Ludovica e Ginevra

di
genere
dominazione

Il volto della ragazza era radioso e lucido di sudore, una maschera di cera, di lussuria e sofferenza, di sfinimento e gioia, gli occhi socchiusi brillavano umidi sotto le palpebre e le lunghe ciglia curate, il trucco scolorito ne oscurava le orbite, le guance erano rosse, il mento pallido, le labbra sottili spalancate ,tra i denti bianchi e perfetti, in degradante pretesa, la lingua protesa attendeva che anche l’ultimo dei tre ragazzi, versasse su di essa il suo seme rovente.
La metropolitana di Milano aveva l'odore stantio del ferro, di mozziconi gettati sui binari e di sogni andati a male. Le luci al neon della banchina oscillavano, proiettando ombre lunghe sui volti di Ludovica e Ginevra. Erano cresciute respirando la stessa aria dei quartieri alti, protette da cognomi importanti e conti in banca capaci di comprare qualunque cosa. Dalle elementari alle prime folli serate nei club di corso Como, erano state due metà della stessa mela.
Ludovica stringeva i libri di architettura al petto. Aveva i capelli neri raccolti in una coda ordinata e lo sguardo, dietro gli occhiali dalla montatura sottile, due bellissimi occhi verdi, già proiettato verso quei parchi metropolitani che sognava di progettare per restituire ossigeno al cemento. Indossava leggings stretti sui fianchi, le cui cuciture esaltavano le forme modellate da anni di danza classica, delineato in un culo, dalle natiche separate, piccolo alto e sodo. Sopra vestiva un dolcevita color panna leggermente oversize, capace di nascondere un seno piccolo ma ben tornito. Ai piedi , comodi stivaletti in camoscio. Quell'outfit pratico, pensato per la vita frenetica fatta di scadenze e appuntamenti, le dava un'aria quasi dimessa. Eppure, sotto la maschera pubblica di quei vestiti di tutti i giorni, Ludovica nascondeva un segreto fatto per seguire il ritmo del desiderio, un manifesto della sua vera natura. Un completo intimo in pizzo floreale di rosso acceso, pochi centimetri quadri di stoffa che nascondevano poco e mostravano tutto, compreso la sua essenza vitale, il suo modo di amare ,di smettere di essere donna , quando si confrontava con un amante, e diventare una più carnale e primitiva, caldissima, femmina. Un reggiseno a triangolo senza ferretto, audace nei suoi pannelli rimovibili e con un nastro di raso , come il collare di una cagna in calore, le avvolgeva il collo, coordinato a un mini perizoma con giarrettiere che lasciava scoperta la pelle nuda e il pube rasato di fresco ancora umido e arrossato dal rasoio. Un invito silenzioso per chiunque fosse stato ammesso al suo gioco.
Ginevra, dal canto suo, un pò più in carne dell’amica, non offriva alcun mistero, una finta Bionda cenere, capelli corti racchiusi in un caschetto asimmetrico, aveva decorato la pelle del suo corpo con un infinità di tatuaggi, alcuni dai toni, per stile e contenuto, molto volgari, come la donna, stile pin-up anni 50, tatuata sul polpaccio destro, che con aria provocatoria, stava accucciata intenta a urinare. Non era stile, ne un semplice affronto agli altri, era una punizione. Tatuarsi significava soffrire per distruggere l'eredità dorata imposta dalla famiglia, che sentiva come una gabbia. Per lei tutto era esposto, mostrato, esagerato in maniera sfacciata. Sembrava appena uscita da una discoteca. Sotto la pelliccia ecologica nera lasciata aperta, indossava un miniabito rosso in ecopelle, pizzi e veli trasparenti, pensato per non lasciare nulla all'immaginazione, sotto il quale non portava biancheria intima.
I suoi seni prosperosi, opera di un chirurgo plastico, premevano dietro il sottile strato del tessuto prepotenti. L’orlo del vestito era cosi corto che quando risaliva, mostrava parte della sua fica sempre un pò umida e disponibile.
Avanzava ,in uno stato non del tutto lucido, ignorando gli sguardi di chi la incontrava, un pò insicura sui tacchi vertiginosi dei suoi stivali neri e calze autoreggenti smagliate, tenendosi a stento al corrimano. Il trucco era sbavato sotto gli occhi, le labbra piene, lucide di un gloss rosso passione, che non riusciva a nascondere l'amarezza che si portava appresso. Per lei la vita si era fermata a sedici anni, al giorno in cui aveva mollato il liceo artistico per lasciarsi inghiottire da un loop infinito di aperitivi, shopping compulsivo, il sesso con estranei, alcol, sostanze chimiche usate per cercare riempire quel vuoto che la opprimeva.
Solo la presenza di Ludovica, compagna di mille avventure e azzardi, qualcuno con cui condividere le proprie colpe, era riuscita a rendere meno oscura la sua solitudine. Poi, però, Ludovica era andata avanti. Era cresciuta, aveva fatto scelte diverse e più responsabili; parlava di progetti e di impegno per un futuro, futuro che semplicemente non esisteva nella vita di Ginevra. Lei era troppo presa a consumare il presente, se stessa, a sballarsi e a collezionare errori di cui si sarebbe pentita la mattina dopo, per poi, come una falena attirata dalla luce di una fiamma viva, tornare a ripetere tutto la sera stessa.
L'arrivo di Federico nella vita di Ludovica era stato il colpo di grazia. Un bravo ragazzo, concreto, figlio di un industriale, con un futuro già scritto. Da quel momento, Ginevra si era sentita scivolare sullo sfondo, invisibile.
«Dai, Ludovica, vieni con me stasera. Andiamo al Plastìc, c'è la serata di quel DJ che ti piace», biascicò Ginevra, stringendole il braccio con le unghie finissime, ricostruite quella mattina stessa, dall’ano dilatato, tra le natiche ancora arrossate, colava abbondante il seme di un tizio di colore, a cui si era concessa nel bagno della stazione prima di incontrare l’amica.
Ludovica si liberò dalla presa con delicatezza, nei suoi occhi c'era compatimento e una stanchezza che feriva più di un insulto. «No, Ludo. Domani ho l'esonero di urbanistica. E poi stasera c'è la cena con i genitori di Federico, è il compleanno di sua nonna».
Quel nome, fu un tuono a cielo sereno, bastò a far scattare qualcosa in Ludovica, una frustrazione e una rabbia che aveva represso per troppo tempo. Il treno arrivò con un boato, e le porte si aprirono sputando aria tiepida. Salirono entrambe, ma la distanza tra loro era ormai incolmabile. Il vagone era stracolmo come sempre a quell’ora, faticarono a trovare spazio , stipate tra estranei, stanchi e affannati.
«Ti senti superiore, vero?» sibilò Ginevra, con la voce che rimbombava tra la folla, contro le pareti di metallo. «Pensi di essere cambiata? Di essere diversa solo perché ti compri i vestiti da suorina? Quando invece sei una troia come me! Usi solo specchietti diversi per allodole diverse!». Borbottò, ignorando l’uomo di mezza età, dall’aspetto latino dietro di lei che, approfittando della sua distrazione, teneva lo smartphone tra le sue cosce divaricate per tenere l’equilibrio, prendendosi un souvenir di ciò che lei offriva sotto il vestito.
"Carajo!" sussurrò l’uomo quando dal video , scoprì che la fica di Ginevra era nuda, sotto l’orlo del miniabito e umida per giunta.
“Ti prego vale abbassa la voce!” la supplicò Ludovica mentre nella ressa ,inutilmente, cercava di spostarsi dal ragazzotto che ,attirato dalla forma del suo culo, si era avvicinato e aveva cominciato a palparglielo.
“ fai la santarellina quando io lo so meglio di te cosa ti piace!” le disse Ginevra, posando una mano tra le cosce e pappando il sesso paffuto dell’amica attraverso il tessuto elastico dei leggins.
“Smettila, giuro che quando fai cosi, non ti capisco” le disse Ludovica , presa tra due fuochi, cercando di spostare la mano, ma l’amica non sembrava intenzionata a mollare la presa, ne il ragazzo intenzionato a smorzare il tono del suo approccio.
“ lo smetto se ammetti di essere una troia!” le disse infilando una mano nei pantaloni di lei e prendendo a manipolare la fica sotto gli slip ormai umidi.
Ginevra sapeva come accendere l’amica, c’erano state molte occasioni, in cui, un po ' per scherzo, un po' perché perse nell’oblio dell’alcol, di qualche sostanza , della sfida, e dalla curiosità, si erano lasciate andare a pratiche saffiche.
Capitava spesso, sopratutto in pubblico, sui divanetti dei prive dei locali che avevano frequentato assieme nelle loro serate folli fatte di eccessi e giochi pericolosi, cosi tante volte da diventare due autentiche celebrità della confusa e selvaggia vita notturna milanese.
Ora era un vagone affollato della linea rossa il loro palcoscenico.
“Smettila!” la supplicò Ludovica, notando che ormai in pochi attorno a loro, non si erano accorti di quello che stava avvenendo, incapace di sottrarsi a quel tormento improvviso, il suo viso si avvampò di vergogna ed eccitazione.
“la smetto se dici, sono una troia!” le disse lei muovendo frenetica la mano tra le cosce dell’amica.
Un paio di passeggeri si voltarono a fissarle. Ludovica arrossì ancora, ma non abbassò lo sguardo. Sentiva il peso di quell'invidia tossica che l'amica covava da mesi, un veleno che trasformava ogni successo in un'accusa personale, eppure un innato bisogno di esibizionismo, non la lasciava sottrarre a quel gioco.
“Prossima fermata Duomo” ,fu la voce elettronica che usciva dall'altoparlante a ridestare il suo pudore.
«… smettila... mi stai facendo del male», disse Ludovica, mantenendo la voce bassa, mentre un dito dell’amica aveva ,una volta trovato spazio, cominciato a muoversi dentro di lei, mentre l’altro ,diventava sempre più audace, prepotente e le strofinava il pene eretto tra le natiche.
“smettila!” ripetè ferma, trovando questa volta la forza di liberarsi e allontanarsi, proprio nel momento in cui il ragazzo stava eiaculando , privato del suo bersaglio, lo sperma del ragazzo piroettò nel vuoto fino a trovare le calze scure sulle cosce di Ginevra che, pur notandolo ,rimase indifferente.
«Non siamo più ragazzine. Io vado all’università. È ora di crescere, di capire cosa vuoi fare di te stessa».
Quelle parole colpirono Ginevra allo stomaco, precise e dolorose come se l'amica gliele avesse incise a fuoco vivo sulla pelle. Si guardò riflessa nel finestrino scuro del vagone in corsa: sotto la giacca firmata, i tacchi alti e il vestito provocante, non c'era rimasto nulla.
La metropolitana rallentò bruscamente, fino a fermarsi. Ludovica le lanciò uno sguardo veloce, un addio silenzioso, e scese sul marciapiede. Ginevra rimase a bordo. le porte si chiudevano separandole definitivamente.
Mentre due uomini, tra la folla che la circondava e teneva in ostaggio, si erano avvicinati a lei e avevano preso a sollevarle l’orlo del vestito e le palpavano i seni, guardò la sua amica camminare sicura verso l'uscita, lasciandola sola a viaggiare sottoterra, nel buio ostaggio della sua natura.
scritto il
2026-09-29
12
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Dammi una mano!

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.