Mi sditalino mentre mi ficca la lingua in gola
di
Monica92
genere
feticismo
Eravamo seduti uno di fronte all’altra
a un tavolone quadrato piuttosto grande,
di quelli che di solito tengono le persone a distanza.
Invece noi, senza nemmeno accorgercene, ci eravamo ritrovati
a metà strada. I corpi piegati in avanti, i gomiti sul legno,
i visi così vicini che sentivo il suo respiro mescolarsi al mio.
Non ci stavamo baciando. Non ancora.
Parlavamo a un millimetro di distanza,
le labbra che quasi si sfioravano a ogni parola,
e l’alcol ci aveva già sciolto entrambi.
Io mi ero fatta due bicchieri di prosecco,
lui era un po’ sbronzo, e tra di noi c’era quell’aria carica
che sai già dove sta andando a finire.
Poi abbiamo smesso di parlare.
Abbiamo aperto tutti e due la bocca nello stesso momento,
come se ci fossimo messi d’accordo senza dirlo.
Non c’è stato il solito bacio.
Non ci siamo cercati le labbra.
Abbiamo iniziato direttamente a leccarci le lingue.
Bocche spalancate, lingue che si spingevano
l’una contro l’altra, che si avvolgevano, che si succhiavano.
Era un gesto puro da maiali.
Ogni volta che la sua lingua mi entrava in bocca
sentivo un brivido scendermi dritto tra le gambe.
La figa ha iniziato a bagnarsi quasi subito, un calore umido
che si spargeva sulle mutandine mentre continuavamo
a darci quelle leccate oscene, lente e profonde.
Nessuno mi aveva mai baciata così.
Non era un bacio: era una slinguata vera, volgare,
senza nessuna grazia. La saliva cominciava a colare,
ci bagnava il mento, e non ce ne fregava niente.
Continuavamo.
Io gli buttavo la lingua dentro quanto potevo,
lui faceva lo stesso, e ogni tanto i nostri denti si sfioravano.
Ero già fradicia. Sentivo le mutande appiccicarsi alla figa
e il clitoride che pulsava solo per il fatto di avere
quella lingua che mi scopava la bocca.
La cosa è andata avanti a lungo.
Eravamo completamente presi. Mezzi in piedi,
il busto proteso sul tavolo, le mani che ogni tanto
si cercavano senza riuscire a staccarsi da quel contatto
umido e intellettualmente sporco.
A un certo punto, mentre continuavamo a leccarci come due animali,
ho sentito il suo braccio muoversi sotto il tavolo.
Non ho capito subito. Poi lui, tra una leccata e l’altra,
mi ha detto a voce bassissima, con il fiato caldo
contro la mia bocca: «Mi sto segando.»
L’ho sentito.
Sotto il legno del tavolo stava tirando fuori il cazzo
e se lo stava strofinando. Continuava a leccarmi la lingua
e contemporaneamente si sparava una sega.
Quella confessione mi ha fatta colare ancora di più.
Gli ho risposto solo con un gemito soffocato contro la sua bocca,
e lui ha aggiunto: «Fatti un ditalino anche tu.»
Non me lo sono fatto ripetere.
Ho infilato una mano sotto il tavolo, ho scostato le mutande
e ho iniziato a toccarmi. Due dita sul clitoride all’inizio,
poi una che scivolava più in basso e entrava.
Ero già così bagnata che non c’è stata quasi resistenza.
Sopra il tavolo continuavamo a slinguarci come due laidi,
bocche spalancate, saliva che quasi arrivava a macchiare il legno.
Sotto invece c’era quell’altra danza: lui che si segava
con la mano che andava su e giù, io che mi sditalinavo
senza più nessun ritegno.
Eravamo diventati due maiali completi.
Solo lingue, saliva, e il movimento delle mani nascoste.
Ogni volta che la sua lingua mi spingeva più a fondo
io acceleravo le dita. Ogni volta che sentivo il ritmo
della sua sega cambiare, stringevo di più il clitoride.
La figa mi faceva un rumore umido a ogni movimento,
e io speravo solo di non squirtami addosso.
Siamo andati avanti così per quello che è sembrato
un tempo infinito. Una danza erotica e oscena, metà sopra
e metà sotto il tavolo. Lui ogni tanto si staccava
dalla mia bocca solo per dirmi quanto era duro,
quanto gli piaceva vedermi con gli occhi chiusi mentre mi toccavo.
Io rispondevo con gemiti e con la lingua che tornava a cercarlo.
Poi ha iniziato a cambiare voce.
«Sborro… cazzo… sborro…»
Lo diceva contro la mia bocca, tra una leccata e l’altra,
e ogni volta che pronunciava quella parola mi partiva
una scarica più forte.
Ha aumentato la dose di lingua, mi spingeva dentro
con più forza, saliva che colava davvero sul tavolo.
Io non ci capivo più niente. Mi sgrillettavo sempre più forte,
le dita che entravano e uscivano, il pollice che strofinava
il clitoride con rabbia.
Quando mi ha detto che stava per venire, sono scoppiata.
L’orgasmo mi ha attraversata tutta mentre lui continuava
a leccarmi la bocca e a segarsi sotto il tavolo.
Sono venuta di brutto, le cosce che si stringevano intorno
alla mia mano, la figa che colava, e la sua lingua
che non mi dava tregua. Nello stesso momento ho capito
che anche lui stava scaricando.
Lo sentivo dal modo in cui ansimava contro di me,
dai movimenti a scatti della sua mano.
Si stava svuotando i coglioni per terra, sotto il tavolo,
mentre io venivo con le dita ancora dentro e la bocca
spalancata sulla sua.
Quando tutto si è calmato siamo rimasti qualche secondo così,
fronti appoggiate, respiri corti, lingue che ogni tanto
si sfioravano ancora. Sotto il tavolo c’era il casino
che si era fatto. Sopra, solo noi due, ancora mezzi piegati,
con la saliva che si asciugava e la consapevolezza
di essere stati due veri maiali.
Ieri sera mi sono fatta una serata da puttana.
Una di quelle che non mi erano mai capitati.
E mentre tornavo a casa, con le mutande ancora umide
e il sapore della sua lingua che mi restava in bocca,
sapevo già che ci avrei ripensato a lungo.
a un tavolone quadrato piuttosto grande,
di quelli che di solito tengono le persone a distanza.
Invece noi, senza nemmeno accorgercene, ci eravamo ritrovati
a metà strada. I corpi piegati in avanti, i gomiti sul legno,
i visi così vicini che sentivo il suo respiro mescolarsi al mio.
Non ci stavamo baciando. Non ancora.
Parlavamo a un millimetro di distanza,
le labbra che quasi si sfioravano a ogni parola,
e l’alcol ci aveva già sciolto entrambi.
Io mi ero fatta due bicchieri di prosecco,
lui era un po’ sbronzo, e tra di noi c’era quell’aria carica
che sai già dove sta andando a finire.
Poi abbiamo smesso di parlare.
Abbiamo aperto tutti e due la bocca nello stesso momento,
come se ci fossimo messi d’accordo senza dirlo.
Non c’è stato il solito bacio.
Non ci siamo cercati le labbra.
Abbiamo iniziato direttamente a leccarci le lingue.
Bocche spalancate, lingue che si spingevano
l’una contro l’altra, che si avvolgevano, che si succhiavano.
Era un gesto puro da maiali.
Ogni volta che la sua lingua mi entrava in bocca
sentivo un brivido scendermi dritto tra le gambe.
La figa ha iniziato a bagnarsi quasi subito, un calore umido
che si spargeva sulle mutandine mentre continuavamo
a darci quelle leccate oscene, lente e profonde.
Nessuno mi aveva mai baciata così.
Non era un bacio: era una slinguata vera, volgare,
senza nessuna grazia. La saliva cominciava a colare,
ci bagnava il mento, e non ce ne fregava niente.
Continuavamo.
Io gli buttavo la lingua dentro quanto potevo,
lui faceva lo stesso, e ogni tanto i nostri denti si sfioravano.
Ero già fradicia. Sentivo le mutande appiccicarsi alla figa
e il clitoride che pulsava solo per il fatto di avere
quella lingua che mi scopava la bocca.
La cosa è andata avanti a lungo.
Eravamo completamente presi. Mezzi in piedi,
il busto proteso sul tavolo, le mani che ogni tanto
si cercavano senza riuscire a staccarsi da quel contatto
umido e intellettualmente sporco.
A un certo punto, mentre continuavamo a leccarci come due animali,
ho sentito il suo braccio muoversi sotto il tavolo.
Non ho capito subito. Poi lui, tra una leccata e l’altra,
mi ha detto a voce bassissima, con il fiato caldo
contro la mia bocca: «Mi sto segando.»
L’ho sentito.
Sotto il legno del tavolo stava tirando fuori il cazzo
e se lo stava strofinando. Continuava a leccarmi la lingua
e contemporaneamente si sparava una sega.
Quella confessione mi ha fatta colare ancora di più.
Gli ho risposto solo con un gemito soffocato contro la sua bocca,
e lui ha aggiunto: «Fatti un ditalino anche tu.»
Non me lo sono fatto ripetere.
Ho infilato una mano sotto il tavolo, ho scostato le mutande
e ho iniziato a toccarmi. Due dita sul clitoride all’inizio,
poi una che scivolava più in basso e entrava.
Ero già così bagnata che non c’è stata quasi resistenza.
Sopra il tavolo continuavamo a slinguarci come due laidi,
bocche spalancate, saliva che quasi arrivava a macchiare il legno.
Sotto invece c’era quell’altra danza: lui che si segava
con la mano che andava su e giù, io che mi sditalinavo
senza più nessun ritegno.
Eravamo diventati due maiali completi.
Solo lingue, saliva, e il movimento delle mani nascoste.
Ogni volta che la sua lingua mi spingeva più a fondo
io acceleravo le dita. Ogni volta che sentivo il ritmo
della sua sega cambiare, stringevo di più il clitoride.
La figa mi faceva un rumore umido a ogni movimento,
e io speravo solo di non squirtami addosso.
Siamo andati avanti così per quello che è sembrato
un tempo infinito. Una danza erotica e oscena, metà sopra
e metà sotto il tavolo. Lui ogni tanto si staccava
dalla mia bocca solo per dirmi quanto era duro,
quanto gli piaceva vedermi con gli occhi chiusi mentre mi toccavo.
Io rispondevo con gemiti e con la lingua che tornava a cercarlo.
Poi ha iniziato a cambiare voce.
«Sborro… cazzo… sborro…»
Lo diceva contro la mia bocca, tra una leccata e l’altra,
e ogni volta che pronunciava quella parola mi partiva
una scarica più forte.
Ha aumentato la dose di lingua, mi spingeva dentro
con più forza, saliva che colava davvero sul tavolo.
Io non ci capivo più niente. Mi sgrillettavo sempre più forte,
le dita che entravano e uscivano, il pollice che strofinava
il clitoride con rabbia.
Quando mi ha detto che stava per venire, sono scoppiata.
L’orgasmo mi ha attraversata tutta mentre lui continuava
a leccarmi la bocca e a segarsi sotto il tavolo.
Sono venuta di brutto, le cosce che si stringevano intorno
alla mia mano, la figa che colava, e la sua lingua
che non mi dava tregua. Nello stesso momento ho capito
che anche lui stava scaricando.
Lo sentivo dal modo in cui ansimava contro di me,
dai movimenti a scatti della sua mano.
Si stava svuotando i coglioni per terra, sotto il tavolo,
mentre io venivo con le dita ancora dentro e la bocca
spalancata sulla sua.
Quando tutto si è calmato siamo rimasti qualche secondo così,
fronti appoggiate, respiri corti, lingue che ogni tanto
si sfioravano ancora. Sotto il tavolo c’era il casino
che si era fatto. Sopra, solo noi due, ancora mezzi piegati,
con la saliva che si asciugava e la consapevolezza
di essere stati due veri maiali.
Ieri sera mi sono fatta una serata da puttana.
Una di quelle che non mi erano mai capitati.
E mentre tornavo a casa, con le mutande ancora umide
e il sapore della sua lingua che mi restava in bocca,
sapevo già che ci avrei ripensato a lungo.
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