Luca mi chiava mentre Marco mi sborra addosso. Il profumo di Berlino

di
genere
confessioni

Siamo arrivati a Berlino in quattro: io, Luca e due amici.
Avevamo preso una stanza da otto in un ostello a Friedrichshain,
ma per fortuna eravamo gli unici a occuparla.
La stanza era spartana, con letti a castello e l’odore tipico
di zaino e detersivo industriale.

Luca era lo stesso delle storie precedenti,
quello che anni prima mi aveva insegnato quanto colassi
quando mi parlavano sporco e quando lo facevo io.
Con lui non c’erano più filtri. Sapevo già che durante
quel viaggio mi sarei fatta scopare da lui,
e probabilmente non solo da lui.

Dopo il viaggio ci siamo fatti la doccia a turno.
L’acqua calda toglieva la stanchezza del treno e del sonno
spezzato. Poi ci siamo vestiti per uscire quasi subito.
Io, quando sono a Berlino, non ho limiti. Quella sera
mi ero messa solo un body nero aderente che mi segnava
tutto il corpo, calze a rete sotto, scarpe col tacco alto
e i capelli legati in una coda alta e tirata.

Vestita da vera troia techno: magra, esposta, consapevole
di quello che stavo offrendo. Mi guardai allo specchio
dell’ostello e sorrisi.

Ero pronta.

Il locale si chiamava Salon zur wilden Renate,
conosciuto da tutti semplicemente come Renate.
Si trova a Friedrichshain, in un vecchio palazzo
di appartamenti non ristrutturato vicino alla Spree.
Dall’esterno sembra un condominio qualunque, grigio, anonimo,
con le finestre che non lasciano immaginare niente.
Dentro invece è un labirinto. Corridoi stretti e un po’ storti,
stanze su più piani, ognuna arredata in modo diverso
e deliberatamente folle: lampade da salotto di nonna,
divanetti consumati, specchi storti, installazioni strane,
angoli bui e improvvisi dancefloor che si aprono senza preavviso.

C’è chi balla techno dura in una sala, house più caldo in un’altra,
disco o roba più strana ancora in un’altra.
L’atmosfera è quella di una casa party completamente fuori
controllo mescolata a un club vero: gente libera,
vestita in modo creativo, provocante o quasi nuda,
aria densa di sudore, fumo leggero e libertà assoluta.

Non è scuro e serio come il Berghain.

È più giocoso, più sporco in senso buono, più intimo
e imprevedibile. Ti perdi nei corridoi e ritrovi te stesso
in un angolo dove qualcuno sta già facendo cose che in qualsiasi
altra città sarebbero impossibili.
In una delle salette più piccole, semi-buia e arredata
in modo quasi domestico, abbiamo trovato due poltroncine
consumate e, proprio in mezzo alla stanza, un confessionale
di quelli da chiesa, di legno scuro, con le tendine rosse.

L’allestimento era chiaramente provocatorio, una di quelle trovate
tipiche della Renate. Io, un po’ ingenua o forse solo curiosa,
ho chiesto a Luca come mai ci fosse un confessionale
in una discoteca. Lui ha sorriso, mi ha guardato
con quegli occhi che già conoscevo e ha detto a voce bassa,
vicino al mio orecchio:
«Quella è una specie di prive. Vedi, a parte se hai voglia
di farti una chiavata e non hai voglia di farlo davanti a tutti.
Se vuoi, più tardi lo proviamo.»

Non avevo dubbi che mi sarei fatta Luca durante quel viaggio.
Anche se speravo di prendermi anche qualche cazzo nuovo,
lui mi ha sempre fatto impazzire. Me lo sarei chiavato volentieri,
e probabilmente più di una volta.
Abbiamo continuato a girare per le sale, ballato, bevuto.

Il clima era caldo, i corpi si sfioravano continuamente.

La musica entrava nelle ossa. Mentre eravamo al bancone a ordinare,
Luca e Marco mi stavano entrambi addosso. Uno mi aveva preso
una chiappa, l’altro l’altra. Mi allargavano il culo con le mani,
in mezzo alla ressa, dove nessuno riusciva a vedere bene
cosa stesse succedendo. Le loro dita premevano, sollevavano
appena il body, sfioravano il bordo delle calze a rete.
Quando mi sono girata verso Luca per chiedergli che cazzo
stesse facendo, lui mi ha messo la lingua in bocca davanti
al barista. Un bacio lungo, umido, senza nessun ritegno.

Dopo pochi secondi mi sono staccata, mi sono girata dall’altra
parte e Marco ha fatto lo stesso. Al bancone, mentre ordinavamo
i Jägermeister, mi stavo facendo palpare e slinguare da tutti
e due. Quello era solo l’inizio, e lo sapevamo tutti e tre.

Ci siamo fatti un paio di shot, abbiamo ballato ancora un’ora
buona. Eravamo sudati, ma il sudore sapeva di pulito
e di Hermès. Eravamo belli, carichi e un po’ brilli.
A un certo punto Luca mi ha preso per mano e mi ha tirato
verso il confessionale senza dire niente.
Io a mia volta ho allungato la mano e ho tirato anche Marco.

Dentro non c’era spazio per tre persone.

Marco è rimasto sulla soglia, con la testa e le spalle
dentro a guardare, mentre io e Luca entravamo del tutto.
Ero già in braccio a Luca. Le mie gambe gli si erano avvolte intorno alla vita e abbiamo iniziato a baciarci subito,
lingue profonde, saliva che già colava.
Lui mi palpavava il culo scoperto dal body, stringeva,
apriva le chiappe. Poi si è aggrappato alle calze a rete
e ha iniziato a tirare. Le ho sentite cedere e strapparsi
proprio all’altezza della figa. Quel maiale mi stava aprendo
a forza di strappi.

Una volta strappate le calze e spostato il body di lato,
mi ha appoggiato il dito medio esattamente sul buchetto della figa.

Ero già bagnata, calda, aperta. Continuava a limonarmi mentre
con l’altra mano si slacciava i jeans e tirava fuori il cazzo.
L’ho sentito puntarmi la cappella contro, calda e dura.
Marco, dalla soglia, mi palpava le tette attraverso il body
e guardava tutto senza dire una parola.

Dopo pochi secondi Luca mi è entrato fino ai coglioni
con una spinta sola. Ho sentito le palle che mi sbattevano
contro e mi è uscito un gemito lungo, che per fortuna la musica
copriva. Marco si è slacciato a sua volta, ha tirato fuori
il cazzo e me l’ha avvicinato al viso.

Io, ancora in braccio a Luca che mi stantuffava
con colpi profondi e regolari, gli ho preso il cazzo in mano
e ho iniziato a segarlo. Dopo qualche colpo mi sono piegata
di lato quanto potevo e ho cominciato a succhiargli la cappella.
Era corto ma largo come una lattina; la cappella faticava
a starmi in bocca e mi costringeva ad aprire le labbra
fino al limite.

Ero in balìa di due cazzi: uno che mi pompava la figa
fino in fondo e uno che mi riempiva la bocca.
Luca ha aggiunto due dita sul clitoride mentre continuava
a scoparmi. Il ritmo era perfetto e sporco. Sono venuta di brutto,
come una zoccola, stringendomi intorno a lui a ondate,
il corpo che tremava, la bocca ancora piena del cazzo di Marco.

Mi sono staccata solo il tempo di riprendere fiato e di gemere,
poi ho ricominciato a segarlo e a succhiarlo con più fame.
Poco dopo Marco ha iniziato a schizzare.
I fiotti mi sono arrivati addosso, caldi e densi, sul collo,
sul body, sul mento. Luca, vedendomi coperta di sborra,
non ha retto più. Ha accelerato in modo quasi violento
e ha iniziato a scaricarmi dentro la figa. Sentivo i getti
che mi riempivano, uno dopo l’altro, mentre le contrazioni
del mio orgasmo non erano ancora finite. Mi sono sentita piena,
usata, esattamente come volevo essere in quel momento,
dentro un confessionale di una discoteca a Berlino.

Quando abbiamo finito ci siamo fermati qualche secondo,
ancora uniti, ansimanti. Poi mi sono ricomposta alla meglio.
Ho sistemato il body, che avrebbe dovuto contenere la sborra
di Luca, e sapevo già che di lì a poco avrei iniziato a colarla mentre ballavo. L’odore di Hermès e di sborra mi restava addosso,
mescolato al sudore.

Siamo tornati in pista come se niente fosse successo.
Ho sentito ancora delle mani su di me più tardi quella notte.

Ma quella è un’altra storia.

scritto il
2026-08-30
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