La nuova
di
john coltrane
genere
confessioni
L’arrivo della nuova aveva fatto parlare il paese. Era sempre così. Di gente da fuori non ne arrivava molta, non eravamo un comune tanto turistico.
Inoltre, lei era sola. Mentre negli ultimi anni erano arrivate quasi esclusivamente coppie, tra cui quella formata da me e mia moglie, cinquantenni professionisti in burn out desiderosi di cambiare vita.
Carla aveva comprato una casa vicino alla nostra, sul margine del paese, dove la strada saliva verso i resti del castello e il bosco. La ristrutturò abbastanza velocemente, e dopo sei mesi era dentro. Venne anche a presentarsi. Un pomeriggio di maggio suonò alla nostra porta, con un vassoio in mano, pieno di dolci che aveva fatto lei, specialità friulane, disse.
Era giovane, piccolina, bianca di carnagione, i capelli corti, il viso luminoso. La parte più bella di lei era proprio il viso. E io, mentre parlava con Marta, in terrazza, sentivo un presentimento agitarsi nella pancia come un’anguilla. Quale presentimento? Quello che abbiamo sentito tutti, almeno una volta, se siamo umani: di avere di fronte una persona diversa dalle altre. Non la millesima conoscente, cliente, amica, non una delle tante figure intercambiabili nelle quali sbattiamo, per caso, in mattine e sere di cui non conserviamo traccia di ricordo, in viaggi, controviaggi, cene, conferenze, consulenze, no. Una persona a cui potremmo affezionarci.
- Simpatica – commentò mia moglie, quando se ne fu andata. Prese un altro biscotto, era il quarto: - Proprio buoni, Mi farò dare la ricetta.
Cosa ci aveva detto? Che era separata, senza figli. Che avrebbe affittato due stanze della sua casa ai turisti di passaggio. Che per il resto si sarebbe arrangiata con il telelavoro.
Quella notte mi giravo e rigiravo, infilzato nel dolce spiedo. Marta dormiva. Lentamente, infilai una mano dentro i pantaloni del pigiama. La mossi pianissimo, per non svegliarla. Sapevo che se fossi venuto avrei sporcato il pigiama ma non mi importava, era una vita che non lo facevo. Pensai alla nostra vicina, pensai di incontrarla su un sentiero in collina, durante una delle mie passeggiate mattutine. Pensai di scoparla contro un albero. Mi ritrovai la mano e la pancia piene di sperma.
Dalla finestra del bagno del secondo piano – la nostra casa si sviluppava su due piani, più la soffitta, come quasi tutte, in paese – potevo vedere il suo giardino. Aveva issato un ombrellone sul prato per tenere in ombra un tavolino, e il pomeriggio spesso si metteva lì fuori a leggere o a lavorare al pc. Erano passate ormai tre settimane da quando era venuta a trovarci. Non ci eravamo più visti, neanche nel piccolo supermercato.
Avevo un binocolo, retaggio del mio passato da montanaro. Iniziai ad usarlo per spiarla. Faceva caldo, dalle campagne il pomeriggio si levava un’orchestra di cicale, il loro frinire ci accompagnava fino a sera, e proseguiva, stordendoci.
Lei restava ore e ore sotto l’ombrellone. Addosso aveva sempre vestiti di lino o di cotone, aperti sul fianco. Percorrevo con gli occhi il suo polpaccio, quello rivolto nella mia direzione, sembrava di latte. A volte se accavallava la gamba scopriva la coscia fin quasi al fianco. Non riuscivo a capire se sotto portasse delle mutande, lo spacco nel vestito era generoso ma non abbastanza. Però avrei giurato di no.
Quando arrivava, uscendo dalla porta-finestra, con il computer e a volte una caraffa di acqua, o limonata, assieme a un bicchiere, i suoi piedi erano infilati in sandali di cuoio. Ma poi li liberava, appoggiandoli direttamente sull’erba. Il binocolo era abbastanza potente da permettermi di arrivare a conoscerli in breve tempo. Bianchi anch’essi, le dita ben proporzionate, le unghie a volte smaltate di rosso (in quei casi mi chiedevo se ci fosse una ragione particolare, forse un incontro, un uomo in arrivo?), altre volte naturali, o coperte da uno smalto madreperla. La lieve sporgenza dell’osso esterno, quello che precede l’avvallamento del piede, di cui ignoravo il nome. Il tallone, dalla pelle appena più spessa. E più su, la colonna sottile della caviglia, a reggere un polpaccio dal muscolo ben tornito, di donna che sapeva camminare (da montanaro, apprezzavo questo dettaglio in una donna che altrimenti avrei detto fragile, sedentaria, fatta più per le scrivanie e i letti che per i sentieri).
Certe sere il cielo si gonfiava e scaricava un diluvio d’acqua sulle colline. Altre volte tutto si fermava, anche le luci delle auto che, in lontananza, si arrampicavano su per la strada che portava al capoluogo, un comune distante una decina di chilometri, in parte circondato da mura medievali. Le nostre case erano un po’ isolate, i rumori – se ce n’erano, ad esempio le voci degli avventori dell’unico bar – giungevano ovattate o non le sentivamo proprio.
Cominciò a uscire la sera, dopo avere acceso la luce esterna. Si sedeva su un dondolo che aveva sistemato sotto una betulla, sul lato del giardino che guardava verso la mia casa. Spesso leggeva. Altre volte restava lì, semplicemente, forse aveva degli auricolari e ascoltava la musica, ma di questo non potevo essere sicuro. Era sempre sola, come se fosse piovuta dallo spazio.
Io la spiavo col mio binocolo, sperando che non se ne accorgesse.
Una volta la luna si accese in cielo con molto vigore, era come un sole freddo, illuminava ogni più piccolo dettaglio. Lei allungò le gambe. Mi sembrava che avesse chiuso gli occhi, e appoggiato la testa sullo schienale del dondolo. Rimase così, quasi immobile, come se dormisse o si fosse concentrata su un pensiero. Lentamente portò una mano fra le cosce, sotto l’orlo del vestito, Poi si alzò, lo sollevò dietro e si risedette. Adesso era libera. Allargò le gambe e risalì. Da così lontano, la scena mi sembrava quasi ferma. Potevo solo intuire il movimento della mano, e del bacino che le andava incontro. Il dondolo si muoveva impercettibilmente. Trattenendo il respiro, potevo sentirne il cigolio. O era una mia impressione. Mi chiedevo cosa avrei detto a mia moglie quando fossi tornato di sotto. Come giustificare il fatto di passare tanto tempo in bagno.
Ad un certo spunto si sporse in avanti, il corpo animato da una tensione improvvisa. Come se dovesse alzarsi, ma non si alzò. Strinse le cosce imprigionando la sua mano. Spalancò la bocca. Un verso di gola, animale. Tutto tremava.
Tre volte all’anno mia moglie saliva a Torino, a trovare i genitori. A volte andavo con lei. Non questa.
Andai a suonarle subito, il primo giorno che ero solo. Quando era venuta a trovarci aveva notato i nostri due gelsi e Marta le aveva detto che le avrebbe portato le more, quando fossero maturate.
È ciò che feci. Le raccolsi e gliele portai. Era rischioso, s’intende. Se mia moglie al suo ritorno l’avesse incontrata, e Carla le avesse detto quello che avevo fatto, si sarebbe insospettita. Ma nella vita bisogna assumersi dei rischi.
Raccolsi le more, che erano mature al punto giusto, le misi in un cestino e suonai alla sua porta.
Mi aprì con il telefono all’orecchio. Mi salutò con un cenno del capo, prima ancora di vedere le mie more, un po’ sorpresa, e mi fece segno di entrare.
- Ma così non può funzionare – stava dicendo, al telefono. – Io gliel’ho detto. Poi, se vuole, mi chiami.
Sempre a cenni, mi fece strada verso il giardino. Per la prima volta vedevo il suo soggiorno. Tanti libri, grande tv, un gatto (quello lo avevo già visto aggirarsi lì attorno). In giardino notai uno spazio che non era visibile dalla mia finestra: c’era uno stendino con sopra stese le sue robe, vestiti, magliette, mutande nere e bianche.
Si sedette su una sedia di fronte a un tavolino di ferro battuto, io feci lo stesso, e appoggiai lì sopra il mio piccolo cesto di more.
- Va bene, ora ti devo lasciare. Sì, diglielo, per favore. Va bene. Ciao, ciao.
Finalmente alzò gli occhi verso di me. Poi li spostò sulle more. – E queste? Grazie! Ma dai, siete stati di parola…
Ne prese una e se la mise in bocca. – Che buone.
Non mi chiese subito dove fosse mia moglie. Me lo chiese dopo, portando l’aperitivo, aveva proposto gin tonic e io avevo risposto che per me era perfetto.
Aveva un vestitino bianco, ancora più corto del solito. Sulle spalle la sua pelle candida aveva iniziato a prendere un leggero color caramello, forse un portato di tutte le ore che trascorreva all'aperto a lavorare o a leggere.
Non sembrava per niente in imbarazzo, neanche dopo che le ebbi spiegato che Marta era a Torino. Non mi chiese perché non avessi aspettato il suo ritorno. Andammo avanti a parlare e a bere per un’ora, e la cosa meravigliosa fu che uscimmo presto dalla secca dei discorsi di circostanza, cioè dai viaggi che avevamo fatto o dai film che avevamo visto. Le parole si fecero confidenziali. Mi accennò al suo matrimonio, non nascondendo che aveva avuto una relazione e il marito l’aveva scoperta. Non avevano superato la cosa.
- E l’altro? – le chiesi, guardandomi bene dall’esprimere un giudizio.
- Ma era solo una relazione, - rispose. Non avrebbe mai voluto costruire qualcosa con lui.
Concluse scrollando le spalle. - Siamo fatti così, non c’è storia.
- Così come?
- Così. Non siamo fatti per la fedeltà. Ma tutti vogliamo avere qualcuno con cui dividere la vita. O quasi tutti. – aggiunse – Io al momento sto bene da sola.
Sorrise. Le guardai i piedi, appoggiati sull’erba. Le ginocchia, le cosce che sparivano in un’ombra creata dal bordo del vestito. Era tutto a portata, a pochi centimetri da me. Le sue mani, piccole, un unico anellino ad un indice, non la fede. L’inizio del solco fra i seni, lucido per il sudore (era caldissimo, eravamo entrambi bagnati). Nessun tatuaggio in vista. Ma alcuni nei sulla pelle candida.
I nostri sguardi si incrociarono.
- Vuoi vedere la casa? – mi chiese. Nel frattempo eravamo passati al “tu”.
Un tuffo al cuore, con doppio carpiato.
- Certo.
Ma non iniziammo in camera da letto, né in salotto. Iniziammo in bagno. Quando me lo mostrò, rimasi sorpreso, era enorme, più dei nostri due messi assieme. Aveva una grande doccia, con il piatto in pietra e nessun aggeggio strano che usciva dal muro.
- Bellissimo – dissi.
- Ti piace?
Le misi una mano fra i capelli e avvicinai la mia bocca alla sua. Non si tirò indietro. Incontro di lingue e un po’ anche di denti. Saliva, gin tonico e more di gelso.
- Aspetta, aspetta – disse, dopo un po’, quando già avevo infilato una mano fra le sue gambe. – Fermati.
- Perché? – Accecato dal desiderio mi avvinghiai a lei, le strinsi il culo con una mano. Le di nuovo mi baciò, lingue che mulinavano nella saliva, poi fuori dalle bocche, come fruste, come ami, quant’era che non baciavo così? Eppure, c’era stato un tempo in cui avevo baciato così mia moglie.
Di nuovo si tirò indietro, mi respinse con entrambe le mani. – Basta, basta.
Ristetti, come instupidito, in attesa. Poi balzai avanti, mi infilai di nuovo con la mano sotto al vestito, e stavolta entrai nelle sue mutande, e in lei, con un unico movimento fluido, fu come entrare in una tazza di burro sciolto.
La scavai per un po’, Carla stretta a me, adesso. Poi mi strinse le spalle, mi parlò all’orecchio, con voce rauca: - Aspetta. Vuoi farti una doccia?
Io avrei risposto di no. Ma intuii che voleva dire: assieme.
Infatti iniziò a sciogliermi la cintura, mi sbottonò i pantaloni, si chinò e me li tirò giù assieme agli slip. Il mio sesso scattò come una molla. Lei lo prese in mano e se lo portò alla bocca. Quindi si rimise in piedi.
- Toglimi il vestito – ordinò, girandosi.
Glielo sbottonai, finì ai suoi piedi. Lei si tolse subito anche le mutande, bianche. La spinsi contro il muro, la volevo. Entrati da dietro con due dita. La strada era aperta. Avvicinai la punta del cazzo al suo solco, che luccicava.
- No, aspetta, aspetta…
Riuscì a girarsi e mi trascinò sotto la doccia. L’aprì, il getto di acqua fredda ci prese in pieno, prima di iniziare a intiepidirsi, mentre lei, spruzzata una generosa dose di sapone sulle mani, me le passava sul petto, sulla pancia, sulle gambe. Trovò il foro dell’ano e introdusse piano un dito, facendomi sussultare, poi lo tolse. Io, dopo essere rimasto un po’ immobile, ricambiai le sue attenzioni. Le mie dita scivolarono sui suoi seni perfetti, rotondi, piccoli, e poi dentro entrambi i suoi buchi, forse facendola venire, non so, affondò il viso sul mio petto, la bocca spalancata che si riempiva d’acqua. Poi afferrò il mio sesso e mosse veloce le mani, Con pochi colpi schizzai il mio seme sulla sua pancia, a lungo, svuotandomi.
Uscimmo grondanti, e per il momento placati. Ci asciugammo a vicenda, i capelli poco, il resto con più attenzione. Ci sdraiammo sul suo letto rimanendo in silenzio, immersi nel frinire delle cicale, avvolti dal silenzio della casa. Due corpi nudi, sconosciuti, esausti nel calore estivo, già di nuovo bagnati.
Avevo capito il suo gioco del rimandare. Non c’era fretta. Avevamo tutto il tempo di conoscerci.
E così fu. Mi mossi quando sentii il mio sesso cominciare a gonfiarsi di nuovo. Le allargai le cosce, ecco la sua fica, era depilata, era piccola, come il resto di lei, una perfetta conchiglia che si apriva, e io bevvi a volontà il suo succo. Venne molto presto. Lasciai che si calmasse e poi ripresi, facendola godere un’altra volta. Ero abituato a Marta che ci impiegava almeno venti minuti, non mi sembrava vero che lei fosse così. Entrambe le volte si inarcò, premendo la vagina contro la mia faccia, gridando a scatti, ah, ah.
Non avevo preservativi, e glielo dissi. Mi guardò un po’ delusa. Aprì il cassetto del comodino, ne aveva lei. Ne scartò uno e si avvicinò per vestirmi.
- Mi arrangio io – dissi.
- Eh no, a questo punto voglio farlo io.
Da come me lo srotolò lungo l’asta capii che era esperta. Restò in contemplazione del lavoro, poi mi accarezzò sotto i testicoli.
- Come mi vuoi?
Le afferrai le gambe sbilanciandola. La volevo e basta, volevo le sue cosce attorno ai miei fianchi. Mi inginocchiai fra le sue gambe. Entrai subito, togliendole il respiro. Ormai cominciavo un po’ a conoscerla e cercai di ritardare fin quando, come prima, non mi accorsi che stava per raggiungere l’orgasmo. Lei mi incitò: - Vieni adesso, adesso…
Poi si sollevò, quasi disarcionandomi, e io esplosi nel preservativo.
- Quanti uomini hai avuto?
Le domande delle prime volte. Le confessioni della penombra, quando delle persone a cui diamo piacere, e da cui riceviamo piacere, non sappiamo quasi nulla.
- Non li conto.
Risposta scontata. – Ma più o meno?
- Una cinquantina, almeno.
- Però.
- Ho iniziato presto. A volte sono stati più di uno nella stessa…sessione.
Verità? Vanterie? Non sapevo.
- E tu? Quante donne?
- Tre.
- Solo?
- Solo.
- Ma…più me?
- No. Tu sei la terza.
- Ah.
MI accarezzò il viso. – Sei un marito fedele.
- Ho avuto solo una ragazza prima di mia moglie, e poi con lei, sì, sono stato un marito fedele.
- Che bravo. Pensavo, quando ti ho visto, qui, da solo, con le more in mano, che fossi abituato a sedurre le sconosciute.
- Immagino. Non so neanch’io come ho fatto.
- Comunque, sei bravo.
La notte era scesa, fuori, portando un po’ di sollievo alla terra, alle piante, anche agli animali. Due cani stavano abbaiando, lontano, si parlavano, o forse si sfidavano, attraverso il buio, esasperati anche loro dal calore estivo, dall’immobilità dell’estate in quelle colline lontano dal mare.
Portò qualcosa da mangiare a letto, assieme a dell’acqua.
Poi me lo prese in bocca, a riposo, attese che diventasse duro, faceva tutto come se ci fosse tutto il tempo del mondo, il che mi piaceva moltissimo. Le dissi che anch’io volevo qualcosa da baciare e si mise a cavalcioni sopra di me. 69, che posizione meravigliosa, questo reciproco dare e avere.
Adesso sapevo di poter durare molto. Dopo avere leccato quella fica liscia, per la terza volta, trovai l’ano e mi lanciai in esplorazione. Mi piaceva il suo sapore. Sapeva…di buono. Dopo un po’ la sentii gemere. Quindi si tolse il mio cazzo dalla bocca e mi parlò: - Vuoi farlo?
- Sì. Sì.
Non si mosse, era già in posizione. Mi sfilai io da sotto di lei. Guidai il mio sesso e per l’urgenza del desiderio spinsi subito, strappandole in grido. Ma non mi disse di fare piano. Aspettò che mi facessi strada fino in fondo, mentre con una mano cercavo di accarezzarla davanti. Quando mi sembrò di averla aperta, di avere raggiunto la meta, iniziai a muovermi.
- Vieni dentro, vieni dentro… - mi incitava.
- Sì – soffiai, quando le riempii il retto con quello che mi restava nei testicoli.
Mi propose di dormire lì. Non c’era bisogno che tornassi a casa mia. – Non diventerà un’abitudine – aggiunse, sorniona. – Anzi, facciamo un patto: quando torna tua moglie, finisce. Va bene?
- Va bene – l’accontentai. Tanto sapevo che non era vero. Ero già drogato di Carla, del suo corpo, dei suoi orgasmi, dei suoi umori. Aveva avuto su di me l’effetto di una dose di eroina definitiva. Sentivo la dipendenza dentro di me, la sentivo nel mio sesso e, peggio ancora, nella mia pancia, nel mio cuore, nel mio cervello. L’idea che potesse finire quello che era iniziato solo da poche ore mi sembrava inconcepibile.
La mattina lo facemmo di nuovo, lei me lo vestì, poi salì sopra di me, lasciando che le mie mani la percorressero. Mi mise un dito in bocca, poi due. Trovò la strada e mi penetrò dietro, con un dito, sempre restando impalata sopra, ero sgomento, non l’avevo mai fatto, ma sentii il cazzo farsi di marmo e il piacere schizzarmi su dalla colonna vertebrale, per poi avvolgermi, da tutti i lati.
Quando si sfilò da me, non scese subito. Si sdraiò sul mio corpo, facendo aderire ogni sua parte alla mia. Piedi contro piedi, ginocchia contro ginocchia, pance contro pance, petti contro petti. Aravamo due salamandre che mescolavano i loro sali, mentre fuori si sentivano le auto di quelli che andavano al lavoro, il battere e levare di un cantiere non distante da noi, con i suoi martelli, le sue leve.
- Ti è piaciuto?
- Sì. Mi piace tutto quello che faccio con te.
- Meno male. Senti, non mi va tanto questa cosa del preservativo. Sei bravo a controllarti?
- Credo di sì.
- La prossima volta lo faremo senza. Voglio che mi vieni addosso. O in bocca, se preferisci.
- Non vedo l’ora.
- Magari stasera. Quando torna tua moglie?
- Domenica.
- Abbiamo tre giorni. Bene. Adesso se vuoi ti preparo un caffè, però poi devo mettermi al lavoro.
Tornai alla mia casa come Ulisse, mi sembrava di essere stato via dieci anni. Riscoprivo le cose che conoscevo già, il letto, i vestiti sulla spalliera della sedia, il mio rasoio da barba in bagno, scarpe di Marta rimaste fuori dalla scarpiera. Davvero era roba mia?
Mi affacciai dalla finestra del bagno. Era strano vedere Carla al solito tavolino, con il pc davanti a sé, il gatto che inseguiva le farfalle. Strano e incredibile pensare a come ero entrato in lei, e lei in me, se è per questo. A tutte le cose che ancora potevamo scoprire.
Ma la giornata era lunga. Dovevo cercare di tenermi impegnato. Altrimenti l’avrei pensata tutto il tempo, l’avrei spiata tutto il tempo. Mi sarei ammalato di lei.
Solo per chiacchierare: coltranejohn39@gmail.com
Inoltre, lei era sola. Mentre negli ultimi anni erano arrivate quasi esclusivamente coppie, tra cui quella formata da me e mia moglie, cinquantenni professionisti in burn out desiderosi di cambiare vita.
Carla aveva comprato una casa vicino alla nostra, sul margine del paese, dove la strada saliva verso i resti del castello e il bosco. La ristrutturò abbastanza velocemente, e dopo sei mesi era dentro. Venne anche a presentarsi. Un pomeriggio di maggio suonò alla nostra porta, con un vassoio in mano, pieno di dolci che aveva fatto lei, specialità friulane, disse.
Era giovane, piccolina, bianca di carnagione, i capelli corti, il viso luminoso. La parte più bella di lei era proprio il viso. E io, mentre parlava con Marta, in terrazza, sentivo un presentimento agitarsi nella pancia come un’anguilla. Quale presentimento? Quello che abbiamo sentito tutti, almeno una volta, se siamo umani: di avere di fronte una persona diversa dalle altre. Non la millesima conoscente, cliente, amica, non una delle tante figure intercambiabili nelle quali sbattiamo, per caso, in mattine e sere di cui non conserviamo traccia di ricordo, in viaggi, controviaggi, cene, conferenze, consulenze, no. Una persona a cui potremmo affezionarci.
- Simpatica – commentò mia moglie, quando se ne fu andata. Prese un altro biscotto, era il quarto: - Proprio buoni, Mi farò dare la ricetta.
Cosa ci aveva detto? Che era separata, senza figli. Che avrebbe affittato due stanze della sua casa ai turisti di passaggio. Che per il resto si sarebbe arrangiata con il telelavoro.
Quella notte mi giravo e rigiravo, infilzato nel dolce spiedo. Marta dormiva. Lentamente, infilai una mano dentro i pantaloni del pigiama. La mossi pianissimo, per non svegliarla. Sapevo che se fossi venuto avrei sporcato il pigiama ma non mi importava, era una vita che non lo facevo. Pensai alla nostra vicina, pensai di incontrarla su un sentiero in collina, durante una delle mie passeggiate mattutine. Pensai di scoparla contro un albero. Mi ritrovai la mano e la pancia piene di sperma.
Dalla finestra del bagno del secondo piano – la nostra casa si sviluppava su due piani, più la soffitta, come quasi tutte, in paese – potevo vedere il suo giardino. Aveva issato un ombrellone sul prato per tenere in ombra un tavolino, e il pomeriggio spesso si metteva lì fuori a leggere o a lavorare al pc. Erano passate ormai tre settimane da quando era venuta a trovarci. Non ci eravamo più visti, neanche nel piccolo supermercato.
Avevo un binocolo, retaggio del mio passato da montanaro. Iniziai ad usarlo per spiarla. Faceva caldo, dalle campagne il pomeriggio si levava un’orchestra di cicale, il loro frinire ci accompagnava fino a sera, e proseguiva, stordendoci.
Lei restava ore e ore sotto l’ombrellone. Addosso aveva sempre vestiti di lino o di cotone, aperti sul fianco. Percorrevo con gli occhi il suo polpaccio, quello rivolto nella mia direzione, sembrava di latte. A volte se accavallava la gamba scopriva la coscia fin quasi al fianco. Non riuscivo a capire se sotto portasse delle mutande, lo spacco nel vestito era generoso ma non abbastanza. Però avrei giurato di no.
Quando arrivava, uscendo dalla porta-finestra, con il computer e a volte una caraffa di acqua, o limonata, assieme a un bicchiere, i suoi piedi erano infilati in sandali di cuoio. Ma poi li liberava, appoggiandoli direttamente sull’erba. Il binocolo era abbastanza potente da permettermi di arrivare a conoscerli in breve tempo. Bianchi anch’essi, le dita ben proporzionate, le unghie a volte smaltate di rosso (in quei casi mi chiedevo se ci fosse una ragione particolare, forse un incontro, un uomo in arrivo?), altre volte naturali, o coperte da uno smalto madreperla. La lieve sporgenza dell’osso esterno, quello che precede l’avvallamento del piede, di cui ignoravo il nome. Il tallone, dalla pelle appena più spessa. E più su, la colonna sottile della caviglia, a reggere un polpaccio dal muscolo ben tornito, di donna che sapeva camminare (da montanaro, apprezzavo questo dettaglio in una donna che altrimenti avrei detto fragile, sedentaria, fatta più per le scrivanie e i letti che per i sentieri).
Certe sere il cielo si gonfiava e scaricava un diluvio d’acqua sulle colline. Altre volte tutto si fermava, anche le luci delle auto che, in lontananza, si arrampicavano su per la strada che portava al capoluogo, un comune distante una decina di chilometri, in parte circondato da mura medievali. Le nostre case erano un po’ isolate, i rumori – se ce n’erano, ad esempio le voci degli avventori dell’unico bar – giungevano ovattate o non le sentivamo proprio.
Cominciò a uscire la sera, dopo avere acceso la luce esterna. Si sedeva su un dondolo che aveva sistemato sotto una betulla, sul lato del giardino che guardava verso la mia casa. Spesso leggeva. Altre volte restava lì, semplicemente, forse aveva degli auricolari e ascoltava la musica, ma di questo non potevo essere sicuro. Era sempre sola, come se fosse piovuta dallo spazio.
Io la spiavo col mio binocolo, sperando che non se ne accorgesse.
Una volta la luna si accese in cielo con molto vigore, era come un sole freddo, illuminava ogni più piccolo dettaglio. Lei allungò le gambe. Mi sembrava che avesse chiuso gli occhi, e appoggiato la testa sullo schienale del dondolo. Rimase così, quasi immobile, come se dormisse o si fosse concentrata su un pensiero. Lentamente portò una mano fra le cosce, sotto l’orlo del vestito, Poi si alzò, lo sollevò dietro e si risedette. Adesso era libera. Allargò le gambe e risalì. Da così lontano, la scena mi sembrava quasi ferma. Potevo solo intuire il movimento della mano, e del bacino che le andava incontro. Il dondolo si muoveva impercettibilmente. Trattenendo il respiro, potevo sentirne il cigolio. O era una mia impressione. Mi chiedevo cosa avrei detto a mia moglie quando fossi tornato di sotto. Come giustificare il fatto di passare tanto tempo in bagno.
Ad un certo spunto si sporse in avanti, il corpo animato da una tensione improvvisa. Come se dovesse alzarsi, ma non si alzò. Strinse le cosce imprigionando la sua mano. Spalancò la bocca. Un verso di gola, animale. Tutto tremava.
Tre volte all’anno mia moglie saliva a Torino, a trovare i genitori. A volte andavo con lei. Non questa.
Andai a suonarle subito, il primo giorno che ero solo. Quando era venuta a trovarci aveva notato i nostri due gelsi e Marta le aveva detto che le avrebbe portato le more, quando fossero maturate.
È ciò che feci. Le raccolsi e gliele portai. Era rischioso, s’intende. Se mia moglie al suo ritorno l’avesse incontrata, e Carla le avesse detto quello che avevo fatto, si sarebbe insospettita. Ma nella vita bisogna assumersi dei rischi.
Raccolsi le more, che erano mature al punto giusto, le misi in un cestino e suonai alla sua porta.
Mi aprì con il telefono all’orecchio. Mi salutò con un cenno del capo, prima ancora di vedere le mie more, un po’ sorpresa, e mi fece segno di entrare.
- Ma così non può funzionare – stava dicendo, al telefono. – Io gliel’ho detto. Poi, se vuole, mi chiami.
Sempre a cenni, mi fece strada verso il giardino. Per la prima volta vedevo il suo soggiorno. Tanti libri, grande tv, un gatto (quello lo avevo già visto aggirarsi lì attorno). In giardino notai uno spazio che non era visibile dalla mia finestra: c’era uno stendino con sopra stese le sue robe, vestiti, magliette, mutande nere e bianche.
Si sedette su una sedia di fronte a un tavolino di ferro battuto, io feci lo stesso, e appoggiai lì sopra il mio piccolo cesto di more.
- Va bene, ora ti devo lasciare. Sì, diglielo, per favore. Va bene. Ciao, ciao.
Finalmente alzò gli occhi verso di me. Poi li spostò sulle more. – E queste? Grazie! Ma dai, siete stati di parola…
Ne prese una e se la mise in bocca. – Che buone.
Non mi chiese subito dove fosse mia moglie. Me lo chiese dopo, portando l’aperitivo, aveva proposto gin tonic e io avevo risposto che per me era perfetto.
Aveva un vestitino bianco, ancora più corto del solito. Sulle spalle la sua pelle candida aveva iniziato a prendere un leggero color caramello, forse un portato di tutte le ore che trascorreva all'aperto a lavorare o a leggere.
Non sembrava per niente in imbarazzo, neanche dopo che le ebbi spiegato che Marta era a Torino. Non mi chiese perché non avessi aspettato il suo ritorno. Andammo avanti a parlare e a bere per un’ora, e la cosa meravigliosa fu che uscimmo presto dalla secca dei discorsi di circostanza, cioè dai viaggi che avevamo fatto o dai film che avevamo visto. Le parole si fecero confidenziali. Mi accennò al suo matrimonio, non nascondendo che aveva avuto una relazione e il marito l’aveva scoperta. Non avevano superato la cosa.
- E l’altro? – le chiesi, guardandomi bene dall’esprimere un giudizio.
- Ma era solo una relazione, - rispose. Non avrebbe mai voluto costruire qualcosa con lui.
Concluse scrollando le spalle. - Siamo fatti così, non c’è storia.
- Così come?
- Così. Non siamo fatti per la fedeltà. Ma tutti vogliamo avere qualcuno con cui dividere la vita. O quasi tutti. – aggiunse – Io al momento sto bene da sola.
Sorrise. Le guardai i piedi, appoggiati sull’erba. Le ginocchia, le cosce che sparivano in un’ombra creata dal bordo del vestito. Era tutto a portata, a pochi centimetri da me. Le sue mani, piccole, un unico anellino ad un indice, non la fede. L’inizio del solco fra i seni, lucido per il sudore (era caldissimo, eravamo entrambi bagnati). Nessun tatuaggio in vista. Ma alcuni nei sulla pelle candida.
I nostri sguardi si incrociarono.
- Vuoi vedere la casa? – mi chiese. Nel frattempo eravamo passati al “tu”.
Un tuffo al cuore, con doppio carpiato.
- Certo.
Ma non iniziammo in camera da letto, né in salotto. Iniziammo in bagno. Quando me lo mostrò, rimasi sorpreso, era enorme, più dei nostri due messi assieme. Aveva una grande doccia, con il piatto in pietra e nessun aggeggio strano che usciva dal muro.
- Bellissimo – dissi.
- Ti piace?
Le misi una mano fra i capelli e avvicinai la mia bocca alla sua. Non si tirò indietro. Incontro di lingue e un po’ anche di denti. Saliva, gin tonico e more di gelso.
- Aspetta, aspetta – disse, dopo un po’, quando già avevo infilato una mano fra le sue gambe. – Fermati.
- Perché? – Accecato dal desiderio mi avvinghiai a lei, le strinsi il culo con una mano. Le di nuovo mi baciò, lingue che mulinavano nella saliva, poi fuori dalle bocche, come fruste, come ami, quant’era che non baciavo così? Eppure, c’era stato un tempo in cui avevo baciato così mia moglie.
Di nuovo si tirò indietro, mi respinse con entrambe le mani. – Basta, basta.
Ristetti, come instupidito, in attesa. Poi balzai avanti, mi infilai di nuovo con la mano sotto al vestito, e stavolta entrai nelle sue mutande, e in lei, con un unico movimento fluido, fu come entrare in una tazza di burro sciolto.
La scavai per un po’, Carla stretta a me, adesso. Poi mi strinse le spalle, mi parlò all’orecchio, con voce rauca: - Aspetta. Vuoi farti una doccia?
Io avrei risposto di no. Ma intuii che voleva dire: assieme.
Infatti iniziò a sciogliermi la cintura, mi sbottonò i pantaloni, si chinò e me li tirò giù assieme agli slip. Il mio sesso scattò come una molla. Lei lo prese in mano e se lo portò alla bocca. Quindi si rimise in piedi.
- Toglimi il vestito – ordinò, girandosi.
Glielo sbottonai, finì ai suoi piedi. Lei si tolse subito anche le mutande, bianche. La spinsi contro il muro, la volevo. Entrati da dietro con due dita. La strada era aperta. Avvicinai la punta del cazzo al suo solco, che luccicava.
- No, aspetta, aspetta…
Riuscì a girarsi e mi trascinò sotto la doccia. L’aprì, il getto di acqua fredda ci prese in pieno, prima di iniziare a intiepidirsi, mentre lei, spruzzata una generosa dose di sapone sulle mani, me le passava sul petto, sulla pancia, sulle gambe. Trovò il foro dell’ano e introdusse piano un dito, facendomi sussultare, poi lo tolse. Io, dopo essere rimasto un po’ immobile, ricambiai le sue attenzioni. Le mie dita scivolarono sui suoi seni perfetti, rotondi, piccoli, e poi dentro entrambi i suoi buchi, forse facendola venire, non so, affondò il viso sul mio petto, la bocca spalancata che si riempiva d’acqua. Poi afferrò il mio sesso e mosse veloce le mani, Con pochi colpi schizzai il mio seme sulla sua pancia, a lungo, svuotandomi.
Uscimmo grondanti, e per il momento placati. Ci asciugammo a vicenda, i capelli poco, il resto con più attenzione. Ci sdraiammo sul suo letto rimanendo in silenzio, immersi nel frinire delle cicale, avvolti dal silenzio della casa. Due corpi nudi, sconosciuti, esausti nel calore estivo, già di nuovo bagnati.
Avevo capito il suo gioco del rimandare. Non c’era fretta. Avevamo tutto il tempo di conoscerci.
E così fu. Mi mossi quando sentii il mio sesso cominciare a gonfiarsi di nuovo. Le allargai le cosce, ecco la sua fica, era depilata, era piccola, come il resto di lei, una perfetta conchiglia che si apriva, e io bevvi a volontà il suo succo. Venne molto presto. Lasciai che si calmasse e poi ripresi, facendola godere un’altra volta. Ero abituato a Marta che ci impiegava almeno venti minuti, non mi sembrava vero che lei fosse così. Entrambe le volte si inarcò, premendo la vagina contro la mia faccia, gridando a scatti, ah, ah.
Non avevo preservativi, e glielo dissi. Mi guardò un po’ delusa. Aprì il cassetto del comodino, ne aveva lei. Ne scartò uno e si avvicinò per vestirmi.
- Mi arrangio io – dissi.
- Eh no, a questo punto voglio farlo io.
Da come me lo srotolò lungo l’asta capii che era esperta. Restò in contemplazione del lavoro, poi mi accarezzò sotto i testicoli.
- Come mi vuoi?
Le afferrai le gambe sbilanciandola. La volevo e basta, volevo le sue cosce attorno ai miei fianchi. Mi inginocchiai fra le sue gambe. Entrai subito, togliendole il respiro. Ormai cominciavo un po’ a conoscerla e cercai di ritardare fin quando, come prima, non mi accorsi che stava per raggiungere l’orgasmo. Lei mi incitò: - Vieni adesso, adesso…
Poi si sollevò, quasi disarcionandomi, e io esplosi nel preservativo.
- Quanti uomini hai avuto?
Le domande delle prime volte. Le confessioni della penombra, quando delle persone a cui diamo piacere, e da cui riceviamo piacere, non sappiamo quasi nulla.
- Non li conto.
Risposta scontata. – Ma più o meno?
- Una cinquantina, almeno.
- Però.
- Ho iniziato presto. A volte sono stati più di uno nella stessa…sessione.
Verità? Vanterie? Non sapevo.
- E tu? Quante donne?
- Tre.
- Solo?
- Solo.
- Ma…più me?
- No. Tu sei la terza.
- Ah.
MI accarezzò il viso. – Sei un marito fedele.
- Ho avuto solo una ragazza prima di mia moglie, e poi con lei, sì, sono stato un marito fedele.
- Che bravo. Pensavo, quando ti ho visto, qui, da solo, con le more in mano, che fossi abituato a sedurre le sconosciute.
- Immagino. Non so neanch’io come ho fatto.
- Comunque, sei bravo.
La notte era scesa, fuori, portando un po’ di sollievo alla terra, alle piante, anche agli animali. Due cani stavano abbaiando, lontano, si parlavano, o forse si sfidavano, attraverso il buio, esasperati anche loro dal calore estivo, dall’immobilità dell’estate in quelle colline lontano dal mare.
Portò qualcosa da mangiare a letto, assieme a dell’acqua.
Poi me lo prese in bocca, a riposo, attese che diventasse duro, faceva tutto come se ci fosse tutto il tempo del mondo, il che mi piaceva moltissimo. Le dissi che anch’io volevo qualcosa da baciare e si mise a cavalcioni sopra di me. 69, che posizione meravigliosa, questo reciproco dare e avere.
Adesso sapevo di poter durare molto. Dopo avere leccato quella fica liscia, per la terza volta, trovai l’ano e mi lanciai in esplorazione. Mi piaceva il suo sapore. Sapeva…di buono. Dopo un po’ la sentii gemere. Quindi si tolse il mio cazzo dalla bocca e mi parlò: - Vuoi farlo?
- Sì. Sì.
Non si mosse, era già in posizione. Mi sfilai io da sotto di lei. Guidai il mio sesso e per l’urgenza del desiderio spinsi subito, strappandole in grido. Ma non mi disse di fare piano. Aspettò che mi facessi strada fino in fondo, mentre con una mano cercavo di accarezzarla davanti. Quando mi sembrò di averla aperta, di avere raggiunto la meta, iniziai a muovermi.
- Vieni dentro, vieni dentro… - mi incitava.
- Sì – soffiai, quando le riempii il retto con quello che mi restava nei testicoli.
Mi propose di dormire lì. Non c’era bisogno che tornassi a casa mia. – Non diventerà un’abitudine – aggiunse, sorniona. – Anzi, facciamo un patto: quando torna tua moglie, finisce. Va bene?
- Va bene – l’accontentai. Tanto sapevo che non era vero. Ero già drogato di Carla, del suo corpo, dei suoi orgasmi, dei suoi umori. Aveva avuto su di me l’effetto di una dose di eroina definitiva. Sentivo la dipendenza dentro di me, la sentivo nel mio sesso e, peggio ancora, nella mia pancia, nel mio cuore, nel mio cervello. L’idea che potesse finire quello che era iniziato solo da poche ore mi sembrava inconcepibile.
La mattina lo facemmo di nuovo, lei me lo vestì, poi salì sopra di me, lasciando che le mie mani la percorressero. Mi mise un dito in bocca, poi due. Trovò la strada e mi penetrò dietro, con un dito, sempre restando impalata sopra, ero sgomento, non l’avevo mai fatto, ma sentii il cazzo farsi di marmo e il piacere schizzarmi su dalla colonna vertebrale, per poi avvolgermi, da tutti i lati.
Quando si sfilò da me, non scese subito. Si sdraiò sul mio corpo, facendo aderire ogni sua parte alla mia. Piedi contro piedi, ginocchia contro ginocchia, pance contro pance, petti contro petti. Aravamo due salamandre che mescolavano i loro sali, mentre fuori si sentivano le auto di quelli che andavano al lavoro, il battere e levare di un cantiere non distante da noi, con i suoi martelli, le sue leve.
- Ti è piaciuto?
- Sì. Mi piace tutto quello che faccio con te.
- Meno male. Senti, non mi va tanto questa cosa del preservativo. Sei bravo a controllarti?
- Credo di sì.
- La prossima volta lo faremo senza. Voglio che mi vieni addosso. O in bocca, se preferisci.
- Non vedo l’ora.
- Magari stasera. Quando torna tua moglie?
- Domenica.
- Abbiamo tre giorni. Bene. Adesso se vuoi ti preparo un caffè, però poi devo mettermi al lavoro.
Tornai alla mia casa come Ulisse, mi sembrava di essere stato via dieci anni. Riscoprivo le cose che conoscevo già, il letto, i vestiti sulla spalliera della sedia, il mio rasoio da barba in bagno, scarpe di Marta rimaste fuori dalla scarpiera. Davvero era roba mia?
Mi affacciai dalla finestra del bagno. Era strano vedere Carla al solito tavolino, con il pc davanti a sé, il gatto che inseguiva le farfalle. Strano e incredibile pensare a come ero entrato in lei, e lei in me, se è per questo. A tutte le cose che ancora potevamo scoprire.
Ma la giornata era lunga. Dovevo cercare di tenermi impegnato. Altrimenti l’avrei pensata tutto il tempo, l’avrei spiata tutto il tempo. Mi sarei ammalato di lei.
Solo per chiacchierare: coltranejohn39@gmail.com
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