Le crisi di Matilde 12
di
Tilde
genere
dominazione
Nulla è come sembra
La luce della tarda mattinata, arginata a stento da tende bianche ricamate a filet, invade la stanza e crea arabeschi di polvere dorata nell'aria. Giulia mi porge il suo telefono, lo schermo già acceso sul numero di Lapo di Talini.
- Chiamalo. Spiegagli tutto. Se l'avvocato è un cane sciolto, non si arrenderà facilmente. -
Il suo è un ordine, morbido, senza aggressività.
Prendo lo smart, caldo nella sua cover lilla e viola. Invio. Aspetto. Un ronzio, poi due. La segreteria.
- Studio legale di Talini, gli uffici riaprono alle ore 15, per urgenze lasciate un messaggio dopo il bip. -
Greta. La sua voce, registrata, fredda, professionale, mi trapassa come un ago il tessuto. Il battito accelera, il respiro lo segue, mostrandosi entrambi sotto la veste di cotone celeste. Meno di una settimana è passata, ma quel timbro squillante mi è mancato tremendamente. Le lacrime non scendono, esplodono, brucianti sulle guance. Mentre lo smart mi traballa fra le mani. Nessun bip, risponde la sua voce.
- Pronto. -
- Greta... -guaisco- Un'amica ha bisogno dell'avvocato. Possiamo... -
- Mati! Amore mio, dove cazzo sei? -
- Vicino Firenze, mi manchi da morire... Una cosa ingarbugliata... -
- Anche tu. Ero all'hotel ieri sera, ho cenato al nostro tavolo. Torna subito e farò svanire ogni problema. -
Giulia mi osserva da pochi passi di distanza. I suoi occhi verdi, più chiari del solito, sono fissi su di me, ma non vedono la donna che desidera per sé, scorgono un fantasma; la realtà del mio sentimento. Lei si irrigidisce, ha le braccia incrociate sul petto e lo sguardo deluso. Capisce che non può imporsi. Almeno non ora. Quello che mi sorprende è il viso che, in un attimo, si distende, torna sereno; come se le stesse più a cuore la mia felicità, o quel che ne resta, che il suo potere su di me.
Mi ricompongo e spiego che è necessario un incontro con l'avvocato per una mia amica, anche nel pomeriggio stesso. Non faccio a tempo ad ascoltare la risposta che Giulia si avvicina e mi strappa il telefono dalle mani. Non c'è rabbia, solo l'impazienza di parlare col legale.
- Avvocato di Talini? Buongiorno, sono Giulia Castelli. Ascoltami bene. -
La sua voce cambia, le sue parole sono un bisturi: brevi e precise. In pochi secondi racconta la situazione del matrimonio, le foto, il ricatto. Non c'è spazio per le emozioni, solo per i fatti.
Dall'altro capo c'è un silenzio, poi una risata ruvida esce dal vivavoce.
- Giulia, cara, una sola foto è briciola per un giudice. Serve una prova più pesante. Documentata. Ti serve almeno un'altra notte di passione, registrata, meglio se in villa. Dobbiamo inchiodarlo. -
- Bene, procedo e la richiamo. -
Sto per dire la mia, ma un rumore di motori e portiere che sbattono nel cortile ci congela. Massimo è tornato per pranzo. Insieme a lui c'è Giovanni, la sua voce che risuona allegra e ignara, mentre incrocia la governante e chiede cosa c'è da mangiare.
- Merda! Nasconditi, amore. -
La sua voce è un sibilo. Chiude la chiamata e mi spinge in una stanza laterale, un piccolo salottino buio. Mi accoccolo dietro una poltrona di velluto, il cuore che mi batte all'impazzata. La porta rimane socchiusa. Dal mio nascondiglio, sento tutto.
Giulia affronta Massimo in corridoio. Proprio fuori la porta dello studio. Ha la voce carica di un finto disappunto che nasconde il veleno.
- Non sei tornato a casa stanotte! -
- Lavoro, Giulia! Trasferta a Roma, sai com'è. Il business non dorme mai. -
La voce di Massimo è arrogante, quella di un uomo abituato a mentire senza conseguenze.
- Babbo ha ragione. Sarà stata una riunione importante. Non fare così, ma'. -
- Certo, amore, certo. Se lo dice tuo padre... -
Giulia ride all'intervento del figlio, tre parole, dolci e ironiche allo stesso tempo. Poi, il rumore di passi che si allontanano. Il silenzio cala di nuovo ed io aspetto, nel mio rifugio, lo scorrere del tempo.
La macchina di Massimo che riparte nervosa. Giulia entra nella stanza dove mi nascondo, ma si ferma sulla soglia. Io mi alzo, sperando in un abbraccio, in una parola di conforto.
Ma non c'è tempo.
Giovanni è alle spalle di Giulia. Entra come un uragano, in mano uno dei frame rubati nella suite dell'hotel: Io e Massimo. Sul letto. Nudi. Intrecciati. Il mio viso sfatto e nel pieno dell'orgasmo, la schiena pelosa di lui sudata.
- Tu! Puttana doppiogiochista! -
Urla, puntandomi un dito accusatore. Il suo viso è rosso, le vene del collo tese.
La mia risposta è esitante.
- Giova, ti prego, non è quello che sembra... -
- Zitta! È parecchio chiaro. Sei una troia. Sei stata con mio padre e poi fingi con me? -
- È più complicato... -
- Di cosa, eh? Di questi due che scopano? qui stai godendo, non fingendo. -
- Giulia... Dì qualcosa. -
Guardo Giulia, cercando aiuto. Lei è ferma, immobile come Cerere a Boboli, ma un sorriso impercettibile, crudele, disegna le sue labbra. Nei suoi occhi leggo un ché di terrificante e insieme eccitante: la vendetta. Sta vedendo in me il riflesso di Greta, la rivale, così sta permettendo al figlio di sfogare la sua rabbia su di me, come se fosse la sua.
- Devi imparare la lezione, zoccola rovina famiglie! -
Giovanni mi spinge con violenza contro il muro. "Devi imparare la lezione, puttana." Brandisce con una mano un flogger, spuntato dal dietro la schiena.
Nel riprendermi mani al muro espongo la schiena al suo colpo.
- No... - il respiro mi manca.
Dopo il primo, debole ed esitato, arriva il secondo, secco, preciso sulle mie cosce scoperte sotto la gonna.
Un urlo mi si strozza in gola. Il dolore è acuto, un fuoco che si diffonde istantaneamente sulla pelle. Ma sotto, sotto la superficie bruciante, qualcosa di inaspettato germoglia. Un caldo denso, viscoso, che mi scorre tra le gambe.
Giovanni non si ferma. Un altro colpo, più alto, sui glutei, deciso, ma meno violento. Li sento vibrare.
- Ahi! -
Gemo, ma il suono è dolore, è gemito profondo; animale. Chiudo gli occhi, la testa in avanti, fronte contro il muro freddo. Ogni frustata mi eccita, è una sensazione che mi rimanda a Lapo, quella notte nel casale. Alle lezioni di ubbidienza a cui mi ha sottoposta in queste settimane. Come allora, il dolore si trasforma, si piega su se stesso e diventa piacere. Un piacere sporco, vergognoso, che mi fa bagnare la biancheria intima.
- Ti piace, eh? Sei proprio una cagna. -
Le parole di Giova sono un sibilo di verità. Ancora una frustata, più debole, da sotto in sù, e le strisce di pelle graffiano le mie cosce, finendo la corsa a lambire la mia intimità. Il tocco mi fa sobbalzare e mi eccita.
Giulia ci guarda. Il sui occhi sono fissi, ipnotici. Vedo la sua mano infilarsi tra le gambe, fuori dalla mia vista, ma la immagino sfiorarsi. Si sta godendo lo spettacolo. Sta godendo la mia punizione come se fosse un atto di giustizia nei suoi confronti per la mia mancata devozione.
- Sì... sì... Ancora. -
Sospiro, le parole che mi escono dalle labbra sono un filo di voce impazzita.
- Spogliati. E girati. -
Lui ordina ed io obbedisco, lasciando cadere ai miei piedi il ceruleo che mi avvolge. Istintiva, mi copro con una mano la femminilità ed un braccio i seni. Esposta alla sua furia cieca ed al desiderio che non sa di avere. Le fruste piovono come dita, ritmate, sulle mie cosce, sul mio ventre, scalzano le mie mani e sfiorando il monte di Venere. Ogni tocco è una tortura squisita. La mia figa pulsa, gonfia e bagnata, chiedendo più attenzione, più dolore, più tutto.
- Divertitevi. -
Sussurra Giulia, voltandosi ed attraversando la porta. Il suo compito è fatto. Lascia che il figlio prenda il sopravvento, lascia che la sua vendetta si compia attraverso le mani di lui.
Via lei, Giovanni cambia, sembra esausto. Mi crolla addosso, trascinandoci sul pavimento, il suo respiro è affannoso contro il mio collo, un calore umido e tremante che sciogliere il ghiaccio formatosi tra noi pochi istanti prima. Le sue mani sono carezze dolci sulla mia schiena, quasi cercasse di lenire i segni sensibili che mi ha fatto. Non lo spingo via. Al contrario, avvolgo le braccia intorno alla sua figura slanciata, accogliendo il peso del suo corpo stanco e furioso. I suoi capelli bagnati di sudore mi sfiorano la guancia, profumano di pulito.
- Shh, sono qui. Respira. -
Dico sottovoce, con le dita che affondano tra i suoi capelli, in un massaggio lento, ipnotico.
La sua tensione cede gradualmente, ha il viso sepolto nell'incavo del mio collo e sento il suo battito contro il mio petto. È un momento di fragilità assoluta, un contrasto straziante con la violenza che ha sfogato solo minuti fa.
- Non mi ha mai voluto bene. -
Mormora lui con voce rotta. Le sue labbra si muovono sulla mia pelle, vibrando di parole represse.
- Giulia? Raccontami. -
- Sì, lei. Non è mai stata una madre. Solo una matrigna gelosa, fredda. Mi guardava sempre come se fossi un intruso, un errore di babbo. Ancora adesso sai? ,-
Si ritrae appena, abbastanza da fissarmi con gli occhi annacquati, cerchi scuri che sembrano inghiottire l'iride chiaro. Mi limito ad abnuire.
- E lui... Massimo. Un'assenza. Sempre in viaggio, sempre dietro affari e tette. Non sa nemmeno che colore hanno i miei occhi. -
Lo ascolto in silenzio, cullandolo leggermente, lasciando che il veleno scorra fuori da lui. La sua rabbia è un fiume in piena che ha rotto gli argini.
Il tono della voce cambia, diventa più dolce, ma anche più doloroso.
- Sai, vivevamo a Roma, in un appartamento pieno di luce, ai Prati. Mia madre, Michela si chiamava, lei... lei rideva sempre. Cantava. Poi si è ammalata. Quando ho iniziato il liceo, è sparita. Proprio nel momento in cui avrei avuto più bisogno di qualcuno che mi dicesse cosa fare, come diventare uomo. Ricordo un giorno, alla medie. Avevo preso un brutto voto in mate. Ero terrorizzato all'idea di tornare a casa. Mia madre mi aveva insegnato a suonare la chitarra, sai? Cose stupide. Mi sedeva sulle ginocchia e mi guidava la mano. Quando è morta, mi sono ritrovato solo con Massimo, che di musica non ne voleva sapere. -
Il mio cuore fa un salto, da togliere il respiro. La voce mi esce come un filo di voce, debole, impercettibile.
- Mi dispiace. Pure io ho perso mia madre quando ho iniziato il liceo. -
Giovanni si irrigidisce. Mi guarda davvero, per la prima volta, non come un oggetto di desiderio o un bersaglio per la sua rabbia, ma come un riflesso. Le nostre tragedie si specchiano nei nostri sguardi. Sento le lacrime bruciare dietro le palpebre, ma rifiuto di piangere.
- Davvero? - chiede, incredulo.
- Sì, è stato... un vuoto. Un silenzio che non è mai stato riempito. Ma perché chiami lo chiami Massimo? -
- Non è mio padre. Mamma mi disse una volta che era un uomo importante, incontrato ad un concerto. Ma non lo conosco. -
Lo guardo negli occhi, e vedo lo stesso sguardo, riconosco il taglio leggermente triste. Non lo avevo associato prima. Franco. Cerco altri dettagli, sfioro con un dito il suo profilo e rivedo quello del dottore, le labbra; identiche.
La consapevolezza ci avvolge, densa e tangibile. Siamo due anime ferite, naufraghe nello stesso mare tempestoso. La distanza tra i nostri corpi si annulla. La sua mano, che prima stringeva il flogger, ora scorre lungo la mia schiena, lenta, quasi timida. Il tocco cambia natura. Non è più cerca conforto; è in cerca di calore.
- Lascia questa casa, questa famiglia malata. Andiamo via. Potrei presentarti lo Sceicco Yasser. Lui ha risorse e potere. Potremmo ricominciare. Lontano da Massimo e Giulia. Potrei... credo di sapere chi sia tuo padre. -
L'aria nello studio si addensa, elettrica. Giovanni mi fissa, e la luce dei suoi occhi si accende di qualcosa di diverso: desiderio, sì, ma anche una speranza disperata. Si avvicina. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio.
- Tu faresti questo per me? -
- Quello che posso. -
Rispondo. Le mie labbra cercano le sue senza che io possa fermarle.
È un bacio diverso, né fame bruta come la prima volta, né punizione. È una richiesta, una preghiera sussurrata a bocche aperte. Le sue labbra sono morbide, calde, il sapore è di desiderio represso. La sua lingua invade la mia bocca con decisione, esplorando; rispondo con uguale intensità, le mie mani gli afferrano i fianchi, tirandolo contro di me.
La temperatura sale vertiginosamente. Sento il suo sesso indurito premere contro la mia pancia, una promessa palpabile intrappolata nei suoi jeans. Le sue mani mi stringono la vita, poi scendono, afferrando le mie natiche, tirandomi su. Io avvolgo una gamba intorno alla sua vita, cercando attrito, cercando di annullare ogni distanza tra pelle e stoffa. Il respiro si fa affannoso, un coro di gemiti soffocati che echeggia tra le pareti.
- Matilde... -
Sospira il mio nome contro la mia bocca, e il suono è come un brivido che mi percorre la schiena. Le sue dita calde sulla mia pelle fredda sono una contrazione, un sobbalzo, che mi fa arcuare la schiena. È quasi sesso. È il passo prima del precipizio. Il suo bacino preme il mio, un ritmo insistente, lento, che mi scalda in un istante.
Ma poi, tutto si ferma.
Giovanni si blocca. Si ritrae di scatto, come se avesse toccato il fuoco. Il petto gli sale e scende rapidamente, gli occhi spalancati, pieni di una paura che non capisco. Si allonta con le mani alzate in segno di resa.
- No -ansima- Non possiamo. Non adesso. -
- Giova? Cosa succede? -
Lo chiamo, confusa, ancora vibrante per la mancanza del suo contatto, il centro dei miei desideri che pulsa di dolore.
Lui si passa una mano tra i capelli, scompigliandoli ulteriormente, e mi guarda con un'espressione che mi spezza il cuore.
- Non è questo che voglio. Non solo sesso. -
- Ma io... -
cerco di avvicinarmi, mentre lui si ritrae.
Poi schiarisce la voce che resta incerta di emozione.
- Voglio molto di più da te, Matilde, Voglio che tu mi veda. Non come un obbligo o uno sfogo. Voglio tutto. -
Esito. Le parole mi rimbalzano nella testa, troppo pesanti, troppo vere. Sono confusa. Sono sposata, sono intrappolata in questo gioco di potere con Giulia, ho Greta nel cuore. Come posso dare «tutto» a lui? Il silenzio si allunga, pesante e carico di incomprensioni. Capisce la mia esitazione e cambia ancora, indifferente, fredda.
- Capisco, sei confusa. Pensaci. -
Si volta e si dirige verso la porta. Senza guardare indietro. L'anta sbatte contro il telaio, echeggiando nella stanza.
Resto sola. Il silenzio ritorna, assordante. Il mio cuore batte ancora furiosamente, il mio corpo è ancora bagnato, ma l'aria è diventata gelida. Mi guardo intorno, spaesata. Devo muovermi, pensare, capire.
Mi rivesto, i graffi sono tratti arrossati e sensibili che mi fanno gemere lamenti. Guardo la grande libreria in noce scuro che occupa una parete intera. Le mie dita tremano leggermente mentre scorrono lungo i dorsi dei libri rilegati in pelle. Pelle rossa, blu, verde. Odore forte di vecchia carta e china. Inizio a rovistare negli sportelli inferiori, quasi guidata da un istinto che non riesco a spiegare. Forse cerco una risposta. Forse non so nemmeno cosa cerco.
Dietro un'anta, le mie dita incontrano qualcosa di morbido. Lo tiro fuori, è un abito. Un abito rosso scarlatto, vivido, che sembra brillare anche nella penombra della stanza. Una seta fredda tra le mie dita, liscia come l'acqua. Lo porto al viso per annusarlo, ed il mio respiro si blocca.
Giovanni.
Il profumo è inconfondibile: tabacco e ambra, sofisticato, maschio. È il suo odore. Che mi riporta alla notte sulla spiaggia.
Ma c'è qualcos'altro. Sotto l'abito, sento la consistenza rigida della pelle. Tiro fuori un oggetto pesante. È una cintura di cuoio. Sulla fibbia, c'è uno stemma: tre api su un nastro diagonale. L'abito di tre sere fa.
- Ecco di chi erano gli occhi che mi sembrava di conoscere... C'era lui dentro! -
Il mio stomaco si stringe. L'Elba. Che c'entra l'isola? Tengo l'abito stretto contro di me, inalando profondamente l'odore che permea ogni fibra, come un marchio di possesso, un fantasma che reclama il suo territorio. Cosa significa questo? Che diavolo sta succedendo?
La luce della tarda mattinata, arginata a stento da tende bianche ricamate a filet, invade la stanza e crea arabeschi di polvere dorata nell'aria. Giulia mi porge il suo telefono, lo schermo già acceso sul numero di Lapo di Talini.
- Chiamalo. Spiegagli tutto. Se l'avvocato è un cane sciolto, non si arrenderà facilmente. -
Il suo è un ordine, morbido, senza aggressività.
Prendo lo smart, caldo nella sua cover lilla e viola. Invio. Aspetto. Un ronzio, poi due. La segreteria.
- Studio legale di Talini, gli uffici riaprono alle ore 15, per urgenze lasciate un messaggio dopo il bip. -
Greta. La sua voce, registrata, fredda, professionale, mi trapassa come un ago il tessuto. Il battito accelera, il respiro lo segue, mostrandosi entrambi sotto la veste di cotone celeste. Meno di una settimana è passata, ma quel timbro squillante mi è mancato tremendamente. Le lacrime non scendono, esplodono, brucianti sulle guance. Mentre lo smart mi traballa fra le mani. Nessun bip, risponde la sua voce.
- Pronto. -
- Greta... -guaisco- Un'amica ha bisogno dell'avvocato. Possiamo... -
- Mati! Amore mio, dove cazzo sei? -
- Vicino Firenze, mi manchi da morire... Una cosa ingarbugliata... -
- Anche tu. Ero all'hotel ieri sera, ho cenato al nostro tavolo. Torna subito e farò svanire ogni problema. -
Giulia mi osserva da pochi passi di distanza. I suoi occhi verdi, più chiari del solito, sono fissi su di me, ma non vedono la donna che desidera per sé, scorgono un fantasma; la realtà del mio sentimento. Lei si irrigidisce, ha le braccia incrociate sul petto e lo sguardo deluso. Capisce che non può imporsi. Almeno non ora. Quello che mi sorprende è il viso che, in un attimo, si distende, torna sereno; come se le stesse più a cuore la mia felicità, o quel che ne resta, che il suo potere su di me.
Mi ricompongo e spiego che è necessario un incontro con l'avvocato per una mia amica, anche nel pomeriggio stesso. Non faccio a tempo ad ascoltare la risposta che Giulia si avvicina e mi strappa il telefono dalle mani. Non c'è rabbia, solo l'impazienza di parlare col legale.
- Avvocato di Talini? Buongiorno, sono Giulia Castelli. Ascoltami bene. -
La sua voce cambia, le sue parole sono un bisturi: brevi e precise. In pochi secondi racconta la situazione del matrimonio, le foto, il ricatto. Non c'è spazio per le emozioni, solo per i fatti.
Dall'altro capo c'è un silenzio, poi una risata ruvida esce dal vivavoce.
- Giulia, cara, una sola foto è briciola per un giudice. Serve una prova più pesante. Documentata. Ti serve almeno un'altra notte di passione, registrata, meglio se in villa. Dobbiamo inchiodarlo. -
- Bene, procedo e la richiamo. -
Sto per dire la mia, ma un rumore di motori e portiere che sbattono nel cortile ci congela. Massimo è tornato per pranzo. Insieme a lui c'è Giovanni, la sua voce che risuona allegra e ignara, mentre incrocia la governante e chiede cosa c'è da mangiare.
- Merda! Nasconditi, amore. -
La sua voce è un sibilo. Chiude la chiamata e mi spinge in una stanza laterale, un piccolo salottino buio. Mi accoccolo dietro una poltrona di velluto, il cuore che mi batte all'impazzata. La porta rimane socchiusa. Dal mio nascondiglio, sento tutto.
Giulia affronta Massimo in corridoio. Proprio fuori la porta dello studio. Ha la voce carica di un finto disappunto che nasconde il veleno.
- Non sei tornato a casa stanotte! -
- Lavoro, Giulia! Trasferta a Roma, sai com'è. Il business non dorme mai. -
La voce di Massimo è arrogante, quella di un uomo abituato a mentire senza conseguenze.
- Babbo ha ragione. Sarà stata una riunione importante. Non fare così, ma'. -
- Certo, amore, certo. Se lo dice tuo padre... -
Giulia ride all'intervento del figlio, tre parole, dolci e ironiche allo stesso tempo. Poi, il rumore di passi che si allontanano. Il silenzio cala di nuovo ed io aspetto, nel mio rifugio, lo scorrere del tempo.
La macchina di Massimo che riparte nervosa. Giulia entra nella stanza dove mi nascondo, ma si ferma sulla soglia. Io mi alzo, sperando in un abbraccio, in una parola di conforto.
Ma non c'è tempo.
Giovanni è alle spalle di Giulia. Entra come un uragano, in mano uno dei frame rubati nella suite dell'hotel: Io e Massimo. Sul letto. Nudi. Intrecciati. Il mio viso sfatto e nel pieno dell'orgasmo, la schiena pelosa di lui sudata.
- Tu! Puttana doppiogiochista! -
Urla, puntandomi un dito accusatore. Il suo viso è rosso, le vene del collo tese.
La mia risposta è esitante.
- Giova, ti prego, non è quello che sembra... -
- Zitta! È parecchio chiaro. Sei una troia. Sei stata con mio padre e poi fingi con me? -
- È più complicato... -
- Di cosa, eh? Di questi due che scopano? qui stai godendo, non fingendo. -
- Giulia... Dì qualcosa. -
Guardo Giulia, cercando aiuto. Lei è ferma, immobile come Cerere a Boboli, ma un sorriso impercettibile, crudele, disegna le sue labbra. Nei suoi occhi leggo un ché di terrificante e insieme eccitante: la vendetta. Sta vedendo in me il riflesso di Greta, la rivale, così sta permettendo al figlio di sfogare la sua rabbia su di me, come se fosse la sua.
- Devi imparare la lezione, zoccola rovina famiglie! -
Giovanni mi spinge con violenza contro il muro. "Devi imparare la lezione, puttana." Brandisce con una mano un flogger, spuntato dal dietro la schiena.
Nel riprendermi mani al muro espongo la schiena al suo colpo.
- No... - il respiro mi manca.
Dopo il primo, debole ed esitato, arriva il secondo, secco, preciso sulle mie cosce scoperte sotto la gonna.
Un urlo mi si strozza in gola. Il dolore è acuto, un fuoco che si diffonde istantaneamente sulla pelle. Ma sotto, sotto la superficie bruciante, qualcosa di inaspettato germoglia. Un caldo denso, viscoso, che mi scorre tra le gambe.
Giovanni non si ferma. Un altro colpo, più alto, sui glutei, deciso, ma meno violento. Li sento vibrare.
- Ahi! -
Gemo, ma il suono è dolore, è gemito profondo; animale. Chiudo gli occhi, la testa in avanti, fronte contro il muro freddo. Ogni frustata mi eccita, è una sensazione che mi rimanda a Lapo, quella notte nel casale. Alle lezioni di ubbidienza a cui mi ha sottoposta in queste settimane. Come allora, il dolore si trasforma, si piega su se stesso e diventa piacere. Un piacere sporco, vergognoso, che mi fa bagnare la biancheria intima.
- Ti piace, eh? Sei proprio una cagna. -
Le parole di Giova sono un sibilo di verità. Ancora una frustata, più debole, da sotto in sù, e le strisce di pelle graffiano le mie cosce, finendo la corsa a lambire la mia intimità. Il tocco mi fa sobbalzare e mi eccita.
Giulia ci guarda. Il sui occhi sono fissi, ipnotici. Vedo la sua mano infilarsi tra le gambe, fuori dalla mia vista, ma la immagino sfiorarsi. Si sta godendo lo spettacolo. Sta godendo la mia punizione come se fosse un atto di giustizia nei suoi confronti per la mia mancata devozione.
- Sì... sì... Ancora. -
Sospiro, le parole che mi escono dalle labbra sono un filo di voce impazzita.
- Spogliati. E girati. -
Lui ordina ed io obbedisco, lasciando cadere ai miei piedi il ceruleo che mi avvolge. Istintiva, mi copro con una mano la femminilità ed un braccio i seni. Esposta alla sua furia cieca ed al desiderio che non sa di avere. Le fruste piovono come dita, ritmate, sulle mie cosce, sul mio ventre, scalzano le mie mani e sfiorando il monte di Venere. Ogni tocco è una tortura squisita. La mia figa pulsa, gonfia e bagnata, chiedendo più attenzione, più dolore, più tutto.
- Divertitevi. -
Sussurra Giulia, voltandosi ed attraversando la porta. Il suo compito è fatto. Lascia che il figlio prenda il sopravvento, lascia che la sua vendetta si compia attraverso le mani di lui.
Via lei, Giovanni cambia, sembra esausto. Mi crolla addosso, trascinandoci sul pavimento, il suo respiro è affannoso contro il mio collo, un calore umido e tremante che sciogliere il ghiaccio formatosi tra noi pochi istanti prima. Le sue mani sono carezze dolci sulla mia schiena, quasi cercasse di lenire i segni sensibili che mi ha fatto. Non lo spingo via. Al contrario, avvolgo le braccia intorno alla sua figura slanciata, accogliendo il peso del suo corpo stanco e furioso. I suoi capelli bagnati di sudore mi sfiorano la guancia, profumano di pulito.
- Shh, sono qui. Respira. -
Dico sottovoce, con le dita che affondano tra i suoi capelli, in un massaggio lento, ipnotico.
La sua tensione cede gradualmente, ha il viso sepolto nell'incavo del mio collo e sento il suo battito contro il mio petto. È un momento di fragilità assoluta, un contrasto straziante con la violenza che ha sfogato solo minuti fa.
- Non mi ha mai voluto bene. -
Mormora lui con voce rotta. Le sue labbra si muovono sulla mia pelle, vibrando di parole represse.
- Giulia? Raccontami. -
- Sì, lei. Non è mai stata una madre. Solo una matrigna gelosa, fredda. Mi guardava sempre come se fossi un intruso, un errore di babbo. Ancora adesso sai? ,-
Si ritrae appena, abbastanza da fissarmi con gli occhi annacquati, cerchi scuri che sembrano inghiottire l'iride chiaro. Mi limito ad abnuire.
- E lui... Massimo. Un'assenza. Sempre in viaggio, sempre dietro affari e tette. Non sa nemmeno che colore hanno i miei occhi. -
Lo ascolto in silenzio, cullandolo leggermente, lasciando che il veleno scorra fuori da lui. La sua rabbia è un fiume in piena che ha rotto gli argini.
Il tono della voce cambia, diventa più dolce, ma anche più doloroso.
- Sai, vivevamo a Roma, in un appartamento pieno di luce, ai Prati. Mia madre, Michela si chiamava, lei... lei rideva sempre. Cantava. Poi si è ammalata. Quando ho iniziato il liceo, è sparita. Proprio nel momento in cui avrei avuto più bisogno di qualcuno che mi dicesse cosa fare, come diventare uomo. Ricordo un giorno, alla medie. Avevo preso un brutto voto in mate. Ero terrorizzato all'idea di tornare a casa. Mia madre mi aveva insegnato a suonare la chitarra, sai? Cose stupide. Mi sedeva sulle ginocchia e mi guidava la mano. Quando è morta, mi sono ritrovato solo con Massimo, che di musica non ne voleva sapere. -
Il mio cuore fa un salto, da togliere il respiro. La voce mi esce come un filo di voce, debole, impercettibile.
- Mi dispiace. Pure io ho perso mia madre quando ho iniziato il liceo. -
Giovanni si irrigidisce. Mi guarda davvero, per la prima volta, non come un oggetto di desiderio o un bersaglio per la sua rabbia, ma come un riflesso. Le nostre tragedie si specchiano nei nostri sguardi. Sento le lacrime bruciare dietro le palpebre, ma rifiuto di piangere.
- Davvero? - chiede, incredulo.
- Sì, è stato... un vuoto. Un silenzio che non è mai stato riempito. Ma perché chiami lo chiami Massimo? -
- Non è mio padre. Mamma mi disse una volta che era un uomo importante, incontrato ad un concerto. Ma non lo conosco. -
Lo guardo negli occhi, e vedo lo stesso sguardo, riconosco il taglio leggermente triste. Non lo avevo associato prima. Franco. Cerco altri dettagli, sfioro con un dito il suo profilo e rivedo quello del dottore, le labbra; identiche.
La consapevolezza ci avvolge, densa e tangibile. Siamo due anime ferite, naufraghe nello stesso mare tempestoso. La distanza tra i nostri corpi si annulla. La sua mano, che prima stringeva il flogger, ora scorre lungo la mia schiena, lenta, quasi timida. Il tocco cambia natura. Non è più cerca conforto; è in cerca di calore.
- Lascia questa casa, questa famiglia malata. Andiamo via. Potrei presentarti lo Sceicco Yasser. Lui ha risorse e potere. Potremmo ricominciare. Lontano da Massimo e Giulia. Potrei... credo di sapere chi sia tuo padre. -
L'aria nello studio si addensa, elettrica. Giovanni mi fissa, e la luce dei suoi occhi si accende di qualcosa di diverso: desiderio, sì, ma anche una speranza disperata. Si avvicina. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio.
- Tu faresti questo per me? -
- Quello che posso. -
Rispondo. Le mie labbra cercano le sue senza che io possa fermarle.
È un bacio diverso, né fame bruta come la prima volta, né punizione. È una richiesta, una preghiera sussurrata a bocche aperte. Le sue labbra sono morbide, calde, il sapore è di desiderio represso. La sua lingua invade la mia bocca con decisione, esplorando; rispondo con uguale intensità, le mie mani gli afferrano i fianchi, tirandolo contro di me.
La temperatura sale vertiginosamente. Sento il suo sesso indurito premere contro la mia pancia, una promessa palpabile intrappolata nei suoi jeans. Le sue mani mi stringono la vita, poi scendono, afferrando le mie natiche, tirandomi su. Io avvolgo una gamba intorno alla sua vita, cercando attrito, cercando di annullare ogni distanza tra pelle e stoffa. Il respiro si fa affannoso, un coro di gemiti soffocati che echeggia tra le pareti.
- Matilde... -
Sospira il mio nome contro la mia bocca, e il suono è come un brivido che mi percorre la schiena. Le sue dita calde sulla mia pelle fredda sono una contrazione, un sobbalzo, che mi fa arcuare la schiena. È quasi sesso. È il passo prima del precipizio. Il suo bacino preme il mio, un ritmo insistente, lento, che mi scalda in un istante.
Ma poi, tutto si ferma.
Giovanni si blocca. Si ritrae di scatto, come se avesse toccato il fuoco. Il petto gli sale e scende rapidamente, gli occhi spalancati, pieni di una paura che non capisco. Si allonta con le mani alzate in segno di resa.
- No -ansima- Non possiamo. Non adesso. -
- Giova? Cosa succede? -
Lo chiamo, confusa, ancora vibrante per la mancanza del suo contatto, il centro dei miei desideri che pulsa di dolore.
Lui si passa una mano tra i capelli, scompigliandoli ulteriormente, e mi guarda con un'espressione che mi spezza il cuore.
- Non è questo che voglio. Non solo sesso. -
- Ma io... -
cerco di avvicinarmi, mentre lui si ritrae.
Poi schiarisce la voce che resta incerta di emozione.
- Voglio molto di più da te, Matilde, Voglio che tu mi veda. Non come un obbligo o uno sfogo. Voglio tutto. -
Esito. Le parole mi rimbalzano nella testa, troppo pesanti, troppo vere. Sono confusa. Sono sposata, sono intrappolata in questo gioco di potere con Giulia, ho Greta nel cuore. Come posso dare «tutto» a lui? Il silenzio si allunga, pesante e carico di incomprensioni. Capisce la mia esitazione e cambia ancora, indifferente, fredda.
- Capisco, sei confusa. Pensaci. -
Si volta e si dirige verso la porta. Senza guardare indietro. L'anta sbatte contro il telaio, echeggiando nella stanza.
Resto sola. Il silenzio ritorna, assordante. Il mio cuore batte ancora furiosamente, il mio corpo è ancora bagnato, ma l'aria è diventata gelida. Mi guardo intorno, spaesata. Devo muovermi, pensare, capire.
Mi rivesto, i graffi sono tratti arrossati e sensibili che mi fanno gemere lamenti. Guardo la grande libreria in noce scuro che occupa una parete intera. Le mie dita tremano leggermente mentre scorrono lungo i dorsi dei libri rilegati in pelle. Pelle rossa, blu, verde. Odore forte di vecchia carta e china. Inizio a rovistare negli sportelli inferiori, quasi guidata da un istinto che non riesco a spiegare. Forse cerco una risposta. Forse non so nemmeno cosa cerco.
Dietro un'anta, le mie dita incontrano qualcosa di morbido. Lo tiro fuori, è un abito. Un abito rosso scarlatto, vivido, che sembra brillare anche nella penombra della stanza. Una seta fredda tra le mie dita, liscia come l'acqua. Lo porto al viso per annusarlo, ed il mio respiro si blocca.
Giovanni.
Il profumo è inconfondibile: tabacco e ambra, sofisticato, maschio. È il suo odore. Che mi riporta alla notte sulla spiaggia.
Ma c'è qualcos'altro. Sotto l'abito, sento la consistenza rigida della pelle. Tiro fuori un oggetto pesante. È una cintura di cuoio. Sulla fibbia, c'è uno stemma: tre api su un nastro diagonale. L'abito di tre sere fa.
- Ecco di chi erano gli occhi che mi sembrava di conoscere... C'era lui dentro! -
Il mio stomaco si stringe. L'Elba. Che c'entra l'isola? Tengo l'abito stretto contro di me, inalando profondamente l'odore che permea ogni fibra, come un marchio di possesso, un fantasma che reclama il suo territorio. Cosa significa questo? Che diavolo sta succedendo?
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