Il ratto delle donzelle

di
genere
dominazione

Le settimane passavano e giugno era alle porte ormai, portando con sé il suo carico di ansia e aspettative. Mi aspettava una dura prova, superata la quale avrei iniziato l'università.

Nessuno sapeva che a settembre mi sarei trasferita in un'altra regione. I miei genitori me ne avevano dato annuncio in quei giorni.

Ero felice, da un lato, perché sarei tornata nel mio paese natio, ma triste, perché lasciavo tutti gli amici a cui mi ero legata.

Come dirlo ad Anna e al gruppo dei festini? E a Marco?

Non capivo da dove fosse arrivato quel pensiero. Non eravamo altro che amici e forse neanche. Non mi stimava, mi considerava brutta e insignificante, mi giudicava. Perché avrei dovuto dirglielo?

Decisi di non comunicargli la notizia, per il momento. Tanto lo avrebbe saputo, dal momento che ero circondata da pettegoli e pettegole.

Continuavo ad andare al centro e partecipavo a qualche attività per aiutare gli altri, compatibilmente ai miei impegni scolastici.

Un pomeriggio faceva particolarmente caldo. Erano le 6 e la luce spaccava il cielo. Il centro si era quasi svuotato e rimanevamo solo noi ragazzi. Dovevamo sistemare tutto.

Dunque noi ragazze stavamo lavando dei tavoli, riordinando gli attrezzi per fare sport, riponendo gli strumenti, mentre i ragazzi riportavano dentro tavoli e materiali più pesanti.

Non so come cominciò, ma ad un tratto notai che un gruppo di maschi si era radunato vicino ai cancelli all'ingresso, alcuni ridevano in modo strano e altri facevano avanti e indietro da alcuni ambienti interni.

Preceduti da un urlo di battaglia, vidi emergere una mandria di bufali inferociti (e carichi di ormoni): i maschi. Erano armati di artiglieria pesante: gavettoni, secchi pieni d'acqua, catini, tinozze. Si riversarono nel cortile, dove noi povere donzelle ci eravamo rifugiate. Quelle che provavano a fuggire dai cancelli venivano fatte prigioniere e condotte a mani legate nel cortile (il patibolo).

Lì si scatenò una mattanza: ci lanciarono i palloncini, ci presero a secchiate o a tinozzate o a bidonate e alla fine collegarono un tubo alla fontana del cortile e aprirono l'acqua, inondandoci dalla testa ai piedi. Nessun vestito o scarpa o acconciatura si salvò.

Io, approfittando della confusione generale, mi rifugiai in bagno, da dove sentivo i clangori della pericolosa battaglia che impazzava e non volevo uscirne.

Approfittando di un attimo di calma, feci capolino dalla porta e sgattaiolai fino a un lato più nascosto dell'inferriata che delimitava il centro. Confidavo di fuggire, non vista, per recuperare il giorno dopo le mie cose. Dovevo rientrare a casa per studiare. Inoltre avevo rigidi orari e un mio ritardo a casa sarebbe stato punito severamente, con il divieto di uscire nei giorni successivi.

Ero già quasi riuscita a scavalcare, quando mi vide Marco.

'Dove cazzo credi di scappare tu?'
Caccai un urlo di panico e di eccitazione con cui speravo di perforargli i timpani e guadagnare la tanto agognata libertà.

Presa dall'adrenalina più pura, mi impegnai a fondo, ma lui mi afferrò per una caviglia e mi fece cadere. Atterrai direttamente tra le sue braccia muscolose, che mi imprigionarono immediatamente, senza possibilità di scampo.

Cercai di dibattermi, dandogli pugni (se quella specie di colpi che riuscivo a malapena a sferrare, si poteva definire tale), dando gomitate, contorcendomi come un'anguilla, ma più lottavo e più la sua presa si faceva salda su di me.

'Lasciami! Devo tornare a casa. I miei mi uccidono. Lasciami, scimmione che non sei altro.'

Lui mi mise giù, per riprendere fiato, ma poi mi imprigionò di nuovo incrociandomi i polsi tra le braccia e il suo corpo, dietro.

Il mio respiro si fermò un attimo e mi eccitai all'istante. E che cazzo! Mi insultava e poi sembrava volesse incularmi da un momento all'altro sulla pubblica piazza.

'Lasciami!'

'Apri la pompa, qua! Mia ha bisogno di darsi una calmata, che è troppo agitata.'
'Te la faccio pagare Marco. Ti prendo a secchiate domani, ma senza acqua!'

Troppo tardi. L'acqua mi colpì inzuppandomi completamente maglietta, pantaloncini, scarpe. Cazzo! Indossavo una maglietta bianca che divenne subito trasparente, rivelando un reggiseno pesantemente imbottito (visto il mio piccolo problema di essere quasi piatta).

'Noooo!' urlai, ma lui ancora non mi lasciava.
'Lasciami stronzo!!'
'Ti conviene cambiare registro o te la faccio pagare.'
Mi disse calmo lui.
'Non ho il cambio! Come faccio a rientrare a casa? Sei un prepotente stronzo.'
'ok, allora non l'hai capito.'
Mi liberò per spingermi verso il terriccio accanto al cortile.

Io ne approfittai per fuggire verso il cancello, ma lui mi riprese di nuovo e mi mise giù, nella terra, dove mi incotolettò per bene.

'Non hai il cambio?'
Mi chiese con un sorriso diabolico, con l'occhio che già cadeva sul mio balconcino. Mi teneva stretta a terra, sotto di lui. Mi guardava feroce, come se volesse sbranarmi o forse... Fottermi.

Mi eccitai e rimasi in silenzio, senza dibattermi più. Le braccia mi caddero lungo i fianchi.

-E ora...fai di me ciò che vuoi.- pensai io.

'Non ho il cambio... ' dissi con un filo di voce
'Ma tanto non sei già abituata a girare in desabillet? Confessalo!'

'MAI! Non confesso.'

'Allora ci vuole un altro giro nella terra.'
E riprese a massacrarmi.
Io continuavo a stare zitta. Non potevo dirlo.

Poi mi bloccò le mani sopra la testa con le sue, mi bloccò i fianchi con le ginocchia e mi guardò intensamente.
'Io ho tempo. Finché non mi dici la verità, resti così.'
Provai a dibattermi, ma lui era una roccia.

Cominciai a tremare di freddo e di paura. Non ero pronta, non ero capace. Lui aveva già qualche esperienza.

Gli altri avevano finito di giocare e stavano già sistemando e presto qualcuno ci avrebbe richiamati.

'Marco, guarda che dobbiamo sistemare. Poi te... Poi finisci.' gli suggerí Dario

'Sta volta ti è andata di culo- mi sussurrò all'orecchio, abbassandosi su di me, ma la prossima volta non finisce così. Corri a ripulirti, ora. E poi vai a comprarmi un cornetto. Ti aspetto qui.'
Io annui, mi alzai, mi sistemai sotto i suoi occhi, cercando di ripulire la terra e poi
'Non ti comprerò un cazzo. Se vuoi un cornetto, per me te lo puoi anche ficcare nel c***o.'

Feci una corsa per fuggire dal centro, ma lui mi riprese, mi imprigionò di nuovo tra le sue braccia e mi intimò all'orecchio
'Ti ho detto che mi devi comprare un cornetto e offrirmelo per il disturbo.'
Mi rise in faccia tracotante
'Ok, vado al bar, sissignore. Mi può aspettare qui.'
Gli feci l'occhiolino.

Quindi entrai al bar e più in fretta che potei uscì dalla porta che dava sul cancello e andai a casa, lasciandolo lì ad aspettare.

Continua..
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2026-08-02
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