Chi resta | Capitolo 1 | Ada

di
genere
sentimentali

Una casa di ringhiera non ha segreti. Ha soltanto rumori, e chi ci vive abbastanza a lungo impara che è la stessa cosa. I ballatoi sono di ferro, e il ferro non sa tacere: ogni passo ci suona sopra come una nota, e ogni piano ha la sua. Il primo è grave, perché il ferro lì è più spesso e sotto c'è il porticato che fa da cassa. Il secondo è pulito, quasi allegro. Il terzo vibra un poco, una vibrazione lunga che finisce nei vasi dei gerani, e il quarto, quello sotto i tetti, cigola come una barca. Io li sento tutti dalla portineria, con la finestra aperta sul cortile e la tenda tirata a metà. Li sento da quarantun anni. Non ho mai avuto bisogno di alzare gli occhi per sapere chi rientra.

La signora Wanda, al primo, sono tre colpi e una pausa: il bastone, il piede buono, il piede che non la regge più, e poi il respiro prima del gradino successivo. Il ragazzo del quarto, Nicolò, sale le scale a due a due come se lo inseguisse qualcuno, e l'ultima rampa la fa di corsa, sempre, anche con lo zaino. Il signor Fabrizio del secondo rientra dopo mezzanotte il martedì e il venerdì, e quelle sere si toglie le scarpe nell'androne: lo so perché i suoi passi spariscono all'improvviso, e un uomo che si toglie le scarpe per salire le scale di casa sua non lo fa per rispetto dei vicini. Non ho mai detto niente a nessuno. Una portinaia che parla è una portinaia che non sente più niente, perché la gente comincia a camminare piano.

Mi chiamo Ada. Ho sessantatré anni, e questa è la storia di una cosa che ho sentito, non di una cosa che ho visto. Ci tengo a dirlo subito.


Al terzo piano, interno quattordici, vivono i Rinaldi. Dico vivono, e dovrei dire si alternano.

Sulla cassetta delle lettere, all'ingresso della scala B, c'è ancora la targhetta che il signor Gianluca aveva scritto con l'etichettatrice il giorno che si erano trasferiti, undici anni fa: G. RINALDI E V. SALA. La "E" in mezzo, due anni fa, qualcuno l'ha coperta con un pezzetto di nastro adesivo. Non so chi dei due. Non l'ho mai chiesto. Il nastro è ingiallito, si è staccato un poco da un angolo, e nessuno l'ha più toccato: né per tirarlo via, né per rifare la targhetta con i due nomi separati, come si farebbe in qualunque condominio dove due persone hanno smesso di essere una cosa sola. È rimasto lì, quel pezzetto di nastro, a coprire una lettera. Ogni mattina, quando smisto la posta, ci passo sopra il pollice senza volerlo.

La signora Valeria era venuta a spiegarmelo lei, un lunedì di due anni fa, con il cappotto ancora addosso e le chiavi in mano, come chi è passata solo per un minuto e poi resta mezz'ora. Mi aveva detto che si separavano. Che i bambini restavano nella casa, perché la casa era loro, dei bambini, e non era giusto che fossero loro a fare le valigie ogni domenica. Che a fare le valigie sarebbero stati i genitori. Una settimana lei, una settimana lui. Il cambio la domenica sera. Lo chiamano il nido, mi aveva spiegato, è una cosa che si fa in America, e io avevo annuito come se in America ci andassi tutti gli anni.

«Esce chi ha finito alle sette» aveva detto. «Entra l'altro alle sette e mezza. Così non ci incrociamo.»

L'aveva detto con la voce di chi ha scritto una regola e la ripete per convincersene. Poi aveva guardato fuori dalla finestra della portineria, verso il fico del cortile, e aveva aggiunto una cosa che non c'entrava niente: «Lei lo sente quando rientra la gente, vero, Ada? Si sente tutto, qui.»

Le avevo detto di sì. Non le avevo detto che era proprio per questo che i segreti, in questa casa, li custodisco io.


Per due anni la regola ha tenuto. Due anni di domeniche, più o meno cento, e io le ho sentite tutte.

Alle sette meno cinque, dal terzo piano, la porta dell'interno quattordici si apriva e si richiudeva piano, con quella cura che si mette a chiudere una porta quando dietro ci sono dei bambini. Poi i passi. Quelli del signor Gianluca li riconoscerei tra mille: lavora alla manutenzione dei treni, fa i turni, porta scarpe da lavoro con la suola spessa anche la domenica, e sale e scende le scale come chi porta su una cosa pesante anche quando ha le mani vuote. Il ferro del terzo vibrava sotto di lui, poi le rampe, poi l'androne, poi il portone. Alle sette in punto, la domenica, il signor Gianluca non c'era più.

Alle sette e mezza arrivava lei. I passi della signora Valeria sono il contrario dei suoi: rapidi, leggeri, con il tacco il lunedì mattina e le scarpe da ginnastica nel fine settimana, e un'abitudine che non ha mai perso, quella di fare l'ultima rampa di corsa, come Nicolò, come una ragazza. Entrava nell'androne con il trolley, lo trascinava per i gradini facendolo sbattere, e io contavo: primo pianerottolo, secondo, terzo. La porta. I bambini che gridavano «mamma!» da dentro, e la porta che si chiudeva su quel grido.

Tra le sette e le sette e mezza, la domenica, sulla scala B non passava nessuno. Mezz'ora esatta di vuoto, ogni settimana, come uno spazio lasciato bianco su un modulo. Io stavo in portineria con la radio spenta e lo sentivo, quel vuoto. Un silenzio fatto apposta ha un suono diverso da un silenzio capitato. Chi ha vissuto con un segreto lo sa.


Quest'anno, a settembre, la signora Valeria è tornata alla finestra della portineria. Era il giorno dopo l'inizio della scuola, un martedì, e aveva ancora in mano il sacchetto della cartoleria con dentro i quaderni con la copertina a righe che si comprano per la prima elementare, anche se la piccola, Bianca, la prima l'ha fatta l'anno scorso.

«A giugno vendiamo, Ada» mi ha detto. «Glielo dico prima che arrivino quelli dell'agenzia, così non si spaventa quando vede i cartelli.»

Le ho chiesto dove sarebbe andata. Me l'ha detto senza abbassare gli occhi: dal signor Guido, quello con la macchina grigia e i capelli bianchi pettinati bene, che negli ultimi mesi l'aspettava qualche volta nel cortile, in piedi accanto al fico, con le mani dietro la schiena come i signori di una volta. Un brav'uomo, si capisce da come aspetta. Il signor Gianluca invece sarebbe andato a stare con la ragazza bionda che viene a prenderlo in motorino. I bambini, una settimana di qua e una di là, come tutti.

«Fine del nido» ha detto, e ha sorriso, e il sorriso le è venuto storto.

Poi è rimasta lì, con il sacchetto dei quaderni in mano. Ha guardato la cassetta delle lettere. Io ho guardato lei che guardava la cassetta delle lettere. Non abbiamo detto niente tutte e due, e dopo un po' lei ha detto: «Be', buona giornata, Ada», e ha fatto le scale. Lentamente. Per la prima volta da quando la conosco, l'ultima rampa non l'ha fatta di corsa.


Quella notte non ho dormito. Non per loro. Per l'interno quattordici.

Perché l'interno quattordici, prima dei Rinaldi, prima dei signori Colombo che c'erano stati dodici anni, prima della vedova Pozzi, nel 1989 era stato suo. E io non ci pensavo da tanto. Una casa di ringhiera cambia inquilini come un albero cambia foglie, e dopo un po' non ti ricordi più di che colore erano quelle di tanti anni fa. Ma quella notte, sdraiata nel letto dove Aldo ha dormito accanto a me trentaquattro anni, con la finestra aperta sul cortile e il fico che faceva il suo rumore di carta, me lo sono ricordata tutto. Tutto in una volta, come quando si apre un armadio che non si apriva da tempo e ti cade addosso una coperta.

Si chiamava Emilio. Veniva da Trieste, aveva ventinove anni, e stava finendo una tesi su qualcosa di molto difficile che non ho mai capito, e per finirla aveva preso in affitto l'interno quattordici per un anno. Io ne avevo ventisei. Ero sposata con Aldo da quattro, ero arrivata in questa casa da ragazza, lui aveva preso il posto di portinaio e io lo aiutavo, e mi sembrava una vita buona. Lo era. Voglio che sia chiaro anche questo: lo era, ed è stata buona fino alla fine. Aldo era un uomo che non alzava mai la voce e che la domenica mi portava le paste senza che glielo chiedessi. Non c'è niente, in questa storia, che sia colpa di Aldo.

Emilio fischiava. È la prima cosa che ho saputo di lui, prima ancora del nome. Saliva le scale fischiando, sempre lo stesso motivo, una canzone vecchia che non ho mai saputo come si chiamasse, e che lui diceva di aver imparato da sua nonna, al mercato del pesce. Fischiava piano, per sé, e il ferro dei ballatoi gliela restituiva, e io in portineria la sentivo salire piano per piano: primo, secondo, terzo. Poi la porta. Poi il silenzio. Dopo due settimane mi accorgevo di aspettarla. Dopo un mese sapevo a che ora sarebbe rientrato solo da come mi batteva il cuore alle sei e mezza di sera.

Scendeva ogni sera per la posta. Non gli arrivava quasi mai niente, e lo sapeva, e scendeva lo stesso. Si appoggiava al davanzale della portineria con i gomiti, e parlavamo. Di niente: del tempo, della nebbia, di Trieste dove il vento si chiama con un nome da persona. Aveva una voce bassa e un modo di ridere che cominciava prima della fine della frase, e quando parlava con me guardava le mie mani sul registro della posta, mai la faccia, come se la faccia fosse una cosa troppo diretta. Io tenevo le mani ferme apposta. Me ne vergognavo, e le tenevo ferme lo stesso.

Non è successo niente per tutto l'inverno e per tutta la primavera. Si può vivere di niente per mesi, se il niente è abbastanza preciso.


Ad agosto Aldo andò giù in Puglia per il matrimonio di suo fratello. Dieci giorni. Io restai, perché qualcuno doveva restare: la casa non si lascia sola, e poi a me le feste di famiglia degli altri mettevano tristezza. Era il 1989, e Milano ad agosto, allora, si svuotava davvero. Nel giro di tre giorni se n'erano andati tutti. La scala B era muta. Il cortile era muto. Il ferro dei ballatoi, sotto il sole, faceva solo quel piccolo schiocco che fa quando si dilata, e per il resto niente, un silenzio così totale che la notte sentivo il rubinetto del lavatoio gocciolare dall'altra parte del cortile.

Era rimasto solo lui. La tesi, diceva. A settembre doveva consegnarla e poi tornava a Trieste, aveva già un posto, una cosa all'università. Me lo aveva detto a luglio, appoggiato al davanzale, e io avevo detto «che bello» con la voce giusta, e lui mi aveva guardato le mani.

Per una settimana, in quella casa vuota, siamo stati in due. Lui al terzo piano e io giù. Lo sentivo muoversi per casa, con le finestre spalancate: la sedia, la macchina da scrivere, il caffè sul fuoco, e ogni tanto il fischio, che nel silenzio di agosto scendeva nel cortile come se me lo mandasse. Una sera, verso le nove, ha smesso di fischiare a metà del motivo. L'ho sentito smettere. È rimasto un buco nella canzone, e io sono rimasta seduta in portineria con il cuore in gola a guardare quel buco, come se fosse una porta lasciata aperta.

Il temporale è arrivato il pomeriggio del quindici.

Avevo steso le lenzuola nel lavatoio del cortile, sulle corde che allora c'erano ancora, e quando il cielo è diventato di quel colore giallo che a Milano precede la grandine sono corsa fuori per tirarle giù. Lui è sceso. Non l'ho sentito scendere, ed è l'unica volta in quarantun anni che mi è successo: non ho sentito i passi di qualcuno. Me lo sono trovato accanto sotto la tettoia del lavatoio, con le braccia già piene di lenzuola bagnate, e la pioggia che veniva giù di traverso, così forte che il cortile era sparito.

Il lavatoio era una stanza di pietra con quattro vasche grandi e il soffitto a volta, e dentro rimbombava tutto. Il temporale sul tetto era un tamburo. Le gocce che cadevano dalle lenzuola nelle vasche facevano un rumore di stanza piena di gente. E i nostri respiri, che avevamo il fiato corto dalla corsa, tornavano indietro dalle pareti più forti di quanto fossero, come se la stanza li ascoltasse e li ripetesse.

Mi ha detto: «Ada.»

Solo il nome. Il lavatoio l'ha ripetuto due volte. Io ho posato le lenzuola nella vasca, piano, per avere qualcosa da fare con le mani, e lui mi ha preso i polsi. Le mani che guardava da un anno. Le ha girate verso l'alto e ci ha guardato dentro, i palmi, come se ci fosse scritto qualcosa, e poi ci ha appoggiato la bocca. Prima una, poi l'altra. Ho sentito il suo respiro nel palmo, caldo, e il lavatoio me l'ha fatto sentire anche nelle orecchie.

Avrei potuto dire di no. Voglio che si sappia che avrei potuto, e che ci ho pensato, tutto il tempo che serve per pensare a una cosa così, che non è molto. Poi ho smesso di pensarci.

L'ho baciato io. Questo non l'ho mai detto a nessuno e lo scrivo adesso: sono stata io. Aveva la bocca bagnata di pioggia e sapeva di caffè e di tabacco, e mi ha tenuta contro il bordo di pietra della vasca con una mano dietro la schiena perché non mi facessi male. Il vestito si era incollato addosso dalla pioggia, e lui me l'ha sfilato dalle spalle piano, con cura, come si sbuccia un frutto che si ha paura di rovinare. Sotto non avevo niente di bello, avevo la biancheria di una portinaia di ventisei anni in agosto, e lui l'ha guardata come se fosse seta.

Mi ha fatto sedere sul bordo della vasca. La pietra era fredda e io ero bollente, e quando mi ha aperto le ginocchia con le mani e si è inginocchiato sul pavimento bagnato ho chiuso gli occhi, e il temporale ha coperto il verso che ho fatto. O forse no. Forse il lavatoio l'ha ripetuto, e l'ha sentito tutto il cortile vuoto, e la città vuota, e io non lo saprò mai. Mi ha presa con la bocca come se avesse aspettato un anno per quella cosa sola, lento, senza fretta, tenendomi i fianchi fermi con le mani, e io tenevo le mie tra i suoi capelli bagnati e non riuscivo a decidere se tirarlo via o tenerlo lì per sempre. Ho tenuto. Quando sono venuta ho morso il dorso della mia mano per non gridare, e non è servito a niente, perché il respiro rimbombava lo stesso, rotto, contro la volta di pietra.

Poi l'ho tirato su. Volevo sentirlo addosso, tutto, il peso. Mi ha presa lì, contro la vasca, in piedi, con le lenzuola bagnate che ci cadevano sui piedi e la pioggia che entrava di traverso dalla porta aperta. Mi teneva una coscia sollevata con il braccio e l'altra mano sulla nuca, e si muoveva dentro di me piano e profondo, e ogni volta che affondava il lavatoio restituiva il suono della pelle, del fiato, di quello che ci dicevamo, che erano parole senza senso, il mio nome, il suo, dei sì. Non avevo mai sentito il rumore che faccio io. Con Aldo, a letto, c'erano le lenzuola, il buio, il cuscino. Lì c'era la pietra, e la pietra mi ha fatto sentire tutta la mia voce.

Quando è finito siamo rimasti fermi, abbracciati, a sentire il temporale che se ne andava. Il tamburo sul tetto è diventato pioggia, la pioggia è diventata gocce, e alla fine è rimasto solo il rubinetto del lavatoio che gocciolava, come tutte le notti. Lui mi ha detto all'orecchio, a voce bassissima perché la stanza non ripetesse: «Vieni con me a Trieste.»

Non ho risposto. Il lavatoio non ha ripetuto niente.


Aldo è tornato il ventiquattro, abbronzato, con una scatola di taralli e le foto del matrimonio. Io gli sono andata incontro nell'androne e l'ho abbracciato, e non era una recita. È questa la cosa che nessuno capisce, di quelle come me: non era una recita. Gli volevo bene. Gli ho voluto bene fino all'ultimo giorno, fino all'ospedale, quattro anni fa, con la mano nella mia. Si può voler bene a un uomo con tutto il corpo e avere lo stesso, in un posto del corpo che lui non ha mai toccato, un lavatoio di pietra dove piove.

Emilio è partito il tre di settembre. Non è sceso a salutare. Ho sentito i suoi passi, quella mattina alle sei, scendere dal terzo piano, e non fischiava. Ho sentito il portone. Poi sono uscita a prendere la posta, e sul davanzale della portineria c'era un foglio piegato in quattro, fermato con il sasso che usavo per le bollette. Diceva:

*Parto il 3. Le chiavi sono nella cassetta. Il rubinetto della cucina perde, non è grave. La pianta sul ballatoio l'ho lasciata a lei, se la vuole. Grazie di tutto. E.*

Nient'altro. Una lista di cose pratiche, come si lascia a chi viene dopo. L'ho letta cento volte cercando la frase nascosta, e non c'era, e poi un giorno ho capito che la frase nascosta era tutto il foglio. Che uno scrive "il rubinetto perde, non è grave" a una donna solo quando non può scriverle nient'altro.

Quel foglio è ancora qui. Nel cassetto della portineria, sotto il registro della posta, sotto trentasette anni di registri. La pianta sul ballatoio era un geranio. È morta l'inverno dopo, e io ne ho comprato un altro, e poi un altro ancora, e i gerani del terzo piano, quelli che adesso bagna il signor Gianluca, vengono tutti da quel vaso. Nessuno lo sa.

Io sono una che resta. L'ho capito quell'agosto, e non l'ho mai rimpianto. O meglio: l'ho rimpianto ogni giorno, e non l'ho mai rimpianto, e le due cose stanno insieme, in me, come i due nomi su una targhetta.


La domenica dopo la visita della signora Valeria mi sono messa in portineria alle sei e mezza, con la radio spenta, e ho aspettato le sette.

Alle sette la porta dell'interno quattordici non si è aperta.

Alle sette e dieci, sì. Piano. I passi del signor Gianluca sul ferro del terzo, e poi, invece della rampa, niente: si era fermato sul ballatoio. Ho sentito il rumore dell'acqua nei vasi, un annaffiatoio. Stava bagnando i gerani. Alle sette e dieci di una domenica, con il trolley accanto alla porta, bagnava i gerani, e ci metteva molto. Poi è sceso. Alle sette e diciotto l'ho visto passare nell'androne. Mi ha salutato con la mano senza fermarsi.

La domenica dopo è uscito alle sette e venti. E lei, per la prima volta in due anni, è arrivata in anticipo: alle sette e venticinque il trolley sbatteva già sul primo gradino. Si erano mancati di cinque minuti. Io ho fatto il conto sulle dita, seduta dietro la tenda, e mi sono vergognata di farlo, e l'ho rifatto.

Chi ha vissuto un'estate come la mia conosce quell'aritmetica. Mezz'ora che diventa venti minuti, che diventa dieci, che diventa cinque. Nessuno dei due, ne sono sicura, lo sapeva dell'altro. Ognuno pensava di essere lui a rubare qualche minuto alla regola, per i gerani, per un ultimo sguardo ai bambini addormentati, per niente. Nessuno dei due sapeva che anche l'altro stava rubando. Solo io lo sapevo, perché io sentivo tutte e due le metà.

Non ho detto niente. Una portinaia che parla non sente più niente.


L'ultima domenica di settembre pioveva. Una pioggia fina, senza temporale, di quelle che non fanno rumore sui tetti ma lo fanno sul ferro, un ticchettio fitto su tutti i ballatoi insieme, come se la casa battesse i denti.

Alle sette la porta non si è aperta. Alle sette e dieci nemmeno. Alle sette e un quarto il portone si è aperto giù, e ho sentito il trolley della signora Valeria nell'androne. Era in anticipo di un quarto d'ora. Ha fatto la prima rampa. Poi ho sentito, al terzo piano, la porta dell'interno quattordici aprirsi. I passi di lui, sul ferro che vibra. I passi di lei, sulla seconda rampa. Io mi sono alzata dalla sedia senza accorgermene.

Si sono incontrati sulla rampa tra il secondo e il terzo. Lo so perché i due passi, quello pesante che scendeva e quello leggero che saliva, si sono fermati nello stesso momento, nello stesso punto, come due voci di un coro che arrivano insieme all'ultima nota.

E poi niente.

Non si sentiva niente. Solo la pioggia sul ferro. Nessuno parlava, nessuno si muoveva. Ho guardato l'orologio della portineria: un minuto. Due. Il silenzio di due persone ferme una davanti all'altra su una scala stretta ha un suono, e io lo conosco, perché l'ho sentito una volta sola, in un lavatoio di pietra, trentasette anni fa, un attimo prima che uno dei due dicesse un nome.

Tre minuti. Quattro.

Poi i passi sono ripartiti. Quelli di lei, verso l'alto, fino alla porta, che si è chiusa piano. E quelli di lui, verso il basso, rampa dopo rampa, fino all'androne. Sono tornata a sedermi in fretta, come una ragazza sorpresa alla finestra. Il signor Gianluca è passato davanti alla portineria con il trolley e il colletto della giacca bagnato, e non mi ha salutato. Non mi ha vista. È uscito nel cortile, sotto la pioggia, e ha attraversato il cortile verso il portone di via.

E mentre lo attraversava, fischiava.

Piano, per sé. Un motivo che non conoscevo. Il ferro dei ballatoi non glielo ha restituito, perché era giù, nel cortile, e la pioggia se l'è preso quasi subito. Ma io l'ho sentito. In questa casa, dal 1989, non fischiava più nessuno.


*Consegne, domenica 28 settembre*

*pietro giovedì ha la verifica di geometria gli ho fatto ripassare i triangoli ma non ne vuole sapere*
*bianca ha perso il secondo dente di sotto è nella scatola dei bottoni la moneta ce l'ho già messa io*
*la lavatrice fa di nuovo quel rumore non è grave chiamo io il tecnico*
*in frigo c'è il minestrone basta per lunedì e martedì*
*i gerani sul ballatoio li ho bagnati tutte le sere*
*ho lasciato la finestra della cucina socchiusa perché la sera si sente il cortile e a te piaceva*
scritto il
2026-09-19
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