I miei limiti - Parte 1
di
Mia1
genere
dominazione
L'indomani arrivai al centro carica. Quello sarebbe stato un giorno speciale.
Arrivai alle 4 meno un quarto, come stabilito, e mi piazzai in piedi vicino al posto di Marco.
Alle 4 lui entrò, seguito dagli altri. Immediatamente mi sentii squadrata da capo a piedi. Mi sentivo così in imbarazzo! Lui mi sorrise a mezza bocca. Quando tutti furono seduti, lui disse
'Buon pomeriggio, amici. Prima di iniziare Mia deve dirvi qualcosa.'
Io guardai i miei amici e mi sentí in difficoltà, ma ormai era stabilito che dovevo parlare.
'Buonasera, volevo dirvi che la volta scorsa me ne sono andata troppo velocemente. Ero un po'....'
'Incazzata?'- suggerì Dario
'No, ero un po' agitata per gli esami.'
Marco mi scoccò uno sguardo di ghiaccio. Effettivamente era stato chiaro. Aveva detto di riferirmi al mio stato incazzato e di non cercare scuse. Capì di averla combinata.
'Sí, ero incazzata.'
'Perchè?'- mi chiese Dario.
Tutti sapevano perché, ma nessuno osava dirlo.
Marco rimase freddo e io iniziai a sudare freddo. Mi ero vestita, seguendo le indicazioni impartite.
In quel momento bussarono ed entrò niente popò di meno che.... La ex.
Mi sentí mancare il terreno da sotto i piedi.
'Ero incazzata, perché 2 non fa 3.'
E strizzai l'occhio a Dario, sorridendo.
Io e la ex non ci salutavamo e non avevo intenzione di iniziare quel giorno a usare le buone maniere.
Restai in piedi a mani giunte, mentre la riunione iniziava e proseguiva.
'Mia, ma non ti siedi?'- mi chiese sempre Dario.
'No, si vede che Mia vuole espiare le sue colpe.'- rispose Marco.
Davanti a lei! 1 a 0 per me. La guardai, cercando di essere neutrale.
Era un tipo particolare. Non era bella, ma... Era una tipa porca, da letto (ricordai la bisnonna di Vic nel 'Tempo delle mele' nel definire la tipa che ne insidiava il fidanzato).
Anche lei mi guardò, senza scomporsi.
'In ginocchio sui ceci, allora.'- suggerì Dario.
Seguì un coro da stadio
'Ceci, ceci...!'
Marco sorrideva e io godevo del fatto che mi desse retta, nonostante l'imbarazzo che provavo.
'No, in realtà voglio crescere ancora in altezza.'
Dissi sorridendo, a lei principalmente.
Aveva capito, pensai. E non si sarebbe arresa. Un brivido mi corse lungo la schiena.
'Mia, vammi a prendere un pennarello, dato che oggi vuoi farmi da Valletta.'
Mi ordinò Marco.
'Nero?'
'Sí.'
Giuro che mi squadrò dalla testa ai piedi. Voleva capire se sotto i vestiti fossi nuda.
La riunione si stava concludendo.
'Mia, senti, una cosa, quando si viene qui, i pantaloncini devono arrivare almeno sotto al ginocchio. Non è il caso..'
Disse lui con sguardo omicida. Trasudava sesso, potere.
Mi bagnai.
'Scusa Marco e... Scusate tutti. Sono stata distratta e avevo caldo...'
'Il caldo mi sa che ti dà alla testa. Vieni qui a distribuire questi volantini.'
Arrivata davanti a lui, mi sfiorò la mano, mentre mi dava i volantini. Complice la lunga tovaglia e la mia non eccessiva statura, mi sfiorò il dietro del ginocchio e poi salì lungo l'interno coscia. Mi bloccai all'istante e iniziai a sudare. Tra le cosce ero un lago.
'Ah, scusate- prolungando la mia agonia- Mia deve comunicarvi una novità...'
Con il dito, mi sfiorò il culo, fuori dai pantaloni, e poi mi diede un pizzicotto fortissimo.
'Ecco... Io... Volevo dirvi che a settembre... partirò... e tornerò a casa, con i miei.'
Ad ogni parola cruciale lui aveva iniziato a sfiorarmi il culo, sempre sopra i pantaloncini. Mi sentivo molto eccitata.
Vidi l'ex sorridere, soddisfatta per questa nuova informazione.
Qualcuno mi fece delle domande, poi io distribuí i volantini e infine venimmo tutti congedati per svolgere le nostre attività.
Quando stavo per uscire, rallentai, pensando che Marco mi chiamasse. Lui si accorse che indugiavo, ma, quando stavo per uscire, semplicemente mi sorrise da stronzo e mi lasciò andare. Erano rimasti solo loro due. Avrei dato chissà cosa per vedere cosa succedeva tra loro, ma non potevo fermarmi.
Un momento: avevo dimenticato il mio quaderno sulla sedia: sarei davvero dovuta entrare, ma se lo avessi fatto, lui mi avrebbe fatto saltare per aria e poi gli avrei dato soddisfazione e l'impressione di essere invadente.
Come fare?
Dovetti aspettare.
Mi nascosi dietro una colonna, lungo il corridoio, e attesi.
Dopo poco loro uscirono. Non potei fare a meno di sentire lei ridere come un'oca (o meglio come una troia) e poi.... sentì lo schiocco di un bacio e uno schiaffo su qualche parte morbida, come il culo.
Io ero nascosta dalla parte opposta a quella che occupavano loro, avendo previsto che sarebbero scesi percorrendo un tratto più breve di corridoio, piuttosto che quello più lungo che occupavo io.
Giuro che sanguinai dentro, forte. Mi sporsi e vidi che lei si avvicinava a lui per baciarlo sul collo e sulla bocca. Lui si faceva baciare, ma aveva un atteggiamento di distacco superiore. Era lei a baciarlo, lei a toccargli i bicipiti, lei a porsi davanti a lui, aspettando di essere toccata.
Lui non agiva.
Dopo tutto, potevo ancora raccontarmi che lui non aveva preso l'iniziativa, ma dentro sapevo che quello che stava accadendo non rientrava nei patti e non era corretto.
Mi morsi la bocca: la delusione era grande. Non riuscivo a sopportare quelle visioni. La gelosia mi attanagliava.
Finalmente lui la prese per mano e la condusse ai gradini e io potei entrare a recuperare il mio quaderno.
Rimasi un attimo ferma per riprendermi, quando la porta si spalancò: erano loro.
'Ah, ci sei tu.', mi disse Marco, con sguardo interrogativo.
'Avevo dimenticato un quaderno.' e lo mostrai.
'Noi abbiamo scordato la cartellina. La vuoi portare tu? Magari in questi giorni potresti volantinare.'
Sapeva che dovevo studiare, ma il suo sembrava un ordine che io non potevo disattendere. Preda di impulsi omicidi, avrei preso a schiaffi quella piccola puttanella, ma... Dovevo stare calma.
'Cosí tu volantini e noi...- si guardarono complici- facciamo altro.'
Lei rise sguaiata, mentre io morivo dentro.
Non riuscivo neanche a parlare e così mi limitai ad annuire.
'Ah, Mia. Entro 1 settimana li voglio vedere sparsi per tutto il paese. Non dimenticare di chiudere la porta.'
'Sí, come desideri tu.'
Gli rivolsi uno sguardo così triste e carico di desiderio, che lui parve vacillare, ma ormai aveva imboccato quella strada e non poteva mostrarsi debole, non con me. Così mi guardò e se ne andò, lasciandomi lì, nella saletta a piangere calde lacrime.
Quando mi ripresi, scesi sotto e svolsi le mie attività.
Poi decisi di andare via.
Mentre uscivo, una macchina mi suonò il clacson.
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