L'estremo rimedio
di
john coltrane
genere
tradimenti
Avevo trovato lavoro in un bar. Era provvisorio, ma in quella fase della nostra vita io e mio marito avevamo bisogno di soldi.
Il bar era gestito da Caio, un uomo sui 35, quindi molto più giovane di me, alto, magro, che alternava modi bruschi ad altri più affabili, che a volte sfociavano in lunghissimi monologhi. Per fortuna a sorbirselo, quando non c’erano clienti, era Sandra, la sua ragazza, una bellezza di 28 anni, bionda e molto simpatica.
In breve io e Sandra diventammo amiche. A volte ci vedevamo anche fuori dal lavoro, ma di nascosto, perché così potevamo parlare liberamente di tutto, anche di Caio.
Mi disse che stavano assieme da due anni. Lei gli si era affezionata, anche se era un casinista, e quindi oltre ad aiutarlo con il bar spesso doveva sistemargli la contabilità. Era contenta che fossi arrivata io. Ero svelta, sveglia, e anche se non avevo mai fatto quel lavoro (ci credo, prima lavoravo nell’export) i miei modi piacevano ai clienti.
Una sera che avevamo bevuto più del solito mi confidò cose più intime del loro rapporto. Mi disse che Caio era una specie di bruto: la scopava tutte le sere, sempre alla pecorina, senza curarsi del fatto che lei venisse o meno. Senza nemmeno preoccuparsi che ne avesse voglia, o che fosse stanca… Se non scopavano lui non riusciva a dormire. Punto.
Ero sconcertata: mio marito era sempre stato molto attento alle mie esigenze, di solito me la leccava o almeno mi masturbava con molta perizia e così, quando me lo metteva dentro, io avevo già avuto almeno un orgasmo.
Era quasi un anno che lavoravo lì. Ormai anch’io ero entrato in confidenza con Caio che a volte, con me, si lamentava di Sandra, del fatto che gli sembrasse distratta, distante… Io lo ascoltavo senza sbilanciarmi, e pensavo: semplicemente te la dà di meno.
Capivo il problema. Stavo con mio marito da quindici anni e nonostante lui mi volesse sempre ero in pieno calo del desiderio. Oltre al fatto che mi vedevo invecchiare.
E poi successe la tragedia: Sandra sparì. Prese le sue cose e tagliò la corda, lasciandogli solo una lettera laconica (scritta a mano, almeno questo), in cui in pratica gli diceva che doveva trovare se stessa.
Per Caio fu uno shock. Non riusciva a darsi pace. Al telefono lei non rispondeva più, e neanche alle mail. Ovviamente era andato a cercarla a casa sua – abitava in un due stanze a un paio di chilometri dal bar, a detta di lui non aveva mai voluto lasciarlo per andare a vivere a casa sua – ma lo aveva trovato vuoto.
- Come, non ti ha detto niente? Eravate amiche, lo so, possibile non ti avesse fatto almeno capire qualcosa?
Questo mi chiedeva. Venti volte al giorno. No, non mi aveva detto niente. Era vero. Comunque, se anche mi avesse confidato qualcosa, non so se avrei messo Caio in guardia. Non era compito mio e per la verità loro due non mi sembravano tanto ben assortiti.
I primi giorni furono traumatici. Anche i clienti se ne accorgevano. Poi adesso eravamo solo in due. Lavoro aumentato. Quando chiudevamo, la sera, mi teneva lì un’altra ora a fumare e a sfogarsi. Parlava, e parlava, agitando queste braccia pelose, lunghe come leve. Una volta si mise a piangere come un bambino, sul mio petto. Il petto di una donna di quasi 50 anni.
Quella sera iniziò per l’ennesima volta il suo monologo. L’aveva cercata a casa di sua madre, in Puglia, ma anche la madre non sapeva niente. Non sapeva neanche che aveva lasciato il lavoro, e forse, la nostra città.
Io ero stanca. Non ce la facevo più. Eravamo in piena estate. Non vedevo l’ora di andare a casa a farmi una doccia. Caio sembrava impazzito. Non parlava, urlava, in piedi, a meno di mezzo metro da me. Alternava ragionamenti ancora un filo lucidi a bordate del tipo “è una troia, le donne sono tutte troie…”. Come se io neanche rientrassi nella categoria.
Sentii qualcosa agitarsi nella pancia. Un misto di rabbia, spregiudicatezza, desiderio di farlo smettere. Basta, cazzo, basta, mi dicevo. Stai zitto.
Alla sua ennesima sparata gli afferrai la cintura, tirandolo bruscamente verso di me e guardandolo negli occhi. Era come se avessi il pilota automatico. Nessun calcolo, nessuna chiarezza di intenti. Avrei potuto sputargli in faccia, o afferrare una bottiglia e spaccargliela sulla testa. Tutto, purché la piantasse.
Gli sciolsi la cintura. Poi gli sbottonai i pantaloni, e tirai giù la lampo. Mi fissava come se mi vedesse per la prima volta.
Misi una mano dentro i suoi boxer e lo tirai fuori. Non era grosso, ma lungo, e stava già iniziando a inturgidirsi. Mossi la mano. Lo sentii crescere, Diventare duro, durissimo.
A quel punto mi abbassai e lo presi un bocca. Poi, dopo essere andata su e giù due o tre volte con la testa, mi ricordai della sedia che avevo alle spalle. La cercai con la mano libera – l’altra era stretta alla base del suo cazzo – e la tirai vicina, così da sedermici sopra.
Adesso stavo più comoda. Portai la mano sotto i suoi testicoli e glieli strinsi. Erano gonfi di seme. Glielo succhiai, glielo aspirai, quel, cazzo sudato, lungo, liscio. Lui rimase immobile. Non affondò nemmeno le dita nei miei capelli. Poi tremò e mi riempì la gola con lunghi fiotti caldi. Mandai giù tutto, non finiva mai. Era come ingoiare una minestra densa.
Quando finalmente si fu svuotato mi rimisi in piedi. Era sempre lì con la stessa espressione stupita in faccia, solo, adesso, forse un po’ più pacificata.
Mi asciugai un rivolo di sborra che colava fuori dalla bocca con il dorso della mano.
Gli dissi – Ciao – e marciai verso l’uscita, pensando: a mali estremi, estremi rimedi.
Il giorno dopo, quando mi presentai al bar, lui fece come se niente fosse, e così anch’io. Ma c’era qualcosa di elettrico, nell’aria. L’attesa della chiusura fu una tortura. Non sapevo cosa fare, cosa aspettarmi. O sì. Mi aspettavo esattamente quello che successe. Non lo desideravo, forse, ma era come se non potessi evitarlo.
Mi raggiunse sul retro, mi ero appena tolta il grembiule. Mi afferrò i seni da dietro, con quelle sue grandi mani, e mi sbavò sul collo.
Poi fu la sua volta di sbottonarmi i pantaloni. Me li tirò giù con decisione, assieme alle mutande, scoprendomi il culo e le gambe. Quindi mi spinse giù mettendomi una mano sulla schiena. Io mi appoggiai alla scarpiera, docile, come aveva fatto tante volte Sandra. Sentii il suo glande strusciarsi sulle mie grandi labbra. E poi quel cazzo entrò in me, senza difficoltà, visto quanto ero allagata. Mi afferrò per i fianchi, e iniziò a sbattermi. Per un po’ si sentì solo il ciac, ciac… Quindi un grugnito, il pene che si sfilava velocemente, un getto caldo sul fondoschiena.
Presi i fazzolettini prima ancora di voltarmi, li avevo nella tasca dei pantaloni. Lui me li strappò di mano e mi pulì velocemente, come se la mia schiena fosse stata un tavolo del suo bar. Quindi ci guardammo, sempre in silenzio. Nessun bacio.
Quello fu il rito che si ripetè praticamente tutte le sere per i due mesi successivi. Alla chiusura, sempre lui veniva a cercarmi su retro e mi sbatteva da dietro contro la scarpiera. Gli avevo dette che prendevo la pillola e così mi veniva dentro senza problemi, io speravo solo non mi attaccasse qualcosa, ma Sandra mi era sembrata sana, e mi aveva detto che non l’aveva mai tradito. In quanto a lui, speravo gli bastasse quello che faceva con me.
Solo a volte lo tirava fuori prima di sborrare e mi prendeva per i capelli. Allora mi voltavo e lo facevo venire con la bocca.
Tornavo a casa dopo essermi sciacqua la bocca in bagno o essermi pulita sommariamente con della carta igienica. Le prime volte durante il tragitto in macchina sentivo il suo sperma colare da me, così ho deciso di portarmi dietro un assorbente esterno per preservare un po’ i pantaloni, nonché il sedile se quella sera avevo la gonna.
Spesso arrivavo a casa con i capelli incrostati di sperma. Mio marito dormiva, quindi andavo in bagno e mi risistemavo prima di andare a letto ma non facevo sempre la doccia (di solito prima la facevo al mattino e adesso avrei dovuto spiegargli quel cambiamento). Speravo solo che non mi rimanesse addosso il suo odore, o che lui non se ne accorgesse.
Dopo una decina di giorni circa ci fu l’unica variante. Me l’aspettavo, sempre per i racconti di Sandra. Gli misi in mano il tubetto di gel lubrificante.
- Usa questo, per favore.
Lui obbedì, anche se sapevo che non si faceva mai tanti riguardi con Sandra. Se ne spruzzò un po’ in mano, mi penetrò il culo con un dito, poi due, rigirandole dentro come se sturasse una bottiglia. Meglio che niente. Quando mi sodomizzò, almeno ero ben oliata e lo accolsi persino con piacere. Erano anni che a mio marito, poveretto, non glielo davo più, il culo.
Un giorno finalmente gli dissi: basta, facciamolo almeno una volta da cristiani!
Non mi portò a casa sua, non so in che stato fosse. Mi portò in un albergo anonimo fuori città. Lì per la prima volta lo facemmo guardandoci in faccia, lui sopra, io sotto. Poi lo facemmo di nuovo, stavolta ero sopra io. Lui mi stringeva i seni e non veniva, non veniva, sono rimasta impalata sul suo cazzo per mezz'ora godendo non so quante volte, sudando come una scrofa, guardando la città oltre il vetro di quella camera sconosciuta, le sue luci notturne.
Non parlava. Non diceva mai niente. Quando godeva godeva e basta. Era molto peloso. Aveva molti peli sulle braccia, sulla pancia, sulle gambe. Non che io lo vedessi molto per via della sua abitudine di prendermi da dietro, ma a volte, dopo averlo fatto venire nella mia bocca, rimanevo in ginocchio davanti a lui, ad accarezzargli la pancia, i testicoli, aspettando che si stufasse e si tirasse via da me. Era molto diverso da mio marito. Era più scuro di carnagione, e così magro. Di lui conoscevo bene il cazzo, la pancia con l’ombelico e la striscia di peli che saliva fino al petto, le cosce, le ginocchia. Non ci baciavamo quasi mai. A volte prima di penetrarmi di masturbava, cioè in pratica mi infilava dentro un dito, poi due, e iniziava a sbattere forte. Ignorava la delicatezza del sesso. Ignorava anche il mio clitoride. Venire con lui era un terno al lotto, ma succedeva, era molto una questione di testa. Una volta sono venuta mentre mi sodomizzava, accarezzandomi davanti. È stato potentissimo, mi ha incendiato anche il cervello.
Era una strana vita, e un po’ mio marito ne beneficò, perché, così erotizzata tornai a concedermi anche a lui, lo facemmo almeno tre o quattro volte.
Poi successe l’inevitabile. Arrivò una nuova aiuto barista. Questa era croata, e di anni ne aveva 25. Di certo assomigliava più lei a Sandra della sottoscritta.
Non gli ci volle molto. Non era bello ma emanava un fluido, le donne, se erano ricettive, lo percepivano. Dopo un paio di settimane se l’era già fatta, contro la scarpiera, una sera che avevo dovuto andare via prima.
Si giustificò goffamente con il fatto che si era innamorato. Gli dissi di non sprecarsi, e di prepararmi la liquidazione. Il mio periodo come barista era finito. Era ora che mi cercassi un lavoro serio.
Se qualche scrittrice vuole confrontarsi: coltranejohn39@gmail.com
Il bar era gestito da Caio, un uomo sui 35, quindi molto più giovane di me, alto, magro, che alternava modi bruschi ad altri più affabili, che a volte sfociavano in lunghissimi monologhi. Per fortuna a sorbirselo, quando non c’erano clienti, era Sandra, la sua ragazza, una bellezza di 28 anni, bionda e molto simpatica.
In breve io e Sandra diventammo amiche. A volte ci vedevamo anche fuori dal lavoro, ma di nascosto, perché così potevamo parlare liberamente di tutto, anche di Caio.
Mi disse che stavano assieme da due anni. Lei gli si era affezionata, anche se era un casinista, e quindi oltre ad aiutarlo con il bar spesso doveva sistemargli la contabilità. Era contenta che fossi arrivata io. Ero svelta, sveglia, e anche se non avevo mai fatto quel lavoro (ci credo, prima lavoravo nell’export) i miei modi piacevano ai clienti.
Una sera che avevamo bevuto più del solito mi confidò cose più intime del loro rapporto. Mi disse che Caio era una specie di bruto: la scopava tutte le sere, sempre alla pecorina, senza curarsi del fatto che lei venisse o meno. Senza nemmeno preoccuparsi che ne avesse voglia, o che fosse stanca… Se non scopavano lui non riusciva a dormire. Punto.
Ero sconcertata: mio marito era sempre stato molto attento alle mie esigenze, di solito me la leccava o almeno mi masturbava con molta perizia e così, quando me lo metteva dentro, io avevo già avuto almeno un orgasmo.
Era quasi un anno che lavoravo lì. Ormai anch’io ero entrato in confidenza con Caio che a volte, con me, si lamentava di Sandra, del fatto che gli sembrasse distratta, distante… Io lo ascoltavo senza sbilanciarmi, e pensavo: semplicemente te la dà di meno.
Capivo il problema. Stavo con mio marito da quindici anni e nonostante lui mi volesse sempre ero in pieno calo del desiderio. Oltre al fatto che mi vedevo invecchiare.
E poi successe la tragedia: Sandra sparì. Prese le sue cose e tagliò la corda, lasciandogli solo una lettera laconica (scritta a mano, almeno questo), in cui in pratica gli diceva che doveva trovare se stessa.
Per Caio fu uno shock. Non riusciva a darsi pace. Al telefono lei non rispondeva più, e neanche alle mail. Ovviamente era andato a cercarla a casa sua – abitava in un due stanze a un paio di chilometri dal bar, a detta di lui non aveva mai voluto lasciarlo per andare a vivere a casa sua – ma lo aveva trovato vuoto.
- Come, non ti ha detto niente? Eravate amiche, lo so, possibile non ti avesse fatto almeno capire qualcosa?
Questo mi chiedeva. Venti volte al giorno. No, non mi aveva detto niente. Era vero. Comunque, se anche mi avesse confidato qualcosa, non so se avrei messo Caio in guardia. Non era compito mio e per la verità loro due non mi sembravano tanto ben assortiti.
I primi giorni furono traumatici. Anche i clienti se ne accorgevano. Poi adesso eravamo solo in due. Lavoro aumentato. Quando chiudevamo, la sera, mi teneva lì un’altra ora a fumare e a sfogarsi. Parlava, e parlava, agitando queste braccia pelose, lunghe come leve. Una volta si mise a piangere come un bambino, sul mio petto. Il petto di una donna di quasi 50 anni.
Quella sera iniziò per l’ennesima volta il suo monologo. L’aveva cercata a casa di sua madre, in Puglia, ma anche la madre non sapeva niente. Non sapeva neanche che aveva lasciato il lavoro, e forse, la nostra città.
Io ero stanca. Non ce la facevo più. Eravamo in piena estate. Non vedevo l’ora di andare a casa a farmi una doccia. Caio sembrava impazzito. Non parlava, urlava, in piedi, a meno di mezzo metro da me. Alternava ragionamenti ancora un filo lucidi a bordate del tipo “è una troia, le donne sono tutte troie…”. Come se io neanche rientrassi nella categoria.
Sentii qualcosa agitarsi nella pancia. Un misto di rabbia, spregiudicatezza, desiderio di farlo smettere. Basta, cazzo, basta, mi dicevo. Stai zitto.
Alla sua ennesima sparata gli afferrai la cintura, tirandolo bruscamente verso di me e guardandolo negli occhi. Era come se avessi il pilota automatico. Nessun calcolo, nessuna chiarezza di intenti. Avrei potuto sputargli in faccia, o afferrare una bottiglia e spaccargliela sulla testa. Tutto, purché la piantasse.
Gli sciolsi la cintura. Poi gli sbottonai i pantaloni, e tirai giù la lampo. Mi fissava come se mi vedesse per la prima volta.
Misi una mano dentro i suoi boxer e lo tirai fuori. Non era grosso, ma lungo, e stava già iniziando a inturgidirsi. Mossi la mano. Lo sentii crescere, Diventare duro, durissimo.
A quel punto mi abbassai e lo presi un bocca. Poi, dopo essere andata su e giù due o tre volte con la testa, mi ricordai della sedia che avevo alle spalle. La cercai con la mano libera – l’altra era stretta alla base del suo cazzo – e la tirai vicina, così da sedermici sopra.
Adesso stavo più comoda. Portai la mano sotto i suoi testicoli e glieli strinsi. Erano gonfi di seme. Glielo succhiai, glielo aspirai, quel, cazzo sudato, lungo, liscio. Lui rimase immobile. Non affondò nemmeno le dita nei miei capelli. Poi tremò e mi riempì la gola con lunghi fiotti caldi. Mandai giù tutto, non finiva mai. Era come ingoiare una minestra densa.
Quando finalmente si fu svuotato mi rimisi in piedi. Era sempre lì con la stessa espressione stupita in faccia, solo, adesso, forse un po’ più pacificata.
Mi asciugai un rivolo di sborra che colava fuori dalla bocca con il dorso della mano.
Gli dissi – Ciao – e marciai verso l’uscita, pensando: a mali estremi, estremi rimedi.
Il giorno dopo, quando mi presentai al bar, lui fece come se niente fosse, e così anch’io. Ma c’era qualcosa di elettrico, nell’aria. L’attesa della chiusura fu una tortura. Non sapevo cosa fare, cosa aspettarmi. O sì. Mi aspettavo esattamente quello che successe. Non lo desideravo, forse, ma era come se non potessi evitarlo.
Mi raggiunse sul retro, mi ero appena tolta il grembiule. Mi afferrò i seni da dietro, con quelle sue grandi mani, e mi sbavò sul collo.
Poi fu la sua volta di sbottonarmi i pantaloni. Me li tirò giù con decisione, assieme alle mutande, scoprendomi il culo e le gambe. Quindi mi spinse giù mettendomi una mano sulla schiena. Io mi appoggiai alla scarpiera, docile, come aveva fatto tante volte Sandra. Sentii il suo glande strusciarsi sulle mie grandi labbra. E poi quel cazzo entrò in me, senza difficoltà, visto quanto ero allagata. Mi afferrò per i fianchi, e iniziò a sbattermi. Per un po’ si sentì solo il ciac, ciac… Quindi un grugnito, il pene che si sfilava velocemente, un getto caldo sul fondoschiena.
Presi i fazzolettini prima ancora di voltarmi, li avevo nella tasca dei pantaloni. Lui me li strappò di mano e mi pulì velocemente, come se la mia schiena fosse stata un tavolo del suo bar. Quindi ci guardammo, sempre in silenzio. Nessun bacio.
Quello fu il rito che si ripetè praticamente tutte le sere per i due mesi successivi. Alla chiusura, sempre lui veniva a cercarmi su retro e mi sbatteva da dietro contro la scarpiera. Gli avevo dette che prendevo la pillola e così mi veniva dentro senza problemi, io speravo solo non mi attaccasse qualcosa, ma Sandra mi era sembrata sana, e mi aveva detto che non l’aveva mai tradito. In quanto a lui, speravo gli bastasse quello che faceva con me.
Solo a volte lo tirava fuori prima di sborrare e mi prendeva per i capelli. Allora mi voltavo e lo facevo venire con la bocca.
Tornavo a casa dopo essermi sciacqua la bocca in bagno o essermi pulita sommariamente con della carta igienica. Le prime volte durante il tragitto in macchina sentivo il suo sperma colare da me, così ho deciso di portarmi dietro un assorbente esterno per preservare un po’ i pantaloni, nonché il sedile se quella sera avevo la gonna.
Spesso arrivavo a casa con i capelli incrostati di sperma. Mio marito dormiva, quindi andavo in bagno e mi risistemavo prima di andare a letto ma non facevo sempre la doccia (di solito prima la facevo al mattino e adesso avrei dovuto spiegargli quel cambiamento). Speravo solo che non mi rimanesse addosso il suo odore, o che lui non se ne accorgesse.
Dopo una decina di giorni circa ci fu l’unica variante. Me l’aspettavo, sempre per i racconti di Sandra. Gli misi in mano il tubetto di gel lubrificante.
- Usa questo, per favore.
Lui obbedì, anche se sapevo che non si faceva mai tanti riguardi con Sandra. Se ne spruzzò un po’ in mano, mi penetrò il culo con un dito, poi due, rigirandole dentro come se sturasse una bottiglia. Meglio che niente. Quando mi sodomizzò, almeno ero ben oliata e lo accolsi persino con piacere. Erano anni che a mio marito, poveretto, non glielo davo più, il culo.
Un giorno finalmente gli dissi: basta, facciamolo almeno una volta da cristiani!
Non mi portò a casa sua, non so in che stato fosse. Mi portò in un albergo anonimo fuori città. Lì per la prima volta lo facemmo guardandoci in faccia, lui sopra, io sotto. Poi lo facemmo di nuovo, stavolta ero sopra io. Lui mi stringeva i seni e non veniva, non veniva, sono rimasta impalata sul suo cazzo per mezz'ora godendo non so quante volte, sudando come una scrofa, guardando la città oltre il vetro di quella camera sconosciuta, le sue luci notturne.
Non parlava. Non diceva mai niente. Quando godeva godeva e basta. Era molto peloso. Aveva molti peli sulle braccia, sulla pancia, sulle gambe. Non che io lo vedessi molto per via della sua abitudine di prendermi da dietro, ma a volte, dopo averlo fatto venire nella mia bocca, rimanevo in ginocchio davanti a lui, ad accarezzargli la pancia, i testicoli, aspettando che si stufasse e si tirasse via da me. Era molto diverso da mio marito. Era più scuro di carnagione, e così magro. Di lui conoscevo bene il cazzo, la pancia con l’ombelico e la striscia di peli che saliva fino al petto, le cosce, le ginocchia. Non ci baciavamo quasi mai. A volte prima di penetrarmi di masturbava, cioè in pratica mi infilava dentro un dito, poi due, e iniziava a sbattere forte. Ignorava la delicatezza del sesso. Ignorava anche il mio clitoride. Venire con lui era un terno al lotto, ma succedeva, era molto una questione di testa. Una volta sono venuta mentre mi sodomizzava, accarezzandomi davanti. È stato potentissimo, mi ha incendiato anche il cervello.
Era una strana vita, e un po’ mio marito ne beneficò, perché, così erotizzata tornai a concedermi anche a lui, lo facemmo almeno tre o quattro volte.
Poi successe l’inevitabile. Arrivò una nuova aiuto barista. Questa era croata, e di anni ne aveva 25. Di certo assomigliava più lei a Sandra della sottoscritta.
Non gli ci volle molto. Non era bello ma emanava un fluido, le donne, se erano ricettive, lo percepivano. Dopo un paio di settimane se l’era già fatta, contro la scarpiera, una sera che avevo dovuto andare via prima.
Si giustificò goffamente con il fatto che si era innamorato. Gli dissi di non sprecarsi, e di prepararmi la liquidazione. Il mio periodo come barista era finito. Era ora che mi cercassi un lavoro serio.
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