Due ospiti
di
john coltrane
genere
confessioni
Io e mio marito avevamo aperto un bed and breakfast. Lui però aveva mantenuto il suo lavoro di consulente, ed era spesso in giro per l’Italia ad occuparsi di certificazioni.
Quando non era a casa, io tenevo aperte solo due camere, che potevo gestire abbastanza agevolmente: preparavo le colazioni, riassettavo le camere, a volte, se me lo chiedevano, facevo anche cena, piatti veloci, ma in genere apprezzati.
Quella volta Aldo rimase via una settimana. Proprio l’ultimo giorno prima del suo ritorno ricevetti una richiesta da parte di due colleghi di lavoro che volevano fare tappa da noi per una notte, tornando a Torino dalla Calabria.
Avrebbero preso tutte e due le camere, ma intuirono a mia perplessità (solo una era pronta, l’altra avrei dovuto sistemarla al volo). Così quello che mi aveva telefonato disse che si adattavano a dividere una doppia.
- Anche un letto matrimoniale?
Risatina. – Sì, non credo di correre rischi col mio collega.
Arrivarono alle tre del pomeriggio, con un furgone. Erano un po’ più giovani di me, uno 30, l’altro 35. Quello di 35, il più basso, stempiato, aveva la barba, due occhi neri intensi e un sorriso dolce. L’altro, una pertica, il viso cavallino, i capelli lunghi e spettinati, sembrava più stronzo.
Io comunque li accolsi come sempre, amichevole, disponibile.
Mostrai loro la camera. Gli diedero appena un’occhiata, avevano l’aria di chi passa metà del suo tempo fuori casa e non distingue neanche più un posto dall’altro. Invece, a me, fecero una radiografia completa. Era un pezzo che non subivo una valutazione sessuale così esplicita. E sì che non mi sembrava di essere particolarmente “in tiro”. Avevo il solito vestitino celeste, di lino, che mi arrivava appena sopra le ginocchia, un po’ scollato davanti ma tutto lì. Comunque, ero una donna di quarant’anni. Bionda, un bel seno, lineamenti del viso piacevoli, ma non una primizia.
- Perfetto - disse il corto. – E, le chiederei un’altra cosa: potremmo magari anche cenare, qui, stasera?
Cenate? Cazzo. Non avevo granché in casa. Ma se si accontentavano di un antipasto di salumi e formaggi e una pasta, eventualmente anche al ragù, ci poteva stare.
- Perfetto – annuì il lungo. Sentii scorrere di nuovo il suo sguardo sul mio corpo, dalle spalle alla punta dei piedi. Ma da quand’è che non la vedevano?
Prima di servire la cena, comunque, mi sistemai un po’. Doccia, capelli sciolti, trucco leggero. Non è che me ne fregasse molto di loro, ma ero pur sempre una donna in casa da sola con due uomini. E non sapevo bene come prenderla, questa cosa. Da un lato, con un’alzata di spalle: chissà quante ventenni avevano, ad aspettarli, in giro per l’Italia. Dall’altra, per la prima volta dopo tanto tempo sentivo agitarsi qualcosa, in pancia. Come un calore, o un piccolo, piacevole dolore. Misto a senso di colpa. Vabbè. La ceretta l’avevo appena fatta perché tornava mio marito…. Ma cosa andavo a pensare? Non mi avrebbero accarezzato le gambe.
- Buono, ottimo – dissero, quando ebbero mangiato. – Deve scappare? Stia un po’ qui con noi –. Mi avevano chiesto una bottiglia di vino e m’invitarono a bere con loro. Il corto era simpatico, come avevo intuito. Mi fece delle domande, gli accennai a mio marito. Anche loro erano dei tecnici, e avevano a casa le mogli che li aspettavano, il corto anche dei figli.
Ad un certo punto sentii un piede toccare il mio, sotto la tavola. Vista la direzione da cui proveniva, era quello del lungo. L’altro continuava a parlare. – A noi piace molto la Toscana…- discorsi così, che avevo sentito mille volte.
Io stavo immobile. Mi chiedevo se togliere subito il piede, sarebbe stato stupido, scortese, o cosa. Non volevo passare per una che si fa mettere paura da un uomo che la sfiora, ma neanche incoraggiarlo. Perciò, i nostri piedi rimasero lì attaccati, un paio di minuti. Il suo dentro una scarpa, il mio dentro un sandalo. Dopodiché, iniziai a sentirmi strana e mi misi a sparecchiare.
Dopo gli accordi per le colazioni sono andata in camera mia, nella parte di casa riservata a me e a mio marito, da cui gli ospiti erano esclusi. Prima ancora di andare a letto sapevo cosa avrei fatto. Ero bagnata. A volte quando Aldo era via andavo su youporn, ma stavolta non ce n’era bisogno. Bastava la fantasia. Mi sono lavata i denti e mi sentivo bagnata. Mi sono spogliata e… cazzo!
A letto mi sono masturbata pensando ai due che dormivano a pochi metri da me. Poi mi sono addormentata di schianto, con la mano fra le cosce aperte.
Mattino. Alzarsi presto per preparare le colazioni. Arrivarono in sala alle 8.30, come mi avevano detto. Sembravano belli freschi, riposati.
- Come avete dormito?
- Noi benissimo. E tu? – ha chiesto il corto. Nel corso della cena della sera prima avevamo iniziato a darci del tu.
- Bene, grazie.
- Da quant’è che sei qui da sola? – ha chiesto l’altro, più sfrontato.
- Una settimana, ma stasera, come vi ho detto, torna mio marito.
- Ah, allora stasera…grande festa!
- Insomma… - mi sono lasciata sfuggire. Di solito quando Aldo tornava da queste trasferte aveva solo voglia di dormire. Ma mi sarei morsa la lingua.
Comunque, poi sono tornata in cucina e li ho lasciati finire in pace. Dopo colazione i clienti si preparavano le loro cose e nel giro di mezz’ora se ne andavano.
Infatti fu così anche con loro. Quando sentii movimento in corridoio mi affacciai ed erano lì, che sembrava aspettassero me, per salutarmi (il pagamento lo avevano fatto on-line).
- Allora…grazie di tutto – ha detto quello che mi piaceva. Mi ha guardato negli occhi, procurandomi un altro tuffo, dentro. – Comunque, torneremo.
- Allora vi aspetto.
E poi hanno messo in moto il furgone.
Quando sentii il motore allontanarsi, stranamente mi invase un senso fugace di delusione, o di vuoto. Ma perché? Cosa mi ero aspettata? Comunque, io Aldo lo avevo tradito solo una volta, e ormai dieci anni prima, quando ero una trentenne molto più appetibile.
Sono andata nella loro camera. Come tutti gli uomini, avevano lasciato un bel disordine.
Poi sono entrata nel bagno. Oddio: avevano dimenticato un tablet in carica. Come avevano fatto? Neanche un telefono, un tablet. Ho pensato in fretta che dovevo chiamarli, prima che fossero troppo lontani. Ma in quel momento ho sentito suonare.
Sono andata ad aprire.
- Il tablet? – ho detto al corto.
Ha riso. – Sì. Scusa, ma sai, sarebbe il secondo quest’anno…
- Addirittura.
- Eh sì. Sono troppo distratto.
Gli ho fatto strada. Dietro di lui c’era il lungo, anche se in verità non sarebbe servito che venisse anche lui. Siamo entrati tutti e tre in camera. Me ne sono resa conto troppo tardi. Il corto si è infilato nel bagno. Ma il lungo adesso era lì. Troppo vicino.
Non ci furono parole. Sentii la sua mano su un fianco e contemporaneamente la distanza fra le nostre bocche si azzerò. Avrei potuto respingerlo, ma le mie labbra sono rimaste strette solo un secondo. Poi si sono aperte e ho sentito la sua lingua cercare la mia. Quanto tempo era che non subito un assalto così? Ero paralizzata.
Poi due mani mi hanno afferrato i seni da dietro. Un’altra bocca mi ha baciato il collo, corti baci leggeri, dalla spalla fino all’orecchio. Mi sono lasciata sfuggire in gemito, che è passato dalla mia bocca a quella del lungo. Che per tutta risposta ha infilato una mano sotto l’orlo del mio vestito e poi sotto l’elastico delle mutande. Ha coperto la mia vulva con quelle lunge dita, e mi sono sentita sciogliere.
Poi il corto mi ha sbottonato il vestito e tirato giù la lampo sulla schiena. Il vestito è caduto ai miei piedi. Il lungo mi ha sfilato le mutande e mi sono ritrovata nuda sul letto. Prima mi ha preso il mio preferito. Si è inginocchiato fra le mie cosce e mi ha penetrato, senza chiedermi nulla, neanche se dovesse mettersi un preservativo. Io l’ho lasciato fare, lo volevo troppo, volevo essere riempita. Il lungo ha avvicinato il suo cazzo alla mia bocca ed è riuscito a mettermelo dentro. Non avevo mai fatto sesso con due uomini, l’avevo solo visto fare in internet, mi sembrava pazzesco.
Quando il corto è venuto, me lo ha tirato fuori e mi ha schizzato sulla pancia, sui seni.
Poi il biondo mi ha girata, come fossi una bambola. Mi ha fatto mettere a quattro zampe e ha spinto sulla mia schiena con una mano perché mi abbassassi di più, lasciando svettare solo il bacino.
Me lo ha infilato a sua volta, l’ho sentito scorrere dentro di me lungo il solco già arato dall’altro. Ho gridato.
- Ti piace, vero, troia? – ha detto. Nessuno mi aveva mai chiamato così, di certo non mio marito. Come dovevo sentirmi? L’umiliazione mi ha fatto battere il cuore a mille. Anche se di mio avrei preferito il collega sono venuta con lui, mentre mi pompava da dietro. Quando se n’è accorto, che godevo, mi ha mollato due schiaffi sul culo. Piacere amplificato.
Comunque, il lungo non si è preoccupato neanche di tirarsi indietro. Mi è venuto dentro, riempiendomi. Poi è uscito, e senza un’altra parola l’ho sentito andare un bagno. Anzi una parola l’ha detta, ma non a me, al suo compare. – Dobbiamo darci una mossa, adesso, eh?
Io ero rimasta sul letto, alla pecorina, come si dice, con il culo in aria, la faccia affondata nel cuscino. Ho sentito una mano accarezzarmi i capelli. Era dolce. Era il corto, ovviamente. Poi però, quando ho aperto gli occhi, ho visto la sua cappella davanti al mio viso. Non era duro, era passato troppo poco tempo. Sembrava si stesse riprendendo, però. A quel punto ho allungato una mano e me lo sono portato alla bocca. Lui ha continuato ad accarezzarmi la testa, mentre il suo sesso mi cresceva nel pugno e si gonfiava fino a sfregarmi una guancia. Ho sentito il lungo uscire dal bagno.
- Ancora? – ha detto, ridacchiando. – Eh la madonna. Ti ho detto che dobbiamo andare.
- Aspetta un attimo – ha sussurrato l’altro, con voce strozzata.
- Che porca, cazzo, ne avevi di fame arretrata, troia, eh?
Io gemevo e basta con il cazzo del corto in bocca e lo sperma che mi aveva sparato dentro il lungo che mi colava fra le gambe.
Il lungo mi ha dato un altro paio di schiaffi dietro. – Dai, sbrigati a venire – ha detto al socio.
Lui ha iniziato a spingere dentro la mia bocca, come se se la stesse scopando. E quindi ha goduto, stringendomi i capelli.
- Oh, bravo. Quasi quasi me la faccio fare anch’io una pompa. O mi faccio il culo? No, non c’è tempo. La prossima volta. Va bene?
Io finalmente mi sono tolta il cazzo del corto dalla gola e ho sussurrato solo: - Sì.
Poi se ne andarono davvero. Dissero: ciao. Come se avessimo appena preso un caffè.
Rimasi sdraiata nel letto disfatto che avevano occupato. Era pieno dei loro odori. E dei miei. Rimasi lì, con le gambe aperte, il loro seme asciugato sulle cosce, i seni, la faccia. Non avevo fretta di andare a fare la doccia. Volevo godermi quel momento di pace assoluta. Di sazietà assoluta.
Sazietà? Sapevo che quello che era appena successo aveva aperto una porta. E per quella porta potevano passare molte altre cose.
Parliamo? coltranejohn39@gmail.com
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