Uno studio in bianco - capitolo 1 - Il servizio fotografico

di
genere
sentimentali

Una spogliarelista dai capelli turchini, un ex soldato col disturbo da stress post-traumatico e il freddo obiettivo d'una macchina fotografica.





Capitolo primo
Il servizio fotografico

Ricordo ancora il fetore di tritolo e paraffina; impregnava l’aria intorno ancor più della densa nube di polvere e detriti scaturita dal crollo dell’edificio. Più di metà della base “maestrale” dell’MSU era ridotta ad un cumulo di macerie fatiscenti, mentre, coi pochi sopravvissuti a quell’attacco kamikaze ingiustificato tentavamo di farci spazio tra le macerie in cerca di altri commilitoni da salvare. Quell’orrore ad orologeria era giunto come un fulmine a ciel sereno in quella calda mattinata di metà Novembre, portando via con sé cinque militari, dodici carabinieri e persino dei civili giunti lì per girare un documentario sulla missione di pace. Perché di questo si trattava: di una missione di pace o meglio di “Peacekeeping”. Le richieste dell’Onu all’Italia erano state chiare: mantenere la pace faticosamente conquistata annientando le truppe di Saddam Hussein, e l’Italia aveva risposto con l’operazione “Antica Babilonia” messa in atto dall’esercito italiano. “Mantenere la pace”, ovvero “mantenere il controllo sul territorio”, perché di questo si trattava, ma lo avrei capito solo dopo. Molto dopo. Effettivamente non ti fai troppi problemi quando sei solo un VFP4, ovvero un: “Volontario in Ferma Prefissata di quattro anni”; l’operazione all’estero l’ho sempre vista come un modo per raggiungere il grado di caporal maggiore, nonché il punteggio con cui partecipare al concorso per “Volontari in servizio permanente” ma, quella mattina del 12 Novembre del 2003, la mia vita cambiò per sempre… Non che mi lamenti. Io almeno, una vita, ce l’ho ancora. Pietro, che quel giorno mi sostituì al turno di guardia all’ingresso della base… non era stato così fortunato. Sempre se di fortuna si tratta.

PTSD – “Disturbo da stress post Traumatico”: quattro parole, quattro semplici, inutili parole… che segnarono la mia vita per sempre. Ancor più del camion-bomba, ancor più dell’esplosione e del crollo, ancor più della morte del povero Pietro; quel semplice acronimo, scritto dal medico militare sul referto, mi impedì di partecipare al concorso come VSP e a qualunque altro concorso indetto dalle forze armate. Allo stato italiano non interessa un reduce di un metro e novanta per novanta chili; non sanno che farsene di un gorilla che ogni notte si sveglia urlando, che dorme solo con la luce accesa e che comincia a far uso di codeina per i dolori immaginari di una gamba del tutto sana. Ma se l’esercito disdegna uno dei suoi figli zoppi, lo stesso non si può dire di alcuni imprenditori locali. C’è sempre posto a questo mondo per uno della mia stazza. Ed è così che cominciai a frequentare il Blu Flamingo, noto strip-club della zona, non come avventore, intendiamoci, ma come buttafuori, e la bella Dolores… con cui divido l’appartamento. Non è stato semplice trovare quella sistemazione; siamo tutti bravi a fregiarci di belle parole su Facebook, ma in realtà a nessuno frega mai un emerito cazzo di dividere la casa con un orso dai capelli a spazzola che la notte ti sveglia urlando nel sonno. Ne ho avute di porte in faccia… Ma Dolores non è così. Ricordo ancora quanto fossi giù quella mattina: quello era già il quinto appuntamento per trovare una sistemazione dal prezzo abbordabile; l’ennesimo di un mese infruttuoso. Il padrone di casa era stato perentorio: o mi trovavo un’altra sistemazione, o quella notte l'avrei passata all’addiaccio. Spiegai la mia situazione. All’inizio non fu certo facile, un mese di porte in faccia avevano lasciato il loro segno, ma alla fine, vinto dalla dolcezza trasmessa del suo sorriso e da quei suoi occhioni da cerbiatta, le raccontò tutto per filo e per segno, preparandomi all’ennesimo no sputato in faccia dietro un sorriso infame. Ma così non è stato. La bella colombiana non s'è presa neppure un momento per pensarci su e, raccogliendo in quelle sue manine da fata la mia guancia indurita dall’orrore della guerra, mi disse che avrei potuto dormire lì da lei a partire da quella stessa sera, offrendosi volontaria per un eventuale trasloco. Creatura meravigliosa, Dolores, in pochissimo e diventata una figura sempre più importante nella mia vita, riservandosi un posto speciale nel mio cuore. Con lei ho ricominciato a respirare, a vivere, a dormire. Quella donna ha portato la giusta dose di spezie e di esoticità nella mia vita, e gli attacchi, prima violenti e sconvolgenti, si sono fatti sempre più radi, finché un bel giorno sono scomparsi per sempre.

Il giorno in cui ci erano conosciuti, ormai più di sei anni fa, non avrei mai immaginato quanto quella gracile puffetta, di un metro e sessanta, e dai lunghi dreadlocks turchini, avrebbe avuto la forza di liberarmi dalle catene di una vita passata, restituendomi una pace che mi sembrava perduta per sempre. Era sempre un sollievo incrociare il suo sguardo a lavoro, perché, sebbene potesse sembrare sconveniente ai più puritani, Dolores faceva la spogliarellista.

Un tipo riservato e taciturno, la mia Dolores, persino enigmatico; cosa che stride non poco col mestiere che si è scelta, o meglio, che la vita ha scelto per lei. Eppure, sebbene si mostri nuda per la maggior parte del tempo, sono davvero in pochi, compreso il sottoscritto, a poter dire di conoscerla per davvero, per quanto, alle volte, io stesso dubito di saperne di più di certi clienti allupati che sbavavano per lei sotto quel palco.
Lei al contrario di me sa tutto. Data la mia particolare patologia sono stato costretto a mettere in chiaro sin da subito quali potessero essere gli inconvenienti di vivere con un tipo come me: dai continui attacchi di panico, agli incubi notturni. In molti, sia uomini che donne, davanti allo spauracchio della PTSD decidono di fare dietrofront; come se fosse una cazzo di malattia contagiosa ed io un appestato o, peggio, un untore. Dolores no, lei non ha mai fatto una piega. Saputo che sono un reduce si è limitata a un sorriso sghembo e ad accarezzarmi il viso con la sua manina affusolata.
– no te preocupes mi amor – mi disse - en mi vida ho dovuto affrontare di peggio che qualche incubo notturno.

Era risoluta. Era dolce. Era la mia cazzo di fata dai capelli turchini. Una fata a cui, però, piacciono le altre donne. Solo le donne.

Quella sera era cominciata in maniera “soft”. C’erano pochi clienti, per lo più concentrati nella fascia di tavoli a ridosso del palcoscenico che, ad essere precisi, era anche il punto più critico. Chissà perché c’era sempre qualche cretino che, bevuto un bicchiere di troppo, credeva di potersi concedere il lusso di salire sul palco ed importunare le ballerine. Tutto questo portava sempre e solo ad un’unica conclusione. Una mano sulla collottola, l’altra per i calzoni, e l’ubriaco era scaraventato fuori dal locale a baciare il freddo selciato del parcheggio. Ma le cose sarebbero cambiate al turno di Dolores. C’era gente che veniva da fuori provincia solo perché aveva sentito parlare dei suoi spettacoli. Naturalmente l’unico strumento con cui potersi fare pubblicità in quel campo resta ancora il passaparola, perché nessuno spenderebbe mai del tempo per leggere gli annunci delle offerte di uno strip-club. Ma con Dolores questo problema non aveva modo di porsi: la fila fuori si estendeva quasi per l’intero isolato, e ciò voleva dire più avventori per il locale e, di conseguenza, più lavoro per me.
Ed effettivamente il suo spettacolo meritava. Cavolo, se solo ci fosse stato un premio Oscar per la pole dance, sono più che sicuro che Dolores lo avrebbe vinto a mani basse. Stavo ancora seguendo il filo di questo pensiero quando Dolores fece finalmente il suo ingresso sul palco. L’aria si fece improvvisamente “elettrica”, come in quella canzone dei Pooh, mentre una musica lounge, suadente come una carezza in una calda sera d’estate, toglieva il fiato poco a poco. La bella colombiana procedeva a passi lenti, calcolati, avvinghiandosi languidamente al lucido palo d’acciaio. Le sue evoluzioni erano un connubio perfetto di grazia e abilità tecnica, e le permettevano di aggrapparsi e volteggiare su quel palo facendolo sembrare naturale quanto un respiro. Con lei ogni esibizione era uno spettacolo unico, irripetibile; guai a lasciarselo sfuggire. Con incredibile maestria si era già liberata del lucido tubino nero da segretaria, uno dei suoi costumi preferiti, e continuava ad esibirsi in una mise di gran lunga più succinta. La sua soffice pelle olivastra era stata racchiusa in un coordinato di pizzo nero molto elegante, a cui si affiancavano autoreggenti dal bordo di pizzo nero e tacchi a spillo dall'aspetto vertiginoso. Dolores adorava ballare con i tacchi a spillo, me l'ha confessato una sera mentre condividevamo una enchilada con queso, e lo faceva con una disinvoltura tale da non dare la minima impressione di quanto la cosa fosse scomoda e difficile in realtà. Non essendo molto alta, i tacchi la slanciavano, le davano un’aria da diva d'altri tempi, e la cosa mandava la folla in visibilio. Fu quindi la volta dei tacchi e delle autoreggenti; l’amazzone si liberò anche di quelli, facendo languidamente strusciare le sottili strisce di nylon sul sottile tessuto delle sue mutandine di pizzo. Per un attimo ne incrociai lo sguardo magnetico, anche se i suoi occhi erano sempre per gli avventori del club. Li scrutava come una leonessa fa con le sue prede, lanciando occhiate di una carica erotica indescrivibile. Gattonando come una fiera dal manto ceruleo riconquistò il lucido palo d’acciaio, su cui riprese a volteggiare. Un altro sguardo, stavolta un po’ più insistente del primo. Questo voleva significare una cosa: era giunto il momento.
Ci eravamo messi d'accordo che, a un preciso accento musicale, le avrei dovuto lanciare su una sedia, di quelle nere, di modo che lei potesse continuare la sua esibizione omaggiando Demi Moore nella famosa scena del film “striptease” e mandare ai pazzi gli avventori. Non c'era acqua nel suo spettacolo. Farlo a dicembre equivale a buscarsi un malanno e a dover dire addio all'incasso di una settimana. Bastavano un paio di moine, al pubblico sarebbe andato bene lo stesso. Di lì a poco fu la volta del reggiseno. Dolores ne fece sfoggio per una buona manciata di minuti prima di offrire ai clienti la splendida visione dei suoi bellissimi seni su cui svettavano le grosse areole rosate. Era bellissima, una dea maya giunta in Europa per risvegliare desideri sconosciuti, era il mio angelo dagli occhi di fuoco. Ancora il suo sguardo: non mancavano che le mutandine. Adesso cominciava la parte più difficile dello spettacolo: la bella colombiana si avvicinò languidamente a un cliente, un tipo anonimo dall'aspetto di un impiegato e ne premette con decisione il viso tra le tette. Certa gente non capisce che tutto questo fa parte dello spettacolo. Si sentono speciali, protagonisti, ma il copione non è stato scritto per loro. Non capiscono che in quella scena non sono che delle comparse, poco più che mobilio, un mezzo come un altro per far accendere ancor di più il desiderio negli altri spettatori. Cavoli, alle volte sono proprio tentato di gridargli:

- Amico, questa è la realtà, non un film porno. Metti giù quelle mani!

Ma non ascoltano, non lo fanno mai; ed è lì che intervengo io.
L’impiegato fece esattamente la cazzata che mi aspettavo. Sotto l’effetto dell’alcol e della pelle calda di Dolores contro la faccia, si convinse di essere l’eroe di una storia che esisteva solo nella sua testa vuota. Farfugliò qualcosa, allungò le mani con la grazia di un animale affamato e le scostò gli slip per toccarla lì dove non avrebbe mai dovuto.
Lo vidi ancor prima che succedesse. Il mio cervello fece quel solito, maledetto scatto da soldato: la vista periferica che si azzera, il battito che scende a quaranta colpi al minuto, il freddo secco che ti entra nelle ossa prima di ingaggiare il bersaglio. Non ero più nel privè del Blu Flamingo, ero di nuovo su un blocco stradale a Nassiriya, con le mani sulle cinghiette del gilet tattico e la certezza che se uno fa un movimento di troppo, lo devi abbattere prima che sia lui a fare del male ai tuoi.
In tre falcate fui sul palco. Non urlai, non feci scenate: nel nostro mestiere chi grida ha già perso il controllo.
Gli afferrai il polso destro, quello con cui aveva osato sfiorare Dolores, e con una presa a morsa glielo piegai all'indietro finché le nocche non gli diventarono bianche. Sentii i tendini scricchiolare. Il tipo cacciò un lamento acuto, soffocato dal profumo di Peonia e Biancospino che Dolores si metteva prima di salire in scena. Con la sinistra lo presi per la collottola del maglione di lana, sollevandolo di peso dal divanetto prima che potesse capire da che parte stesse arrivando la mazzata. Dolores non fece una piega. Arretrò di un passo mentre la musica lounge continuava a pompare nelle casse; come se niente fosse. Mi lanciò un’occhiata rapida, impercettibile, un impeto di gratitudine condensato in un secondo. Poi si sistemò le mutandine e riprese a muoversi, trasformando quell’incidente in una pausa scenica studiata. Solo lei era capace di una cosa del genere. Le altre si sarebbero spaventate, lasciate andare allo sgomento, ma non Dolores. Lei era di ghiaccio.
Trascinai il tipo verso l'uscita d'emergenza. L'uomo balbettava scuse, provava a piantare i piedi a terra, ma novanta chili di muscoli e rabbia repressa non si fermano con le buone maniere. Spinsi la porta antipanico con una spallata. L'aria gelida di dicembre ci investì come una secchiata d'acqua sporca. Un secondo dopo, il cliente provò il famoso bacio col freddo selciato del parcheggio. Il tonfo del suo corpo sull'asfalto viscido fu l'unico applauso che ricevette quella sera. Mi accesi una sigaretta con le mani che iniziavano leggermente a tremare, pronto a riesumare fantasmi di un natale passato. L'adrenalina stava scendendo, e quando l'adrenalina scende, c’è solo una cosa. L'oblio.
È la mano di Dolores a cacciare via quei pensieri, ad addolcire la crisi, ad ammansire il mio corpo tremante. Indossa una vestaglia di seta lucida. Tremerebbe se non fosse così preoccupata per me. Ma io sto bene. Con lei io sto bene.

Quello stronzo di Carmine, il proprietario del night, un tappetto tarchiatello con tre peli impomatati in croce stampati sulla calvizie a mo’ di francobollo, ci raggiunse nel corridoio dei camerini. Un classico: voleva dare un segnale a tutte le ragazze. Io me ne stavo a ridosso dello stipite, le spalle piantate contro il muro scrostato, con lo sguardo fisso sulle piastrelle sbeccate. Rispetto la privacy delle ragazze. Sì, lo so, si spogliano di continuo, ma lì dentro non ci sono più paillettes, maschere o lustrini, lì le ragazze si spogliano per davvero, si tolgono il trucco pesante, i vestiti glitterati, lì sono solo loro stesse, con tutta la loro fragilità: lì non è posto per un uomo, e questo Carmine lo sapeva benissimo, ma se ne fotteva alla grande.

Dall'interno del camerino arrivava il brusio dei phon, l'odore forte di lacca mescolato al vapore caldo e alle risate stanche dopo il turno. Poi la voce di Carmine scavalcò il rumore di fondo. Una voce grassa, catramosa, da fumatore di sigari a buon mercato.

— Dolores, tu non hai capito un cazzo, comprendes? Questa è l'ultima volta, cazzo, l'ultima volta. Non me ne fotte un’ emerita minchia se la fuori c’è la fila per vederti. La gente paga, paga il biglietto, paga il privè, paga i drink annacquati a venti euro l'uno! E tu che fai? Mi fai fare la ronda da quella sottospecie d'avanzo di manicomio?

Sentii il brusio dei phon fermarsi all'istante. Il silenzio nel camerino divenne improvvisamente denso.

— Quel pendeyo me aveva messo le mani de sotto… sotto el tanga de pizzo! — la voce di Dolores arrivò limpida, ferma, senza un tremito. — No puedo permetter certe cose. Entiendes?

— E sticazzi, Dolores, sticazzi! Il pizzo te lo pago io! — urlò lui, sbattendo il palmo della mano contro un armadietto di metallo con un rimbombo metallico che fece tremare la porta. — Se un cliente si prende una libertà, tu sorridi, incassi e ti sposti! Non fai spaccare le dita ai clienti abituali! Questa è la terza volta in un mese, cazzo! T'ha messo una mano sulla frega, e capirai… per lo meno qualcuno una mano ce la mette! Non è che puoi lasciartela brucare e basta! Devi vedere come te la sfonderanno per bene sull’Aurelia quando sarai costretta a battere pur di campare. Perché è quello ciò che ti aspetta se ti caccio di qui a pedate. Comprendes?

Il suono di quel palmo contro il metallo fu l'innesco. La mia mano destra, quasi senza che glielo ordinassi, andò a serrare la maniglia di plastica della porta.

Spinsi il battente ed entrai nel camerino.

La stanza si congelò. Due ragazze in vestaglia si arrestarono con il rossetto a metà labbro; Carmine si girò di scatto, l'espressone da bullo rimpiazzata da un lampo di pura fifa non appena la mia ombra coprì la lampadina sfrigolante del soffitto. Era alto un metro e cinquantasette, con la camicia aperta sul petto villoso e quei pantaloni tenuti su a malapena dalle bretelle nonostante la pancia.

— Ripetilo — dissi. La mia voce era appena un soffio, ma dentro colava piombo fuso — Ripeti quello che le hai appena detto, Carmine.

Feci un passo avanti. Il pavimento scricchiolò. Mi bastava allungare un braccio per prenderlo per il collo e fargli capire cosa significava davvero spaventare le persone. Avrei potuto appenderlo all'anta di uno di quegli armadietti di metallo e farne il mio punching ball personale, dopo quanto aveva detto se lo sarebbe anche meritato. Ma prima che potessi azzerare la distanza, la mano sottile di Dolores si infilò tra me e la camicia di Carmine. Un tocco leggero, tiepido, preciso. Le sue dita mi toccarono il polso proprio dove il battito della vena tirava come un cavo d'acciaio.

— Tranqillos, Valerio, quiétate! — sussurrò lei, guardandomi dritto negli occhi, quei suoi grandi occhi neri da cerbiatta. Poi si voltò verso il proprietario, facendomi scudo col proprio corpo per proteggere il mio e il suo lavoro da un esito più che prevedibile. — Carmine, è stata una serata storta — disse sfoderando un sorriso gelido, di pura facciata, che avrebbe fermato un treno in corsa. — Domani se aggiustiamo. Vero?

Il piccolo uomo deglutì a vuoto, aggiustandosi il colletto con dita tremanti, cercando di salvare la faccia davanti alle altre ballerine. Poi, come un chiwawa riprese ad abbaiare molesto contro di me.

— Sei… sei solo muscoli e niente arrosto, - riprese sfoderando una sottospecie di Al Capone de noaltri che avrebbe fatto venire un ictus a Robert de Niro. - Sarà bene che vi diate una controllata, tutti e due, o la prossima volta siete fuori. Intesi? E il conto del l'infermeria per il cliente lo detraggo dalla busta paga di entrambi!

Carmine tagliò la corda sgusciando oltre la mia spalla, senza trovare il coraggio di guardarmi negli occhi. Quando la porta si richiuse, la mano di Dolores scivolò via dalla mia manica. Non disse una parola finché non fummo fuori, nell'aria gelida della notte romana e, una volta in auto, pianse.

Il nostro appartamento al terzo piano di una palazzina scrostata a Torre Maura ci accolse con il suo solito odore di chiuso e di freddo che ti entrava dentro fino ai polmoni. Non accendemmo la luce grande del soggiorno; ci bastava la striscia giallognola della lampada sul frigorifero. Dolores si era tolta il cappotto di pelle ed era rimasta con un maglione grigio di tre taglie più grande che la faceva sembrare ancora più piccola. Il pianto in macchina si era prosciugato, lasciando solo due solchi scuri sotto gli occhi e un silenzio pesante che riempiva ogni angolo della cucina. Senza dire una parola, riempii il pentolino di latte, ci sciolsi dentro le tavolette di cioccolato fondente di Arauca, che Dolores si faceva spedire direttamente dalla Colombia, e ci spolverai sopra una generosa manciata di cannella. Era il nostro rito dopo le notti peggiori. Quel profumo dolce e speziato, così fuori posto in quel mondo di lacca, alcol annacquato e sudore, aveva il potere miracoloso di disarmare le paranoie. Le poggiai davanti la tazza fumante. Le sue dita affusolate si serrarono attorno alla ceramica come se stesse cercando di assorbirne tutto il calore possibile.
— Gracias— disse a bassa voce, soffiando sul vapore prima di mandar giù il primo sorso. Io mi sedetti di fronte a lei, tirando indietro la sedia con un cigolio. — Ce starebbe muy bien un pezzetito de queso fresco, y un almojábana, come a casa mia, a Bogotà… y un pochito de tequila!
La mia stazza occupava quasi tutto lo spazio tra il tavolo e il lavello. Le mie mani, ancora segnate per la presa sul polso dell'impiegato, mi sembrarono due ciocchi di legna fuori posto.
— Carmine fa en serio, Valerio — disse lei senza alzare gli occhi dalla tazza. — Ci toglierà todo el dinero dal premio del mese. E con le spese che abbiamo per la casa, a gennaio siamo per strada. Io sull'Aurelia non ce vado, Vale, preferisco tornarmene a casa mia, en Colombia; a fare la fame. Ma per strada no; per strada no!
Le mani cominciarono a tremarle.
— Nessuno va da nessuna parte, Dolores — dissi secco mentre le prendevo le mani tra le mie, anche se dentro la testa le cifre dell'affitto e delle bollette non tornavano in nessun modo. Dolores prese un altro sorso, poi posò la tazza. Fece un sospiro lungo, calcolato, e mi fissò con quegli occhi neri che sembravano capaci di leggere ogni mio singolo pensiero.
— Ho parlato con la mia amica fotografa, quella di cui te ho raccontato, la ragazza che lavora por le riviste indipendenti.
— Quella degli scatti d'arte?
— Claro che sì. Le serve un servizio erotico. Nulla de volgare, Entiendes? Roba de classe, un pochito spinta, ma de classe. E paga bien. Muy bien. Un paio de scatti e copriamo la caparra de due mesi!
Mi accesi una sigaretta, inspirando il fumo per prendere tempo.
— Buon per te. Fai il servizio, incassi e ci togliamo Carmine dalle palle.
Dolores scosse la testa lentamente, spingendo la tazza di cioccolata al centro del tavolo.
— Non hai capito, Valerio. La fotografa vuole che ce sia anche un uomo nelle foto; un corpo massiccio che faccia finta de prendermi e de farmi sua. Ma io non me la sento, Valerito, non me va che qualcuno me tocchi. Non così!
— E cosa intendi fare?
— Me serve qualcuno de cui me possa fidare, Valerio – mi disse guardandomi con quei suoi enormi occhioni da cerbiatta – me servi tu!

Il click dell'obiettivo suonò nella stanza spoglia come un colpo di mortaio. Non c'era niente di glamour nel loft sgangherato al Pigneto che la fotografa usava come studio. Soltanto un vecchio telo bianco, un paio di faretti con l'ombrello e il ronzio molesto d’una stufetta alogena che non ce la faceva proprio a battere il freddo che continuava a risalire dal pavimento. Io me ne stavo accovacciato sul bordo di un materasso appoggiato per terra, teso, a torso nudo, con la pelle che mi bruciava sotto la luce bianca di quei fari con l'ombrello che, chissà poi perché, sembrano essere parte integrante dell'arredamento indispensabile d’uno studio fotografico. In quel momento mi sentivo enorme, goffo, impacciato; semplicemente ridicolo. Novanta chili di muscoli tesi che davano ancora conto di ogni scheggia incontrata durante quella maledetta esplosione.
— Valerio, cristo santo, rilassa quelle spalle. Non è mica un plotone d'esecuzione! — disse la fotografa senza staccare l'occhio dallo schermo dell'obiettivo. Si chiamava Sofia, una silfide sbiadita col mozzicone d'una sigaretta tra le labbra; i capelli corti, biondo cenere, e come un grillo continuava a saettare qua e là.
— Non ti preoccupare Vale, non devo mica spararti. Rilassati e ricordati di stare fermo e fare quello che ti dico, va bene? — il suo sguardo fisso sulla ghiera dell'obiettivo, che regolò con uno scatto secco — Dolores, dentro!
Dolores si fece avanti con calma, serafica, coi riflessi dorati della stufa alogena che creavano strani arabeschi sulla seta della sua vestaglia. La scelta era ricaduta su quello: una semplice vestaglia di seta nera, non uno di quegli intricati abiti di scena pieni di piume e paillette; una vestaglia nera, sottile, elegante, impalpabile. Sotto, un completino in pizzo bianco, una lingerie che sembrava disegnata direttamente su quel suo corpo mozzafiato, e che spiccava sulla sua pelle olivastra come un faro nella notte. Il tutto era completato da un paio di calze velate autoreggenti e dai soliti tacchi a spillo che la slanciavano verso il soffitto spoglio del loft. Dolores si inginocchiò sul materasso, proprio di fronte a me. La cinta della vestaglia cedette un po', lasciando che quel suo profumo di peonia e biancospino spazzasse via l'odore di polvere e muffa dello studio, mentre il mio sguardo già incrociava la morbida curva del suo reggiseno.
— Perfetto. Questa è la luce giusta — la voce di Sofia tagliò il ronzio della stufetta, mentre il suo dito non smetteva di picchiettare sul corpo della macchina. — Valerio, muoviti. Entra nell'inquadratura. Ma non metterti in posa: voglio che la spogli tu. Un pezzo alla volta: tu sei la roccia, lei è la farfalla.
Feci un respiro profondo. Il fumo della mia ultima sigaretta mi bruciava ancora in gola. Mi spostai in avanti sul materasso, il legno del pavimento scricchiolò un po' sotto il peso dei miei novanta chili. Le mie mani rimasero sospese per un istante a un centimetro dalle sue spalle: enormi, ruvide, segnate dal freddo e dai colpi dati al buio. Dolores mi sorrideva. Toccarla in quel modo, davanti a un faretto alogeno e all'occhio neutro di una fotografa, mi sembrava quasi un sacrilegio.
— Mìrame — mi sussurrò Dolores. Il tono dolce della sua voce si sposava benissimo con l'aroma del suo profumo. Le sue parole arrivarono appena sopra il rumore del traffico della via Casilina che filtrava dalla finestra. I suoi occhi neri erano piantati nei miei, privi di qualsiasi esitazione. — Va tutto bene. Ci sono io.
Quanto tempo passa prima che un pensiero si insinui dispettoso nella testa di qualcuno? Secondi, attimi. Non lo so, ma vedere Dolores davanti a me, inginocchiata su quel materasso, con indosso quella vestaglia sul completo di pizzo bianco… beh, qualche pensiero lo fece venire pure a me. Ricusai subito quell'idea malsana. Dolores era la mia ancora. Non potevo permettermi il lusso di cazzeggiare con lei. E Dolores mi guardava. Non con la maschera della ballerina del Blu Flamingo, ma con la dolcezza disarmante e gentile di chi sa esattamente quanto mi stessi mettendo in gioco per lei.
— Mìrame,— sussurrò ancora, avvicinandosi piano. Le sue dita, fredde per la corrente d'aria dello studio, si posarono sul mio petto, proprio sopra il segno ormai sbiadito di una scheggia. — Mírame, Valerito, ci siamo solo noi.
Il contrasto era esattamente quello che cercava la macchina fotografica: la sua grazia di seta intrecciata alla mia stazza da cantiere, la fragilità apparente contro una massa di carne segnata dalla guerra. Sofia scattò ancora. Una, due, tre volte. Il flash accecante tagliava la penombra.
— Mírame, Valerio, soy una mariposa, soy tu mariposa.
Allungai le dita. Infilai i pollici sotto il risvolto della vestaglia di seta nera, proprio all'altezza delle spalle. Sentii il calore che sprigionava dalla sua pelle olivastra, un contrasto violento con l'aria fredda del loft.
— Lento, Valerio. Sfilale la manica destra — ordinò Sofia. Click. Il primo scatto.
Eseguii. La seta scivolò via come acqua, scoprendo la spalla tonda e la spallina sottile del reggiseno di pizzo bianco. Il contrasto era proprio quello che volevano: la mia mano massiccia, ruvida, serrata attorno alla delicatezza marmorea della sua spalla.
— Adesso l'altra. Fai scivolare la vestaglia fino ai gomiti. Liberale la schiena.
Le mie dita scesero lungo le sue scapole. Dolores si lasciò sfuggire un piccolo sospiro, ma non si mosse di un millimetro. La vestaglia crollò sul materasso in un mucchio di seta scura, lasciandola in ginocchio davanti a me, vestita soltanto di quel pizzo bianco e delle calze velate.
— Fantastico — mormorò Sofia, spostando l'inquadratura dal basso. — Ora con le dita…
Ma io già non l'ascoltavo più. I miei occhi si erano ormai persi tra le sottili trasparenze di quel pizzo bianco, lì dove il prezioso tessuto andava scurendosi. Avevo visto quel seno una miriade di volte, eppure, ora che era a pochi centimetri da me, la visione mal celata di quei capezzoli intirizziti dal freddo riusciva ancora a levarmi via il fiato.
— Valerio, sei dei nostri?
La voce di Sofia era distante, come alla fine d’un lungo sogno.
— Eh?
— Le calze, Valerio, sfilale le calze.
— Todo bien? – mi chiese subito Dolores con occhi sinceramente preoccupati. Com'era difficile guardarla adesso, sapendo che non era mia, che non sarebbe mai stata mia.
— Sì, - le risposi accennando un sorriso.
Dolores sfilò quindi le gambe da sotto il suo corpo per accomodarsi meglio sul materasso. I miei occhi, sebbene per un breve istante, non poterono esimersi dallo scivolare lungo le curve mozzafiato di quel tripudio di femminilità, finendo per avventurarsi lì dove per Courbet è l’origine del mondo: Cazzo se le stavano bene quelle mutandine…
Non credo che Dolores se ne sia accorta e a ogni modo non lo diede a vedere. Con la grazia di cui la sapevo perfettamente capace allungò invece una gamba sulla mia spalla, permettendomi di sfilarle il sottile velo di Nylon. Quell’ improvviso contatto della sua pelle ambrata contro il mio collo mi provocò una scarica elettrica. Sentii i muscoli tendersi come non mai, mentre le mie nocche, ruvide e segnate dagli anni di servizio, agganciavano il pizzo dell’autoreggente. Com’erano enormi le mie mani su quella pelle così morbida, così delicata; mi mossi con la cautela di chi sta disinnescando un ordigno a pressione. Accompagnai il tessuto lungo la morbida curva della coscia, facendolo scivolare giù, lento, oltre il ginocchio, fino al dorso del piede. Ogni centimetro di pelle scoperta da quella calza sembrava sprigionare una vampata di calore che andava a bruciarmi dritto in faccia.
— Sì… così, Valerio, Resta lì! Non ti muovere! — la voce di Sofia irruppe nella penombra, accompagnata dal solito ronzio secco e metallico della reflex. — Sei una roccia che tiene in piedi un tempio. Dolores, lasciati andare indietro, inarcala quella schiena!
Dolores obbedì senza staccare gli occhi dai miei. Il suo corpo si piegò all'indietro sul materasso in una curva perfetta, mentre la punta del suo piede nudo rimase ad accarezzarmi la spalla prima di scendere piano verso il pavimento.
— Adesso l'altra, Valerio — sussurrò Sofia, la cui sagoma era diventata poco più di un'ombra scura dietro la luce accecante dei fari. — Fallo mentre la guardi negli occhi, come se non ci foste che voi due, finché non l'avrai staccata del tutto.
Infilai dunque i polpastrelli sotto il bordo elastico della seconda autoreggente. Dolores fece un respiro un po' più profondo del solito, e vidi la curva del suo petto alzarsi e abbassarsi a un millimetro dal mio viso.
— Valerito... — mormorò lei a bassissima voce, sottile come un soffio. Non era la frase di una modella che posa. Era la mia Dolores.
— Ci sono — le risposi con la gola secca, mentre la seconda calza cadeva a terra come una muta di serpente. I miei occhi nuovamente su quel dedalo intricato di pizzo bianco, da cui traspariva una foresta proibita che ben pochi avevano avuto l’onore di esplorare.
— Va bene, ora cambiamo registro — la voce di Sofia spezzò quell'aria densa come resina. Fece un passo di lato, la macchina fotografica che scattava a vuoto per saggiare la nuova angolazione. — Valerio, spostati. Mettiti dietro di lei. Avvolgila. Voglio un'ombra che la protegga.
Mi mossi sul materasso con lentezza quasi spasmodica: i muscoli tesi come corde di violino. Mi posizionai dunque alle sue spalle, piegando le ginocchia per far da perno al suo corpo. Il calore di quella pelle ambrata investì la mia ancor prima che la toccassi. La avvolsi quindi in un abbraccio, allungando la mano sinistra per posarla delicatamente sul suo viso, a sfiorarne le guance arrossate. Il contatto delle mie dita ruvide con l'angolo delle sue labbra mi diede un improvviso senso di vertigine. Dolores reclinò leggermente il capo all'indietro, abbandonandosi contro il mio petto nudo, ansante. Il contatto tra la sua schiena e i miei muscoli fu una scossa da far tremare i denti.
— Perfetto — sussurrò Sofia, la voce ormai ridotta a un soffio mentre continuava a scattare. Click. CClick.
— Ora liberale il collo. Spostale i capelli.
Con la mano destra penetrai nella massa morbida e pesante dei suoi dreadlock turchini. Erano caldi e soffici. Li raccolsi tutti insieme con delicatezza, e li spostai sopra la spalla opposta, scoprendo la curva nuda che dal lobo scendeva fino alla spalla. Una pelle liscia, indifesa, segnata soltanto dal ritmo irregolare del suo respiro.
— Baciala, Valerio, non guardare in macchina, concentrati solo su quel punto.
I miei occhi si chiusero quasi da soli. Mi piegai in avanti, portando le labbra su quel centimetro di soffice pelle tra la spalla e il collo. Non fu un bacio finto, fu un affondare lento, disperato, come chi cerca un sorso d'aria prima di affrontare il deserto. Sentii il sapore salato della sua pelle, il profumo speziato del caffè di quella mattina; ce l'aveva ancora addosso, e sotto le mie labbra avvertii il battito accelerato della sua giugulare. Dolores si lasciò sfuggire un piccolo rantolo soffocato, mentre le sue dita andavano avventurandosi sulla mia nuca, a giocherellare coi miei capelli, come aggrappandosi per non cadere.
— Perfetto così, siete stupendi, mantenete la posizione. — la voce di Sofia sembrava arrivare da un altro pianeta, coperta dal ritmo frenetico dell'otturatore.
In quel preciso istante, con le labbra ancora incollate su quel bel collo e la mano di Dolores a sfiorarmi la nuca, tutto andava mischiandosi, confondendosi, perdendo di significato: Il PTSD, Carmine, l'affitto e il motivo stesso per cui eravamo lì. C'eravamo solo noi due, incastrati in una simulazione che, per qualche arcano motivo, andava sempre più assomigliando alla realtà.
— Cambio! — abbaiò Sofia, la voce che tradiva l'eccitazione di chi sa di avere tra le mani del materiale d'oro. — Dolores, rimettiti la vestaglia. Ma non chiuderla del tutto: lasciala scivolare giù, abbassala fino a scoprire spalle e scapole. Valerio, stai attaccato a lei.
Dolores si infilò di nuovo le maniche della seta nera con gesti lenti, quasi ipnotici. Raccolse la stoffa e la fece scendere lungo le braccia, lasciando che il pizzo bianco del reggiseno e la nuda curvatura delle sue spalle tornassero a sfidare il freddo dello studio. Io mi strinsi di nuovo contro di lei. Le mie braccia scesero a cingerle saldamente il ventre, fasciandola da dietro con una morsa protettiva. Sentii il suo addome contrarsi leggermente sotto il mio palmo.
— Più vicini, avvicinatevi di più – Intimò Sofia, indicando lo spazio che divideva il mio petto dalla curva perfetta della schiena di Dolores. Fu allora infatti che, prepotente, il mio corpo tornò a farsi sentire in tutta la sua fragile caducità. Avvertii il tessuto dei miei jeans farsi stranamente stretto, attillato. Il contatto di quel fondoschiena da urlo, che perfetto calzava contro il mio bacino, il profumo inebriante e delicato di Peonia e Biancospino emanato della sua pelle, quel leggero sentore di caffè e di cannella… mi fecero letteralmente girare la testa.
— Valerio, adesso abbassale la spallina destra del reggiseno — la voce di Sofia era un sussurro teso dietro il display della reflex. — Sfilala. Lenta. Fallo sembrare un atto di devozione. E poi… bacia quella spalla!
Non me lo feci ripetere due volte: allungai le dita, ruvide e tremanti per una tensione che non c'entrava niente con il freddo, e incastrai il pollice sotto la sottile striscia di pizzo bianco sulla sua spalla. La tirai giù con calma, dolcemente, facendola scivolare piano lungo il braccio, fino al gomito, lì dove la seta della vestaglia giaceva spiegazzata. Mi piegai in avanti, sfiorando con le labbra quel punto preciso in cui il collo si unisce alla spalla e la baciai.
Click. Click. Click.
— Fermi così... Dio santo, non vi muovete... — mormorò Sofia, il ritmo dell'otturatore che martellava come un cuore impazzito nel silenzio del loft. Dolores reclinò la testa all'indietro, avvicinando la sua guancia alla mia, e si lasciò sfuggire un respiro profondo, tremante.
— Bene — La voce di Sofia, secca come una frustata, ruppe il silenzio che ci aveva inghiottiti fino a quel momento. Non so per quanto tempo eravamo stati congelati in quella posizione: guancia a guancia, ma vidi Sofia abbassare la macchina fotografica e osservare compiaciuta il frutto del suo lavoro. Non mi mossi. Il mio petto continuava a salire e scendere contro la schiena di Dolores, mentre il mio braccio ne cingeva ancora il vitino sottile.
— Dolores? Ci sei? — chiese Sofia portandosi la sigaretta spenta all'angolo opposto della bocca.
— S… sì, — le rispose Dolores con tono trasognante. Sembrava quasi essersi ridestata in quel momento da
un lungo sonno.
—Via il reggiseno — le ordinò Sofia — Sfilalo e resta con la vestaglia allacciata. Valerio, le dai una mano tu?— Sentii Dolores irrigidirsi per un istante contro il mio bacino, come se un brivido l’avesse scossa da dentro, lungo la colonna vertebrale, e quel cambio di peso improvviso, quel contatto prolungato, non lo nego, ebbe effetto anche su di me. La situazione, come potete ben immaginare, continuava a scaldarsi.
—Lascia pure le spalle scoperte — continuò Sofia. Dolores si voltò quanto bastava per guardarmi di profilo. I suoi occhi castani, screziati di verde, enormi nella penombra del loft, cercavano i miei. Non c'era paura in quel punto luce, solo una domanda muta, una richiesta di consenso, di riparo. La donna più importante della mia vita, l'unica che aveva avuto il cuore di accogliermi quando nessuno voleva saperne di me, aveva cominciato a guardarmi come un gatto smarrito. Era difficile per me comprendere la natura dei suoi pensieri. Voleva fermarsi lì? Voleva continuare? Per un attimo ho temuto davvero d'essermi spinto troppo oltre con quei baci. Le indicazioni di Sofia erano state chiare, questo è certo, ma davanti a quei due occhi grandi, quei due soli screziati di verde, il timore di poterla perdere per sempre cominciò a ronzarmi in testa come un tafano fastidioso. Era così bella sotto la luce dorata di quelle lampade, così fragile: con quelle gocce di sudore che ne imperlavano la fronte e quella ciocca dispettosa che le pendeva su un lato del viso. Solo allora mi accorsi di quanto il suo corpo bruciasse più d’un tizzone ardente; eppure la temperatura nella stanza superava di poco lo zero assoluto. Una bambola di porcellana: una dea dai lunghi serpenti turchini. Ne avrebbe trasformati di uomini in pietra se solo avesse voluto, ma quello sguardo, così sincero, così pieno d‘affetto, era solo per me.
— Todo Bien? — le sussurrai con una calma che sorprese persino me stesso.
— Vale — sospirò lei abbozzando un sorriso sghembo. Era proprio bella.
— Valerito... — mi sussurrò poi ridestandomi dai miei pensieri. I nostri occhi continuavano a perdersi l'uno nello sguardo dell'altra, mentre Sofia attendeva impaziente che facessimo quanto indicato. Con le mie dita enormi, goffe risalii pian piano lungo la sua schiena nuda, cercando i ganci di metallo al centro del pizzo bianco. La mia pelle bruciava a contatto con la sua. Quando sentii il piccolo scatto del tessuto che si apriva, mi resi conto che la seta della vestaglia era rimasta l'ultima barriera che separava il suo corpo nudo dal freddo spietato del Pigneto e dallo sguardo della macchina fotografica. Che strano… L'avevo vista nuda un sacco di volte. Cavoli col mestiere che fa posso dire di aver visto Dolores più nuda che vestita; eppure… eppure sapere che c'era solo quel sottile strato di seta a separare il mio sguardo dal suo florido seno… non so perché, ma mi mandava in visibilio.
Click, click, click.
Non so per quanto tempo restammo così: a sondare la natura profonda dei nostri sguardi mentre il suono dell'otturatore saturava l'aria carica di tensione.
— Dimenticatevi di me. Dimenticatevi del loft.— sussurrò Sofia sfidando l’arcano silenzio che ci circondava —Voglio Canova. Voglio Amore e Psiche, in chiave post-moderna: Dolores, reclinati all'indietro — aggiunse poi, accompagnata dal rumore secco di una lente che veniva sostituita. — Lasciati cadere sulla schiena di Valerio. Abbandonati a lui, del tutto; Valerio, tienitela stretta: passale un braccio attorno al ventre, proprio sotto il seno. Sì, così; sii la sua gabbia e la sua salvezza.
Dolores teneva la vestaglia di seta nera accostata sul petto con una mano sola. L'altra era rimasta piantata sulla mia nuca, le sue dita che continuavano a scivolare tra i miei capelli corti con una lentezza che mi faceva impazzire.
— E adesso baciala — ordinò Sofia dal buio dietro i fari. — Voglio un bacio lungo, vero, come se vi steste dicendo addio. Un bacio che sciolga i ghiacci del Cocito e geli le fiamme dell'inferno. Un bacio sulle labbra.
Esitai. Potevamo farlo dal vero? Sul serio avrei posato le mie ruvide labbra da soldato su quei dolci petali di rosa? Dolores non esitò affatto. Dopo un respiro sottile, piegò la schiena all'indietro, affidando tutti i suoi cinquantasette chili alla mia stazza. Il mio braccio le fasciò il ventre poco sotto la curva del seno, che la lucida seta, appena accostata, a stento riusciva ormai a nascondere. Il calore della sua pelle bruciava contro il mio avambraccio. Sentii la sua testa appoggiarsi alla mia spalla, il suo viso rivolto verso il mio, le labbra socchiuse a un millimetro dalle mie… Il paradiso a un passo dall'oblio.
— Perfetto così. Non muovetevi.
Il respiro di Dolores mi solleticava le labbra. Era davvero pronta ad annullare quell'ultimo millimetro d'aria che ci vedeva ancora separati? Il fantasma di poterla perdere per sempre continuava a perseguitarmi, a impietrirmi molto più di quel suo sguardo da medusa. Chiusi gli occhi, pronto a sprofondare in quel baratro senza confini, un baratro che profumava ancora deliziosamente di caffè nero e di cannella, mentre il cuore martellava forte contro le costole: un carcerato in cerca della libertà.
—Manca un ultimo dettaglio. — Soggiunse Sofia in un sospiro — C’è solo una cosa da fare per rendere definitivamente artistica questa foto: Valerio, scoprile un seno!
E il tempo sembrò fermarsi. La mia bocca impastata rimase lì, a un soffio da quella di Dolores, mentre la frase di Sofia mi rimbombava nelle orecchie e tra i muri scrostati del loft. Guardai Dolores negli occhi. La sua respirazione era diventata un affanno sottile. Non si tirò indietro, non si coprì. Restò reclinata sulla mia schiena, affidandomi tutto con sguardo da cerbiatta. Un suo leggero cenno del capo, un assenso impercettibile, e le mie dita finalmente scesero lungo il morbido bordo della seta scura, lì dove la curva dei seni andava rigonfiando la vestaglia. Scostandolo.
Il freddo dello studio investì quel lembo di pelle nuda, ma Dolores non tremò. Tenne gli occhi fissi nei miei, a quel millimetro di distanza che sapeva di vertigine e di condanna.
Click. Click. Click.
— Perfetti... Dio mio, perfetti — mormorava Sofia mentre il rumore secco dell'otturatore continuava a martellare quel silenzio arcano come la raffica di un mitra. — Dolores, cara, ora sali a cavalcioni su di lui.
Sotto lo sguardo neutrale della fotografa, Dolores si mosse. Si mise in ginocchio sopra di me, scavalcando le mie gambe. Tutto quel che temevo si stava realizzando: il tessuto ruvido dei miei jeans si trovò improvvisamente a contatto diretto con il pizzo sottile delle sue mutandine. Avvertii tutto il suo peso, leggero ma presente, concentrato esattamente sul mio bacino. E il mio corpo, dopo un infimo attimo di pace, riprese a irrigidirsi.
— Valerio caro, pianta le mani sulle cosce di Dolores, suvvia: tienila salda — sbiascicò Sofia mentre s’infilava in bocca un'altra sigaretta. Il vecchio mozzicone tra le cicche consunte nel posacenere.
Eseguii. Le mie mani andarono a posarsi sulla pelle nuda e calda delle sue cosce, poco sopra le ginocchia. Ci conoscevamo da anni ma era la prima volta che mi prendevo una simile libertà. I miei pollici premevano involontariamente sulla carne morbida di Dolores per stabilizzare la posizione, mentre i nostri bacini erano ormai fusi in un unico blocco granitico. Avvertii Dolores trarre un respiro profondo, una scossa impercettibile che le attraversò la colonna vertebrale.
— Dolores, sporgiti all'indietro con la schiena. Sì, così, brava. Guarda verso il soffitto; lascia che i faretti ti prendano in pieno.
Dolores ubbidiva senza remore. Reclinò la testa e il busto all'indietro, inarcando la schiena in una posa d'una plasticità drammatica. In quel movimento, il suo petto si sollevò del tutto verso l'alto mentre la lucida seta della vestaglia si aprì. I suoi seni, scoperti e ormai liberi dalla vestaglia, si offrirono alla luce dorata delle lampade. Erano tesi, perfetti, così come li avevo sempre visti da lontano nel buio dello strip club. Adesso, a non più di una manciata di centimetri a separarli dal mio viso, lo spettacolo era ancora più travolgente ed intrigante. Le areole rosate si erano contratte in due piccoli capezzoli turgidi; due pietre preziose incastonate in un tripudio di femminilità. Semplicemente stupendi.
Avrà freddo — pensai subito, osservando come in quello squallido loft la temperatura invitasse all'ibernazione. — Il fatto di essere rimasta in intimo per tutto questo tempo deve averla raffreddata parecchio — continuai tra me e me. Ma se Dolores tremava, io stavo bruciando vivo. Per mantenere l'equilibrio in quella posizione impossibile, infatti, Dolores era stata costretta ad aggiustare il tiro, a slittare più e più volte col bacino sopra di me, lentamente, fino ad estendersi per bene con la schiena. Il tessuto leggero delle sue mutandine, neanche a dirlo, scivolò quindi proprio contro la stoffa tesa dei miei jeans; premendo e sfregando con una lentezza snervante. Il mio corpo stava rovinosamente tradendo ogni mia intenzione di rimanere un professionista.
Sì, sarà colpa del freddo — continuai dunque nella mia testa, tentando in tutti modi di trovare un appiglio logico a cui aggrapparmi mentre la vista mi si annebbiava per la pressione arteriosa crescente.
Click. Click. Click.
— Incredibile... — mormorò Sofia, scattando a ritmo serrato da una prospettiva ribassata. — Dolores, mantieni la tensione! Sfida la gravità! Valerio, stringi quelle cosce, le devi fare da ancora!
Dolores emise un piccolo verso soffocato. Il suo bacino si mosse ancora di un millimetro per cercare leva contro il mio corpo: un micro-sfregamento continuo, involontario ma devastante, che mi fece serrare la mascella fino a far scricchiolare i denti. Avvertivo ogni singolo grado di calore che emanava dalla sua intimità attraverso la barriera ormai ridicola dei miei pantaloni. La fronte mi si imperlò di sudore freddo. Non ero più un reduce, non ero il buttafuori del Blu Flamingo, non ero l'amico discreto che divideva con lei l'affitto dell'appartamento: ero solo un uomo stretto nella morsa di un desiderio ferocissimo e proibito. Un desiderio che avrei fatto meglio a ricusare nel profondo del mio inconscio.
— Guardala, Valerio! — mi gridò Sofia sopra il ronzio del faretto. — Non guardare me, guarda lei che si piega sopra di te!
Alzai lo sguardo lungo la linea del suo addome contratto, fino a raggiungere la curva maestosa del suo seno nudo che tremava leggermente per lo sforzo della posa. Dolores aveva gli occhi socchiusi e il respiro corto, affannato. Le labbra leggermente dischiuse per richiamare aria nei polmoni. Non so se fosse il peso della posa acrobatica o la percezione esatta di ciò che stavo provando lì sotto, ma Dolores sembrò perdere per un attimo l'equilibrio. Le sue braccia corsero subito a cingere il mio collo, mentre le sue dita, forse nel disperato bisogno di evitare di cadere, andarono a cercare cieche le mie spalle, piantandosi dentro con le unghie. Quel leggero e acuto dolore mi scosse all'improvviso, facendo reagire il mio corpo molto prima che me ne rendessi conto, e nell'unico modo che non avrei voluto: irrigidendosi ancora di più. L’immagine davanti a me, poi, non aiutava di certo. In quella nuova posizione, con le braccia allungate verso le mie spalle che premevano e stringevano sui seni, enfatizzandone la procacità, Dolores mi offriva uno spettacolo a cui nessun uomo avrebbe potuto sottrarsi facilmente. Nessuno, fidatevi: nessuno.
— Fermi lì... Mantenete… — la voce di Sofia era ormai un sussurro eccitato, quasi sommesso, cadenzato soltanto dal ritmo meccanico e inesorabile dell'otturatore. — Perfetto. Adesso cambiamo del tutto angolazione — la voce di Sofia risuonò nel loft, secca e priva di esitazioni. Abbassò la reflex per un istante, aggiustando la ghiera mentre il suo sguardo saettava su di me. — Valerio, sdraiati di schiena sul materasso. Ma via i jeans. Subito!
A quelle parole mi si gelò il sangue nelle vene. Un panico sottile e viscerale prendeva il sopravvento sui miei novanta chili di muscoli. I jeans erano l'unico scudo, la sola trincea rimasta a proteggere la mia dignità e a nascondere la prepotente "situazione" che mi premeva con violenza lungo la gamba destra. Sfilare quei pantaloni significava rimanere soltanto con un paio di boxer neri, per di più attillati: un pezzo di stoffa del tutto inutile, incapace di celare l'evidenza di ciò che il mio corpo stava disperatamente gridando a gran voce.
— Valerio, dai, muoviti. Non abbiamo tutta la notte — mormorò Sofia con la sigaretta stretta tra i denti.
Dolores si scostò e scivolando via dal mio bacino con lentezza spasmodica. I suoi occhi cercarono i miei per un secondo, un bagliore indecifrabile nella penombra. Rimanendo in ginocchio sul materasso, afferrò la vestaglia di seta scura e se la riassestò sulle spalle, coprendo i seni ancora turgidi e ansanti per lo sforzo della posa di poco prima. Ormai libero dal suo peso, mi alzai e, con mani tremanti per la tensione, sganciai il grosso bottone in metallo dei jeans. Il suono della mia zip che veniva giù rimbombò nel silenzio dello studio come il caricamento di una pistola.
— Aspetta, — mi fermò Sofia con un plateale gesto della mano – ho cambiato idea: Dolores, cara, aiutalo tu!
Restai pietrificato. La mano destra mi rimase bloccata sulla cerniera abbassata, mentre il cuore ricominciava a martellare contro le costole come una raffica di calibro dodici. Dolores non fece una piega. Si sporse in avanti sul materasso, muovendosi con la grazia fluida di una pantera. La vestaglia di seta scivolò leggermente di lato, scoprendo di nuovo la curva del suo seno nudo, ma i suoi occhi, calmi e profondi, erano piantati nei miei. Si inginocchiò ai piedi del letto, posando le mani calde sulle mie caviglie.
— Tranquilo, Valerito, tranquilo — sussurrò appena: una carezza detta a voce che arrivò soltanto a me. Ma lei non sapeva la dicotomia lancinante di cui ero preda in quel momento, né l'imbarazzante segreto che celavo sotto quei jeans, ora solo a pochi centimetri dal suo splendido viso. Infilò dunque le dita sotto il risvolto dei miei jeans e cominciò a sfilarmeli con una lentezza snervante. Ogni centimetro di pelle scoperto dall'aria fredda del loft sembrava andare a fuoco.
Con gesti precisi, quasi devoti, mi liberò dai pantaloni, lasciandoli cadere a terra oltre il bordo del materasso. Ero spacciato. La stoffa sottile ed elastica dei miei boxer neri non offriva alcun riparo: la spinta prepotente del mio corpo era lì, drammaticamente evidente, a testimoniare la resa di ogni mia intenzione di rimanere neutro. Vidi il suo sguardo impenetrabile scivolare lungo la curva della mia gamba, lì dove la mia malcelata erezione pendeva irrimediabilmente. La sentii sospirare. L'avevo delusa? Contrariata? Era impossibile capirlo fissando quei suoi grandi occhioni scuri che, all'improvviso, sembravano scavarmi fin nel profondo dell'anima, mentre il ritmo metallico dell'otturatore fendeva l'aria come una pioggia di proiettili.
— Bene così. Eravate perfetti — concluse Sofia dopo un tempo che mi parve interminabile — Adesso puoi metterti seduto — mi ordinò distratta mentre riguardava gli ultimi scatti effettuati. Mi affrettai a sdraiarmi di schiena per cercare di mascherare l'imbarazzo, ma l'imponente profilo del mio membro barzotto continuava a svettare sotto la luce alogena.
— Magnifico — mormorò Sofia, regolando la messa a fuoco. — Ora, Dolores, posizionati a cavalcioni su di lui, ma dagli le spalle.
Dolores ubbidì. Raccolse i lembi della vestaglia, scavalcò di nuovo le mie gambe e, dandomi le spalle, si calò piano sopra di me. Non ne sono certo, ma credo di aver intravisto un alone un po' più scuro sulla stoffa delle sue mutandine, ma poteva essere un abbaglio dovuto alle luci alogene. Il contatto fu un vero e proprio cortocircuito. Senza più la barriera rigida dei jeans, la morbidezza del suo bacino andò a posarsi direttamente contro la mia intimità, divisa soltanto dal velo impercettibile delle mutandine e dei miei boxer. Sentivo ogni singolo grado del suo calore, la pressione del suo peso, il ritmo sottile del suo respiro. Ma la vera condanna fu la prospettiva visiva. Sdraiato di schiena, la mia vista era completamente dominata dal fondoschiena di Dolores. La vestaglia di seta, rimasta del tutto aperta, ricadeva ai lati come una tenda scura, lasciando completamente scoperta la visione di quel trionfo di pelle ambrata, incorniciata soltanto dalla striscia sottile del tanga di pizzo che andava perdendosi tra le curve perfette dei suoi glutei. Il profumo di peonia e biancospino mi riempì i polmoni. Mantenere la sanità mentale, con quel culo mozzafiato a pochi centimetri dagli occhi e il suo bacino incollato alla mia erezione, era diventato un supplizio insostenibile.
Click. Click. Click.
— Splendido, splendido — continuava a ripetere Sofia scattando all'impazzata. — Valerio, alza le mani! Afferrala per i fianchi! Tienila stretta come se fosse l'unica cosa a salvarti dal vuoto!
Le mie dita ruvide andarono a posarsi di nuovo sul suo vitino da vespa. Sentii la sua pelle contrarsi leggermente sotto la pressione dei miei pollici. Dolores, per assecondare la richiesta di Sofia, si piegò ancora di più in avanti, accentuando l'arco della schiena. In quel movimento, il suo bacino si assestò di nuovo contro il mio con una lentezza esasperante, e si lasciò sfuggire un piccolo, soffocato respiro che le fece tremare le spalle. E in quel momento, immerso nel buio e nel freddo del Pigneto, la guerra, il PTSD e il Blu Flamingo non esistevano più. C'eravamo soltanto io e lei, da soli contro il mondo. Che restavamo aggrappati l'uno all'altra su quel materasso: due naufraghi su una zattera bianca, mentre un abisso oscuro minacciava d'inghiottirci da un momento all'altro.
— Niente fretta, ragazzi. — riprese poi Sofia sbiascicando le parole per via della sigaretta — Non siamo qui per fare un giornaletto da quattro soldi. L'arte sta nel mostrare la tensione prima che tutto crolli. Dolores? Quell'offerta è ancora valida; pensaci.
Aggrottai la fronte. Il silenzio tornò nel loft, spesso e pesante come una coperta di lana bagnata. Sofia decise di concederci una pausa per confrontarci, inventandosi la scusa palese di dover controllare gli scatti appena eseguiti pur di lasciarci un attimo da soli.
— Che…che cosa ne pensi? — mi chiese dunque Dolores. Il suo sguardo incerto si perdeva ondivago nei miei occhi. Avevamo simulato le posizioni più spinte, ci eravamo sfiorati, toccati, annusati fino all'inverosimile, ma quel suo sguardo incerto era la cosa più bella che avessi mai visto. Le lampade alogene continuavano a friggere l’aria sopra le nostre teste, emettendo un ronzio sommesso. I miei occhi rimasero incollati a quelle iridi screziate di verde, osservando l'intricato mosaico che ne cingeva le pupille.
— A…a che proposito? — le domandai sussurrando quelle parole a un soffio dalle sue labbra.
— A proposito dell'offerta — Soggiunse lei scostando la ciocca ribelle di ricci che pendeva sulla mia fronte — Se parla del doppio del compenso che buscamos por el servizio normal. Podemos pagar dos mensilità in anticipo e mantenerne un pochito de dinero por toglierci qualche sfizio. No?
— Io vado di là a preparare le altre schede di memoria — continuò Sofia, dandoci le spalle senza troppi complimenti. — Voi due chiaritevi le idee. Il tempo stringe.
Restai immobile. Non capivo. Quali altre schede? Di cosa diavolo stava parlando? Dolores scivolò lentamente via da me, mettendosi a sedere su quel materasso con le gambe incrociate proprio davanti a me. L'abbacinante candore di quel pizzo funesto balenò ancora una volta nel nero delle mie pupille. Il suo respiro era calmo, spezzante.
— Valerito... — mormorò a voce bassissima; la mano che nuovamente si allungò a stringermi la nuca per chiamarmi a sé, mentre le nostre fronti si sfioravano in quel magico tocco negato alle labbra
— Che cosa dobbiamo fare, Dolores? — la incalzai. Lei esitò. Vidi i suoi seni nudi pendere attraverso l'ampio scollo della vestaglia, mentre i suoi occhi castani cercarono ancora una volta i miei.
— Degli scatti diversi. — glissò lei con un’alzata di spalle — Un pochito più... spinti, ecco;
— Quanto “più spinti”? — le chiesi presumendo già il peggio
— Senza… senza vestaglia — Per un attimo potrei giurare di averla vista persa. Poi, prendendo il coraggio a due mani, soggiunse — nudi.
— Nudi? Come sarebbe a dire nudi?
— Bien, mira Valerito, se parla de muy dinero, no? Y con eso podemos estar tranquilos por muchissimo tiempo, no? Tenemos che pagar l'affito, vale? — riprese lei giocando ancora una volta col ciuffo ribelle sulla mia fronte mentre mi guardava negli occhi.
— Ma sei sicura?
— Valerito, — continuò lei sorridendomi e accarezzandomi il viso — contigo? Segura, muy segura, vale?
— Vale… — le risposi con un filo di voce che mi uscì rasposo dalla gola. Non ero sicuro di nulla, se non del fatto che la testa mi stesse girando a trecento all'ora. Sofia, dal canto suo, non si fece ripetere l'assenso due volte e, recuperate le nuove schede e spento quell’ultimo mozzicone di sigaretta, cominciò a spostare uno dei faretti alogeni, orientandolo dall'alto verso il basso.
La luce calda e suadente dei fari tagliò il buio del loft, creando un cono d'ombra denso proprio attorno al materasso. L'abisso era pronto. Non restava che naufragare.
— Via le mutande! — Ci intimò la fotografa. Quell'ordine secco, privo di qualsiasi filtro, tagliò l'aria del loft con la potenza di una scudisciata. Quell'intimazione volgare e diretta mi restituì d'un colpo la misura di ciò che stavamo per fare, spazzando via il calore delle parole di Dolores. Sfilarsi i boxer voleva dire mostrare la mia reazione fisica senza più la minima copertura, esporre il mio corpo rigido e prepotente agli occhi di tutti, senza più nemmeno il velo dell'immaginazione a salvarmi la dignità. Dolores non esitò un secondo. Quella donna è un vero portento, una forza della natura; con una disinvoltura che mi tolse il fiato, portò le mani al bacino, agganciò il bordo sottile delle mutandine di pizzo e, con un unico movimento fluido delle cosce, se le sfilò, lasciandole cadere sul materasso come una piuma. Poi, rimanendo completamente nuda sotto la seta nera della vestaglia, si voltò verso di me. Il suo sguardo non si fermò sui miei occhi: scivolò lentamente verso il basso, posandosi senza pudore sul rigonfiamento teso e prominente dei miei boxer neri. Non c'era scherno nel suo viso, né meraviglia: solo un respiro leggermente più pesante e una consapevolezza scura, calda, che le accese le iridi.
— Su, Valerito... — mormorò con una voce che era ormai puro velluto. — Fai come me.
Con le dita che mi tremavano come quelle di un recluta al primo giorno d'adunata, infilai i pollici nell'elastico dei boxer. Pronto a sfilare quell'ormai inutile pezzo di stoffa. Ma Sofia aveva ancora altro in mente.
— Aspetta, aspetta, aspetta — cinguettò incerta mentre sembrava inseguire il filo dei suoi pensieri —Sì, perché no, potrebbe anche andare. Dolores, — disse poi rivolgendosi direttamente alla mia fata dai capelli turchini — Facciamo che ve li sfilate a vicenda?
E fu come varcare il punto di non ritorno. Restai paralizzato, con i pollici incastrati nell'elastico e il fiato spezzato in gola. Il cuore mi batteva sui timpani con la violenza di un maglio pesante. — Facciamo che ve li sfilate a vicenda? — avevo sentito bene? Questo voleva dire solo una cosa: la spinta turgida della mia erezione si sarebbe liberata nell'aria fredda dello studio, svettando senza più difese, orgogliosa e imbarazzante al tempo stesso, a pochi centimetri dal viso di Dolores… e il sol pensiero non faceva che aumentare il mio “problema”.
Sì, sì, sì; facciamo così — continuò Sofia con quell’inflessione carica di cinico entusiasmo come chi ha appena trovato la vena d'oro. — Dolores, tu sfilerai i boxer di Valerio, e tu, Valerio, le togli il tanga di pizzo. Va bene? Movimenti lenti, mi raccomando; liturgici. Voglio vedere il tremore delle dita!
Dolores mi guardò. Nei suoi occhi non c'era traccia della provocazione sfacciata da spogliarellista, ma soltanto una dolcezza infinita, quasi materna, che finì per disarmarmi del tutto. Con solerzia re-indossò il tanga di pizzo e, fatto un passo verso di me sul materasso, in ginocchio, si accinse a spogliarmi dell'ultimo strato di stoffa che celava al mondo la mia intimità. Con gesti delicati, le sue mani si posarono sui miei fianchi. I suoi polpastrelli caldi sfiorarono l'elastico dei miei boxer. Sentii il suo respiro caldo battere direttamente sulla mia pelle nuda, proprio a un centimetro da dove la spinta turgida della mia intimità cercava disperatamente una via di fuga.
—Mirame, Valerito... — mormorò sottovoce, attirando il mio sguardo per sottrarmi all'imbarazzo di ciò che stava per accadere.
— Da dietro, Dolores, da dietro. — le ordinò all’improvviso Sofia con lo stesso tono di prima — Mettiti dietro di lui, allungati di fianco e guarda l'obiettivo!
Dolores obbedì. La vestaglia ormai un inutile pezzo di stoffa lasciato libero di calare sulle braccia. Il contatto della sua guancia con la pelle della mia gamba destra fu devastante. Semplicemente devastante.
— Sfilale — le ordinò Sofia già pregustando con la voce la resa di una foto del genere. — Fantastico! Dio mio, che scultura... — esclamò poi da dietro l'obiettivo, mentre il mio arnese, ormai libero e svettante dalla futile presa dei boxer, dava bella mostra di sé nel silenzio sacrale del loft. Il ritmo di scatto riprese a martellare come una mitragliatrice, inondando il mio membro turgido con una pioggia di flash.
— Ora basta chiacchiere. Dolores, stenditi a pancia in su sul materasso. Valerio, tra le sue gambe. Liberiamoci di quel tanga.
Mi voltai a guardare Dolores. Sembrava essersi imbambolata.
—Tutto bene? — le chiesi seguendo il suo sguardo, incapace di staccarsi dal solido profilo del mio vessillo
—S…Sì — Mi rispose lei come destandosi da un lungo sogno. Lo sguardo indecifrabile. Non l’avevo mai vista così. Doveva essere proprio incazzata nera; anche se non voleva darlo a vedere. L'avevo delusa, ne sono sicuro. Quell'erezione era la sfacciata conferma che ero solo un porco come tutti gli altri; l'ennesimo nella sua vita.
—Dolores ci sei? — borbottò impaziente Sofia mentre sistemava per l'ennesima volta la luce d’un faretto. Dolores non rispose. Si limitò a stendersi a pancia in su sul materasso. La vestaglia di seta nera le si aprì del tutto, ricadendo ai lati come un velo scuro. La pelle ambrata, completamente offerta alla luce dorata dei faretti, il suo seno nudo, che si alzava e abbassava al ritmo di un respiro corto, accelerato, furono uno spettacolo difficile da gestire nelle mie condizioni. Restava solo quella sottile striscia di pizzo bianco a dividere il suo corpo dall’assoluta nudità e a quello avrei dovuto pensarci io. Mi mossi su di lei con circospezione, non volevo peggiorare la situazione più di quanto non avessi già fatto. Che dire, era uno scatafascio: la donna più importante della mia vita, l'unica con cui mai e poi mai avrei dovuto prendermi certe liberta, aveva visto per filo e per segno l'effetto che mi provoca il vedere il suo corpo nudo. Che diritto avevo di oltraggiarla in quel modo? Non mi rendevo forse conto di non essere per niente il suo tipo; che le piacevano le donne? Con che coraggio l'avrei guardata ancora in faccia dopo tutto questo? Era a questo che pensavo mentre mi posizionavo tra le sue gambe, in ginocchio. La testa di Dolores giaceva penzoloni a favore di obiettivo: una vittima sacrificale tra le possenti braccia di un energumeno con problemi di gestione dell'ansia. La mia intimità, rigida e tesa, sfiorava impunemente la pelle delle sue gambe, mentre mi spingevo in avanti per liberarla di quell'ultima barriera di pizzo bianco. Infilai i polpastrelli sotto i bordi del tanga. Le mie mani, segnate dai solchi del tempo e della guerra, tremavano sulle sue cosce calde. Dolores alzò la testa, cercandomi con lo sguardo. I suoi occhi enormi, immersi nella penombra, scavarono nei miei mentre le sue dita andavano ad aggrapparsi d'istinto ai miei avambracci.
— Fai con calma, Valerito... — mormorò infine con un filo. Non era arrabbiata, non mi sembrava arrabbiata. Allora perché m'aveva guardato in quel modo? La sua voce sapeva di resa, di affetto, di complicità. Ma ancora una volta Sofia intervenne a scombinare le cose
— Con la bocca, Valerito,— mi ordinò facendole il verso — con la bocca!
Non potevo credere alle mie orecchie. Davvero mi si chiedeva di affondare il viso sul ventre di quella dea dai capelli turchini?
— Dai, Valerio! Non fare il puritano proprio adesso! — Mi incalzò quindi Sofia senza staccare l'occhio dall'obiettivo — Usa i denti. Incastra il pizzo, tiralo giù piano e guarda fisso in macchina!
Il cuore mi rimbombò nel petto come una pioggia di proiettili. Feci un respiro profondo, imbevuto del suo profumo di peonia e di quel calore viscerale che emanava dal suo corpo nudo. Mi piegai in avanti. Il mio naso sfiorò la pelle tesa del suo addome mentre la mia intimità, priva di ogni riparo, andava a posarsi con tutto il suo peso e la sua calura contro la gamba di Dolores. Avvicinai il viso alla sua pancia. Sentii il respiro di Dolores bloccarsi all'istante, mentre i suoi addominali si contraevano in un riflesso involontario. I miei occhi cercarono i suoi: erano spalancati, scuri, incandescenti di una consapevolezza che non aveva più nulla di recitato. Sfiorai la stoffa sottile del tanga con le labbra. Il contatto della mia bocca sulla sua pelle ambrata mi diede una scossa che mi fece tremare le spalle, ma a lei strappò un rantolo. Incastrai delicatamente il bordo di pizzo bianco tra i denti e, lentamente, inclinai la testa all'indietro per farlo scivolare giù lungo i suoi fianchi. Dolores lasciò cadere la testa all'indietro sul materasso con un piccolo, soffocato verso che le morì in gola. Le sue mani abbandonarono i miei avambracci per andare ad allargarsi sui bordi del materasso. Lei era la vittima, io il licantropo; in un parossismo osceno che andava divorando entrambi.
Click, click, click
Sentii le sue dita piantarsi disperate sui miei avambracci, graffiandomi la pelle mentre la stoffa scivolava via, rivelando l’assoluta nudità del suo bacino e la sottile strisciolina ben curata del suo monte di venere. Accompagnai il pizzo lungo la morbida linea dei suoi fianchi, facendolo scivolare con lentezza oltre le natiche, giù lungo le cosce, fino alle caviglie. Dolores sfilò i piedi. Il velo bianco cadde ai piedi del materasso. Eravamo del tutto spogliati. Nessun filtro, nessuna barriera, nessuna scusa. Nudi.
I miei occhi si posarono dunque su un dettaglio rimasto finora nascosto, qualcosa che mi fece dubitare di quanto vissuto finora: una piccola macchia scura, inconfondibile, piantata proprio al centro di quel tanga.
Avevo ragione, avevo sempre avuto ragione. I miei sospetti erano fondati. Si era eccitata. Ma com'era possibile tutto questo? Forse il fatto di sentirsi esposta, osservata, offerta allo sguardo attento di Sofia, sebbene attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica, avevano provocato in lei quell'effetto? Sofia, dopotutto, era una bella ragazza. Non era illogico pensare tutto questo. Allora perché mi guardava con gli occhi di una beccata con le dita nella marmellata? A che dovevo quello sguardo colpevole?
— Perfetto! — la voce di Sofia irruppe nella penombra, spezzando quel secondo di paralisi. —Ma non abbiamo ancora finito, ragazzi! Ora voglio il pezzo forte: Dolores, gambe sulle spalle di Valerio, Valerio, avvicina le labbra a quel monte di venere: simuliamo un cunnilingus.
La richiesta fu un colpo di grazia. Dolores mi riservò uno sguardo liquido, carico d'ardore, mentre, appoggiati i talloni sulle mie spalle, spalancava oscenamente le cosce a pochi centimetri dal mio viso. Vidi i suoi petali di rosa, imperlati di rugiada dischiudersi poco a poco per mettere in mostra il sottile pistillo incappucciato. Che spettacolo… vi avvicinai il viso, inebriando le miei narici di quella delicata salinità, un profumo nuovo, arcano, sconosciuto: un deciso odore di donna.
Quanto avrei voluto affondarvi la faccia… Quanto anelavo baciare quelle labbra rosate, leccarne con cura il nettare nascosto tra i petali delicati; titillarne il pistillo… che ape laboriosa sarei diventato per lei. Non avrei potuto chiedere di meglio; ma dopo? Cosa sarebbe successo dopo? Non potevo dar per scontato che quella reazione, quell'ardore, quel forte profumo di femmina fosse dovuto alla mia presenza. Anzi, c'era la concreta possibilità che tutto ciò fosse dovuto alla sola presenza di Sofia. Come potevo essere così ingenuo, così superbo? A Dolores piacevano le donne dopotutto, e certi orientamenti non cambiano così dall'oggi al domani. Ma Dolores ora tratteneva il fiato, si mordeva il labbro e mi guardava con un ardore che da solo avrebbe fatto sciogliere entrambe le calotte polari. Ed io avrei preferito morire piuttosto che perdermi tutto questo.
Click, click, click.
Il tempo sembrava scorrere al contrario. All'improvviso Dolores inarcò la schiena; i muscoli tesi in uno spasmodico slancio dettato dalla passione: dalla voglia furente. E mantenendo quella posa carica di tensione, col volto arrossato e il pube gonfio, a non più di qualche millimetro da me, dal mio viso e dalle mie labbra frementi, Dolores mi rivolse uno sguardo implorante. Quanto avrei voluto azzerare quella distanza…
— Bene così. Andiamo avanti. — La voce di Sofia si scagliò su di noi come un fulmine a ciel sereno — Adesso scambiatevi di posto, simuliamo una fellatio!
Non son sicuro di come sia riuscito a muovermi. I miei muscoli erano rimasti tesi sino all'inverosimile dopo gli ultimi scatti, avrei giurato di non riuscire più ad alzare neppure un dito senza provare dolore, ma a un tratto mi ritrovai disteso faccia in su con le gambe di Dolores a cingermi il torso, e le braccia incastonate nell'incavo delle sue ginocchia. Inerme. Nelle mie narici ancora un residuo di ciò che resta del suo odore, un delicato bouquet mentre le pareti del loft presero a vorticare intorno a quella nostra zattera come un tornado impazzito. Eravamo alla deriva, nell'occhio del ciclone. Perduti.
— Dolores, quando sei pronta, prendi il pene di Valerio in mano. — Sofia non sembrava neppure far caso alle oscenità che le uscivano dalla bocca. Dolores obbedì: la sua mano mi cinse il membro con delicata tenacia, scoprendone la punta gonfia e svettante.
Click, click, click
— Piegati in avanti e avvicina le labbra — le sussurrò Sofia con una strana inflessione nella voce. La mia bella e solerte coinquilina obbedì ancora una volta. Piegandosi, i suoi lunghi capelli turchini mi ricaddero addosso come una pioggia fredda, impetuosa, mentre la sua bocca andò a posarsi a un millimetro soltanto dal mio membro turgido e pulsante. Ma non è a questo che penso mentre piego la testa in avanti a guardare, inebetito, il superbo e osceno spettacolo di quel pube incorniciato dal culetto. Se solo avessi potuto, avrei affondato la bocca in quel tripudio di femminilità; lambire quel fiore proibito con la lingua; inoltrandomi come meglio potevo tra le pieghe nascoste di quella bella rosa. All’improvviso avvertii il suo caldo respiro solleticarmi la pelle tesa, gonfia, una tortura dolcissima che mi fece serrare i pugni con forza disperata.
—Tira fuori la lingua, ecco, brava, così! —
Non potevo credere alle mie orecchie. La lingua di Dolores era a pochi millimetri dal mio glande gonfio e pulsante. Ne avvertivo nitidamente l'alito caldo su di me… All'improvviso però sentii una leggera pressione, al bordo esterno dell’asta: un bacio? No, non poteva essere…. Ne sono sicuro, mi sono sbagliato. Sarebbe strano, no? O quantomeno anomalo vista la natura di quello shooting fotografico. Ma se fosse stato vero? Il sol pensiero aveva in me un effetto devastante. La voce di Sofia ronzò ancora nello studio: era giunto il momento di cambiare nuovamente posa.
—Valerio, mettiti a sedere con le gambe divaricate. Dolores, saligli in grembo. Di fronte a lui. Nudi, pancia contro pancia. Vediamo di realizzare un bel “fior di loto”.
Mi rimisi a sedere sul materasso a fatica, divaricando per bene le gambe mentre la testa mi girava ancora per la mancanza d'aria. C'era mancato così poco…Sono sicuro che se solo avessimo esitato un attimo in più, a quest'ora, ne sono certo, il viso di Dolores somiglierebbe a una di quelle maschere Giapponesi, le Kabuki; così come sono sicuro che come posizione sessuale quella del "fior di loto" sia una delle più dolci e romantiche inventate dall'uomo: una di quelle che ti permettono una penetrazione costante e profonda col minimo sforzo; ma per me… per me equivaleva a una vera e propria condanna a morte: la tomba per qualsiasi residuo di autocontrollo.
Dolores si mosse con una lentezza sacrale. Avanzò in ginocchio, aprendo le gambe per scavalcare le mie cosce, e si calò sul mio grembo, posizionandosi di fronte a me. Il contatto fu improvviso, inaspettato, devastante… La sua calda intimità, così bagnata e priva di qualunque riparo andò a posarsi direttamente sopra la base della mia erezione, lì dove la mia carne si ergeva in tutto il suo gagliardo turgore. Potevo sentire la consistenza morbida delle sue labbra vaginali premere contro la pelle tesa e pulsante dell’asta, mentre ciò che restava del mio membro scompariva nel morbido solco tra i suoi due glutei. Eravamo nudi, pancia contro pancia, petto contro petto, respiro contro respiro. Il suo seno, nudo, sfiorava i miei muscoli segnati dalle cicatrici a ogni battito, mentre le sue gambe mi cingevano i fianchi in un abbraccio di carne caldissima.
— Mio Dio... — le sentii mormorare a un soffio dalle labbra; un gemito così sottile, spezzato, che solo io potevo sentirlo. Le sue mani andarono a posarsi d'istinto sulle mie spalle per non perdere l'equilibrio in quella posizione impossibile. Abbozzò un leggero movimento con il bacino, un piccolo assestamento involontario per trovare stabilità, e l'effetto fu devastante: la traccia calda e densa della sua umidità scivolò lungo la mia pelle, lubrificando l'asta. Chiusi gli occhi e serrai la mascella con una forza tale da farmi scricchiolare i denti. La testa mi girava, imbevuta del suo profumo di peonia, biancospino e di quella languida salinità che ora m’impregnava i polmoni e l'aria stessa tra i nostri petti ansanti.
— Guardatevi! Non vi staccate! — ordinò la voce febbrile di Sofia nel buio dietro i fari. — Valerio, abbracciala salda al bacino! Dolores, inarca la schiena e stringiti a lui!
I nostri sguardi s’incrociarono come fari nella notte. Non erano che una manciata di centimetri a dividerci. Non c'era più la fotografa, non c'era più la reflex, né Carmine o la paura di finire in mezzo a una strada. C'eravamo solo noi due, incastonati come diademi in quel fulgido tempio di carne: due pietre grezze che attendevano solo di diventare diamanti. Dolores inarcò la schiena come richiesto, facendo combaciare le nostre pance con una lentezza esasperante. In quel movimento, sentii il vertice turgido della mia intimità spostarsi, puntare dritto e scoperto contro l'ingresso del suo bel fiore. Non sarebbe bastato che un millimetro, un solo, impercettibile scatto dei suoi fianchi e sarei affondato in lei come un coltello nel burro; spezzando anche l'ultimo confine tra la finzione e la resa. Ma lei? Era pronta lei? Il suo sguardo cercava il mio da dietro quelle lunghe ciglia da fata, un abisso liquido in cui la finzione della posa fotografica si era persa del tutto. Non eravamo che noi, sempre noi, con le nostre fragilità; nudi e preoccupati di guardarci negli occhi mentre una tempesta di flash c'impazza intorno come gli ultimi strascichi di un bombardamento.
— Stop! Finito! Ho tutto! — la voce di Sofia s'abbatté su di noi come una scure affilata nel silenzio rovente di quello studio, ponendo fine all'incantesimo.

Il rumore della reflex che si staccava dall'occhio fu il segnale della resa. La bolla magica si frantumò, lasciandoci nudi di fronte a una realtà squallida, fatta di parquet polveroso, stufette che ronzavano e faretti alogeni che friggevano nell'aria gelida del Pigneto. Dolores sussultò, scostandosi da me con una rapidità quasi disperata, come se il mio corpo fosse diventato improvvisamente d'indio incandescente. Non disse una parola. Il suo volto era infiammato da una vampata di rossore che le saliva dal collo fino alle tempie. Con gesti rapidi, tremanti, afferrò la vestaglia di seta scura dal materasso e vi si avvolse dentro, stringendo il nodo alla vita con una forza cieca, quasi a volersi proteggere dal mondo. Si chinò a raccogliere i suoi abiti, infilandosi nel paravento alle mie spalle con la stessa leggiadra sfrontatezza d’un gatto selvatico. Le calze e ciò che restava dell'intimo ancora lì sul materasso a riprova che tutto questo non era stato solo frutto della mia fervida immaginazione.
Io rimasi di schiena sul materasso, immobile, il torso nudo che si alzava e abbassava al ritmo di un respiro spezzato, cortissimo. A fatica mi misi a sedere; la testa continuava a girare come dopo un'esplosione. Abbassai lo sguardo su me stesso: la mia erezione, ancora fiera e tesa nel vuoto della stanza spoglia, mostrava chiaramente la traccia indelebile del suo desiderio: il lucido e brillante velo dei suoi umori, lì dove il suo bel fiore m’aveva sfiorato. Era la prova regina. La firma indelebile di una resa reciproca; e non ammetteva più scuse.
Con le dita ancora prive di sensibilità, andai a cercare i miei boxer e i jeans gettati a terra. Non ci misi molto a darmi una sistemata, ma il silenzio che si era insediato tra noi tre era ormai pesante come un macigno.
Sofia era già al tavolo, con un ghigno di trionfo impresso sulle labbra e una bella mazzetta di soldi tra le dita. Sarebbero bastati quei trenta denari a comprare la fine, ormai inevitabile, della mia felicità? Confesso che me lo chiesi. Poi vidi l'espressione sul volto di Dolores: era appena tornata dopo essersi cambiata, e capii che non tutto era perduto. Né la nostra amicizia, né la tanto agognata e da poco ritrovata stabilità che reputavo già perdute per sempre.

«Nulla si crea, nulla si distrugge: tutto si trasforma.»


Per critiche (sempre legittime), suggerimenti (sempre ben accetti), osservazioni, o semplicemente per scambiare quattro chiacchere con me, come sempre, potete contattarmi direttamente su quest'indirizzo: alexdna88@libero.it
scritto il
2026-09-18
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