15 denari
di
fexalox
genere
incesti
Il temporale era rimasto sospeso sopra il lago tutto il pomeriggio senza decidersi. Lo sentivo nell'aria della villa, in quel caldo bagnato di settembre che si attaccava alla pelle e faceva odorare il legno del pavimento, la cera vecchia, l'acqua ferma sotto la terrazza. Avevo spalancato tutte le finestre alle cinque. Alle otto non era servito a niente.
Livia arrivò che era quasi buio. Sentii la macchina sulla ghiaia, poi i tacchi sui gradini di pietra, un suono che in quella casa non avevo mai associato a lei. Livia a Orta era sempre stata scalza. Da quattordici anni, da quando mio padre aveva sposato sua madre e ci eravamo ritrovati, io a ventidue e lei a venti, a essere una cosa che non aveva un nome preciso, la ricordavo così: i piedi nudi sul legno della terrazza, sul pontile, sul pavimento freddo della cucina la mattina presto.
Quella sera invece aveva addosso Milano. Un vestito blu scuro di quelli da ufficio, le décolleté nere, e le gambe velate di un nylon color sabbia che la luce della lampada d'ingresso faceva luccicare appena, un riflesso sottile lungo lo stinco che si spostava a ogni passo.
«Non chiedermelo» disse posando la borsa. «Riunione fino alle sei e mezza, poi l'autostrada. Non ho avuto neanche il tempo di cambiarmi.»
«Non ho detto niente.»
«Lo pensavi.» Mi baciò sulla guancia. Profumava di aria condizionata e di una giornata lunga, e sotto, di lei.
I nostri genitori erano partiti per la crociera il giorno prima. A noi toccava chiudere la casa per l'inverno: le coperte sui divani, l'acqua staccata, il motoscafo tirato in secca. Un lavoro di due giorni che avevamo scelto di fare in due, come sempre. Nessuno dei due aveva mai proposto di dividerselo.
Devo dire cosa era Livia per me, altrimenti il resto non si capisce. Non era la sorella che non avevo avuto, questa è la frase che usava mio padre e che a me è sempre sembrata sbagliata. Era la persona che era venuta a prendermi in ospedale a Varese, tre anni prima, quando ero uscito di strada sulla provinciale, e che aveva dormito su una sedia due notti senza che glielo chiedessi. Era quella che chiamavo per prima quando succedeva qualcosa, di bello o di brutto, prima ancora di sapere cosa avrei detto. Era quella che aveva tenuto la mano a sua madre al funerale di suo padre, a diciannove anni, e che a me aveva raccontato quel giorno solo una volta, sul pontile, di notte, e poi mai più. Ci volevamo bene in un modo che non avevo mai avuto con nessuno, e in quel bene c'era da sempre un'altra cosa, che nessuno dei due nominava e che tutti e due portavamo addosso come si porta una cicatrice: senza pensarci, e sapendo sempre esattamente dov'è.
Mangiammo sulla terrazza quello che c'era: pomodori, un pezzo di toma, il pane che avevo preso al paese, una bottiglia di Gattinara che mio padre avrebbe rimpianto. Il lago era di piombo, immobile, e dall'altra parte le luci di Pella tremavano nell'umidità. Livia si era seduta sul divano di vimini con le gambe raccolte di lato, ancora con le scarpe. Continuava a muovere i piedi dentro le décolleté, un gesto piccolo, insofferente, che seguivo con la coda dell'occhio da mezz'ora. Ogni volta che flettava il piede, il nylon sulla caviglia si tendeva e prendeva la luce, e poi tornava opaco.
«Toglile» le dissi alla fine.
«Se le tolgo non le rimetto più.»
«E chi te lo chiede.»
Rise, con quella risata bassa che faceva da sempre e che aveva il potere di rimettermi al mio posto e allo stesso tempo di tirarmi vicino. Poi allungò una gamba, agganciò il tallone della scarpa con la punta dell'altro piede e la fece scivolare via. Un suono secco di cuoio sul legno. Poi l'altra.
Non so descrivere cosa mi fece vederla così. Non i piedi nudi che conoscevo a memoria, ma quei piedi chiusi nel nylon, con il rinforzo più scuro sulla punta delle dita che disegnava una linea netta, quasi un confine, e la trama sottilissima che seguiva ogni tendine, ogni nocca, la curva dell'arco. Il tallone era arrossato attraverso la calza, e sul collo del piede c'era il segno leggero della scarpa, una riga più pallida dove il cuoio aveva premuto tutto il giorno. Li appoggiò sul cuscino, uno sopra l'altro, e li strofinò piano tra loro. Il nylon fece un fruscio. Lo sentii nello stomaco.
«Quindici denari» disse, senza guardarmi. «E li ho tenuti dodici ore. Sono cotti.»
Sapeva. Questa è la cosa che devo dire subito, per onestà. Livia sapeva da anni. Non gliel'avevo mai detto, e lei non me l'aveva mai chiesto, ma una donna intelligente non ha bisogno di spiegazioni per capire dove guarda un uomo quando pensa di non essere visto. C'era stata una notte, un Capodanno di sei o sette anni prima, in cui ubriachi sul pontile eravamo arrivati a un centimetro. Non era successo niente. Mi aveva messo una mano sul petto, non per fermarmi, per sentire il cuore, aveva detto. E poi eravamo rientrati.
Da allora il gioco dei piedi sulle mie gambe era diventato una lingua nostra. Davanti alla televisione, sul divano, in macchina nei viaggi lunghi. Un modo di dire «sono qui» senza farne un problema. Lei lo faceva con la naturalezza di una sorella, e io lo ricevevo con la disciplina di un monaco. Quattordici anni di disciplina.
Quella sera allungò le gambe e appoggiò i piedi sulle mie cosce. E il nylon era la cosa nuova. Il nylon cambiava tutto.
Li presi tra le mani. Erano caldi, di un calore umido e trattenuto, come una cosa che è stata chiusa troppo a lungo. Il nylon sotto i polpastrelli era liscio in un modo che la pelle non è mai: scivolava, e insieme aderiva, e sotto sentivo la carne cedere, l'osso del malleolo, il tendine che correva fino al tallone. Passai il pollice lungo l'arco e la trama si tese, cambiò colore per un attimo, più chiara dove si allungava, poi tornò sabbia. Sul tallone la calza era leggermente ruvida, consumata dalla scarpa. Sul collo del piede era così sottile che il pollice, se lo muovevo appena, sentiva le vene sotto.
Livia sospirò e lasciò andare la testa contro il cuscino.
«Tu sì che sai fare le cose.»
Le dita dei piedi, sotto il rinforzo, erano lunghe e appena curve, e a ogni pressione del pollice sull'arco si piegavano e si stendevano, come se respirassero. Premevo, e il piede cedeva, e la calza scricchiolava piano tra le mie mani, quel suono secco e minimo del nylon che sfrega su se stesso. Il vino, il caldo, il lago. Non c'era vento. Non c'era nessuno, per chilometri, che potesse vederci, e questa era una cosa che tutti e due sapevamo e nessuno dei due aveva detto.
Abbassai la testa. Non lo decisi. Mi ritrovai col viso a un palmo dal suo piede destro e respirai.
Non so come spiegare quell'odore a chi non lo conosce. Non è sporco, e non è pulito. È nylon scaldato per dodici ore, che ha preso l'odore del cuoio della scarpa e lo ha mescolato a quello della pelle di lei, un odore salato, acido appena, con qualcosa sotto di dolce che era il suo, quello che sentivo quando l'abbracciavo, moltiplicato, concentrato in quel punto. Era l'odore di una giornata intera passata lontano da me e portata fin qui. Lo respirai a fondo, con il naso quasi contro la pianta, e mi girò la testa. Lo respirai ancora.
Livia non ritirò il piede.
Alzai gli occhi. Mi guardava, e nel suo sguardo non c'era la sorpresa, e non c'era la sorella. C'era una cosa ferma, seria, che mi lasciò senza fiato più dell'odore.
«Tommaso» disse. Solo il nome. Con quella voce.
«Dimmi di smettere.»
Ci pensò. Lo vidi pensarci, il tempo di un respiro. Poi mosse il piede, appena, e mi appoggiò la pianta contro la bocca.
Il primo bacio fu sul tallone, dove il nylon era più spesso e sapeva più di scarpa. Il secondo sull'arco. Lì la calza era sottile come niente, e sotto la bocca sentivo il calore della pelle attraverso la trama, e il sapore, salato, che mi arrivava sulla lingua filtrato da quel velo e per questo più forte, non meno. Baciai piano, a lungo, come si bacia una cosa che si è aspettata. Poi aprii la bocca e passai la lingua sull'arco, dal tallone fino alla base delle dita, e il nylon si bagnò e diventò scuro e trasparente, e sotto apparve la pelle, rosa, viva.
Livia emise un suono che non le avevo mai sentito. Non un gemito. Una specie di sorpresa.
«Dio.»
Le presi la caviglia con la mano e portai le dita dei piedi alla bocca. Il rinforzo, lì, era più ruvido, più fitto, e le dita sotto erano una cosa che avevo immaginato per quattordici anni e che adesso avevo tra le labbra. Le succhiai una a una, attraverso la calza, sentendo la forma di ognuna, l'unghia corta, la nocca, il sapore che cambiava tra un dito e l'altro. Infilai la lingua tra l'alluce e il secondo dito, dove il nylon tirava e la pelle era più umida, più salata, più lei. Livia inarcò la schiena.
«Non... Tommaso, non...» E poi, con un'altra voce: «Non ti fermare.»
Il suo piede sinistro si mosse contro il mio petto, cercando qualcosa, e poi scese e si appoggiò sul mio cazzo, attraverso i pantaloni, e rimase lì, premuto, mentre io continuavo a baciare il destro. Lo sentivo pulsare sotto il suo tallone e non avevo il coraggio di muovermi.
Alzai gli occhi. Il vestito le era salito sulle cosce, e vedevo dove finiva il nylon delle calze, l'orlo elastico che le stringeva la pelle, e sopra la pelle nuda, e più su l'ombra. Aveva la bocca aperta e gli occhi chiusi. Una mano stringeva il cuscino. L'altra era scesa, e stava ferma sul ventre, sopra il vestito, come se non avesse ancora deciso.
«Guardami» le dissi. Lei aprì gli occhi. «Fallo.»
Non chiese cosa. La mano scivolò sotto il vestito, tra le cosce, e la vidi trattenere il fiato quando si toccò. Vidi il movimento sotto la stoffa, lento, e la sentii spingere il tallone contro di me, più forte.
Ricominciai. Mi ero fatto un'idea, in tutti quegli anni, di come sarebbe stato, e l'idea era sbagliata per difetto. Le passai la lingua sotto le dita, lungo la linea dove il rinforzo incontra il nylon sottile, e poi presi tutto il davanti del piede in bocca, quanto ne entrava, e lo tenni lì, caldo e bagnato, la calza fradicia ormai, mentre lei si toccava e ansimava e diceva il mio nome con una voce che diventava sempre più bassa. L'odore adesso era cambiato: il cuoio se n'era andato, restava lei, il sale, e il mio odore che si mescolava al suo.
Cambiai piede. Il sinistro sapeva più di lei e meno di scarpa, era rimasto premuto contro di me e aveva preso il mio calore. Sul dorso la trama del nylon disegnava un reticolo sottilissimo che si vedeva solo controluce, e sotto correvano le vene, azzurre, che baciai una per una. Poi la pianta. La leccai dal tallone alla punta, lentamente, tre volte, quattro, e a ogni passaggio Livia si muoveva sotto la sua mano, e a ogni passaggio la sua voce saliva di un tono.
«Sento tutto» disse a un certo punto, e non capii se parlava con me o con se stessa. «Sento tutto, Tommaso, cazzo, come fai...»
Le dita dei piedi si contrassero nella mia bocca, si strinsero intorno alla mia lingua. Le morsi piano, attraverso la calza, e lei gridò.
«Così. Non... così. Non smettere.»
La guardavo. Voglio dirlo: la guardavo tutto il tempo. La testa buttata indietro, il collo lungo, una goccia di sudore che scendeva dalla tempia, il vestito arrotolato sui fianchi, le calze scure di saliva fino alle caviglie e lucide sotto la lampada, la mano tra le cosce che adesso si muoveva veloce, senza pudore, e l'altra mano che aveva lasciato il cuscino e cercava me, mi trovava i capelli, mi teneva la testa contro il suo piede.
«Non ti fermare, ti prego, non ti fermare, non ti...»
Venne così. Con il piede destro nella mia bocca fino alle dita, il sinistro premuto sul mio cazzo che pulsava, la mano che si fermò di colpo e poi riprese, e un'onda che le partì dal ventre e la piegò in due, un grido lungo, strozzato, e poi un altro, più basso, e le dita dei piedi che si aprirono e si chiusero dentro la mia bocca come una mano che cerca di trattenere qualcosa. Durò tanto. La tenni. Non smisi, come mi aveva chiesto, finché non fu lei a ritirare il piede, piano, tremando, e a dire, con un filo di voce, «basta, basta, non ce la faccio più».
Rimasi in ginocchio davanti al divano, con la fronte appoggiata al suo ginocchio e il nylon bagnato contro la guancia. Il cuore mi batteva nelle orecchie. Fuori il lago era sparito nel buio e sopra di noi il temporale, finalmente, si decise: un tuono lungo, poi il primo scroscio sulle tegole, sull'acqua, sul legno della terrazza. L'aria cambiò in un secondo, si fece fredda, pulita.
Livia mi prese il viso tra le mani e mi tirò su, fino a lei. Aveva gli occhi lucidi.
«Quattordici anni» disse.
«Lo so.»
«No, non lo sai. Quattordici anni che ti guardo guardarmi.» Mi passò il pollice sulla bocca, che sapeva ancora di lei. «E che aspetto.»
Non seppi cosa dire. Lei mi baciò. Fu un bacio diverso da tutto quello che era successo prima, senza fretta, senza fame, un bacio che sapeva di Gattinara e di sale e di quel qualcosa che c'era sempre stato tra noi e che finalmente aveva un posto dove stare.
«Vieni» disse poi, e mi tirò per la mano.
Mi portò dentro, attraverso il salone buio, su per le scale di legno che scricchiolavano. Camminava con le calze fradice che lasciavano un'impronta scura su ogni gradino, e io guardavo quelle impronte e pensavo che le avrei volute conservare.
La sua camera era quella di quando era ragazza, in fondo al corridoio: il letto a una piazza e mezza, l'armadio con lo specchio, la finestra sul lago. La pioggia entrava dalla persiana aperta e bagnava il pavimento, e nessuno dei due andò a chiuderla. Accese solo la lampada sul comodino, una luce gialla e bassa che le arrivava alle gambe e lasciava il resto in penombra.
Si mise davanti a me e si sfilò il vestito dalla testa, in un movimento solo, senza niente di studiato. Sotto aveva un reggiseno nero semplice e degli slip dello stesso colore, scuri al centro, e le calze. Solo le calze, con l'orlo elastico che le segnava le cosce, e tutto il resto pelle. Trentaquattro anni, i fianchi larghi, il ventre morbido con la piega sotto l'ombelico, i seni pieni che il reggiseno teneva a fatica. Il corpo che avevo visto in costume per quattordici estati e che non avevo mai visto.
«Guardami» disse. Mi aveva rubato la parola. «Hai aspettato tanto. Guardami quanto vuoi.»
La guardai. Poi la toccai, e lei chiuse gli occhi.
Mi spogliò lei, con le mani che tremavano appena, e la cosa che ricordo è che non smise mai di guardarmi in faccia mentre lo faceva, come se avesse paura che sparissi. Quando fui nudo mi prese in mano, con una stretta ferma, e mi tenne così, senza muoversi, e disse «finalmente», a bassa voce, a se stessa più che a me.
Mi tirò sul letto. Il letto scricchiolò come quando era ragazza, e ci rise sopra un attimo, e poi non rise più.
Le tolsi il reggiseno e gli slip, ma non le calze. Non le chiesi niente e lei non offrì. I capezzoli erano scuri e larghi, duri sotto la lingua, e quando glieli succhiai mi affondò le dita nei capelli. Le baciai il ventre, l'osso dell'anca, l'interno delle cosce sopra l'orlo delle calze, dove la pelle era più morbida che in qualunque altro posto del mondo. Poi la aprii con le dita e la guardai. Era gonfia, lucida, di un rosa scuro quasi rosso, e bagnata fino alle cosce, fino all'orlo del nylon, che era diventato scuro anche lì.
«Non mi guardare così» disse.
«Così come.»
«Come se fossi una cosa sacra.»
«Lo sei.»
La leccai. Sapeva di sale e di ferro e di qualcosa di suo che non ho mai trovato in nessun'altra, un sapore pieno, caldo, che mi riempì la bocca. La leccai piano, con la lingua piatta, dal basso verso l'alto, e lei mi mise una mano sulla nuca e il piede sinistro sulla spalla, e sentii il nylon bagnato contro il collo mentre le succhiavo il clitoride e le infilavo due dita dentro, curve verso l'alto, dove era stretta e bollente e pulsava contro i polpastrelli.
«Vieni su» disse dopo un po', con una voce che non era una richiesta. «Vieni su. Ti voglio dentro. Adesso.»
Salii su di lei. Mi guidò con la mano, lo appoggiò all'ingresso e lo tenne lì un secondo, mentre ci guardavamo, e poi sollevò i fianchi e mi prese dentro. Piano. Un centimetro, e si fermò. Un altro. La sentivo aprirsi intorno a me, stretta, calda in un modo che bruciava, e vidi la sua faccia cambiare, gli occhi che si spalancavano e poi si chiudevano e la bocca che si apriva senza suono.
«Oddio» disse. «Oddio, Tommaso.»
«Cosa.»
«Non lo so. Non lo so cos'è.» Mi strinse la schiena con le mani. «Non ho mai... non è mai stato così. Sento tutto. Sento ogni...»
Non finì. Spinsi fino in fondo, e lei gridò, e io con lei.
Non so dirlo meglio di così: non era sesso come lo avevo conosciuto. Ero stato con altre donne, alcune le avevo amate, o creduto. Ma dentro Livia c'era una cosa che non avevo mai sentito, una specie di riconoscimento, come se il mio corpo sapesse dov'era prima ancora di me. Era stretta in un modo che mi toglieva il fiato, e bagnata, e ogni volta che uscivo e rientravo sentivo le pareti di lei che mi seguivano, che mi trattenevano, che non volevano lasciarmi andare. Sentivo il suo odore salire dal cuscino, dai capelli, dalle ascelle, dal punto dove eravamo uniti, un odore di sudore e di sesso e di pioggia che entrava dalla finestra.
Le presi le gambe e me le portai sui fianchi. Le calze bagnate mi scivolarono sulla pelle, fredde e lisce dove il resto di lei era bollente, e i suoi talloni mi trovarono le natiche e spinsero, a ogni colpo, più a fondo. Il letto batteva contro il muro. La pioggia batteva sulla finestra. E sotto tutto questo il suono di noi, umido, ritmico, osceno nel silenzio della casa, e il suo respiro che diventava voce.
«Più forte.» E poi: «Guardami. Guardami mentre lo fai.»
La guardai. Mi guardava con gli occhi lucidi e la bocca aperta e diceva il mio nome, e altre cose, cose che non le avevo mai sentito dire, «scopami», «sì, così, tutto», «sei mio», «sei sempre stato mio», e a ogni parola la sentivo stringersi intorno a me come se le parole le uscissero da lì.
«Non uscire» disse quando mi sentì cambiare ritmo. «Non uscire. Voglio sentirti. Tutto.»
Venne prima lei, o insieme, non lo so. So che si inarcò sotto di me, che le dita dei piedi si contrassero contro la mia schiena attraverso il nylon, che gridò contro la mia bocca, e che le contrazioni di lei mi strapparono via tutto. Venni dentro di lei con la faccia nel suo collo, a lungo, con spinte che non controllavo più, e lei mi teneva stretto e diceva «sì, sì, sì» a ogni fiotto, come se li contasse.
Restammo così, io dentro di lei che mi ammorbidivo piano, lei con le gambe ancora intorno a me. La pioggia. Il suo cuore contro il mio, che andava come il mio.
«Non era così» disse dopo un pezzo, nel buio. «Con nessuno. Non era mai stato così.»
«Neanche per me.»
«Lo so. L'ho sentito.»
Mi svegliai che non sapevo che ore fossero. La lampada era spenta, la pioggia continuava, più piana, e Livia era seduta sul letto con la schiena contro il muro e mi guardava. La vedevo appena, dalla luce grigia che entrava dalla finestra: la spalla, il profilo del seno, il luccichio del nylon sulle gambe piegate. Aveva una mano tra le cosce. Non la mosse quando si accorse che ero sveglio.
«Non riesco a dormire» disse. «Ti guardo e mi torna la voglia. È ridicolo. Ho trentaquattro anni.»
«Da quanto sei sveglia.»
«Da un po'.» La mano si mosse, appena. La sentii, più che vederla: un suono minimo, bagnato. «Ti guardavo dormire e mi toccavo. Non l'ho mai fatto in vita mia. Guardare un uomo che dorme e...» Non finì.
Allungai la mano e le presi un piede. Era asciutto adesso, o quasi, il nylon tiepido e un po' rigido dove la saliva si era seccata, e sotto l'odore era tornato, più mio che suo, il mio odore mescolato al suo e cotto insieme. Lo portai alla bocca e lo baciai sull'arco, e lei fece quel suono, quello di sorpresa, che a quanto pareva era il suo.
«Ancora» disse. «Hai ancora voglia di quelli?»
«Sempre.»
Allora si mosse. Scese lungo il letto, si sedette di fronte a me con la schiena contro la sponda e allungò le gambe, e mise i piedi su di me. Sul mio cazzo, che era mezzo duro dal risveglio e che sotto quelle piante diventò duro del tutto in un secondo. Non lo fece con malizia. Lo fece come si prende una cosa che è propria. Lo strinse tra le due piante, con le dita che si piegavano intorno, e cominciò a muoverle, su e giù, piano, e il nylon sulla pelle era una cosa che non avevo mai provato: liscio, un po' freddo, con la trama che si sentiva a ogni passaggio come una carezza fatta con mille dita. Guardavo i suoi piedi che mi tenevano e mi girava la testa.
«Ti piace» disse. Non era una domanda.
«Non hai idea.»
«Ce l'ho. Ce l'ho l'idea.» E strinse più forte, e mi passò il rinforzo delle dita sulla punta, e io chiusi gli occhi. «No. Guarda. Voglio che guardi.»
Guardai. I suoi piedi color sabbia che mi stringevano, la pelle di lui che diventava lucida di quello che usciva, e il nylon che lo raccoglieva e si scuriva, e il suo viso sopra le ginocchia che mi osservava con una specie di fame tranquilla. Andò avanti finché non le presi le caviglie, perché un minuto ancora e sarebbe finita lì, e non volevo che finisse lì.
«Voglio te» dissi. «Dentro. Non così.»
«Lo so.» Ritirò i piedi. «Anch'io.» E si mise a quattro zampe sul letto, con la faccia verso l'armadio.
Nello specchio la vidi di schiena, e vidi me dietro di lei. Le natiche piene, la schiena lunga con la riga della colonna, le calze fino a metà coscia e i piedi rivolti verso di me, le piante in su, sabbia scuro nella penombra, con le dita che si aprivano e si chiudevano sul lenzuolo. E in mezzo, aperta, lei. Gonfia, scura, lucida, con le grandi labbra che si vedevano bene anche in quella luce, e sopra il piccolo buco stretto, e sotto le cosce ancora lucide di quello che le avevo lasciato dentro due ore prima.
Mi inginocchiai dietro di lei e le presi i piedi tra le mani. Le baciai le piante, una e poi l'altra, con lei che aspettava con la fronte sul cuscino e il respiro che si faceva corto, e poi risalii con la bocca lungo i polpacci, l'incavo dietro il ginocchio dove il nylon era caldo, le cosce sopra l'orlo, e le feci scivolare la lingua lungo tutto il solco, dall'alto in basso, sull'apertura piccola che si contrasse sotto la lingua, e giù fino a lei, che era già bagnata di nuovo, fradicia, con un sapore che era il suo e il mio insieme, più forte di prima, più denso. La leccai a lungo, con la faccia affondata, le mani che le aprivano le natiche, e la sentii tremare fino alle caviglie, e spingere indietro contro la mia bocca, e gemere nel cuscino.
«Basta» disse. «Basta, ti prego. Mettilo dentro. Mettimelo dentro.»
Ero duro come non credevo possibile alla seconda volta. Mi appoggiai a lei, la punta contro l'apertura, e lei si spinse indietro e mi prese lei, prima che potessi decidere io. In un colpo solo, fino in fondo. Urlò nel cuscino. E io guardai, nello specchio, il mio cazzo che spariva dentro di lei, e poi lo guardai da sopra, dal vero, uscire lucido, bagnato di lei fino alla radice, e rientrare.
Da dietro era diversa. Più stretta, più profonda, la sentivo fino in fondo e oltre, un fondo che mi toccava e mi faceva vedere bianco. Ogni colpo la spingeva in avanti e la faceva tornare indietro contro di me con un suono di carne bagnata che nel silenzio della casa sembrava enorme. Le tenevo i fianchi. Poi le presi le caviglie, una per mano, e le tirai su, piegando le sue gambe verso di me, e con i suoi piedi in mano la scopavo guardando nello specchio la sua faccia che si girava a cercarmi, la bocca aperta, i capelli sugli occhi.
«Guardaci» le dissi.
Guardò. E la vidi vedere: lei a quattro zampe con la schiena inarcata, io in ginocchio dietro con i suoi piedi stretti in mano come un uomo che tiene una cosa preziosa, e questa cosa ci fece impazzire tutti e due. Le portai un piede alla bocca senza smettere di spingere e le succhiai le dita attraverso il nylon mentre la prendevo, l'alluce fino in fondo, e poi la lingua tra le dita, dove sapeva ancora di me, e lei cominciò a dire cose senza senso, «sì, sì, i piedi, prendili, sono tuoi, tutto è tuo, scopami, scopami, sono tua», e spingeva indietro contro di me, e lo specchio ci restituiva tutto.
Mi fermai. Dentro di lei fino in fondo, fermo. Lei gemette di protesta e provò a muoversi, e io le tenni i fianchi e non la lasciai.
«Cosa fai.»
«Sentimi.»
Rimase ferma. E poi sentii che lo faceva: mi stringeva, dentro, con un movimento che veniva dal fondo, lento, come una mano che si chiude e si apre. La sentii pulsare intorno a me. Sentii il calore di lei che mi saliva nella pancia. E lei disse, con una voce che non riconobbi, «ti sento, ti sento tutto, sento la forma, sento dove finisci», e mosse i fianchi in cerchio, piano, con me dentro immobile, e capii che quella era la cosa più intima che avessi mai fatto con una persona, più del resto, più di tutto: stare fermi dentro l'altro e sentirlo.
Poi non resse più nessuno dei due.
Ricominciai a prenderla e lei cercò la mia mano, se la portò tra le gambe e se la tenne lì, sul clitoride, gonfio e duro sotto le mie dita, e si muoveva contro le mie dita e contro il mio cazzo insieme, con una fame che non avevo mai visto in nessuna donna e che non credevo di poter provocare io. L'altra sua mano scese e si infilò sotto, tra le sue cosce, e sentii le sue dita che mi toccavano dove entravo in lei, che sentivano il mio cazzo scivolare dentro e fuori, che si tenevano lì, sulla giuntura, come per essere sicura che fosse vero.
«Sei dentro di me» disse. «Sei dentro. Tommaso. Sei tu.»
Sentivo l'odore. Il sudore di lei che le colava lungo la schiena, la pioggia dalla finestra, il nylon caldo sotto il naso, il sesso che riempiva la stanza fino al soffitto, un odore di noi due che non c'era mai stato al mondo prima di quella notte. Le presi i capelli con la mano libera, non per farle male, per tenerla, e lei girò la testa e mi guardò da sotto, con gli occhi che brillavano di lacrime o di altro, e disse la cosa che non dimenticherò.
«Vieni dentro. Quando vieni, vieni dentro. Voglio sentirlo. Voglio sentirlo mentre esce, voglio tutto, voglio che mi riempi, non voglio che resti niente fuori di te.»
«Livia...»
«Promettimelo.»
«Sì.»
«Dillo.»
«Vengo dentro di te.»
Gridò. Non ci fu altro avviso. Le contrazioni la presero tutta, la schiena, le cosce, le dita dei piedi che si chiusero nelle mie mani attraverso il nylon, e mi strinse con spasmi così forti che dovetti fermarmi, non potevo muovermi, e lei sotto di me si dibatteva e piangeva e diceva il mio nome, e quando le onde cominciarono a diradarsi disse, senza fiato, «continua, continua, non ti fermare, adesso tu, adesso tu», e ricominciai, più forte di prima, con le sue caviglie strette in mano e il letto che batteva contro il muro e lei che spingeva indietro a ogni colpo per prendermi più a fondo, e venni. Venni dentro di lei per la seconda volta, fino in fondo, con la pancia contro le sue natiche, e lei lo sentì. Lo so che lo sentì perché disse «sì» al primo fiotto, e «sì» al secondo, e poi «ancora» e «lo sento, lo sento, è caldo», e si spinse indietro contro di me per non perderne niente, e continuò a stringermi dentro finché non fu finita, e anche dopo.
Mi accasciai sulla sua schiena con la bocca sulla sua spalla e il sapore del suo sudore. Il cuore mi batteva contro la sua scapola. Il suo, sotto la mia mano, andava uguale.
Rimanemmo così. Scivolai fuori di lei piano, e nello specchio vidi quello che avevo lasciato colarle lungo l'interno della coscia, bianco sulla pelle scura, fino all'orlo della calza, e lei lo sentì e non fece niente per fermarlo. Rideva piano, con la faccia nel cuscino.
«Sono una persona seria. Ho una laurea. Faccio riunioni.»
«Lo so.»
«E ho appena chiesto a mio fratello di venirmi dentro guardando nello specchio.»
«Fratellastro.»
«È uguale.»
Mi tirai su e la girai verso di me. «No. Non è uguale. Se fosse uguale non saremmo qui.»
Mi guardò a lungo. Poi mi baciò, e in quel bacio c'era tutto quello che avevamo appena fatto e anche tutto il resto, gli anni, l'ospedale, il pontile.
La terza volta fu quasi l'alba. Il temporale era passato e dalla finestra entrava una luce grigia e pulita, e il lago si sentiva, il rumore delle onde piccole contro il pontile, il legno che gocciolava. Livia dormiva sul fianco, con la schiena contro il mio petto e le ginocchia piegate. Una calza aveva una smagliatura lunga, dal ginocchio fin sotto il polpaccio, e non sapevo quando fosse successo. La accarezzai col dito, seguendo la riga, sentendo il nylon che finiva e la pelle che cominciava, e lei si mosse contro di me, e mi accorsi che ero di nuovo duro, e se ne accorse anche lei.
Non parlammo. Si spostò appena, alzò un ginocchio, e mi guidò dentro di lei con la mano, da dietro, di fianco, senza girarsi. Entrai piano. Eravamo tutti e due doloranti, pieni l'uno dell'altra, e quella lentezza era l'unica cosa possibile.
È quella la volta che non dimenticherò. Non le prime due, che erano fame. Questa era altro. Stavo dentro di lei quasi senza muovermi, con una mano sul suo seno a sentire il cuore, l'altra sul suo ventre, la bocca sulla nuca dove i capelli erano ancora umidi. Ogni tanto spingevo, poco, e lei rispondeva poco, e la sentivo intorno a me, tutta, ogni piega, calda e morbida e mia, come se ci fossimo detti qualcosa che non aveva parole. I suoi piedi nel nylon si intrecciarono ai miei sotto il lenzuolo e rimasero lì, e ogni tanto si contraevano, e ogni contrazione la sentivo anche dentro.
«Tommaso» disse una volta, senza voltarsi.
«Sì.»
«Ti amo. Non da stanotte.»
Lo sapevo. Non gliel'avevo mai sentito dire. Le risposi nell'orecchio, e non scrivo qui cosa.
Venne piano, così, quasi ferma, con un tremito lungo che le percorse la schiena e che sentii sulla mia pancia, e un sospiro invece di un grido, e mi strinse dentro dolcemente, e io venni con lei, un attimo dopo, con poco, con tutto quello che era rimasto, e restai dentro di lei finché la luce non diventò bianca e il lago non cominciò a luccicare.
La mattina la trovai in cucina, scalza sul pavimento freddo, con la mia camicia addosso e il caffè già fatto. Le calze erano sullo schienale di una sedia, ad asciugare, ancora con la forma dei suoi piedi, una con la smagliatura che scendeva come una riga tirata a mano. Le guardò, guardò me, e non disse niente. Non ce n'era bisogno.
Mi versò il caffè e mi sfiorò la mano.
«Oggi il motoscafo» disse.
Esattamente quello che avrebbe detto una sorella.
Ma sotto il tavolo il suo piede nudo trovò il mio, e rimase lì.
Livia arrivò che era quasi buio. Sentii la macchina sulla ghiaia, poi i tacchi sui gradini di pietra, un suono che in quella casa non avevo mai associato a lei. Livia a Orta era sempre stata scalza. Da quattordici anni, da quando mio padre aveva sposato sua madre e ci eravamo ritrovati, io a ventidue e lei a venti, a essere una cosa che non aveva un nome preciso, la ricordavo così: i piedi nudi sul legno della terrazza, sul pontile, sul pavimento freddo della cucina la mattina presto.
Quella sera invece aveva addosso Milano. Un vestito blu scuro di quelli da ufficio, le décolleté nere, e le gambe velate di un nylon color sabbia che la luce della lampada d'ingresso faceva luccicare appena, un riflesso sottile lungo lo stinco che si spostava a ogni passo.
«Non chiedermelo» disse posando la borsa. «Riunione fino alle sei e mezza, poi l'autostrada. Non ho avuto neanche il tempo di cambiarmi.»
«Non ho detto niente.»
«Lo pensavi.» Mi baciò sulla guancia. Profumava di aria condizionata e di una giornata lunga, e sotto, di lei.
I nostri genitori erano partiti per la crociera il giorno prima. A noi toccava chiudere la casa per l'inverno: le coperte sui divani, l'acqua staccata, il motoscafo tirato in secca. Un lavoro di due giorni che avevamo scelto di fare in due, come sempre. Nessuno dei due aveva mai proposto di dividerselo.
Devo dire cosa era Livia per me, altrimenti il resto non si capisce. Non era la sorella che non avevo avuto, questa è la frase che usava mio padre e che a me è sempre sembrata sbagliata. Era la persona che era venuta a prendermi in ospedale a Varese, tre anni prima, quando ero uscito di strada sulla provinciale, e che aveva dormito su una sedia due notti senza che glielo chiedessi. Era quella che chiamavo per prima quando succedeva qualcosa, di bello o di brutto, prima ancora di sapere cosa avrei detto. Era quella che aveva tenuto la mano a sua madre al funerale di suo padre, a diciannove anni, e che a me aveva raccontato quel giorno solo una volta, sul pontile, di notte, e poi mai più. Ci volevamo bene in un modo che non avevo mai avuto con nessuno, e in quel bene c'era da sempre un'altra cosa, che nessuno dei due nominava e che tutti e due portavamo addosso come si porta una cicatrice: senza pensarci, e sapendo sempre esattamente dov'è.
Mangiammo sulla terrazza quello che c'era: pomodori, un pezzo di toma, il pane che avevo preso al paese, una bottiglia di Gattinara che mio padre avrebbe rimpianto. Il lago era di piombo, immobile, e dall'altra parte le luci di Pella tremavano nell'umidità. Livia si era seduta sul divano di vimini con le gambe raccolte di lato, ancora con le scarpe. Continuava a muovere i piedi dentro le décolleté, un gesto piccolo, insofferente, che seguivo con la coda dell'occhio da mezz'ora. Ogni volta che flettava il piede, il nylon sulla caviglia si tendeva e prendeva la luce, e poi tornava opaco.
«Toglile» le dissi alla fine.
«Se le tolgo non le rimetto più.»
«E chi te lo chiede.»
Rise, con quella risata bassa che faceva da sempre e che aveva il potere di rimettermi al mio posto e allo stesso tempo di tirarmi vicino. Poi allungò una gamba, agganciò il tallone della scarpa con la punta dell'altro piede e la fece scivolare via. Un suono secco di cuoio sul legno. Poi l'altra.
Non so descrivere cosa mi fece vederla così. Non i piedi nudi che conoscevo a memoria, ma quei piedi chiusi nel nylon, con il rinforzo più scuro sulla punta delle dita che disegnava una linea netta, quasi un confine, e la trama sottilissima che seguiva ogni tendine, ogni nocca, la curva dell'arco. Il tallone era arrossato attraverso la calza, e sul collo del piede c'era il segno leggero della scarpa, una riga più pallida dove il cuoio aveva premuto tutto il giorno. Li appoggiò sul cuscino, uno sopra l'altro, e li strofinò piano tra loro. Il nylon fece un fruscio. Lo sentii nello stomaco.
«Quindici denari» disse, senza guardarmi. «E li ho tenuti dodici ore. Sono cotti.»
Sapeva. Questa è la cosa che devo dire subito, per onestà. Livia sapeva da anni. Non gliel'avevo mai detto, e lei non me l'aveva mai chiesto, ma una donna intelligente non ha bisogno di spiegazioni per capire dove guarda un uomo quando pensa di non essere visto. C'era stata una notte, un Capodanno di sei o sette anni prima, in cui ubriachi sul pontile eravamo arrivati a un centimetro. Non era successo niente. Mi aveva messo una mano sul petto, non per fermarmi, per sentire il cuore, aveva detto. E poi eravamo rientrati.
Da allora il gioco dei piedi sulle mie gambe era diventato una lingua nostra. Davanti alla televisione, sul divano, in macchina nei viaggi lunghi. Un modo di dire «sono qui» senza farne un problema. Lei lo faceva con la naturalezza di una sorella, e io lo ricevevo con la disciplina di un monaco. Quattordici anni di disciplina.
Quella sera allungò le gambe e appoggiò i piedi sulle mie cosce. E il nylon era la cosa nuova. Il nylon cambiava tutto.
Li presi tra le mani. Erano caldi, di un calore umido e trattenuto, come una cosa che è stata chiusa troppo a lungo. Il nylon sotto i polpastrelli era liscio in un modo che la pelle non è mai: scivolava, e insieme aderiva, e sotto sentivo la carne cedere, l'osso del malleolo, il tendine che correva fino al tallone. Passai il pollice lungo l'arco e la trama si tese, cambiò colore per un attimo, più chiara dove si allungava, poi tornò sabbia. Sul tallone la calza era leggermente ruvida, consumata dalla scarpa. Sul collo del piede era così sottile che il pollice, se lo muovevo appena, sentiva le vene sotto.
Livia sospirò e lasciò andare la testa contro il cuscino.
«Tu sì che sai fare le cose.»
Le dita dei piedi, sotto il rinforzo, erano lunghe e appena curve, e a ogni pressione del pollice sull'arco si piegavano e si stendevano, come se respirassero. Premevo, e il piede cedeva, e la calza scricchiolava piano tra le mie mani, quel suono secco e minimo del nylon che sfrega su se stesso. Il vino, il caldo, il lago. Non c'era vento. Non c'era nessuno, per chilometri, che potesse vederci, e questa era una cosa che tutti e due sapevamo e nessuno dei due aveva detto.
Abbassai la testa. Non lo decisi. Mi ritrovai col viso a un palmo dal suo piede destro e respirai.
Non so come spiegare quell'odore a chi non lo conosce. Non è sporco, e non è pulito. È nylon scaldato per dodici ore, che ha preso l'odore del cuoio della scarpa e lo ha mescolato a quello della pelle di lei, un odore salato, acido appena, con qualcosa sotto di dolce che era il suo, quello che sentivo quando l'abbracciavo, moltiplicato, concentrato in quel punto. Era l'odore di una giornata intera passata lontano da me e portata fin qui. Lo respirai a fondo, con il naso quasi contro la pianta, e mi girò la testa. Lo respirai ancora.
Livia non ritirò il piede.
Alzai gli occhi. Mi guardava, e nel suo sguardo non c'era la sorpresa, e non c'era la sorella. C'era una cosa ferma, seria, che mi lasciò senza fiato più dell'odore.
«Tommaso» disse. Solo il nome. Con quella voce.
«Dimmi di smettere.»
Ci pensò. Lo vidi pensarci, il tempo di un respiro. Poi mosse il piede, appena, e mi appoggiò la pianta contro la bocca.
Il primo bacio fu sul tallone, dove il nylon era più spesso e sapeva più di scarpa. Il secondo sull'arco. Lì la calza era sottile come niente, e sotto la bocca sentivo il calore della pelle attraverso la trama, e il sapore, salato, che mi arrivava sulla lingua filtrato da quel velo e per questo più forte, non meno. Baciai piano, a lungo, come si bacia una cosa che si è aspettata. Poi aprii la bocca e passai la lingua sull'arco, dal tallone fino alla base delle dita, e il nylon si bagnò e diventò scuro e trasparente, e sotto apparve la pelle, rosa, viva.
Livia emise un suono che non le avevo mai sentito. Non un gemito. Una specie di sorpresa.
«Dio.»
Le presi la caviglia con la mano e portai le dita dei piedi alla bocca. Il rinforzo, lì, era più ruvido, più fitto, e le dita sotto erano una cosa che avevo immaginato per quattordici anni e che adesso avevo tra le labbra. Le succhiai una a una, attraverso la calza, sentendo la forma di ognuna, l'unghia corta, la nocca, il sapore che cambiava tra un dito e l'altro. Infilai la lingua tra l'alluce e il secondo dito, dove il nylon tirava e la pelle era più umida, più salata, più lei. Livia inarcò la schiena.
«Non... Tommaso, non...» E poi, con un'altra voce: «Non ti fermare.»
Il suo piede sinistro si mosse contro il mio petto, cercando qualcosa, e poi scese e si appoggiò sul mio cazzo, attraverso i pantaloni, e rimase lì, premuto, mentre io continuavo a baciare il destro. Lo sentivo pulsare sotto il suo tallone e non avevo il coraggio di muovermi.
Alzai gli occhi. Il vestito le era salito sulle cosce, e vedevo dove finiva il nylon delle calze, l'orlo elastico che le stringeva la pelle, e sopra la pelle nuda, e più su l'ombra. Aveva la bocca aperta e gli occhi chiusi. Una mano stringeva il cuscino. L'altra era scesa, e stava ferma sul ventre, sopra il vestito, come se non avesse ancora deciso.
«Guardami» le dissi. Lei aprì gli occhi. «Fallo.»
Non chiese cosa. La mano scivolò sotto il vestito, tra le cosce, e la vidi trattenere il fiato quando si toccò. Vidi il movimento sotto la stoffa, lento, e la sentii spingere il tallone contro di me, più forte.
Ricominciai. Mi ero fatto un'idea, in tutti quegli anni, di come sarebbe stato, e l'idea era sbagliata per difetto. Le passai la lingua sotto le dita, lungo la linea dove il rinforzo incontra il nylon sottile, e poi presi tutto il davanti del piede in bocca, quanto ne entrava, e lo tenni lì, caldo e bagnato, la calza fradicia ormai, mentre lei si toccava e ansimava e diceva il mio nome con una voce che diventava sempre più bassa. L'odore adesso era cambiato: il cuoio se n'era andato, restava lei, il sale, e il mio odore che si mescolava al suo.
Cambiai piede. Il sinistro sapeva più di lei e meno di scarpa, era rimasto premuto contro di me e aveva preso il mio calore. Sul dorso la trama del nylon disegnava un reticolo sottilissimo che si vedeva solo controluce, e sotto correvano le vene, azzurre, che baciai una per una. Poi la pianta. La leccai dal tallone alla punta, lentamente, tre volte, quattro, e a ogni passaggio Livia si muoveva sotto la sua mano, e a ogni passaggio la sua voce saliva di un tono.
«Sento tutto» disse a un certo punto, e non capii se parlava con me o con se stessa. «Sento tutto, Tommaso, cazzo, come fai...»
Le dita dei piedi si contrassero nella mia bocca, si strinsero intorno alla mia lingua. Le morsi piano, attraverso la calza, e lei gridò.
«Così. Non... così. Non smettere.»
La guardavo. Voglio dirlo: la guardavo tutto il tempo. La testa buttata indietro, il collo lungo, una goccia di sudore che scendeva dalla tempia, il vestito arrotolato sui fianchi, le calze scure di saliva fino alle caviglie e lucide sotto la lampada, la mano tra le cosce che adesso si muoveva veloce, senza pudore, e l'altra mano che aveva lasciato il cuscino e cercava me, mi trovava i capelli, mi teneva la testa contro il suo piede.
«Non ti fermare, ti prego, non ti fermare, non ti...»
Venne così. Con il piede destro nella mia bocca fino alle dita, il sinistro premuto sul mio cazzo che pulsava, la mano che si fermò di colpo e poi riprese, e un'onda che le partì dal ventre e la piegò in due, un grido lungo, strozzato, e poi un altro, più basso, e le dita dei piedi che si aprirono e si chiusero dentro la mia bocca come una mano che cerca di trattenere qualcosa. Durò tanto. La tenni. Non smisi, come mi aveva chiesto, finché non fu lei a ritirare il piede, piano, tremando, e a dire, con un filo di voce, «basta, basta, non ce la faccio più».
Rimasi in ginocchio davanti al divano, con la fronte appoggiata al suo ginocchio e il nylon bagnato contro la guancia. Il cuore mi batteva nelle orecchie. Fuori il lago era sparito nel buio e sopra di noi il temporale, finalmente, si decise: un tuono lungo, poi il primo scroscio sulle tegole, sull'acqua, sul legno della terrazza. L'aria cambiò in un secondo, si fece fredda, pulita.
Livia mi prese il viso tra le mani e mi tirò su, fino a lei. Aveva gli occhi lucidi.
«Quattordici anni» disse.
«Lo so.»
«No, non lo sai. Quattordici anni che ti guardo guardarmi.» Mi passò il pollice sulla bocca, che sapeva ancora di lei. «E che aspetto.»
Non seppi cosa dire. Lei mi baciò. Fu un bacio diverso da tutto quello che era successo prima, senza fretta, senza fame, un bacio che sapeva di Gattinara e di sale e di quel qualcosa che c'era sempre stato tra noi e che finalmente aveva un posto dove stare.
«Vieni» disse poi, e mi tirò per la mano.
Mi portò dentro, attraverso il salone buio, su per le scale di legno che scricchiolavano. Camminava con le calze fradice che lasciavano un'impronta scura su ogni gradino, e io guardavo quelle impronte e pensavo che le avrei volute conservare.
La sua camera era quella di quando era ragazza, in fondo al corridoio: il letto a una piazza e mezza, l'armadio con lo specchio, la finestra sul lago. La pioggia entrava dalla persiana aperta e bagnava il pavimento, e nessuno dei due andò a chiuderla. Accese solo la lampada sul comodino, una luce gialla e bassa che le arrivava alle gambe e lasciava il resto in penombra.
Si mise davanti a me e si sfilò il vestito dalla testa, in un movimento solo, senza niente di studiato. Sotto aveva un reggiseno nero semplice e degli slip dello stesso colore, scuri al centro, e le calze. Solo le calze, con l'orlo elastico che le segnava le cosce, e tutto il resto pelle. Trentaquattro anni, i fianchi larghi, il ventre morbido con la piega sotto l'ombelico, i seni pieni che il reggiseno teneva a fatica. Il corpo che avevo visto in costume per quattordici estati e che non avevo mai visto.
«Guardami» disse. Mi aveva rubato la parola. «Hai aspettato tanto. Guardami quanto vuoi.»
La guardai. Poi la toccai, e lei chiuse gli occhi.
Mi spogliò lei, con le mani che tremavano appena, e la cosa che ricordo è che non smise mai di guardarmi in faccia mentre lo faceva, come se avesse paura che sparissi. Quando fui nudo mi prese in mano, con una stretta ferma, e mi tenne così, senza muoversi, e disse «finalmente», a bassa voce, a se stessa più che a me.
Mi tirò sul letto. Il letto scricchiolò come quando era ragazza, e ci rise sopra un attimo, e poi non rise più.
Le tolsi il reggiseno e gli slip, ma non le calze. Non le chiesi niente e lei non offrì. I capezzoli erano scuri e larghi, duri sotto la lingua, e quando glieli succhiai mi affondò le dita nei capelli. Le baciai il ventre, l'osso dell'anca, l'interno delle cosce sopra l'orlo delle calze, dove la pelle era più morbida che in qualunque altro posto del mondo. Poi la aprii con le dita e la guardai. Era gonfia, lucida, di un rosa scuro quasi rosso, e bagnata fino alle cosce, fino all'orlo del nylon, che era diventato scuro anche lì.
«Non mi guardare così» disse.
«Così come.»
«Come se fossi una cosa sacra.»
«Lo sei.»
La leccai. Sapeva di sale e di ferro e di qualcosa di suo che non ho mai trovato in nessun'altra, un sapore pieno, caldo, che mi riempì la bocca. La leccai piano, con la lingua piatta, dal basso verso l'alto, e lei mi mise una mano sulla nuca e il piede sinistro sulla spalla, e sentii il nylon bagnato contro il collo mentre le succhiavo il clitoride e le infilavo due dita dentro, curve verso l'alto, dove era stretta e bollente e pulsava contro i polpastrelli.
«Vieni su» disse dopo un po', con una voce che non era una richiesta. «Vieni su. Ti voglio dentro. Adesso.»
Salii su di lei. Mi guidò con la mano, lo appoggiò all'ingresso e lo tenne lì un secondo, mentre ci guardavamo, e poi sollevò i fianchi e mi prese dentro. Piano. Un centimetro, e si fermò. Un altro. La sentivo aprirsi intorno a me, stretta, calda in un modo che bruciava, e vidi la sua faccia cambiare, gli occhi che si spalancavano e poi si chiudevano e la bocca che si apriva senza suono.
«Oddio» disse. «Oddio, Tommaso.»
«Cosa.»
«Non lo so. Non lo so cos'è.» Mi strinse la schiena con le mani. «Non ho mai... non è mai stato così. Sento tutto. Sento ogni...»
Non finì. Spinsi fino in fondo, e lei gridò, e io con lei.
Non so dirlo meglio di così: non era sesso come lo avevo conosciuto. Ero stato con altre donne, alcune le avevo amate, o creduto. Ma dentro Livia c'era una cosa che non avevo mai sentito, una specie di riconoscimento, come se il mio corpo sapesse dov'era prima ancora di me. Era stretta in un modo che mi toglieva il fiato, e bagnata, e ogni volta che uscivo e rientravo sentivo le pareti di lei che mi seguivano, che mi trattenevano, che non volevano lasciarmi andare. Sentivo il suo odore salire dal cuscino, dai capelli, dalle ascelle, dal punto dove eravamo uniti, un odore di sudore e di sesso e di pioggia che entrava dalla finestra.
Le presi le gambe e me le portai sui fianchi. Le calze bagnate mi scivolarono sulla pelle, fredde e lisce dove il resto di lei era bollente, e i suoi talloni mi trovarono le natiche e spinsero, a ogni colpo, più a fondo. Il letto batteva contro il muro. La pioggia batteva sulla finestra. E sotto tutto questo il suono di noi, umido, ritmico, osceno nel silenzio della casa, e il suo respiro che diventava voce.
«Più forte.» E poi: «Guardami. Guardami mentre lo fai.»
La guardai. Mi guardava con gli occhi lucidi e la bocca aperta e diceva il mio nome, e altre cose, cose che non le avevo mai sentito dire, «scopami», «sì, così, tutto», «sei mio», «sei sempre stato mio», e a ogni parola la sentivo stringersi intorno a me come se le parole le uscissero da lì.
«Non uscire» disse quando mi sentì cambiare ritmo. «Non uscire. Voglio sentirti. Tutto.»
Venne prima lei, o insieme, non lo so. So che si inarcò sotto di me, che le dita dei piedi si contrassero contro la mia schiena attraverso il nylon, che gridò contro la mia bocca, e che le contrazioni di lei mi strapparono via tutto. Venni dentro di lei con la faccia nel suo collo, a lungo, con spinte che non controllavo più, e lei mi teneva stretto e diceva «sì, sì, sì» a ogni fiotto, come se li contasse.
Restammo così, io dentro di lei che mi ammorbidivo piano, lei con le gambe ancora intorno a me. La pioggia. Il suo cuore contro il mio, che andava come il mio.
«Non era così» disse dopo un pezzo, nel buio. «Con nessuno. Non era mai stato così.»
«Neanche per me.»
«Lo so. L'ho sentito.»
Mi svegliai che non sapevo che ore fossero. La lampada era spenta, la pioggia continuava, più piana, e Livia era seduta sul letto con la schiena contro il muro e mi guardava. La vedevo appena, dalla luce grigia che entrava dalla finestra: la spalla, il profilo del seno, il luccichio del nylon sulle gambe piegate. Aveva una mano tra le cosce. Non la mosse quando si accorse che ero sveglio.
«Non riesco a dormire» disse. «Ti guardo e mi torna la voglia. È ridicolo. Ho trentaquattro anni.»
«Da quanto sei sveglia.»
«Da un po'.» La mano si mosse, appena. La sentii, più che vederla: un suono minimo, bagnato. «Ti guardavo dormire e mi toccavo. Non l'ho mai fatto in vita mia. Guardare un uomo che dorme e...» Non finì.
Allungai la mano e le presi un piede. Era asciutto adesso, o quasi, il nylon tiepido e un po' rigido dove la saliva si era seccata, e sotto l'odore era tornato, più mio che suo, il mio odore mescolato al suo e cotto insieme. Lo portai alla bocca e lo baciai sull'arco, e lei fece quel suono, quello di sorpresa, che a quanto pareva era il suo.
«Ancora» disse. «Hai ancora voglia di quelli?»
«Sempre.»
Allora si mosse. Scese lungo il letto, si sedette di fronte a me con la schiena contro la sponda e allungò le gambe, e mise i piedi su di me. Sul mio cazzo, che era mezzo duro dal risveglio e che sotto quelle piante diventò duro del tutto in un secondo. Non lo fece con malizia. Lo fece come si prende una cosa che è propria. Lo strinse tra le due piante, con le dita che si piegavano intorno, e cominciò a muoverle, su e giù, piano, e il nylon sulla pelle era una cosa che non avevo mai provato: liscio, un po' freddo, con la trama che si sentiva a ogni passaggio come una carezza fatta con mille dita. Guardavo i suoi piedi che mi tenevano e mi girava la testa.
«Ti piace» disse. Non era una domanda.
«Non hai idea.»
«Ce l'ho. Ce l'ho l'idea.» E strinse più forte, e mi passò il rinforzo delle dita sulla punta, e io chiusi gli occhi. «No. Guarda. Voglio che guardi.»
Guardai. I suoi piedi color sabbia che mi stringevano, la pelle di lui che diventava lucida di quello che usciva, e il nylon che lo raccoglieva e si scuriva, e il suo viso sopra le ginocchia che mi osservava con una specie di fame tranquilla. Andò avanti finché non le presi le caviglie, perché un minuto ancora e sarebbe finita lì, e non volevo che finisse lì.
«Voglio te» dissi. «Dentro. Non così.»
«Lo so.» Ritirò i piedi. «Anch'io.» E si mise a quattro zampe sul letto, con la faccia verso l'armadio.
Nello specchio la vidi di schiena, e vidi me dietro di lei. Le natiche piene, la schiena lunga con la riga della colonna, le calze fino a metà coscia e i piedi rivolti verso di me, le piante in su, sabbia scuro nella penombra, con le dita che si aprivano e si chiudevano sul lenzuolo. E in mezzo, aperta, lei. Gonfia, scura, lucida, con le grandi labbra che si vedevano bene anche in quella luce, e sopra il piccolo buco stretto, e sotto le cosce ancora lucide di quello che le avevo lasciato dentro due ore prima.
Mi inginocchiai dietro di lei e le presi i piedi tra le mani. Le baciai le piante, una e poi l'altra, con lei che aspettava con la fronte sul cuscino e il respiro che si faceva corto, e poi risalii con la bocca lungo i polpacci, l'incavo dietro il ginocchio dove il nylon era caldo, le cosce sopra l'orlo, e le feci scivolare la lingua lungo tutto il solco, dall'alto in basso, sull'apertura piccola che si contrasse sotto la lingua, e giù fino a lei, che era già bagnata di nuovo, fradicia, con un sapore che era il suo e il mio insieme, più forte di prima, più denso. La leccai a lungo, con la faccia affondata, le mani che le aprivano le natiche, e la sentii tremare fino alle caviglie, e spingere indietro contro la mia bocca, e gemere nel cuscino.
«Basta» disse. «Basta, ti prego. Mettilo dentro. Mettimelo dentro.»
Ero duro come non credevo possibile alla seconda volta. Mi appoggiai a lei, la punta contro l'apertura, e lei si spinse indietro e mi prese lei, prima che potessi decidere io. In un colpo solo, fino in fondo. Urlò nel cuscino. E io guardai, nello specchio, il mio cazzo che spariva dentro di lei, e poi lo guardai da sopra, dal vero, uscire lucido, bagnato di lei fino alla radice, e rientrare.
Da dietro era diversa. Più stretta, più profonda, la sentivo fino in fondo e oltre, un fondo che mi toccava e mi faceva vedere bianco. Ogni colpo la spingeva in avanti e la faceva tornare indietro contro di me con un suono di carne bagnata che nel silenzio della casa sembrava enorme. Le tenevo i fianchi. Poi le presi le caviglie, una per mano, e le tirai su, piegando le sue gambe verso di me, e con i suoi piedi in mano la scopavo guardando nello specchio la sua faccia che si girava a cercarmi, la bocca aperta, i capelli sugli occhi.
«Guardaci» le dissi.
Guardò. E la vidi vedere: lei a quattro zampe con la schiena inarcata, io in ginocchio dietro con i suoi piedi stretti in mano come un uomo che tiene una cosa preziosa, e questa cosa ci fece impazzire tutti e due. Le portai un piede alla bocca senza smettere di spingere e le succhiai le dita attraverso il nylon mentre la prendevo, l'alluce fino in fondo, e poi la lingua tra le dita, dove sapeva ancora di me, e lei cominciò a dire cose senza senso, «sì, sì, i piedi, prendili, sono tuoi, tutto è tuo, scopami, scopami, sono tua», e spingeva indietro contro di me, e lo specchio ci restituiva tutto.
Mi fermai. Dentro di lei fino in fondo, fermo. Lei gemette di protesta e provò a muoversi, e io le tenni i fianchi e non la lasciai.
«Cosa fai.»
«Sentimi.»
Rimase ferma. E poi sentii che lo faceva: mi stringeva, dentro, con un movimento che veniva dal fondo, lento, come una mano che si chiude e si apre. La sentii pulsare intorno a me. Sentii il calore di lei che mi saliva nella pancia. E lei disse, con una voce che non riconobbi, «ti sento, ti sento tutto, sento la forma, sento dove finisci», e mosse i fianchi in cerchio, piano, con me dentro immobile, e capii che quella era la cosa più intima che avessi mai fatto con una persona, più del resto, più di tutto: stare fermi dentro l'altro e sentirlo.
Poi non resse più nessuno dei due.
Ricominciai a prenderla e lei cercò la mia mano, se la portò tra le gambe e se la tenne lì, sul clitoride, gonfio e duro sotto le mie dita, e si muoveva contro le mie dita e contro il mio cazzo insieme, con una fame che non avevo mai visto in nessuna donna e che non credevo di poter provocare io. L'altra sua mano scese e si infilò sotto, tra le sue cosce, e sentii le sue dita che mi toccavano dove entravo in lei, che sentivano il mio cazzo scivolare dentro e fuori, che si tenevano lì, sulla giuntura, come per essere sicura che fosse vero.
«Sei dentro di me» disse. «Sei dentro. Tommaso. Sei tu.»
Sentivo l'odore. Il sudore di lei che le colava lungo la schiena, la pioggia dalla finestra, il nylon caldo sotto il naso, il sesso che riempiva la stanza fino al soffitto, un odore di noi due che non c'era mai stato al mondo prima di quella notte. Le presi i capelli con la mano libera, non per farle male, per tenerla, e lei girò la testa e mi guardò da sotto, con gli occhi che brillavano di lacrime o di altro, e disse la cosa che non dimenticherò.
«Vieni dentro. Quando vieni, vieni dentro. Voglio sentirlo. Voglio sentirlo mentre esce, voglio tutto, voglio che mi riempi, non voglio che resti niente fuori di te.»
«Livia...»
«Promettimelo.»
«Sì.»
«Dillo.»
«Vengo dentro di te.»
Gridò. Non ci fu altro avviso. Le contrazioni la presero tutta, la schiena, le cosce, le dita dei piedi che si chiusero nelle mie mani attraverso il nylon, e mi strinse con spasmi così forti che dovetti fermarmi, non potevo muovermi, e lei sotto di me si dibatteva e piangeva e diceva il mio nome, e quando le onde cominciarono a diradarsi disse, senza fiato, «continua, continua, non ti fermare, adesso tu, adesso tu», e ricominciai, più forte di prima, con le sue caviglie strette in mano e il letto che batteva contro il muro e lei che spingeva indietro a ogni colpo per prendermi più a fondo, e venni. Venni dentro di lei per la seconda volta, fino in fondo, con la pancia contro le sue natiche, e lei lo sentì. Lo so che lo sentì perché disse «sì» al primo fiotto, e «sì» al secondo, e poi «ancora» e «lo sento, lo sento, è caldo», e si spinse indietro contro di me per non perderne niente, e continuò a stringermi dentro finché non fu finita, e anche dopo.
Mi accasciai sulla sua schiena con la bocca sulla sua spalla e il sapore del suo sudore. Il cuore mi batteva contro la sua scapola. Il suo, sotto la mia mano, andava uguale.
Rimanemmo così. Scivolai fuori di lei piano, e nello specchio vidi quello che avevo lasciato colarle lungo l'interno della coscia, bianco sulla pelle scura, fino all'orlo della calza, e lei lo sentì e non fece niente per fermarlo. Rideva piano, con la faccia nel cuscino.
«Sono una persona seria. Ho una laurea. Faccio riunioni.»
«Lo so.»
«E ho appena chiesto a mio fratello di venirmi dentro guardando nello specchio.»
«Fratellastro.»
«È uguale.»
Mi tirai su e la girai verso di me. «No. Non è uguale. Se fosse uguale non saremmo qui.»
Mi guardò a lungo. Poi mi baciò, e in quel bacio c'era tutto quello che avevamo appena fatto e anche tutto il resto, gli anni, l'ospedale, il pontile.
La terza volta fu quasi l'alba. Il temporale era passato e dalla finestra entrava una luce grigia e pulita, e il lago si sentiva, il rumore delle onde piccole contro il pontile, il legno che gocciolava. Livia dormiva sul fianco, con la schiena contro il mio petto e le ginocchia piegate. Una calza aveva una smagliatura lunga, dal ginocchio fin sotto il polpaccio, e non sapevo quando fosse successo. La accarezzai col dito, seguendo la riga, sentendo il nylon che finiva e la pelle che cominciava, e lei si mosse contro di me, e mi accorsi che ero di nuovo duro, e se ne accorse anche lei.
Non parlammo. Si spostò appena, alzò un ginocchio, e mi guidò dentro di lei con la mano, da dietro, di fianco, senza girarsi. Entrai piano. Eravamo tutti e due doloranti, pieni l'uno dell'altra, e quella lentezza era l'unica cosa possibile.
È quella la volta che non dimenticherò. Non le prime due, che erano fame. Questa era altro. Stavo dentro di lei quasi senza muovermi, con una mano sul suo seno a sentire il cuore, l'altra sul suo ventre, la bocca sulla nuca dove i capelli erano ancora umidi. Ogni tanto spingevo, poco, e lei rispondeva poco, e la sentivo intorno a me, tutta, ogni piega, calda e morbida e mia, come se ci fossimo detti qualcosa che non aveva parole. I suoi piedi nel nylon si intrecciarono ai miei sotto il lenzuolo e rimasero lì, e ogni tanto si contraevano, e ogni contrazione la sentivo anche dentro.
«Tommaso» disse una volta, senza voltarsi.
«Sì.»
«Ti amo. Non da stanotte.»
Lo sapevo. Non gliel'avevo mai sentito dire. Le risposi nell'orecchio, e non scrivo qui cosa.
Venne piano, così, quasi ferma, con un tremito lungo che le percorse la schiena e che sentii sulla mia pancia, e un sospiro invece di un grido, e mi strinse dentro dolcemente, e io venni con lei, un attimo dopo, con poco, con tutto quello che era rimasto, e restai dentro di lei finché la luce non diventò bianca e il lago non cominciò a luccicare.
La mattina la trovai in cucina, scalza sul pavimento freddo, con la mia camicia addosso e il caffè già fatto. Le calze erano sullo schienale di una sedia, ad asciugare, ancora con la forma dei suoi piedi, una con la smagliatura che scendeva come una riga tirata a mano. Le guardò, guardò me, e non disse niente. Non ce n'era bisogno.
Mi versò il caffè e mi sfiorò la mano.
«Oggi il motoscafo» disse.
Esattamente quello che avrebbe detto una sorella.
Ma sotto il tavolo il suo piede nudo trovò il mio, e rimase lì.
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