essere umiliato ancora. Perché Carlo sapeva che le minacce erano un gioco, e lui voleva solo essere il loro oggetto, la loro troia con le tette. E mentre camminava verso casa, mormorò a voce alta: «Grazie, grazie, sono il vostro cesso...»

scritto il
2026-08-28
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