Una lunga attesa 4
di
stella_ninfa
genere
saffico
Mi sveglio con la luce del mattino che filtra dalle tende.
Per un attimo resto ferma, gli occhi ancora chiusi, e il corpo mi ricorda tutto. I muscoli delle cosce sono un po’ indolenziti, la pelle del collo e del seno porta ancora il ricordo della sua bocca. Quando mi muovo tra le lenzuola, il profumo di Lilly, o forse solo il ricordo di quel profumo, sembra ancora aggrappato ai cuscini.
Apro gli occhi. Sono a casa. Nella mia stanza. Nella mia vita.
Devo alzarmi. Devo fare colazione, tornare alla routine di sempre. Lavoro, spesa, silenzi. Tutto quello che ieri sera, per qualche ora, era sparito. Ma il ricordo è troppo vivido.
Riesco ancora a sentire le sue dita dentro di me, la voce roca quando mi ha detto di venire per lei, il modo in cui mi guardava mentre mi rivestivo. Riesco ancora a vedere i suoi occhi scuri, i capelli neri corti, quella mascolinità quieta che mi aveva fatto venire i brividi fin dal primo messaggio su Tinder.
Mi siedo sul bordo del letto e mi passo una mano sul viso.
Vorrei una relazione. Una cosa stabile. Qualcuno con cui non solo scopare, ma anche restare. Qualcuno con cui costruire qualcosa che duri più di una notte sopra un locale.
E Lilly…
Lilly è troppo alternativa. Troppo libera. Troppo a suo agio in una stanza privata di un bar arcobaleno, con una tessera elettronica e lo sguardo di chi sa esattamente cosa vuole senza chiedere di più. Forse per lei sono stata solo una bella serata. Una ragazza timida e affamata che si è lasciata scopare bene. Un’amica per il sesso, niente di più.
Il pensiero mi stringe lo stomaco.
Mi alzo comunque. Vado in bagno, mi lavo il viso, preparo il caffè. Faccio tutto quello che si fa quando si torna alla normalità. Ma mentre la moka gorgoglia, una parte di me continua a chiedersi se lei si sia svegliata pensando a me… o se per Lilly la notte sia già finita nel momento in cui siamo uscite da quella stanza.
Il lavoro d’ufficio scorre come sempre: mail da rispondere, riunioni, documenti da firmare. Le dita digitano quasi in automatico, ma la testa è altrove.
“Dobbiamo rivederci.”
Quelle parole di Lilly mi girano in testa da stamattina. Non le ha dette a caso. Le ha dette mentre si toccava, con gli occhi fissi nei miei, ancora nuda e aperta sul letto. Quindi l’attesa è iniziata. E con l’attesa, i dubbi.
Devo essere io a scrivere per prima? O aspetto che sia lei a farmi sapere di sé?
Se le mando un messaggio adesso rischio di sembrare troppo presa, troppo desiderosa di qualcosa di più. Se aspetto, invece, potrei sembrare indifferente… o peggio, potrei non sentire più niente da parte sua. Il pensiero mi stringe lo stomaco mentre fisso lo schermo del computer senza davvero vedere le parole.
E poi c’è l’altra domanda, quella più difficile.
Posso incontrarla solo per un drink? Solo per parlare, per conoscerla davvero, per capire se oltre al sesso c’è qualcosa? O quello sguardo intenso, quel viso bellissimo, quei capelli neri corti e quella voce bassa mi trascinerebbero di nuovo dritta in una notte di sesso sfrenato, senza lasciare spazio a nient’altro?
Io vorrei più equilibrio.
Vorrei poter stare con lei senza che tutto diventi subito fuoco. Vorrei poterle chiedere come sta, cosa fa quando non è in un locale arcobaleno, se a volte si sente sola anche lei. Vorrei una cosa che non sia solo corpi che si cercano nella stanza 310.
Ma ho paura che con Lilly non sia possibile.
E ho ancora più paura di scoprire che, invece, lo sarebbe… e di non avere il coraggio di chiederglielo.
Durante la pausa caffè resto appoggiata al bancone della cucina dell’ufficio, la tazza tra le mani, e non riesco a smettere di pensarci.
Con Lilly, ieri sera, le dinamiche di potere erano chiare fin dal primo momento. Lei decideva. Lei guidava. Lei mi spingeva contro il muro, mi girava sulla pancia, mi diceva quando venire. Io mi lasciavo fare. Anzi, più che lasciarmi fare, lo desideravo. C’era qualcosa di liberatorio in quella resa. Per una volta non dovevo pensare, non dovevo guidare, non dovevo essere “brava” o “giusta”. Bastava sentire. Bastava obbedire al piacere che lei decideva di darmi.
E mi era piaciuto. Molto.
Ma adesso, a mente fredda, mi chiedo quanto di quella dinamica voglia portare fuori dalla stanza 310. Nel sesso mi ha fatta sentire desiderata e al sicuro allo stesso tempo. Nella vita di tutti i giorni, però, non so se riuscirei a stare in una relazione dove il potere resta sempre da una sola parte. Io voglio una cosa stabile, sì, ma voglio anche potermi sedere di fronte a qualcuno e dire la mia senza sentirmi piccola. Voglio che qualcuno mi ascolti tanto quanto io ascolto. Voglio equilibrio.
Con Lilly ho paura che l’equilibrio non esista.
O meglio: ho paura che esista solo a letto, e che fuori da lì lei resti quella che decide e io quella che aspetta. Quella che spera in un messaggio. Quella che si chiede se può proporre un semplice drink senza sembrare ingenua.
Forse è per questo che esito a scriverle per prima. Perché mandarle un messaggio adesso non sarebbe solo una proposta di rivederci. Sarebbe già una piccola resa. Un modo per dire: “decidi tu, ancora una volta”.
E una parte di me lo vuole. Un’altra parte, quella che desidera una relazione vera, comincia a chiedersi se accettare sempre quel tipo di potere non finisca per costarmi troppo.
Alla fine prendo una decisione.
Non voglio restare in questa attesa infinita. Non voglio nemmeno buttarmi a capofitto in un’altra notte come quella, non prima di aver capito se tra noi può esistere qualcosa di diverso. Solo un drink. Niente stanze private, niente mani sotto i vestiti, niente promesse dette a voce roca mentre ci si tocca. Solo due persone che si siedono a un tavolo e parlano.
Apro la chat con Lilly.
Il cursore lampeggia a lungo. Cancello e riscrivo mentalmente frasi intere: “Ciao, ti va di prenderci un drink uno di questi giorni?”, “Mi è piaciuto molto vederti, magari potremmo…”. Troppo lunghe. Troppo spiegative. Troppo paurose.
Alla fine digito solo una parola, con il punto interrogativo che pesa più di tutto il resto.
“Drink?”
Rileggo il messaggio tre volte. Il cuore mi batte forte, come se stessi per fare qualcosa di molto più grande di una semplice proposta. Poi premo invio.
Lo schermo resta fermo. Il messaggio risulta inviato. Adesso la palla è sua.
Poso il telefono sulla scrivania e provo a tornare al lavoro, ma le dita tremano appena sopra la tastiera. Ho scelto l’equilibrio. Ho scelto di provarci in un altro modo.
Adesso tocca a lei rispondere.
La risposta non si fa attendere.
Il telefono vibra dopo pochi minuti. Apro la chat e leggo:
“Perché no”
Sotto, l’indirizzo di un locale e un’ora. Stasera.
Il cuore mi fa un salto. Non è un rifiuto, non è una proposta ambigua, non è un invito a tornare nella stanza 310. È un sì semplice, diretto, nello stesso stile asciutto di Lilly. E per qualche secondo mi sento quasi in imbarazzo dalla mia stessa decisione.
Sono decisa.
Stasera voglio parlare. Solo parlare. Voglio conoscere Lilly. In fondo di lei non so quasi niente. So come suona la sua voce quando gode, so come mi guarda mentre mi tocca, so quanto è brava a farmi perdere la testa. Ma non so cosa fa di lavoro, se ha amici, se legge, se ha mai avuto una relazione lunga, se a volte si sente sola come me. Non so se dietro quella mascolinità quieta e quello sguardo intenso c’è qualcuno con cui si possa costruire qualcosa di diverso dal sesso.
Mi mordo il labbro mentre fisso lo schermo.
Ho scelto io questa strada. Ho scritto “Drink?” e lei ha accettato. Adesso tocca a me non farmi trascinare di nuovo solo dal desiderio. Tocca a me restare seduta al tavolo, bere qualcosa, fare domande e ascoltare le risposte. Anche se so già che basterà poco, un sorriso, un silenzio troppo lungo, quello sguardo, per farmi venire voglia di buttare all’aria ogni proposito di equilibrio.
Respiro a fondo. Stasera parlo. Solo parlo.
Almeno ci provo.
Sono ferma sul marciapiede davanti al locale, arrivata dritta dall’ufficio.
Jeans scuri, camicetta semplice, un filo di trucco e i capelli tirati indietro in modo frettoloso. Niente di sexy. Niente di studiato. Solo io, nella versione di tutti i giorni, con la borsa da lavoro ancora sulla spalla e il cuore che batte un po’ troppo forte.
Guardo l’orologio. È quasi l’ora. Poi sento il rombo.
Una moto arriva veloce, troppo veloce per questa strada, e si ferma proprio davanti a me con un frenata netta e precisa. È un’Aprilia sportiva, bassa, aggressiva. La persona alla guida è stesa in avanti sul serbatoio, il corpo aderente alla moto in modo quasi insolente. I pantaloni neri… li riconosco. Lo stesso nero di quella sera. Lo stesso modo di occupare lo spazio.
Il casco si solleva.
I capelli corti e neri compaiono per primi, poi il viso. Lilly mi guarda e sorride. Un sorriso piccolo, sicuro, che mi arriva dritto allo stomaco.
Resto folgorata.
Per un attimo dimentico tutto: la decisione di parlare soltanto, l’equilibrio che volevo cercare, le buone intenzioni costruite durante il giorno in ufficio. C’è solo lei, scesa da quella moto come se appartenesse a un altro mondo rispetto al mio di mail e riunioni. E io, in jeans e camicetta, mi sento improvvisamente troppo normale, troppo poco, e allo stesso tempo troppo desiderosa di avvicinarmi.
Lilly spegne il motore e mi tiene lo sguardo.
“Ciao, Stella”, dice soltanto.
E io capisco che restare solo a parlare stasera sarà molto più difficile di quanto avessi sperato.
Lilly spegne il motore e scende dalla moto con la stessa naturalezza con cui l’altra sera mi aveva spinto contro il muro.
Si avvicina e mi bacia sulla guancia. Io ricambio. È un bacio leggero, casto, da amicizia. Niente di più. Eppure il suo profumo, o forse solo il ricordo di quello che quel corpo sa fare, mi arriva dritto allo stomaco.
Faccio un passo verso la porta del locale, decisa a restare fedele al piano. Solo un drink. Solo parlare.
“E se invece andassimo al lago?”, dice lei. “Aperitivo. Cambio di scenario.”
Alzo gli occhi. Indica la moto con un cenno del mento.
“Non sono mai salita in moto”, ammetto subito. La voce mi esce più piccola di quanto vorrei. “Mi spaventa.”
Lilly sorride, quella stessa calma sicura di sempre. Stacca un casco agganciato alla maniglia del passeggero e me lo porge.
“Fidati. Vado piano. E ti spiego tutto.”
Il seggiolino dietro è piccolissimo. Quasi non esiste. L’idea di stare aggrappata a lei, con il corpo premuto contro la sua schiena, mi fa venire un nodo alla gola. Provo a resistere. Dico che forse è meglio restare qui, che ho la borsa, che non sono vestita in modo adatto. Ma Lilly ci sa fare. Parla a voce bassa, rassicurante, senza pressioni, solo con quella sicurezza quieta che già una volta mi aveva fatto cedere a tutto.
Alla fine acconsento.
Mi spiega come salire, dove mettere i piedi, di non muovermi troppo, di tenermi a lei se ho paura. Mi aiuta a sistemare il casco. Le dita le sfiorano la cintura mentre mi posiziono sul sellino stretto, le cosce quasi a contatto con i suoi fianchi.
“Pronta?”, chiede, già a gambe divaricate sulla moto.
Annuisco, anche se il cuore mi batte ovunque.
Il motore si accende. La moto vibra sotto di noi. E io, con le braccia ancora incerte, capisco che il piano del “solo parlare” ha già cominciato a incrinarsi.
Il motore vibra sotto di me e, nel giro di pochi secondi, la paura sparisce.
È una sensazione meravigliosa. L’aria mi sbatte contro il casco, il corpo è costretto a seguire ogni movimento della moto, e io mi lascio andare. Chiudo gli occhi. Mi lascio cullare dalle curve, dal modo in cui la moto si piega e poi si raddrizza, dalle accelerazioni improvvise sui rettilinei che mi spingono in avanti contro di lei.
Il mio seno è premuto contro la schiena di Lilly. Sento i muscoli muoversi sotto la giacca di pelle ogni volta che guida. Le braccia le ho strette intorno alla vita, le mani agganciate sopra il suo stomaco, e il calore del suo corpo mi arriva dritto attraverso i vestiti. A ogni curva le cosce si stringono un po’ di più contro i suoi fianchi. A ogni accelerazione il bacino mi si avvicina ancora.
Mi sto eccitando.
Non posso farci niente. Il ritmo della moto, il contatto continuo, l’odore della sua pelle mescolato a quello dell’asfalto caldo… tutto mi riporta a due sere fa. A come mi aveva toccata. A come mi aveva fatta venire. Stringo un po’ di più le braccia intorno a lei e sento che anche lei se ne accorge: la sua mano sinistra lascia la manopola per un secondo e mi sfiora le dita, un contatto breve, quasi un sorriso.
Quando alla fine intravedo il lago tra gli alberi, sento una punta di delusione.
Il viaggio sta finendo. E io non volevo che finisse.
Il locale è praticamente sul lago. I tavolini esterni sono a pochi metri dall’acqua, e l’aria profuma di canne e di sera che scende. Ci sediamo. Per un attimo resto in silenzio, ancora un po’ scossa dalla moto, dal contatto del suo corpo contro il mio. Poi prendo fiato e faccio la prima vera domanda.
“Cosa fai nella vita?”
Lilly non si fa pregare. Racconta senza giri di parole: ha una concessionaria. Vende e ripara moto, soprattutto sportive. L’Aprilia con cui siamo arrivate è una delle sue. Parla del lavoro con quella stessa calma sicura con cui guida, e mentre la ascolto capisco meglio perché si muove in un certo modo, perché sembra sempre sapere esattamente dove mettere le mani e il corpo.
Poi tocca a me.
Le parlo del mio lavoro in ufficio, di quanto sia noioso, delle giornate che si ripetono uguali. Le racconto delle avance che ricevo quasi ogni giorno, anche da uomini sposati, e di come le respingo sempre con lo stesso sorriso educato e distante. Lei ascolta senza interrompere, gli occhi attenti.
A un certo punto, senza che me ne accorga davvero, mi scappa la parte più difficile.
“La mia omosessualità non è dichiarata”, dico. La voce mi esce più bassa. “Non mi sento pronta. Non l’ho mai detto a nessuno, al lavoro, in famiglia… quasi da nessuna parte. L’unica relazione importante che ho avuto è rimasta nascosta per tutto il tempo. E questa cosa… è stata una delle cause che l’hanno fatta finire.”
Lilly non fa la faccia di circostanza. Non mi compatisce. Annuisce soltanto, seria, e dopo un attimo chiede qualcosa di semplice, di umano. Così continuiamo a parlare. Di tutto. Di ex, di paure, di cosa significa tenersi certi pezzi di sé chiusi in un cassetto. Ridiamo anche. Lei ha un modo di ridere basso e vero che mi fa sentire improvvisamente più leggera.
Per la prima volta da quando ci siamo conosciute, non stiamo scappando verso un letto.
Stiamo semplicemente stare insieme.
E mi accorgo che mi piace. Molto più di quanto avessi previsto.
L’aperitivo termina quando il cielo sopra il lago è già scuro.
Lilly mi riaccompagna a casa. L’aria adesso è più fresca, e il viaggio in moto diventa ancora più piacevole. Stavolta non chiudo gli occhi. Guardo le luci scorrere, sento il suo corpo caldo contro il mio seno e le braccia che le stringo intorno alla vita con meno paura e più voglia di restare così.
Ci fermiamo sotto casa mia.
Il motore si spegne. Restiamo in silenzio per un tempo lunghissimo. Solo il rumore lontano di una macchina e il nostro respiro. So che dovrei salutare, ringraziare, chiudere la serata come avevo deciso. Invece alzo gli occhi verso di lei e, con una voce più sicura di quanto mi senta, dico:
“Vuoi salire?”
Lilly mi guarda un secondo, poi annuisce. Questa volta non c’è fretta. Non c’è la fame animalesca della stanza 310.
Appena entriamo, ci baciamo. I baci sono lunghi, lenti, profondi. Tra un bacio e l’altro le tolgo la giacca. Tra un altro ancora, la camicia. Lei fa lo stesso con me. Ogni capo che cade è accompagnato da carezze e da labbra che restano a lungo sulla pelle appena scoperta. I pantaloni scivolano via per ultimi. Restiamo completamente nude in mezzo al soggiorno, illuminate solo dalla luce calda della lampada.
La prendo per mano e la accompagno in camera da letto.
Sul mio letto ci distendiamo una di fronte all’altra, poi una sopra l’altra. Ci assecondiamo. Quando lei mi tocca, io rispondo. Quando io scendo con la bocca sul suo collo, lei inarca la schiena e mi cerca. Non c’è chi guida e chi segue: c’è solo un dare e ricevere continuo, tenero e intenso allo stesso tempo.
Le dita, le lingue, i respiri si cercano e si trovano. Il piacere sale piano, insieme. Quando veniamo, è quasi contemporaneo: un gemito suo contro la mia spalla, il mio corpo che si stringe intorno alle sue dita, e per qualche secondo restiamo fuse in un’unica scossa silenziosa e profonda.
Poi restiamo abbracciate, la pelle ancora calda, il cuore che batte contro il cuore.
Questa volta non è solo sesso.
Ed entrambe, credo, lo sappiamo.
Per un attimo resto ferma, gli occhi ancora chiusi, e il corpo mi ricorda tutto. I muscoli delle cosce sono un po’ indolenziti, la pelle del collo e del seno porta ancora il ricordo della sua bocca. Quando mi muovo tra le lenzuola, il profumo di Lilly, o forse solo il ricordo di quel profumo, sembra ancora aggrappato ai cuscini.
Apro gli occhi. Sono a casa. Nella mia stanza. Nella mia vita.
Devo alzarmi. Devo fare colazione, tornare alla routine di sempre. Lavoro, spesa, silenzi. Tutto quello che ieri sera, per qualche ora, era sparito. Ma il ricordo è troppo vivido.
Riesco ancora a sentire le sue dita dentro di me, la voce roca quando mi ha detto di venire per lei, il modo in cui mi guardava mentre mi rivestivo. Riesco ancora a vedere i suoi occhi scuri, i capelli neri corti, quella mascolinità quieta che mi aveva fatto venire i brividi fin dal primo messaggio su Tinder.
Mi siedo sul bordo del letto e mi passo una mano sul viso.
Vorrei una relazione. Una cosa stabile. Qualcuno con cui non solo scopare, ma anche restare. Qualcuno con cui costruire qualcosa che duri più di una notte sopra un locale.
E Lilly…
Lilly è troppo alternativa. Troppo libera. Troppo a suo agio in una stanza privata di un bar arcobaleno, con una tessera elettronica e lo sguardo di chi sa esattamente cosa vuole senza chiedere di più. Forse per lei sono stata solo una bella serata. Una ragazza timida e affamata che si è lasciata scopare bene. Un’amica per il sesso, niente di più.
Il pensiero mi stringe lo stomaco.
Mi alzo comunque. Vado in bagno, mi lavo il viso, preparo il caffè. Faccio tutto quello che si fa quando si torna alla normalità. Ma mentre la moka gorgoglia, una parte di me continua a chiedersi se lei si sia svegliata pensando a me… o se per Lilly la notte sia già finita nel momento in cui siamo uscite da quella stanza.
Il lavoro d’ufficio scorre come sempre: mail da rispondere, riunioni, documenti da firmare. Le dita digitano quasi in automatico, ma la testa è altrove.
“Dobbiamo rivederci.”
Quelle parole di Lilly mi girano in testa da stamattina. Non le ha dette a caso. Le ha dette mentre si toccava, con gli occhi fissi nei miei, ancora nuda e aperta sul letto. Quindi l’attesa è iniziata. E con l’attesa, i dubbi.
Devo essere io a scrivere per prima? O aspetto che sia lei a farmi sapere di sé?
Se le mando un messaggio adesso rischio di sembrare troppo presa, troppo desiderosa di qualcosa di più. Se aspetto, invece, potrei sembrare indifferente… o peggio, potrei non sentire più niente da parte sua. Il pensiero mi stringe lo stomaco mentre fisso lo schermo del computer senza davvero vedere le parole.
E poi c’è l’altra domanda, quella più difficile.
Posso incontrarla solo per un drink? Solo per parlare, per conoscerla davvero, per capire se oltre al sesso c’è qualcosa? O quello sguardo intenso, quel viso bellissimo, quei capelli neri corti e quella voce bassa mi trascinerebbero di nuovo dritta in una notte di sesso sfrenato, senza lasciare spazio a nient’altro?
Io vorrei più equilibrio.
Vorrei poter stare con lei senza che tutto diventi subito fuoco. Vorrei poterle chiedere come sta, cosa fa quando non è in un locale arcobaleno, se a volte si sente sola anche lei. Vorrei una cosa che non sia solo corpi che si cercano nella stanza 310.
Ma ho paura che con Lilly non sia possibile.
E ho ancora più paura di scoprire che, invece, lo sarebbe… e di non avere il coraggio di chiederglielo.
Durante la pausa caffè resto appoggiata al bancone della cucina dell’ufficio, la tazza tra le mani, e non riesco a smettere di pensarci.
Con Lilly, ieri sera, le dinamiche di potere erano chiare fin dal primo momento. Lei decideva. Lei guidava. Lei mi spingeva contro il muro, mi girava sulla pancia, mi diceva quando venire. Io mi lasciavo fare. Anzi, più che lasciarmi fare, lo desideravo. C’era qualcosa di liberatorio in quella resa. Per una volta non dovevo pensare, non dovevo guidare, non dovevo essere “brava” o “giusta”. Bastava sentire. Bastava obbedire al piacere che lei decideva di darmi.
E mi era piaciuto. Molto.
Ma adesso, a mente fredda, mi chiedo quanto di quella dinamica voglia portare fuori dalla stanza 310. Nel sesso mi ha fatta sentire desiderata e al sicuro allo stesso tempo. Nella vita di tutti i giorni, però, non so se riuscirei a stare in una relazione dove il potere resta sempre da una sola parte. Io voglio una cosa stabile, sì, ma voglio anche potermi sedere di fronte a qualcuno e dire la mia senza sentirmi piccola. Voglio che qualcuno mi ascolti tanto quanto io ascolto. Voglio equilibrio.
Con Lilly ho paura che l’equilibrio non esista.
O meglio: ho paura che esista solo a letto, e che fuori da lì lei resti quella che decide e io quella che aspetta. Quella che spera in un messaggio. Quella che si chiede se può proporre un semplice drink senza sembrare ingenua.
Forse è per questo che esito a scriverle per prima. Perché mandarle un messaggio adesso non sarebbe solo una proposta di rivederci. Sarebbe già una piccola resa. Un modo per dire: “decidi tu, ancora una volta”.
E una parte di me lo vuole. Un’altra parte, quella che desidera una relazione vera, comincia a chiedersi se accettare sempre quel tipo di potere non finisca per costarmi troppo.
Alla fine prendo una decisione.
Non voglio restare in questa attesa infinita. Non voglio nemmeno buttarmi a capofitto in un’altra notte come quella, non prima di aver capito se tra noi può esistere qualcosa di diverso. Solo un drink. Niente stanze private, niente mani sotto i vestiti, niente promesse dette a voce roca mentre ci si tocca. Solo due persone che si siedono a un tavolo e parlano.
Apro la chat con Lilly.
Il cursore lampeggia a lungo. Cancello e riscrivo mentalmente frasi intere: “Ciao, ti va di prenderci un drink uno di questi giorni?”, “Mi è piaciuto molto vederti, magari potremmo…”. Troppo lunghe. Troppo spiegative. Troppo paurose.
Alla fine digito solo una parola, con il punto interrogativo che pesa più di tutto il resto.
“Drink?”
Rileggo il messaggio tre volte. Il cuore mi batte forte, come se stessi per fare qualcosa di molto più grande di una semplice proposta. Poi premo invio.
Lo schermo resta fermo. Il messaggio risulta inviato. Adesso la palla è sua.
Poso il telefono sulla scrivania e provo a tornare al lavoro, ma le dita tremano appena sopra la tastiera. Ho scelto l’equilibrio. Ho scelto di provarci in un altro modo.
Adesso tocca a lei rispondere.
La risposta non si fa attendere.
Il telefono vibra dopo pochi minuti. Apro la chat e leggo:
“Perché no”
Sotto, l’indirizzo di un locale e un’ora. Stasera.
Il cuore mi fa un salto. Non è un rifiuto, non è una proposta ambigua, non è un invito a tornare nella stanza 310. È un sì semplice, diretto, nello stesso stile asciutto di Lilly. E per qualche secondo mi sento quasi in imbarazzo dalla mia stessa decisione.
Sono decisa.
Stasera voglio parlare. Solo parlare. Voglio conoscere Lilly. In fondo di lei non so quasi niente. So come suona la sua voce quando gode, so come mi guarda mentre mi tocca, so quanto è brava a farmi perdere la testa. Ma non so cosa fa di lavoro, se ha amici, se legge, se ha mai avuto una relazione lunga, se a volte si sente sola come me. Non so se dietro quella mascolinità quieta e quello sguardo intenso c’è qualcuno con cui si possa costruire qualcosa di diverso dal sesso.
Mi mordo il labbro mentre fisso lo schermo.
Ho scelto io questa strada. Ho scritto “Drink?” e lei ha accettato. Adesso tocca a me non farmi trascinare di nuovo solo dal desiderio. Tocca a me restare seduta al tavolo, bere qualcosa, fare domande e ascoltare le risposte. Anche se so già che basterà poco, un sorriso, un silenzio troppo lungo, quello sguardo, per farmi venire voglia di buttare all’aria ogni proposito di equilibrio.
Respiro a fondo. Stasera parlo. Solo parlo.
Almeno ci provo.
Sono ferma sul marciapiede davanti al locale, arrivata dritta dall’ufficio.
Jeans scuri, camicetta semplice, un filo di trucco e i capelli tirati indietro in modo frettoloso. Niente di sexy. Niente di studiato. Solo io, nella versione di tutti i giorni, con la borsa da lavoro ancora sulla spalla e il cuore che batte un po’ troppo forte.
Guardo l’orologio. È quasi l’ora. Poi sento il rombo.
Una moto arriva veloce, troppo veloce per questa strada, e si ferma proprio davanti a me con un frenata netta e precisa. È un’Aprilia sportiva, bassa, aggressiva. La persona alla guida è stesa in avanti sul serbatoio, il corpo aderente alla moto in modo quasi insolente. I pantaloni neri… li riconosco. Lo stesso nero di quella sera. Lo stesso modo di occupare lo spazio.
Il casco si solleva.
I capelli corti e neri compaiono per primi, poi il viso. Lilly mi guarda e sorride. Un sorriso piccolo, sicuro, che mi arriva dritto allo stomaco.
Resto folgorata.
Per un attimo dimentico tutto: la decisione di parlare soltanto, l’equilibrio che volevo cercare, le buone intenzioni costruite durante il giorno in ufficio. C’è solo lei, scesa da quella moto come se appartenesse a un altro mondo rispetto al mio di mail e riunioni. E io, in jeans e camicetta, mi sento improvvisamente troppo normale, troppo poco, e allo stesso tempo troppo desiderosa di avvicinarmi.
Lilly spegne il motore e mi tiene lo sguardo.
“Ciao, Stella”, dice soltanto.
E io capisco che restare solo a parlare stasera sarà molto più difficile di quanto avessi sperato.
Lilly spegne il motore e scende dalla moto con la stessa naturalezza con cui l’altra sera mi aveva spinto contro il muro.
Si avvicina e mi bacia sulla guancia. Io ricambio. È un bacio leggero, casto, da amicizia. Niente di più. Eppure il suo profumo, o forse solo il ricordo di quello che quel corpo sa fare, mi arriva dritto allo stomaco.
Faccio un passo verso la porta del locale, decisa a restare fedele al piano. Solo un drink. Solo parlare.
“E se invece andassimo al lago?”, dice lei. “Aperitivo. Cambio di scenario.”
Alzo gli occhi. Indica la moto con un cenno del mento.
“Non sono mai salita in moto”, ammetto subito. La voce mi esce più piccola di quanto vorrei. “Mi spaventa.”
Lilly sorride, quella stessa calma sicura di sempre. Stacca un casco agganciato alla maniglia del passeggero e me lo porge.
“Fidati. Vado piano. E ti spiego tutto.”
Il seggiolino dietro è piccolissimo. Quasi non esiste. L’idea di stare aggrappata a lei, con il corpo premuto contro la sua schiena, mi fa venire un nodo alla gola. Provo a resistere. Dico che forse è meglio restare qui, che ho la borsa, che non sono vestita in modo adatto. Ma Lilly ci sa fare. Parla a voce bassa, rassicurante, senza pressioni, solo con quella sicurezza quieta che già una volta mi aveva fatto cedere a tutto.
Alla fine acconsento.
Mi spiega come salire, dove mettere i piedi, di non muovermi troppo, di tenermi a lei se ho paura. Mi aiuta a sistemare il casco. Le dita le sfiorano la cintura mentre mi posiziono sul sellino stretto, le cosce quasi a contatto con i suoi fianchi.
“Pronta?”, chiede, già a gambe divaricate sulla moto.
Annuisco, anche se il cuore mi batte ovunque.
Il motore si accende. La moto vibra sotto di noi. E io, con le braccia ancora incerte, capisco che il piano del “solo parlare” ha già cominciato a incrinarsi.
Il motore vibra sotto di me e, nel giro di pochi secondi, la paura sparisce.
È una sensazione meravigliosa. L’aria mi sbatte contro il casco, il corpo è costretto a seguire ogni movimento della moto, e io mi lascio andare. Chiudo gli occhi. Mi lascio cullare dalle curve, dal modo in cui la moto si piega e poi si raddrizza, dalle accelerazioni improvvise sui rettilinei che mi spingono in avanti contro di lei.
Il mio seno è premuto contro la schiena di Lilly. Sento i muscoli muoversi sotto la giacca di pelle ogni volta che guida. Le braccia le ho strette intorno alla vita, le mani agganciate sopra il suo stomaco, e il calore del suo corpo mi arriva dritto attraverso i vestiti. A ogni curva le cosce si stringono un po’ di più contro i suoi fianchi. A ogni accelerazione il bacino mi si avvicina ancora.
Mi sto eccitando.
Non posso farci niente. Il ritmo della moto, il contatto continuo, l’odore della sua pelle mescolato a quello dell’asfalto caldo… tutto mi riporta a due sere fa. A come mi aveva toccata. A come mi aveva fatta venire. Stringo un po’ di più le braccia intorno a lei e sento che anche lei se ne accorge: la sua mano sinistra lascia la manopola per un secondo e mi sfiora le dita, un contatto breve, quasi un sorriso.
Quando alla fine intravedo il lago tra gli alberi, sento una punta di delusione.
Il viaggio sta finendo. E io non volevo che finisse.
Il locale è praticamente sul lago. I tavolini esterni sono a pochi metri dall’acqua, e l’aria profuma di canne e di sera che scende. Ci sediamo. Per un attimo resto in silenzio, ancora un po’ scossa dalla moto, dal contatto del suo corpo contro il mio. Poi prendo fiato e faccio la prima vera domanda.
“Cosa fai nella vita?”
Lilly non si fa pregare. Racconta senza giri di parole: ha una concessionaria. Vende e ripara moto, soprattutto sportive. L’Aprilia con cui siamo arrivate è una delle sue. Parla del lavoro con quella stessa calma sicura con cui guida, e mentre la ascolto capisco meglio perché si muove in un certo modo, perché sembra sempre sapere esattamente dove mettere le mani e il corpo.
Poi tocca a me.
Le parlo del mio lavoro in ufficio, di quanto sia noioso, delle giornate che si ripetono uguali. Le racconto delle avance che ricevo quasi ogni giorno, anche da uomini sposati, e di come le respingo sempre con lo stesso sorriso educato e distante. Lei ascolta senza interrompere, gli occhi attenti.
A un certo punto, senza che me ne accorga davvero, mi scappa la parte più difficile.
“La mia omosessualità non è dichiarata”, dico. La voce mi esce più bassa. “Non mi sento pronta. Non l’ho mai detto a nessuno, al lavoro, in famiglia… quasi da nessuna parte. L’unica relazione importante che ho avuto è rimasta nascosta per tutto il tempo. E questa cosa… è stata una delle cause che l’hanno fatta finire.”
Lilly non fa la faccia di circostanza. Non mi compatisce. Annuisce soltanto, seria, e dopo un attimo chiede qualcosa di semplice, di umano. Così continuiamo a parlare. Di tutto. Di ex, di paure, di cosa significa tenersi certi pezzi di sé chiusi in un cassetto. Ridiamo anche. Lei ha un modo di ridere basso e vero che mi fa sentire improvvisamente più leggera.
Per la prima volta da quando ci siamo conosciute, non stiamo scappando verso un letto.
Stiamo semplicemente stare insieme.
E mi accorgo che mi piace. Molto più di quanto avessi previsto.
L’aperitivo termina quando il cielo sopra il lago è già scuro.
Lilly mi riaccompagna a casa. L’aria adesso è più fresca, e il viaggio in moto diventa ancora più piacevole. Stavolta non chiudo gli occhi. Guardo le luci scorrere, sento il suo corpo caldo contro il mio seno e le braccia che le stringo intorno alla vita con meno paura e più voglia di restare così.
Ci fermiamo sotto casa mia.
Il motore si spegne. Restiamo in silenzio per un tempo lunghissimo. Solo il rumore lontano di una macchina e il nostro respiro. So che dovrei salutare, ringraziare, chiudere la serata come avevo deciso. Invece alzo gli occhi verso di lei e, con una voce più sicura di quanto mi senta, dico:
“Vuoi salire?”
Lilly mi guarda un secondo, poi annuisce. Questa volta non c’è fretta. Non c’è la fame animalesca della stanza 310.
Appena entriamo, ci baciamo. I baci sono lunghi, lenti, profondi. Tra un bacio e l’altro le tolgo la giacca. Tra un altro ancora, la camicia. Lei fa lo stesso con me. Ogni capo che cade è accompagnato da carezze e da labbra che restano a lungo sulla pelle appena scoperta. I pantaloni scivolano via per ultimi. Restiamo completamente nude in mezzo al soggiorno, illuminate solo dalla luce calda della lampada.
La prendo per mano e la accompagno in camera da letto.
Sul mio letto ci distendiamo una di fronte all’altra, poi una sopra l’altra. Ci assecondiamo. Quando lei mi tocca, io rispondo. Quando io scendo con la bocca sul suo collo, lei inarca la schiena e mi cerca. Non c’è chi guida e chi segue: c’è solo un dare e ricevere continuo, tenero e intenso allo stesso tempo.
Le dita, le lingue, i respiri si cercano e si trovano. Il piacere sale piano, insieme. Quando veniamo, è quasi contemporaneo: un gemito suo contro la mia spalla, il mio corpo che si stringe intorno alle sue dita, e per qualche secondo restiamo fuse in un’unica scossa silenziosa e profonda.
Poi restiamo abbracciate, la pelle ancora calda, il cuore che batte contro il cuore.
Questa volta non è solo sesso.
Ed entrambe, credo, lo sappiamo.
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