Il cornuto e lo stallone
di
Qulottone
genere
scambio di coppia
Il cornuto e lo stallone
La porta sbatté contro il muro come se un uragano l’avesse spinta. Luisa era in cucina, appoggiata al bancone, le gambe nude incrociate con noncuranza, la camicia aperta che lasciava vedere i capezzoli duri come sassi. Carlo, seduto sul divano, sentì il cazzo rimpicciolirsi nei pantaloni. Sapeva chi era.
Vittorio entrò come un treno in corsa: alto, largo, con i muscoli che gli tendevano la maglietta nera e i tatuaggi che gli coprivano le braccia come una mappa di violenza. «Ciao, troia!», ringhiò con accento campano che sembrava un pugno in faccia, afferrando Luisa per il collo e baciandola con una fame che a Carlo mozzò il fiato. «M’ha mancat’ ‘a troi’ mia…» le disse, le mani già sotto la camicia a strizzarle le tette.
Luisa gemette, strusciandosi contro di lui, le unghie che gli graffiavano la schiena. «È tutto tuo, Vittò. Fai di lui quello che vuoi.» Indicò Carlo con un sorrisetto crudele, come se fosse un giocattolo rotto.
Vittorio si voltò, squadrando Carlo con disprezzo. «Ah, ‘o cornut’…» Sputò per terra, come se solo a guardarlo gli venisse voglia di vomitare. «Allora, che cazz’ stai a fare lì? Vien’ ca, cagn’!» Si tolse la maglietta, svelando un torso scolpito, e poi i pantaloni. Il suo cazzo balzò fuori, grosso come un braccio, venato, già lucido di pre-sperma. «Pulisci ‘sto cazz’ al padrone tuo, cornut’!» ordinò, afferrando Carlo per i capelli e tirandolo in ginocchio davanti a sé.
Carlo obbedì, avvolgendo le labbra intorno a quel mostro. Era disgustoso, osceno, e gli riempiva la bocca fino a fargli venire le lacrime agli occhi. «Bravo, cagn’… Vedi ‘sta differenza? ‘O tu’ è ‘nu vermicell’, ‘o mie’ è ‘nu cazz’ d’om’!» Vittorio gli afferrò la testa e cominciò a spingere, sempre più in fondo, fino a fargli toccare le palle con il naso. «Succhia, stronz’! Succhia come si deve, se no te spacco ‘a faccia!»
Luisa rise, accarezzandosi le tette. «Dai, Vittò, non perdere tempo. Io ho voglia di te… Mi scopi, per favore…»
Vittorio rise, tirando su Carlo per i capelli come se fosse un sacco di patate. «Hai sentit’, cornut’? ‘A troi’ tua ha voglia d’ ‘o cazz’ mio… Allora sdraiati sul divano e guard’! E non toccarti, che tanto non ti serve a nient’!» Carlo si sdraiò, il cazzo già molle, mentre Luisa si posizionava sopra di lui, a cavalcioni, ma senza sedersi. «Guarda bene, Carlo», sussurrò Luisa, accarezzandogli la guancia con un sorrisetto beffardo. «Voglio che veda quanto sei piccolo rispetto a lui… Quanto sei inutile…»
Vittorio si posizionò dietro Luisa, afferrandole i fianchi con le sue mani enormi, callose. «Pront’, troi’?» le chiese, spingendo la punta del suo cazzo contro il suo buco già fradicio. «Mo’ te faccio vedere io come si scopa ‘na troi’…»
«Sì, cazzo… dai, riempimi!» gemette Luisa, affondando su di lui con un gemito. Il cazzo di Vittorio sparì dentro di lei in un solo colpo, e Luisa urlò, i capezzoli duri come pietre, le tette che ballonzolavano a ogni spinta violenta. «Dio, è così grosso… mi riempie tutto… mi scopa come si deve…» ansimava, le unghie che gli graffiavano la schiena di Vittorio.
Vittorio rise, afferrandole i capelli e tirandole la testa all’indietro. «E tu, cornut’, guard’ ‘o padrone tuo mentre scopa ‘a troi’ tua! Guard’ bene, stronz’!» Carlo ubbidì, gli occhi fissi sul cazzo di Vittorio che spariva dentro Luisa, le palle che sbattevano contro il suo culo a ogni affondo, il suono umido della carne che si scontrava. «Ti piace, Carlo?» chiese Luisa, chinandosi a baciarlo mentre Vittorio la scopava da dietro. «Ti piace vedere quanto sono brava a prendere un vero cazzo? Quanto mi godo ogni centimetro di lui? Tu non sei neanche la metà…»
Carlo non rispose. Non poteva. Era troppo occupato a guardare, il suo cazzo ora completamente molle, ridotto a un vermetto inerme. Ogni spinta di Vittorio era una pugnalata al suo orgoglio, ogni gemito di Luisa una conferma della sua inadeguatezza.
Vittorio non ci mise molto a venire. «Mo’ sborro, troi’…» ringhiò, affondando ancora più forte, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciarle i segni delle dita. «Dove lo vuoi? ‘Ncul’ o ‘mmuoc’?»
«Dovunque, cazzo… riempimi!» gridò Luisa, e Vittorio le venne dentro con un gemito, riempiendola di sborra calda che colò fuori quando si tirò indietro, gocciolando sulle cosce di Luisa e sul divano. «Ecco, troi’… ‘O cazz’ mio t’ha marcat’… Ora sei ‘a troi’ mia, e ‘o cornut’ tuo lo sa…»
Luisa gemette, sdraiandosi su Carlo, il suo buco ancora aperto, la sborra di Vittorio che le colava fuori. «Adesso tocca a te, Carlo», sussurrò, prendendogli il cazzo in mano. Era molle, inerme, quasi nascostosi tra le gambe. «Ma che cazz’…» rise, stringendolo debolmente. «Non ce la fai proprio, eh? Nemmeno ‘nu po’ d’orgoglio ti è rimast’…»
Carlo arrossì, umiliato. «Io… io…» balbettò, ma non trovò le parole.
Luisa rise, e anche Vittorio si unì, guardando il cazzo di Carlo che non mostrava alcun segno di vita. «Dai, Carlo, prova…» disse Luisa, strofinandoglielo con la mano bagnata della sborra di Vittorio. «Voglio che mi pulisca con ‘sto cazzetto… Voglio sentirti dentro di me mentre sono ancora piena di lui…»
Carlo provò a spingersi dentro Luisa, ma il suo cazzo era troppo molle, troppo umiliato. Ogni tentativo era vano, e Luisa e Vittorio ridevano sempre più forte. «Non ce la fa, ‘o cornut’…» disse Vittorio, accarezzandosi il cazzo già di nuovo duro. «È troppo umiliato… Troppo piccolo… Troppo debole… ‘A troi’ sua non lo vuole neanche…»
Luisa rise, baciando Vittorio. «Allora sarà meglio che mi scopi di nuovo tu, Vittò… ‘O cornut’ può guardare…»
Vittorio non se lo fece ripetere due volte. Spinse Carlo via con un calcio, come si scaccia un cane fastidioso. «Vai, cornut’… Stai a guardà… Impara come si scopa ‘na troi’…» Si sdraiò sul divano, portando Luisa sopra di sé. «Sali, troi’… Voglio che ‘o cornut’ guard’ mentre te riempio di nuovo…»
Carlo rimase in ginocchio, il cazzo ancora molle, a guardare mentre Vittorio scopava sua moglie con una violenza che la faceva gemere di piacere. Ogni spinta era una conferma della sua inferiorità, ogni gemito di Luisa una pugnalata al suo orgoglio. «Sì, Vittò… così… scopami… sono la tua troia…» ansimava Luisa, mentre Vittorio la martellava senza pietà.
Quando Vittorio venne di nuovo, questa volta sulla faccia di Luisa, Carlo non poté fare altro che guardare, il cazzo completamente spento, mentre la sua moglie si leccava le labbra, godendosi ogni goccia. «Bravo, cagn’…» disse Vittorio, dandogli una pacca sulla testa come si fa con un cane ubbidiente. «‘A prossim’ volt’ te faccio leccà ‘o cul’ a ‘a troi’ tua mentre la scopo… Così impari a stare al tuo posto…»
Carlo annuì, il cuore pesante, ma il cazzo ancora molle. Sapeva che sarebbe tornato. Sapeva che non avrebbe mai detto di no. Perché, in fondo, era esattamente quello che meritava: essere il cane di sua moglie, il cornuto di Vittorio, l’oggetto del loro divertimento. E non c’era nulla che potesse fare per cambiare le cose. «Sì, Vittò… Tornerò…» mormorò, con la voce rotta dall’umiliazione.
Vittorio rise, tirando su i pantaloni. «E port’ ‘na bottigli’ d’whisky… Che ‘o cornut’ deve imparà a servì…» Uscì dalla porta, lasciando Carlo in ginocchio, umiliato, e Luisa sdraiata sul divano, ancora tremante di piacere. «Bravo, Carlo… Sei stato un bravo cornuto…» gli disse Luisa, accarezzandogli la testa. «La prossima volta, magari, ti faccio anche leccare le scarpe a Vittorio…»
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Carlo due giorni dopo entrò in casa con un sorriso da idiota, una bottiglia di Dom Pérignon in una mano, un vassoio di ostriche e caviale nell’altra. "Stasera sarà perfetta", pensava, ignaro di ciò che lo aspettava. Aprì la porta del salotto e si bloccò.
Luisa era in ginocchio sul divano, il culo all’aria, con un uomo massiccio che lui non aveva mai visto che la scopava da dietro con violenza nel culo. Le mani dell’uomo, grandi e callose, le stringevano i fianchi, il suo cazzo enorme che spariva dentro di lei a ogni spinta. Davanti a Luisa, un altro uomo, altrettanto muscoloso, le teneva la testa per i capelli mentre lei gli succhiava il cazzo con dedizione.
Carlo lasciò cadere il vassoio e la bottiglia sul tavolo, gli occhi sbarrati. Non conosceva quell’uomo. Non era Vittorio. Era un altro, un altro malvivente, un altro che si godeva sua moglie.
L’uomo dietro Luisa si fermò, girandosi verso Carlo con un’espressione furiosa. «Che cazzo…!» ringhiò, con un accento che sembrò un pugno nello stomaco. «Chi cazzo sei tu?!» Estrasse il suo cazzo da Luisa, ancora duro e lucido, e si avvicinò a Carlo, minaccioso.
Luisa si staccò dal cazzo dell’altro uomo, la bocca lucida di saliva. «Carlo… che cazzo ci fai qui? Non ti aspettavamo…» disse, con un sorrisetto beffardo.
L’uomo massiccio afferrò Carlo per la maglietta e lo tirò verso di sé. «Ah, ‘o cornut’…» disse, con un accento campano che sembrò un pugno nello stomaco. «Mo’ te faccio vedere io come si tratta ‘nu cornut’ che rompe ‘e palle…» Lo spinse contro il muro, il suo cazzo ancora duro che gli sbatteva contro la gamba di Carlo.
Carlo cercò di parlare, ma le parole non gli uscirono.
L’uomo massiccio rise, crudele. «Luisa, chi è ‘sto stronz’?!»
Luisa si alzò, nuda, e si avvicinò a Carlo. «È mio marito… Ma non preoccuparti, non è un problema…» disse, accarezzando il petto dell’uomo.
Gennaro — era quello il suo nome — rise, afferrando Carlo per i capelli. «‘O marit’… Mo’ capisco… ‘O cornut’…che mi disse Vittorio» Gli strappò le chiavi di casa dal portachiavi. «‘A casa ora è mia, cornut’… ‘A troi’ mia ci sta… e tu non sei benvenuto…» Gli lanciò le chiavi addosso. «Tieni… Prendile e vattene…!»
Carlo cercò di dire qualcosa, ma Gennaro gli diede uno schiaffo così forte che lo fece barcollare. «Vattene, stronz’…!» urlò, dandogli un calcio nel culo. «Se torn’ senza ‘o permesso mio, te faccio ‘nu buco ‘n facci’… Capito?!»
Carlo indietreggiò, ma non riuscì a staccare gli occhi da Luisa, che si era rimessa in ginocchio, pronta a riprendere da dove aveva interrotto. L’altro uomo, Marco, le afferrò la testa e le spinse il cazzo in bocca. «Dai, troia, continua…» disse, mentre Luisa ricominciava a succhiare con dedizione.
Vittorio si posizionò di nuovo dietro Luisa, afferrandole i fianchi. «Mo’ te faccio vedere, cornut’… Mo’ te faccio vedere come si scopa ‘na troi’…» disse, guardando Carlo dritto negli occhi. «Guard’ bene…» E ricominciò a scoparla con violenza, le palle che sbattevano contro il suo culo a ogni affondo.
Carlo rimase paralizzato, gli occhi fissi su Gennaro che scopava sua moglie, il suono umido della carne che si scontrava, i gemiti di Luisa che riempivano la stanza. Poi, con un gemito, Gennaro si tirò fuori e le venne in faccia, la sborra calda che le colava sulla guancia e sul mento.
Luisa rise, leccandosi le labbra. «Bravo,… Mi hai riempito bene…» disse, mentre Marco le afferrò i capelli e le spinse di nuovo sul suo cazzo.
Vittorio si avvicinò a Carlo, il cazzo ancora duro, e gli diede un altro schiaffo. «Hai visto, cornut’? ‘A troi’ tua sa come si fa a divertì… Mo’ vattene… e non farti vedere…» Lo spinse verso la porta e gli diede un calcio nel culo che lo fece finire nel corridoio.
Carlo si alzò in fretta, raccattò le chiavi da terra e uscì, la porta che gli sbatté alle spalle. Rimasto solo nel corridoio, con le chiavi in mano e il cuore a pezzi, capì che la sua vita era cambiata per sempre.
Dentro, sentì Gennaro che rideva. «Mo’ poss’ mangià ‘e ostriche e ‘o caviale ‘n pace… ‘O cornut’ s’ha levat’ ‘e palle…» e Luisa che rise, mentre Marco le diceva: «Dai, troia, torniamo a divertirci…»
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