Le affinità porcelle 3

di
genere
tradimenti

(coltranejohn39@gmail.com)

Ho chiesto ad Elke che cosa desiderasse di più. Ovvero che cosa le mancasse nel suo matrimonio.
Mi disse che le mancavano due cose soprattutto: il gusto di andare con degli sconosciuti e il fatto di essere vista, di mostrarsi.
Nel primo caso, ovviamente sapeva che andare con degli sconosciuti aveva delle controindicazioni: potevano essere sgradevoli, pericolosi e così via, ma il brivido della novità, dell’ignoto, per lei era più forte. Per quanto riguarda l’essere vista, era il suo lato esibizionista che emergeva, mescolato però ad una forma sottile di masochismo: mostrarsi significava esporsi, quindi rendersi vulnerabile.
Le dissi che doveva provare il dogging. Non sapeva neanche cosa fosse. Le spiegai che significava andare in macchina in un luogo di scambisti, e “offrirsi” agli eventuali sconosciuti che avesse incontrato.
- E perché dogging?
- La scusa che le persone inventano di solito è portare a spasso il cane.
- Ma come faccio, qui? La città sai com’è o te la sei dimenticato, adesso che vivi a Roma?
Aveva ragione. Era una piccola città, dove il rischio di imbattersi in qualcuno di conosciuto era alto.
Le dissi di spostarsi a V. In fondo erano poco più di 50 km., e V. era anche più grande, probabilmente aveva più “movimento”.
- Come faccio con mio marito? E nostro figlio?
Oh, insomma: doveva organizzarsi. Tutti lo fanno. Una scusa l’avrebbe trovata.
- Ma poi non saprei neanche dove andare.
Le spiegai che quei posti erano facilmente identificabili sul web. Mi stupiva la sua assoluta ignoranza di queste cose. Comunque lo avrei fatto io per lei. Infatti, con una breve ricerca, individuai un parcheggio che era indicato proprio come un luogo dove avvenivano questo genere di cose. Adesso, stava a Elke buttarsi.

Una settimana dopo mi disse che era riuscita a inventare una scusa buona. Era emozionata, spaventata. Poteva essere pericoloso. Una donna sola. Che pazzia.
Le dissi di mettersi una gonna corta e una camicetta, senza intimo sotto. Di portarsi dietro una mascherina per coprirsi il viso, ma piccola, ovviamente, la bocca doveva essere libera. E di avviare una diretta appena arrivata sul posto, con il suo smartphone. Così avrei visto tutto. Questa soprattutto le parve un’ottima idea, anche se avrebbe preferito avermi lì fisicamente. La rassicurava che io in qualche modo sorvegliassi.
- La prossima volta andremo assieme – le dissi. Infatti non vedevo l’ora di riuscire ad andare su. Ma per il momento purtroppo non potevo approfittare della complicità che mi stava offrendo in maniera così totale.
La sera in questione mi fermai in ufficio dopo che tutti furono usciti, tirai fuori il mio portatile e attesi il collegamento.
E verso le 10…eccola!
- Mi vedi? – mi chiese. Era un po’ buio ma la vedevo abbastanza. Aveva una camicetta bianca e una gonna corta di pelle. Calze fumè. Aveva anche un rossetto acceso sulle labbra, che non le avevo mai visto. Le stava bene.
- Non c’è nessuno – disse, guardando fuori dal finestrino. Da quel che vedevo, era un parcheggio con molte auto.
- Forse è troppo presto.
- Io comunque non posso tornare alle due di notte. Spero di non essere venuta fin qui per niente. Anche se forse sarebbe meglio.
Parlammo qualche minuto. Percepivo la sua agitazione a dire il vero ero agitato anch’io. Dove l’avevo spinta? Verso quale limite? Fra quali braccia? Incontro a quali personaggi?
Comunque, le dissi di lasciare i fari accesi, intanto.
Non era uscita di casa vestita così. No, che scemo, ovvio che no. Si era cambiata per strada.
– Non metto mai le autoreggenti.
- Male. Ti stanno benissimo. Hai delle gambe stupende.
- Grazie.
Le feci reclinare un po’ lo schienale del sedile. Si mise la mascherina, disse che l’aveva comprata a Venezia durante il carnevale, che aveva passato là con la sua famiglia.
- Se ci penso mi sento in colpa.
- Per quello che stiamo facendo?
- Sì. Non se lo meritano.
- Non stai facendo qualcosa contro di loro. Stai assecondando la tua natura. Hai il diritto di farlo.
- Forse.
Le dissi di iniziare a toccarsi, sotto la gonna. Lei non si fece pregare. Farlo per me la eccitava già molto, in fondo anch’io ero quasi uno sconosciuto.
Dopo un minuto scarso sussurrò: - Oddio, arriva qualcuno.
Presto lo vidi anch’io. Sembrava un uomo di una certa età, un po’ corpulento, con un giacchino leggero. Non gli vedevo la faccia. Si avvicinò, camminando piano. Cercava di capire se ci aveva visto giusto. Continuò ad avvicinarsi. Adesso a separarlo da Elke era solo la portiera.
- Abbassa il finestrino. Non smettere di accarezzarti.
Fece come le avevo detto. Il tizio le disse: - Ciao.
- Buonasera – rispose Elke.
- Stai registrando? – chiese lui, che aveva visto il cellulare.
- Sto facendo una diretta con un amico. Ti dispiace?
- No, se non registra – disse. Poi le chiese se poteva toccarla.
- Sì – disse Elke. Chiuse gli occhi. Lui allungò una mano e l’accarezzò sul seno, sopra il tessuto. Aveva una mano grossa e tozza. Dopo un po’ la infilò sotto la camicetta, che era adeguatamente sbottonata. Vedere la sua mano palpare il bianco, piccolo seno di Elke mi eccitava incredibilmente., anche se, al tempo stesso, sentivo una punta di sofferenza. Ovvero, di gelosia.
Poi spostò la mano in basso. Elke ritirò la sua e l’uomo la infilò fra le sue cosce. Non vedevo bene ma mi sembrava che la stesse accarezzando esternamente. Immaginavo i suoi polpastrelli che si inumidivano.
Lei portò la destra sul suo seno mentre la sinistra la allungò fuori dal finestrino, per toccare l’uomo. Cercava il suo sesso. Ma lui aveva deciso di lasciarlo dentro i pantaloni
Dopo un po’ sentii: Mh.
- Ti piace? – le chiesi, ricordandomi che potevo parlarle.
- Sì – sospirò.
L’uomo sembrava padrone della situazione. Continuava a lavorare di mano sotto il bordo della gonna, con metodo, con piccoli movimenti circolati. Ad un certo punto Elke sollevò il sedere, poi si risedette. Allargò di più le gambe. L’uomo si chinò. – Aaah – fece lei, inarcandosi. Doveva essere entrato, con un dito, o anche due.
Mi accorsi che dietro all’uomo stavano arrivando altre persone. Erano dei giovani, uno con gli occhiali. Studenti, forse, V. aveva una grossa università. Si tennero a rispettosa distanza. Ma si toccavano i cazzi, da sopra ai jeans.
Elke non li vedeva. Adesso muoveva il bacino incontro alla mano dell’uomo, che la stava scavando con le dita, strappandole altri gemiti e gridolini.
- Godi, bella, godi – le disse, ad un certo punto, con voce roca.
- Sì si, vengo, sì…vengo…oh, cazzo, ven-go…

Quando ebbe finito, l’uomo ritirò la mano. – Me l’hai lavata – disse.
Poi finalmente, con calma, si sbottonò la patta e tirò fuori il cazzo, bello grosso. Elke si sporre dal finestrino e si accorse degli altri due ragazzi. Non disse niente. L’uomo glielo infilò in bocca e Elke cominciò a lavorarselo, io adesso di lei vedevo solo la schiena, che copriva quasi tutta la visuale. Andò avanti almeno un paio di minuti, poi la sentii gemere: - Mmmmh…
La sua testa si fermò. Quindi riprese a andare avanti e indietro, più lentamente. L’uomo alla fine si ricompose. – Brava – le disse. – Ci vediamo.
Lei si passò il dorso della mano sulla bocca. Guardò i ragazzi, che nel frattempo si erano tirati fuori gli uccelli.
A questo punto si decise ad aprire lo sportello della macchina. Loro si avvicinarono, da quel che potevo vedere ne prese uno per mano, mentre le accarezzavano i seni. Poi cominciò a spompinarli, passando da uno all’altro. Andò avanti un bel po’, fin quando il primo, l’occhialuto, non le venne un po’ in bocca e, a quanto capivo, un po’ in faccia, e fra i capelli.
- Madonna – si lasciò sfuggire.
Quando lo ebbe svuotato si dedicò all’altro e fece venire anche lui, una mano alla base del pene e l’altra che gli accarezzava i testicoli.
Alla fine sollevò il viso. - Ciao – gli disse, si risedette al volante e chiuse la porta.
- Ti ritroviamo? – chiese uno.
- Eh vediamo.
Mise in moto e ripartì subito, per fermarsi poco dopo in una piazzola.
- Oddio, fammi ricomporre.
- Come va?
- Il sedile è fradicio.
Mi misi a ridere.
- Ridi, ridi. La prossima volta mi metto sotto un asciugamano.
Prese delle salviette umidificate e cominciò a passarsele sulla faccia. Poi anche fra i seni.
- Quello sembrava una fontana…
- Chi, il secondo?
- Sì. Mi sono dovuta tirare indietro perché se no mi soffocava ma ha continuato a zampillare…
- Oddio – le dissi – adesso vengo anch’io.
- Sì. Vieni. Pensa di venirmi addosso. Come vorrei che mi venissi addosso, adesso.

- La prossima volta - le dissi - devi andare fino in fondo.
- Lo faccio se mi accompagni.
scritto il
2026-04-03
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