Mentre lei non c'è. Capitolo 9

di
genere
etero

SEI MESI DOPO:

L’aria di maggio in Italia aveva un sapore diverso da quella africana. Non era solo il calore, ma la densità dell’ossigeno, il profumo dei pini marittimi e quella luce dorata che solo la primavera inoltrata sa regalare. Quando il portellone del volo militare si aprì, venni investito da una folata di vento tiepido che sapeva di casa, di pulito, di vita.
Scesi la rampa con il borsone in spalla e lo sguardo che setacciava freneticamente la zona arrivi della base. Ormai non ci nascondevamo più. I miei colleghi sapevano, i superiori avevano archiviato il "caso", e le famiglie avevano accettato l'urto della realtà. Ero il Capitano che era partito lasciando un matrimonio e una donna incinta; tornavo come un uomo che voleva solo riprendersi il suo pezzo di mondo.
Poi la vidi.
Era ferma vicino alla recinzione, poco distante dalle auto dei familiari. Indossava un abito leggero, floreale, che accarezzava le sue nuove forme senza nasconderle. Il pancione era lì, tondo, evidente, una promessa di futuro che mi fece mancare un battito. Irene sembrava radiosa, la pelle ambrata e i capelli scuri che le incorniciavano il viso leggermente più pieno.
Appena i nostri sguardi si incrociarono, il mondo intorno sparì. Non m’importava dei commilitoni che mi passavano accanto, né dei saluti formali. Mollai il borsone a terra e la raggiunsi in pochi passi. Lei mi corse incontro per quanto la pancia glielo permettesse, e quando le mie braccia la avvolsero, sentii finalmente i muscoli rilassarsi dopo sei mesi di tensione costante.
«Sei qui... sei davvero qui,» sussurrò lei contro il mio petto, affondando il viso nella mimetica ancora sporca di polvere del deserto.
«Non sono mai andato via davvero, Irene,» risposi, baciandole i capelli e stringendola con una forza che cercava di colmare ogni chilometro di distanza che ci era pesato addosso.
Il viaggio verso la villa fu un misto di sguardi carichi di promesse e mani intrecciate sul cambio. Non riuscivo a smettere di guardarla. La sua mano destra cercava sempre la mia, e ogni tanto portavo la sua mano sul mio viso, come a volermi convincere che non fosse un miraggio.
Arrivati a casa, sbattei la porta d’ingresso e lasciai cadere i borsoni proprio lì, nell'atrio di marmo, senza curarmi del disordine. Il silenzio della villa era diverso ora; non era più un vuoto opprimente, ma uno spazio che aspettava solo di essere riempito da noi.
«Vado a fare una doccia, devo levarmi l'Africa di dosso,» le dissi, sfiorandole il collo con le dita.
« Non muoverti da qui eh. È un ordine »
Lei sorrise, con una dolcezza che mi fece tremare lo stomaco.
«Non vado da nessuna parte, Michael. Sono a casa.»
Salii le scale, mi spogliai in fretta e mi infilai sotto il getto d'acqua bollente. Chiusi gli occhi mentre il vapore invadeva la stanza, cercando di lavare via i ricordi della missione, la stanchezza dei turni di guardia e la sabbia che sembrava essersi infilata sotto la pelle. Ma l'unica cosa che riuscivo a visualizzare era l'immagine di lei di sotto.
Uscii dalla doccia, mi asciugai alla rinfusa e infilai solo un accappatoio nero di spugna, lasciandolo aperto sul petto. Stavo per cercare qualcosa di pulito quando sentii un bussare leggero alla porta del bagno.
«Entra,» dissi, la voce che mi uscì più roca di quanto volessi.
Irene aprì la porta lentamente. Portava tra le braccia una tuta di cotone grigia, una delle mie preferite. Entrò con quel passo cauto, quasi timido, che il peso della gravidanza rendeva ancora più aggraziato.
«Ti ho portato dei vestiti comodi... e volevo chiederti se avessi fame. Posso prepararti qualcosa di veloce, o...»
Non finì la frase. Mi mossi verso di lei prima ancora che potesse fare un altro passo. La raggiunsi in un istante, prendendole la tuta dalle mani e lasciandola cadere sul pavimento, senza distogliere lo sguardo dal suo. La accerchiai con le braccia, attirandola contro di me. Il calore che emanava il suo corpo era una droga per i miei sensi rimasti in astinenza per troppo tempo.
L’odore del suo profumo, mescolato a quello della sua pelle, mi mandò il cervello in fiamme. Mi chinai sul suo collo, inspirando profondamente, mentre le mie mani risalivano lungo la sua schiena.
«L'unica fame che ho è di te, Irene,» mormorai contro la sua pelle, sentendo il suo respiro farsi corto.
« Non hai idea di quante volte ho sognato questo momento. Di quante volte ho desiderato sentire di nuovo il tuo sapore.»
La tirai ancora più a me, facendo attenzione a non premere troppo contro la curva del suo ventre. Irene emise un piccolo gemito, portando le mani dietro la mia nuca e affondando le dita nei miei capelli ancora umidi. Mi guardò negli occhi, e vidi il desiderio bruciare tanto quanto il mio, unito a una tenerezza che mi spezzò il cuore.
«Mi sei mancato da morire, Michael. Ogni singola notte.»
Le presi il viso tra le mani, baciandola con una passione che sapeva di fame, di possesso e di sollievo. Era un bacio profondo, umido, che cercava di recuperare ogni secondo perso. Le mie labbra scesero lungo la sua mandibola fino a cercare di nuovo il suo collo, mentre le mie mani iniziarono a sfilare lentamente le spalline del suo abito leggero.
L'accappatoio scivolò via dalle mie spalle, cadendo a terra, lasciandomi nudo davanti a lei. Irene sussultò leggermente al contatto con la mia pelle calda, ma non si ritrasse. Anzi, si spinse contro di me, cercando quel contatto totale che avevamo bramato per sei lunghi mesi.
Con estrema lentezza, feci scivolare l'abito lungo i suoi fianchi, lasciando che si accumulasse ai suoi piedi. Rimase davanti a me, bellissima nella sua nuova, magnifica forma. La luce del mattino filtrava dalle tende, illuminando la sua pelle ambrata e la linea morbida del suo ventre, dove nostro figlio stava crescendo.
Le accarezzai la pancia con una mano, con un rispetto quasi sacro, mentre con l'altra la tenevo stretta a me per la nuca. La guardai negli occhi, sentendo le famose farfalle nello stomaco trasformarsi in un incendio.
«Sei la cosa più incredibile che io abbia mai visto,» sussurrai, prima di riprendere le sue labbra con una foga che non ammetteva repliche. Era l'inizio di una lunga giornata, e non avremmo permesso a niente e nessuno di interrompere il nostro ritorno alla vita.
Il vapore denso della doccia saturava ancora l'aria del bagno, creando una nebbia calda che profumava di muschio, sapone e della nostra pelle. Il silenzio era rotto solo dai nostri respiri che si facevano sempre più corti, affannosi, mentre la tensione accumulata in sei mesi di lontananza minacciava di farmi impazzire.
​Mi appoggiai con la schiena contro il marmo scuro del mobile del lavandino, le mani aggrappate al bordo, mentre Irene scivolava lentamente in ginocchio davanti a me. Le sue mani calde si posarono sulle mie cosce, tracciando una linea invisibile verso l'alto. Ogni suo tocco era una scossa elettrica pura. Quando le sue labbra si posarono sulla mia pelle, iniziando a esplorarmi con baci lenti che partivano dalla mia coscia fino ad arrivare all'inguine con una lentezza calcolata e disarmante, chiusi gli occhi di scatto. Strinsi i denti, buttando la testa all'indietro. Sentire di nuovo il suo calore, la sua bocca umida e perfetta su di me dopo tutto quel tempo nel deserto era una tortura magnifica.
Il mio cazzo era già duro, pulsante, implorante. Irene non perse tempo. Si chinò in avanti cominciando a leccarmi le palle con la punta della lingua, risalendo fino alla punta. Inghiottì la cappella, calda e bagnata. La sua lingua si avvolse attorno alla mia asta, leccando con movimenti precisi che mi mandarono scossoni lungo la schiena. "Mmh," fece lei, un suono gutturale che vibrava contro la mia carne.
Lei prese a spingere, prendendomi sempre più in profondità nella sua bocca fino a sentire la gola che si chiudeva intorno a me. Le sue guance si incavolarono, aumentando la suzione, e io affondai le mani nei suoi capelli, guidandola, perdendo il ritmo. Era un pompino disperato, intenso, il modo in cui lei mi diceva che eravamo ancora vivi, ancora connessi. Guardavo dall'alto in basso il viso di Irene, il modo in cui i suoi occhi mi fissavano mentre la sua bocca mi violentava nel migliore dei modi, e sentii il controllo scivolare via.
​«Irene...» sussurrai, la voce roca, incrinata. Le mie dita si persero nei suoi capelli disordinati.
«Così finisco prima ancora di iniziare... mmh... a fate sul serio.» le dissi, la voce roca. Avevo bisogno di altro. Avevo bisogno di sentire il suo sapore.
Mi bastò un istante per ribaltare la situazione. La afferrai dolcemente per i fianchi, tirandola su. Con un movimento fluido la sollevai, facendola sedere sul ripiano freddo del lavandino. Il contrasto tra il marmo gelido e il calore della sua pelle nuda la fece rabbrividire, ma non si ritrasse. Anzi, allargò le gambe per accogliermi. Mi feci spazio tra le sue cosce, tuffandomi letteralmente su di lei. Le mie labbra cercarono prima il suo collo, poi scesero lungo i seni, sfiorarono la curva tonda e perfetta del suo ventre per poi spingersi oltre. L'assaggiai con una fame viscerale, senza filtri, facendola sussultare a ogni passaggio della mia lingua.
La gravidanza l'aveva resa più profonda, più calda, il suo sapore più intenso. Leccai la sua figa con avidità, partendo dal perineo e risalendo fino al clitoride, che succhiai con forza. Irene gemette, la testa all'indietro, le mani che affondavano nelle mie spalle.
« Oddiooo, Michael... ssiii » sussurrò, il respiro affannoso.
« Si, li. Ti pregoo »
Lei inarcò la schiena mentre le infilavo due dita dentro, curvandole per cercare quel punto che la faceva impazzire. La leccai ovunque, bevendo i suoi umori, godendo del modo in cui il suo corpo reagiva al mio tocco dopo tutto quel tempo. Le sue cosce tremavano, stringendomi la testa, ma non volevo che finisse. Volevo sentirla sciogliersi completamente.
Ma il bisogno di possederla era troppo forte. Mi staccai da lei, baciando l'interno delle sue cosce, e la aiutai a scendere. La girai, facendola appoggiare al lavandino con le mani piatte sulla superficie fredda. Lei sporse il culo indietro, offrendomelo, la sua schiena curva in un arco sensuale che metteva in risalto la pancia rotonda.
Davanti a noi, il grande specchio era completamente velato dal vapore, tranne che al centro, dove i nostri riflessi accaldati si fondevano. Passai una mano sul vetro per pulirlo, svelando l'immagine di lei: bellissima, vulnerabile, selvaggia. Guardare il suo corpo premuto contro il marmo, con la curva della gravidanza che la rendeva ancora più femminile, mi mandò il cervello in corto circuito.
​Scivolai con le mani lungo i suoi fianchi, sfiorandola e preparandola con movimenti decisi, caldi e ritmici, godendomi il modo in cui il suo respiro si spezzava. Quando finalmente entrai in lei, un sospiro profondo, quasi doloroso, ci sfuggì in coro. Eravamo di nuovo un pezzo solo. Iniziai a muovermi, tenendola salda per i fianchi. Il rumore dei nostri corpi, mescolato ai gemiti strozzati e al suono della pelle umida, riempiva la stanza.
​Nello specchio, incrociai il suo sguardo. I suoi occhi neri erano dilatati, persi nel piacere, le labbra dischiuse.
​«Guardami,» le ordinai con un ringhio basso, accelerando il ritmo.
« Ti guardo amore... Ooh ssii, ssii. Sbattimii. »
« Si, tesoro. Come piace a te. Ssiii, mhmm » le risposi. Lei si spinse indietro contro di me per rendere la spinta ancora più intensa.
« AAH. Oddioo » urlò, spalancando gli occhi. La spinta fu più intensa di quanto pensasse.
Lo specchio davanti a noi rifletteva la scena come un film erotico che non potevo smettere di guardare. Vedere il mio corpo contro il suo, le sue mani che stringevano il bordo del lavandino, il suo viso contorto dal piacere mentre io la riempivo, amplificò tutto. Iniziai a muovermi, spinte profonde e ritmate, il suono della pelle che sbatteva contro la pelle che riempiva la stanza.
« Ti sono mancato? ,» le sussurrai, piegandomi per morderle il collo.
« Sì aah, Scopami, fammi godere. » rispose lei, la voce spezzata da un gemito.
Non potevo durare. Erano sei mesi. Troppo tempo senza sentire la sua fica avvolta intorno a me, troppo stress accumulato, troppo amore represso. Ogni spinta mi portava sempre più vicino al bordo. La presa per i fianchi, le mie dita affondarono nella sua carne morbida, e il ritmo divenne frenetico, disperato.
« Non riesco a... controllarmi » avvertii tra i denti.
« Non pensarci... aah, aah. Dai amore. » implorò lei, spingendo indietro contro di me.
Sentii le palle stringersi, il calore esplodere alla base della schiena. Se fossi venuto dentro, non sarei riuscito a fermarmi. Con un urlo soffocato, mi sfilai all'ultimo secondo utile.
Irene scivolò si girò e si inginocchiò sul pavimento, il viso sollevato verso di me, la bocca aperta, pronta. Mi presi il cazzo in mano, pulsante e bagnato dei suoi umori, e iniziai a masturbarmi furiosamente.
« Sborrami in faccia. Non lo hai mai fatto » disse lei, e fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L'orgasmo mi colpì come un pugno. Groggiando, eiaculai, gettando fiordi di sperma caldo sul suo viso. Le colpì la guancia, il naso, le labbra, e lei allungò la lingua per raccogliere quello che poteva, i suoi occhi fissi sui miei in un atto di sottomissione totale e amore sfrenato. Mi tremavano le gambe mentre finivo, svuotandomi completamente su di lei, marcandola come mia in quel bagno umido.
Mi appoggiai allo specchio, cercando di riprendere fiato, mentre Irene puliva il viso con le dita, leccandosi le dita una per una.
« Dio, ma che ti è preso oggi? Stavo per impazzire »
« Deve essere la gravidanza, ho gli ormoni impazziti »
« Ah... beh, devo metterti incinta più spesso allora. Ahahah »
« Idiota »
Scoppiammo a ridere entrambi e per un attimo tutti i nostri problemi sembravano spariti, ma era solo una calma apparente.

I tre giorni successivi al mio rientro furono una bolla di perfezione. Chiusi dentro la villa, cercammo di recuperare ogni singolo istante perduto, vivendo di pelle, silenzi e progetti sussurrati nel buio. Ma la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.
Per festeggiare il mio ritorno, avevo prenotato un tavolo in un ristorante tranquillo sulle colline fuori città. Era la nostra prima vera uscita ufficiale. Quando Irene scese le scale, mi mancò il fiato. Indossava l'abito che le avevo comprato pochi giorni prima: un modello midi color avorio, tenuto su da spalline sottilissime che lasciavano scoperte le spalle. La stoffa morbida, decorata con sottili stampe floreali, le fasciava il corpo mettendo in risalto la curva fiera del pancione. Era l'immagine stessa della vita e della rinascita.
La cena trascorse in un'atmosfera sospesa, quasi magica. Parlammo di nomi per il bambino, della sua tesi ormai vicina, di come avremmo sistemato la stanza degli ospiti per trasformarla in una nursery. Bevevo il mio vino e la guardavo, pensando che ogni granello di sabbia ingoiato in Africa valesse la pena per averla lì, seduta di fronte a me.
Poi, il telefono di Irene, appoggiato sul tavolo accanto al bicchiere d'acqua, si illuminò.
Fu un attimo. Lo sguardo di Irene scese sullo schermo. Vidi il colore defluire letteralmente dal suo viso, sostituito da una maschera di panico puro. Il suo respiro si bloccò e, con un gesto goffo e precipitoso, allungò la mano per capovolgere il cellulare a faccia in giù.
«Tutto bene?» chiesi, posando la forchetta.
«S-sì. Non è niente » balbettò lei, afferrando il calice d'acqua con una mano che tremava in modo impercettibile. Ma io so leggere i micromovimenti, a percepire la minaccia prima che si manifesti.
Senza dire una parola, allungai il braccio attraverso il tavolo.
«Michael, no...» sussurrò lei, sgranando gli occhi.
«Lascia il telefono, Irene.» Il mio tono era basso, piatto. Non era una richiesta.
Lei ritirò la mano, sconfitta. Girai il cellulare. Lo schermo era ancora sbloccato sull'anteprima del messaggio.
Il numero non era salvato in rubrica, ma il testo parlava da solo:
*« Sei tornata a fare la principessa e ? Pensi che lui ti proteggerà per sempre? Io sono ancora qui. E quel bambino lo cresco io. Rispondimi!! »*
Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie con una violenza tale da assordarmi. Chiusi lo schermo e infilai il telefono nella tasca della mia giacca.
«Andrea mi ha detto di non aver mai ricevuto mezza chiamata da te in sei mesi,» dissi, la voce ridotta a un sibilo freddo e controllato per non attirare l'attenzione degli altri tavoli.
«Mi ha detto che stavi bene e non c'era nessuno problema. Invece questo scarafaggio ti sta minacciando. Da quanto tempo va avanti, Irene?»
Lei abbassò lo sguardo sul piatto, gli occhi lucidi di lacrime trattenute.
«Michael... lui sparisce per settimane, poi torna. Non volevo farti preoccupare mentre eri in missione, avevi già la testa altrove... e non volevo disturbare Andrea per dei messaggi...»
«Non volevi disturbare?» sbottai a mezza voce, stringendo il tovagliolo fino a farmi sbiancare le nocche. «Ti sta minacciando. Ti minaccia per nostro figlio! E tu tieni il gioco al tuo aguzzino mentendo a me? Ti rendi conto che se l'avessi saputo, avrei fatto sradicare questo problema da Andrea in mezza giornata?»
«Ho paura di lui!» sibilò lei disperata, una lacrima che le sfuggiva.
«Lui non ha niente da perdere, noi sì!»
«No, Irene. Tu hai paura di tagliare definitivamente il cordone con il tuo passato.» Feci un cenno al cameriere per il conto. L'appetito era svanito, l'atmosfera magica frantumata in mille pezzi.
«Andiamo a casa.»
Il tragitto in auto fu un silenzio di tomba. Irene piangeva silenziosamente guardando fuori dal finestrino, mentre io stringevo il volante con una rabbia cieca che mi divorava le viscere. Non ero arrabbiato perché Marco esisteva; ero furioso perché lei gli permetteva ancora di avere potere su di lei, escludendo me.
Quando fummo a letto, la distanza tra noi sembrava incolmabile. Il materasso king size non era mai sembrato così grande. Lei era rannicchiata su un fianco, dandomi le spalle, il respiro irregolare. Io fissavo il soffitto immerso nell'oscurità.
«Non posso vivere così,» ruppi il silenzio. La mia voce era dura, stanca.
Irene si voltò lentamente, appoggiando una mano sul pancione. «Mi dispiace... ti giuro che domani cambio numero, non...»
«Non basta un fottuto numero nuovo, Irene,» la interruppi, girando la testa per guardarla dritta negli occhi nel buio.
«Io ho smantellato quattordici anni di vita per portarti qui. Ho affrontato mia moglie e me stesso perché credevo che tu volessi vivere qualcosa di reale. Ma tu non vuoi. Tu preferisci nasconderti e mentire pur di non affrontarlo.»
«Non dire così,» singhiozzò lei, cercando di allungare una mano verso di me.
Mi scostai appena. «Domani mattina ci alziamo. Ti vesti, saliamo in macchina e andiamo in caserma. Denunci Marco per stalking, minacce ed estorsione. Ti siedi davanti a quel maresciallo e svuoti il sacco. Tutto.»
«Michael, se lo denuncio lui impazzisce...»
«SE NON LO DENUNCI, IMPAZZISCO IO!» alzai la voce, alzandomi di scatto e mettondo il mio viso sopra il suo.
« Lo capisci che è una mina vagante? Lo capisci che se tu gli permetti di avvicinarsi quando vuole un giorno in preda all'alcool e alla droga potrebbe uccidere te e nostro figlio? Lo capisci o no, Irene? E ti giuro su Dio che se ti capita qualcosa vado da lui e di sicuro non torno con la fedina penale pulita. Vuoi questo? Vuoi che passi il resto della mia vita in un carcere militare per aver massacrato di botte uno tossicodipendente?»
Lei si coprì la bocca con le mani, terrorizzata dall'immagine, scuotendo la testa.
«Allora fai la tua scelta,» conclusi implacabile.
Entrai in bagno e chiusi la porta piano, la luce si accese da sola rilevando il movimento. Mi appoggiai al lavabo con entrambe le mani, il fiato ancora corto, il sangue che martellava nelle tempie. Alzai lentamente lo sguardo verso lo specchio. Per un attimo non mi riconobbi.
Aprii l’acqua fredda e me la passai sul viso, lasciandola scorrere sulla pelle troppo calda. Restai lì qualche minuto, respirando lentamente, cercando di togliermi di dosso quella rabbia. Ma non era rabbia. Era solo paura di perderla. Paura che Marco trovasse sempre un modo per rientrare nella sua vita.
Chiusi gli occhi.
Le avevo urlato contro.
E quella cosa mi fece male più di quanto volessi ammettere. Perché urlarle addosso non mi rendeva molto diverso da lui.
Quando tornai in camera, il buio era immobile.
Irene era rannicchiata su un fianco, voltata verso il bordo del letto. Le spalle si muovevano appena.
Piangeva in silenzio.
Quelle lacrime lente, trattenute, erano peggio di qualsiasi urlo.
Rimasi fermo a guardarla per qualche secondo.
Poi mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei.
Il materasso si abbassò appena sotto il mio peso.
«Ehi...» dissi piano. Lei non si mosse.
Abbassai lo sguardo sulle mie mani.
«Non volevo reagire così.» La mia voce era più bassa adesso. Stanca.
«Non volevo spaventarti.» Deglutii lentamente.
«È che quando penso che qualcuno possa farti del male... perdo la testa.»
Lei inspirò tremando.
Sentii il bisogno di toccarla, ma rimasi fermo.
«Non è rabbia contro di te.» Guardai il profilo del suo viso nel buio.
«È paura. Perché io non ci sono sempre. E non posso controllare tutto.»
Le lacrime continuavano a scenderle lente sul cuscino.
Mi passai una mano sul viso.
«Ma non posso fare niente se tu non vuoi davvero chiudere questa storia.» La mia voce si abbassò ancora. «Non posso proteggerti da qualcuno che continui a lasciare entrare.»
Il silenzio tornò a riempire la stanza. Rimasi lì ancora qualche secondo, poi abbassai lentamente il busto e mi sdraiai dietro di lei. Sentendo il calore del suo corpo attraverso le coperte.
Le lasciai il tempo di allontanarsi, se lo avesse voluto.
Non lo fece.
Allungai lentamente un braccio e lo posai intorno al suo ventre. Le mie dita si fermarono li. Lei trattenne il respiro.
Poi si spostò appena all’indietro, cercando inconsciamente il mio corpo. Chiusi gli occhi.
Il suo profumo era ancora sulla pelle.
La sentii respirare più lentamente.
E in quel momento capii che la cosa che mi terrorizzava davvero era l’idea di poterla perdere proprio adesso che tutto stava iniziando a funzionare.

CONTINUA... . .
___________________

Se avete idee, suggerimenti o domande da farmi potete farlo a questo indirizzo mail:
[ storieeraccontidim@gmail.com ]
Leggerò con piacere le vostre idee.
scritto il
2026-04-22
7 7 8
visite
1 3
voti
valutazione
6.1
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Mentre lei non c'è. Capitolo 8

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.