Giulia e Nael - Domenica di fine estate (13)
di
OpenMinded35
genere
etero
L’estate in cui ci siamo incontrati stava finendo come finiscono le cose che ti hanno cambiato la vita: senza un confine netto, solo con la luce che si accorcia e la scuola che ricomincia. Era da qualche settimana che ero tornata in classe. Ultimo anno del classico. Maturità. I libri sul tavolo, i programmi, i nomi dei professori. E lui.
Nael, in settimana, dormiva spesso a casa sua. Nel weekend restava da me. Francesca e Marco non si intromettevano più. La casa, che un tempo era il regno di mia madre, adesso taceva quando lui era nel mio letto.
Avevo parlato di Nael con alcune amiche, le più intime. Ma solo con Adele, la mia migliore amica, avevo raccontato tutto. Ogni cosa. Anche le più spinte. Anche come si era spezzato l’ordine di casa. Adele sapeva tutto e non aveva giudicato. Ci sosteneva. Avere qualcuno che sapeva e restava era, per me, un’altra forma di amore.
Era domenica mattina. Nael aveva dormito da me. Il sabato sera l’avevamo passato fuori, eravamo tornati un po’ bevuti, ci eravamo baciati sulle scale e poi ci eravamo presi due volte, lenti la prima, affamati la seconda. Adesso lui dormiva profondamente, nudo, nel mio letto. Il nostro letto. Io ero distesa nuda accanto a lui e lo guardavo come si guarda una cosa che non si vuole perdere.
La pelle scura, liscia, calda di sonno. Mentre dormiva spariva lo sguardo duro, sprezzante, da ragazzo che deve farsi rispettare. Restava un viso sereno, quasi indifeso, e quello mi spezzava. I capelli neri e ricci sparsi sul cuscino, le sopracciglia, i lineamenti esotici, le labbra carnose che amavo baciare anche così, senza che lui lo sapesse. Il pizzetto e i baffetti ancora quasi da adolescente. Il corpo non da palestra, ma tonico, nervoso, vero. I capezzoli neri. La striscia sottile di peli che dall’ombelico scendeva al pube, cortissimi, ricci. L’addome piatto. Le gambe snelle. Quei piedi scuri, ossuti, taglia 42, che tante volte gli avevo leccato perché lui amava vedermi adorarlo — e perché io, adorandolo, mi sentivo sua e insieme a casa.
E quel cazzo.
Circonciso, il glande sempre scoperto, scuro, spesso, lungo anche da flaccido. Glielo avevo misurato: da molle faceva sedici centimetri. Duro andava oltre i ventidue, diciotto di circonferenza, dritto, durissimo, senza deviazioni. Mi aveva detto che era così dritto perché a casa sua ai maschi era negato l’uso delle mutande. Non sapevo se fosse vero, se avesse senso. Sapevo solo che con quello mi aveva resa femmina. Mi aveva domata. Mi aveva dato una ragione per svegliarmi e sorridere. Mi ero innamorata. E ormai anche lui, lo vedevo nel sonno, era innamorato di me.
Ascoltavo il suo respiro. Gli sentivo il profumo: pelle, notte, noi.
Mi mossi piano. Scesi dal letto senza allontanarmi. Avvicinai il viso ai suoi piedi. L’afrore era lieve, caldo, di sonno. Cominciai a leccare. Lingua sull’arco, tra le dita, sul tallone. Il sapore era salato, terroso, un po’ amaro. Lo facevo con un amore che non chiedeva di essere visto. Poi divenni più audace, più umida, più precisa. Guardavo il suo viso.
Non era solo un vezzo sporco. Era già la grammatica del nostro rapporto. Io iniziavo in ginocchio, anche quando lui dormiva. Lui non doveva chiedere. Io gli portavo la sottomissione come si porta un caffè. E in quella offerta c’era, paradossalmente, la mia forza: sceglievo io di chinarmi.
Nael si ridestò. Aprì gli occhi e mi trovò laggiù. Sorrise, ancora nel torpore.
«Buongiorno.»
«Buongiorno» risposi contro la sua pianta.
Si stiracchiò, si mise a pancia in su, le mani dietro la nuca. Non staccò gli occhi da me.
«Sei unica. Ti sottometti anche quando dormo. Sei fantastica.»
Mi accarezzò il viso con il piede già umido di saliva mentre io leccavo l’altro. Il cazzo gli diventò durissimo in pochi secondi. Lo accarezzò piano, guardandomi da dietro quell’erezione.
«Vuoi che ti pisci in bocca?»
Scossi la testa, con tre dita sue in bocca.
«Vuoi che ti caghi in bocca, allora?»
Feci una smorfia divertita, come se ci pensassi. Poi scossi di nuovo.
Sorrise.
«Ho capito. Scommetto che vuoi essere inculata.»
Annuii, succhiando la saliva che colava tra le sue dita.
Quel sì valeva più di una dichiarazione. Nel nostro letto il culo non era un optional. Era il luogo del potere. La fica poteva ancora somigliare all’amore che si racconta. Il culo no. Il culo era consegna.
«Vieni qui.»
Mi tirò su e mi baciò. Un bacio lento, profondo, ancora pieno di sonno e di fame. Poi mi guardò.
«Ti amo. Profondamente. Lo sai, vero?»
«Si, lo so. Anche io ti amo.»
Nael mi tenne il viso tra le mani. I palmi erano caldi, un po’ umidi di sonno. Il bacio ci aveva lasciato le labbra lucide, il respiro corto. Il suo cazzo, durissimo, mi premeva contro il ventre: pelle calda, glande liscio e già umido, un battito lento contro la mia pancia. Tra noi saliva l’odore della stanza chiusa — lenzuola, sudore leggero della notte, la sua pelle scura, un po’ di sesso di ieri sera ancora attaccato al letto.
Mi guardò da vicino.
«Perché ti piace tanto farti inculare? Ti piace di più quando ti scopo dietro rispetto a quando ti scopo la fica.»
Ci misi un attimo. Sentivo il sapore della sua bocca, il fiato caldo sul mio viso, l’odore del suo collo, un po’ acre, un po’ dolce, da ragazzo appena sveglio. Le sue dita mi sfioravano la mascella. Il mio seno gli toccava il petto, i capezzoli già turgidi contro la sua pelle.
«La fica mi piace» dissi. «Davvero. La sento calda, morbida, si bagna subito, le labbra si aprono, godo, tu sai quanto vengo. Ma è un piacere più largo, più diffuso, come calore che si spande. Nel culo è un’altra cosa. Lì sento la penetrazione molto di più. La tua punta quando spinge e lo sfintere non vuole cedere. Quel primo bruciore, netto, come un anello di carne che si allarga troppo. Poi lo spessore che entra, centimetro dopo centimetro, e io lo sento tutto: la pelle calda, le vene in rilievo, quanto sei dritto, quanto sei grosso. Non è un’impressione. È una pressione vera, in profondità, che mi toglie il fiato e me lo restituisce a pezzi. Ti sento anche nell’odore. Quando mi inculi ti avvicini di più, il tuo sudore mi arriva addosso, l’odore del tuo pube, della tua pelle, del mio culo che si apre. È più animale già dal naso.»
Nael non parlava. Il pollice mi passava sulla guancia, ruvido e lento. Il cazzo mi batteva piano contro la pancia, lasciandomi una scia calda, umida. Io sentivo le mie cosce appiccicose, l’aria della stanza ferma, il suo respiro che odorava di sonno e di me.
«Mi eccita il dolore» continuai, più bassa. «Non un dolore da fuga. Quello che resta mentre mi scopi. Lo sfintere che pulsa intorno a te, caldo e stretto, che brucia e nello stesso tempo si aggrappa. Quella sensazione di essere troppo piena, di non avere più spazio, e di volerne ancora. La pelle delle tue anche che mi sbatte contro le natiche. Le tue palle, calde, pesanti, che mi toccano a ogni spinta. E mi eccita il tuo controllo. Sei tu che decidi quanto a fondo, quanto forte, quanto resto aperta. Io lo sento nelle tue mani sui fianchi, nel modo in cui mi tiri verso di te, nel modo in cui le dita mi affondano nella carne e non chiedono se resisto.»
Il suo respiro si era fatto più pesante. Gli odoravo il petto, il sottoascella lieve, il caldo del corpo nudo. Tra le gambe ero già fradicia solo a dirlo: umida, aperta, con quel pizzico acre della mia eccitazione che si mescolava al suo odore.
«E mi piace come diventi quando mi inculi. Più animale. Meno parole, più corpo. Il respiro ti cambia, diventa più grosso, più vicino al mio orecchio. Le spinte diventano più secche. Ti sento più duro, più presente, come se il mio culo ti togliesse il resto del mondo. Quando mi prendi lì smetti di essere solo il ragazzo che amo e diventi anche la bestia che mi usa. Sento il tuo sudore scenderti sulla pancia e arrivarmi addosso. Sento le tue palle battermi, il tuo uccello che non aspetta, l’odore forte, maschile, un po’ di sudore e di cazzo. Quella cosa, insieme — il dolore, il controllo, la tua animalità, anche l’odore — è ciò che voglio.»
Nael mi accarezzò i capelli.
«Anche a me piace incularti. Perché sei strettissima. Perché ti vedo cambiare faccia. Perché so che lì mi stai dando tutto. E perché quel culo, quando si apre sul mio cazzo, è la prova che sei mia in un modo che nessun altro avrà mai.»
Per lui il sesso anale era possesso visibile. Doveva sentire lo sfintere che resisteva e poi si arrendeva. In quella resa lui ritrovava una potenza che fuori nessuno gli riconosceva. Io, in quella stessa resa, ritrovavo una libertà che la perfezione di Francesca mi aveva negato.
Mi mise a pancia in giù. Mi sollevò il bacino. Mi aprì le natiche e avvicinò la faccia. Sentii il respiro caldo sul buco, poi la lingua. Prima intorno, lenta, larga. Poi la punta che premeva, che entrava, che girava. Un brivido mi salì lungo la schiena. Ogni leccata mi apriva. L’odore era il mio, un po’ di sonno, un po’ di ieri notte. Non pulito da bidet.
«Il tuo culo non è mai pulito» mormorò, affettuoso e un po’ cattivo. «Sempre un po’ sporco. E a me piace lo stesso. Anzi. Mi piace proprio per questo.»
Tornò a leccare, più fondo, più umido, più lurido. Io mi toccavo già, il clitoride gonfio, e gemetti nel cuscino.
Poi sputò, si alzò sulle ginocchia dietro di me e mi penetrò così, a pecora, le mani strette sui fianchi. Il glande premette. Lo sfintere bruciò, si tese, cedette. I primi centimetri furono un allargarsi netto. Poi il tronco, spesso, dritto, entrò. Ventidue centimetri non restano all’ingresso: attraversano lo sfintere, percorrono l’ampolla, premono dove il retto si curva. Li sentivo tutti. Lo sfintere pulsava intorno ai diciotto centimetri di circonferenza. In fondo era una pressione sorda, piena, che mi toglieva il fiato. Nael spinse piano, poi più a fondo, le natiche sode contro le mie. Per lui doveva essere una morsa calda per tutta la lunghezza. Io venivo già dal clitoride, piccola, corta. Lui non si fermò.
«Cazzo, come sei stretta…»
Restò dentro e mi fece voltare. Uscì solo il tempo di girarmi sulla schiena, mi afferrò le caviglie, me le issò sulle spalle e rientrò ancora più a fondo, quasi verticale. In un attimo non vedevo più solo il cuscino: vedevo la sua faccia, il sudore, gli occhi neri, il ventre che batteva contro di me. Ogni stoccata mi arrivava più in là di prima. Lo sfintere, già aperto, bruciava di piacere. In profondità sentivo un peso che mi faceva piegare la schiena. Mi masturbavo guardandolo. Il secondo orgasmo arrivò più lungo, più interno: un’onda che partiva dal punto in cui lui premeva e si allargava fino alle cosce. Non potevo nascondermi. Lui vedeva la figlia modello con le gambe aperte e il culo pieno. Io vedevo il maranza che mi amava e mi sfondava.
Quando le gambe mi tremarono, lui uscì quel tanto che bastava per tirarmi su. Mi fece mettere a cavalcioni, di spalle, e io scesi da sola sul suo cazzo, centimetro dopo centimetro, sotto il mio peso. Quando toccai le palle emisi un suono rotto. Cominciai a salire e scendere. Tecnicamente mi muovevo io, ma lui mi teneva i fianchi e ogni tanto mi tirava giù di colpo, fino in fondo, facendomi vedere le stelle. Il seno oscillava. Il culo gli si apriva e si chiudeva sotto gli occhi.
«Muoviti. Prendilo tutto. Sei una meraviglia.»
Scendevo più forte. Lo sfintere ormai era una bocca calda intorno a lui. In profondità il cazzo batteva e restava. Venni di nuovo, contraendomi a scosse, e lui gemette sentendomi spremerlo.
Non mi lasciò riprendere fiato. Mi afferrò la vita, mi stese su un fianco senza sfilarsi del tutto, si incastrò dietro di me, mi alzò una gamba e riprese a spingere più lento, più possente, attaccato alla mia schiena. Una mano sul seno, una sul clitoride. Mi scopava con stoccate lunghe, quasi tenere, e proprio per questo più sporche. Gli sentivo il respiro nel collo, il profumo, il cuore. Ogni centimetro mi riempiva in silenzio. Gli sussurrai che lo amavo mentre mi apriva. L’orgasmo anale, stavolta, fu una cosa lenta: non uno scatto, una marea. Il culo si chiudeva a ondate intorno al suo uccello. Essere inculata così, pelle contro pelle, era più pericoloso della violenza: lui era ancora dentro al posto proibito.
Poi mi tirò su di peso, ancora dentro di me, mi piegò in avanti sul comodino e mi prese i capelli. Il cambio fu secco, quasi una strappata. Da quella tenerezza di fianco passammo all’in piedi, io piegata, lui dietro, corto, bestiale, il letto che batteva sul muro. Dopo tutte le andature più lente quella violenza mi fece urlare. Lo sfintere, già slabbrato di piacere, prendeva colpi secchi. In profondità non c’era più distinzione tra male e godimento. Nael ansimava contro la mia schiena, le natiche contratte, il cazzo che andava e veniva lucido, sporco, enorme. Lui in piedi, io piegata. I capelli in pugno. Il culo offerto. Non c’era più dialogo, solo ritmo. E io, in quel ritmo, venivo perché il potere era chiaro.
Uscì.
Il cazzo era striato, acre, sporco di me. Succedeva spesso: andava troppo in fondo, e il mio culo non era mai completamente vuoto. Mi voltai e gli andai incontro con la bocca, senza nessuna esitazione. Lo presi. Il sapore era il suo e il mio insieme. Lo pulii con la lingua, scendendo sulla lunghezza, le labbra chiuse intorno allo spessore.
Se ti ho dato il culo, ti do anche il dopo. Ripulirlo era non fermarmi a metà. Era dire che niente di quello che usciva da me, dopo di lui, mi faceva paura. Per Nael quella scena era il sigillo: non solo mi aveva aperta, mi aveva anche rimessa in ginocchio a riconoscere ciò che il suo cazzo aveva fatto.
«Così… brava.»
Venne. Una sborrata enorme, calda, densa, a fiotti. Mi riempì la bocca. Il sapore era salato, forte, un po’ amaro. Lo tenni, lo assaporai, lo ingoiai a ondate. Intanto mi masturbavo oscenamente e venni di nuovo mentre deglutivo il suo sperma, le gambe aperte, gli occhi alzati verso di lui.
Ci sdraiammo sudati, abbracciati, ansimanti. Il letto odorava di noi.
«Sei semplicemente fantastica» disse.
Lo accarezzai sul petto. In quel silenzio il potere si ammorbidiva. Restava il corpo, il respiro, il fatto che lui mi tenesse stretta come se anche lui avesse bisogno.
Poi gli confessai un’altra voglia.
«Ripenso spesso a quella volta che ti ho inculato con il dildo di mia madre. A come ti è piaciuto. E ripenso a quei video, a quelle foto sulla chiavetta. Lei che fa pegging a un ragazzo. Credo che mi piacerebbe provare. Con te. Se un giorno ti va. Sai, come mi dicevi anche tu, provare il mio lato dominante e vedere che succede.»
Nael restò turbato. Lo vidi negli occhi. Non era solo pudore. Era la gerarchia che vacillava.
«Devo pensarci.»
Lo baciai piano.
«È solo una fantasia. Se non te la senti non è un problema. Non cambia niente.»
Mi strinse. Fuori era domenica. La scuola era un pensiero che mi avrebbe toccata il giorno dopo. Lui era ancora nudo nel mio letto, e per quella mattina ci bastava restare così: sudati, innamorati, e ancora capaci di dirci anche le voglie che facevano paura.
Nael, in settimana, dormiva spesso a casa sua. Nel weekend restava da me. Francesca e Marco non si intromettevano più. La casa, che un tempo era il regno di mia madre, adesso taceva quando lui era nel mio letto.
Avevo parlato di Nael con alcune amiche, le più intime. Ma solo con Adele, la mia migliore amica, avevo raccontato tutto. Ogni cosa. Anche le più spinte. Anche come si era spezzato l’ordine di casa. Adele sapeva tutto e non aveva giudicato. Ci sosteneva. Avere qualcuno che sapeva e restava era, per me, un’altra forma di amore.
Era domenica mattina. Nael aveva dormito da me. Il sabato sera l’avevamo passato fuori, eravamo tornati un po’ bevuti, ci eravamo baciati sulle scale e poi ci eravamo presi due volte, lenti la prima, affamati la seconda. Adesso lui dormiva profondamente, nudo, nel mio letto. Il nostro letto. Io ero distesa nuda accanto a lui e lo guardavo come si guarda una cosa che non si vuole perdere.
La pelle scura, liscia, calda di sonno. Mentre dormiva spariva lo sguardo duro, sprezzante, da ragazzo che deve farsi rispettare. Restava un viso sereno, quasi indifeso, e quello mi spezzava. I capelli neri e ricci sparsi sul cuscino, le sopracciglia, i lineamenti esotici, le labbra carnose che amavo baciare anche così, senza che lui lo sapesse. Il pizzetto e i baffetti ancora quasi da adolescente. Il corpo non da palestra, ma tonico, nervoso, vero. I capezzoli neri. La striscia sottile di peli che dall’ombelico scendeva al pube, cortissimi, ricci. L’addome piatto. Le gambe snelle. Quei piedi scuri, ossuti, taglia 42, che tante volte gli avevo leccato perché lui amava vedermi adorarlo — e perché io, adorandolo, mi sentivo sua e insieme a casa.
E quel cazzo.
Circonciso, il glande sempre scoperto, scuro, spesso, lungo anche da flaccido. Glielo avevo misurato: da molle faceva sedici centimetri. Duro andava oltre i ventidue, diciotto di circonferenza, dritto, durissimo, senza deviazioni. Mi aveva detto che era così dritto perché a casa sua ai maschi era negato l’uso delle mutande. Non sapevo se fosse vero, se avesse senso. Sapevo solo che con quello mi aveva resa femmina. Mi aveva domata. Mi aveva dato una ragione per svegliarmi e sorridere. Mi ero innamorata. E ormai anche lui, lo vedevo nel sonno, era innamorato di me.
Ascoltavo il suo respiro. Gli sentivo il profumo: pelle, notte, noi.
Mi mossi piano. Scesi dal letto senza allontanarmi. Avvicinai il viso ai suoi piedi. L’afrore era lieve, caldo, di sonno. Cominciai a leccare. Lingua sull’arco, tra le dita, sul tallone. Il sapore era salato, terroso, un po’ amaro. Lo facevo con un amore che non chiedeva di essere visto. Poi divenni più audace, più umida, più precisa. Guardavo il suo viso.
Non era solo un vezzo sporco. Era già la grammatica del nostro rapporto. Io iniziavo in ginocchio, anche quando lui dormiva. Lui non doveva chiedere. Io gli portavo la sottomissione come si porta un caffè. E in quella offerta c’era, paradossalmente, la mia forza: sceglievo io di chinarmi.
Nael si ridestò. Aprì gli occhi e mi trovò laggiù. Sorrise, ancora nel torpore.
«Buongiorno.»
«Buongiorno» risposi contro la sua pianta.
Si stiracchiò, si mise a pancia in su, le mani dietro la nuca. Non staccò gli occhi da me.
«Sei unica. Ti sottometti anche quando dormo. Sei fantastica.»
Mi accarezzò il viso con il piede già umido di saliva mentre io leccavo l’altro. Il cazzo gli diventò durissimo in pochi secondi. Lo accarezzò piano, guardandomi da dietro quell’erezione.
«Vuoi che ti pisci in bocca?»
Scossi la testa, con tre dita sue in bocca.
«Vuoi che ti caghi in bocca, allora?»
Feci una smorfia divertita, come se ci pensassi. Poi scossi di nuovo.
Sorrise.
«Ho capito. Scommetto che vuoi essere inculata.»
Annuii, succhiando la saliva che colava tra le sue dita.
Quel sì valeva più di una dichiarazione. Nel nostro letto il culo non era un optional. Era il luogo del potere. La fica poteva ancora somigliare all’amore che si racconta. Il culo no. Il culo era consegna.
«Vieni qui.»
Mi tirò su e mi baciò. Un bacio lento, profondo, ancora pieno di sonno e di fame. Poi mi guardò.
«Ti amo. Profondamente. Lo sai, vero?»
«Si, lo so. Anche io ti amo.»
Nael mi tenne il viso tra le mani. I palmi erano caldi, un po’ umidi di sonno. Il bacio ci aveva lasciato le labbra lucide, il respiro corto. Il suo cazzo, durissimo, mi premeva contro il ventre: pelle calda, glande liscio e già umido, un battito lento contro la mia pancia. Tra noi saliva l’odore della stanza chiusa — lenzuola, sudore leggero della notte, la sua pelle scura, un po’ di sesso di ieri sera ancora attaccato al letto.
Mi guardò da vicino.
«Perché ti piace tanto farti inculare? Ti piace di più quando ti scopo dietro rispetto a quando ti scopo la fica.»
Ci misi un attimo. Sentivo il sapore della sua bocca, il fiato caldo sul mio viso, l’odore del suo collo, un po’ acre, un po’ dolce, da ragazzo appena sveglio. Le sue dita mi sfioravano la mascella. Il mio seno gli toccava il petto, i capezzoli già turgidi contro la sua pelle.
«La fica mi piace» dissi. «Davvero. La sento calda, morbida, si bagna subito, le labbra si aprono, godo, tu sai quanto vengo. Ma è un piacere più largo, più diffuso, come calore che si spande. Nel culo è un’altra cosa. Lì sento la penetrazione molto di più. La tua punta quando spinge e lo sfintere non vuole cedere. Quel primo bruciore, netto, come un anello di carne che si allarga troppo. Poi lo spessore che entra, centimetro dopo centimetro, e io lo sento tutto: la pelle calda, le vene in rilievo, quanto sei dritto, quanto sei grosso. Non è un’impressione. È una pressione vera, in profondità, che mi toglie il fiato e me lo restituisce a pezzi. Ti sento anche nell’odore. Quando mi inculi ti avvicini di più, il tuo sudore mi arriva addosso, l’odore del tuo pube, della tua pelle, del mio culo che si apre. È più animale già dal naso.»
Nael non parlava. Il pollice mi passava sulla guancia, ruvido e lento. Il cazzo mi batteva piano contro la pancia, lasciandomi una scia calda, umida. Io sentivo le mie cosce appiccicose, l’aria della stanza ferma, il suo respiro che odorava di sonno e di me.
«Mi eccita il dolore» continuai, più bassa. «Non un dolore da fuga. Quello che resta mentre mi scopi. Lo sfintere che pulsa intorno a te, caldo e stretto, che brucia e nello stesso tempo si aggrappa. Quella sensazione di essere troppo piena, di non avere più spazio, e di volerne ancora. La pelle delle tue anche che mi sbatte contro le natiche. Le tue palle, calde, pesanti, che mi toccano a ogni spinta. E mi eccita il tuo controllo. Sei tu che decidi quanto a fondo, quanto forte, quanto resto aperta. Io lo sento nelle tue mani sui fianchi, nel modo in cui mi tiri verso di te, nel modo in cui le dita mi affondano nella carne e non chiedono se resisto.»
Il suo respiro si era fatto più pesante. Gli odoravo il petto, il sottoascella lieve, il caldo del corpo nudo. Tra le gambe ero già fradicia solo a dirlo: umida, aperta, con quel pizzico acre della mia eccitazione che si mescolava al suo odore.
«E mi piace come diventi quando mi inculi. Più animale. Meno parole, più corpo. Il respiro ti cambia, diventa più grosso, più vicino al mio orecchio. Le spinte diventano più secche. Ti sento più duro, più presente, come se il mio culo ti togliesse il resto del mondo. Quando mi prendi lì smetti di essere solo il ragazzo che amo e diventi anche la bestia che mi usa. Sento il tuo sudore scenderti sulla pancia e arrivarmi addosso. Sento le tue palle battermi, il tuo uccello che non aspetta, l’odore forte, maschile, un po’ di sudore e di cazzo. Quella cosa, insieme — il dolore, il controllo, la tua animalità, anche l’odore — è ciò che voglio.»
Nael mi accarezzò i capelli.
«Anche a me piace incularti. Perché sei strettissima. Perché ti vedo cambiare faccia. Perché so che lì mi stai dando tutto. E perché quel culo, quando si apre sul mio cazzo, è la prova che sei mia in un modo che nessun altro avrà mai.»
Per lui il sesso anale era possesso visibile. Doveva sentire lo sfintere che resisteva e poi si arrendeva. In quella resa lui ritrovava una potenza che fuori nessuno gli riconosceva. Io, in quella stessa resa, ritrovavo una libertà che la perfezione di Francesca mi aveva negato.
Mi mise a pancia in giù. Mi sollevò il bacino. Mi aprì le natiche e avvicinò la faccia. Sentii il respiro caldo sul buco, poi la lingua. Prima intorno, lenta, larga. Poi la punta che premeva, che entrava, che girava. Un brivido mi salì lungo la schiena. Ogni leccata mi apriva. L’odore era il mio, un po’ di sonno, un po’ di ieri notte. Non pulito da bidet.
«Il tuo culo non è mai pulito» mormorò, affettuoso e un po’ cattivo. «Sempre un po’ sporco. E a me piace lo stesso. Anzi. Mi piace proprio per questo.»
Tornò a leccare, più fondo, più umido, più lurido. Io mi toccavo già, il clitoride gonfio, e gemetti nel cuscino.
Poi sputò, si alzò sulle ginocchia dietro di me e mi penetrò così, a pecora, le mani strette sui fianchi. Il glande premette. Lo sfintere bruciò, si tese, cedette. I primi centimetri furono un allargarsi netto. Poi il tronco, spesso, dritto, entrò. Ventidue centimetri non restano all’ingresso: attraversano lo sfintere, percorrono l’ampolla, premono dove il retto si curva. Li sentivo tutti. Lo sfintere pulsava intorno ai diciotto centimetri di circonferenza. In fondo era una pressione sorda, piena, che mi toglieva il fiato. Nael spinse piano, poi più a fondo, le natiche sode contro le mie. Per lui doveva essere una morsa calda per tutta la lunghezza. Io venivo già dal clitoride, piccola, corta. Lui non si fermò.
«Cazzo, come sei stretta…»
Restò dentro e mi fece voltare. Uscì solo il tempo di girarmi sulla schiena, mi afferrò le caviglie, me le issò sulle spalle e rientrò ancora più a fondo, quasi verticale. In un attimo non vedevo più solo il cuscino: vedevo la sua faccia, il sudore, gli occhi neri, il ventre che batteva contro di me. Ogni stoccata mi arrivava più in là di prima. Lo sfintere, già aperto, bruciava di piacere. In profondità sentivo un peso che mi faceva piegare la schiena. Mi masturbavo guardandolo. Il secondo orgasmo arrivò più lungo, più interno: un’onda che partiva dal punto in cui lui premeva e si allargava fino alle cosce. Non potevo nascondermi. Lui vedeva la figlia modello con le gambe aperte e il culo pieno. Io vedevo il maranza che mi amava e mi sfondava.
Quando le gambe mi tremarono, lui uscì quel tanto che bastava per tirarmi su. Mi fece mettere a cavalcioni, di spalle, e io scesi da sola sul suo cazzo, centimetro dopo centimetro, sotto il mio peso. Quando toccai le palle emisi un suono rotto. Cominciai a salire e scendere. Tecnicamente mi muovevo io, ma lui mi teneva i fianchi e ogni tanto mi tirava giù di colpo, fino in fondo, facendomi vedere le stelle. Il seno oscillava. Il culo gli si apriva e si chiudeva sotto gli occhi.
«Muoviti. Prendilo tutto. Sei una meraviglia.»
Scendevo più forte. Lo sfintere ormai era una bocca calda intorno a lui. In profondità il cazzo batteva e restava. Venni di nuovo, contraendomi a scosse, e lui gemette sentendomi spremerlo.
Non mi lasciò riprendere fiato. Mi afferrò la vita, mi stese su un fianco senza sfilarsi del tutto, si incastrò dietro di me, mi alzò una gamba e riprese a spingere più lento, più possente, attaccato alla mia schiena. Una mano sul seno, una sul clitoride. Mi scopava con stoccate lunghe, quasi tenere, e proprio per questo più sporche. Gli sentivo il respiro nel collo, il profumo, il cuore. Ogni centimetro mi riempiva in silenzio. Gli sussurrai che lo amavo mentre mi apriva. L’orgasmo anale, stavolta, fu una cosa lenta: non uno scatto, una marea. Il culo si chiudeva a ondate intorno al suo uccello. Essere inculata così, pelle contro pelle, era più pericoloso della violenza: lui era ancora dentro al posto proibito.
Poi mi tirò su di peso, ancora dentro di me, mi piegò in avanti sul comodino e mi prese i capelli. Il cambio fu secco, quasi una strappata. Da quella tenerezza di fianco passammo all’in piedi, io piegata, lui dietro, corto, bestiale, il letto che batteva sul muro. Dopo tutte le andature più lente quella violenza mi fece urlare. Lo sfintere, già slabbrato di piacere, prendeva colpi secchi. In profondità non c’era più distinzione tra male e godimento. Nael ansimava contro la mia schiena, le natiche contratte, il cazzo che andava e veniva lucido, sporco, enorme. Lui in piedi, io piegata. I capelli in pugno. Il culo offerto. Non c’era più dialogo, solo ritmo. E io, in quel ritmo, venivo perché il potere era chiaro.
Uscì.
Il cazzo era striato, acre, sporco di me. Succedeva spesso: andava troppo in fondo, e il mio culo non era mai completamente vuoto. Mi voltai e gli andai incontro con la bocca, senza nessuna esitazione. Lo presi. Il sapore era il suo e il mio insieme. Lo pulii con la lingua, scendendo sulla lunghezza, le labbra chiuse intorno allo spessore.
Se ti ho dato il culo, ti do anche il dopo. Ripulirlo era non fermarmi a metà. Era dire che niente di quello che usciva da me, dopo di lui, mi faceva paura. Per Nael quella scena era il sigillo: non solo mi aveva aperta, mi aveva anche rimessa in ginocchio a riconoscere ciò che il suo cazzo aveva fatto.
«Così… brava.»
Venne. Una sborrata enorme, calda, densa, a fiotti. Mi riempì la bocca. Il sapore era salato, forte, un po’ amaro. Lo tenni, lo assaporai, lo ingoiai a ondate. Intanto mi masturbavo oscenamente e venni di nuovo mentre deglutivo il suo sperma, le gambe aperte, gli occhi alzati verso di lui.
Ci sdraiammo sudati, abbracciati, ansimanti. Il letto odorava di noi.
«Sei semplicemente fantastica» disse.
Lo accarezzai sul petto. In quel silenzio il potere si ammorbidiva. Restava il corpo, il respiro, il fatto che lui mi tenesse stretta come se anche lui avesse bisogno.
Poi gli confessai un’altra voglia.
«Ripenso spesso a quella volta che ti ho inculato con il dildo di mia madre. A come ti è piaciuto. E ripenso a quei video, a quelle foto sulla chiavetta. Lei che fa pegging a un ragazzo. Credo che mi piacerebbe provare. Con te. Se un giorno ti va. Sai, come mi dicevi anche tu, provare il mio lato dominante e vedere che succede.»
Nael restò turbato. Lo vidi negli occhi. Non era solo pudore. Era la gerarchia che vacillava.
«Devo pensarci.»
Lo baciai piano.
«È solo una fantasia. Se non te la senti non è un problema. Non cambia niente.»
Mi strinse. Fuori era domenica. La scuola era un pensiero che mi avrebbe toccata il giorno dopo. Lui era ancora nudo nel mio letto, e per quella mattina ci bastava restare così: sudati, innamorati, e ancora capaci di dirci anche le voglie che facevano paura.
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