Singolare invito
di
john coltrane
genere
trio
- Ciao – mi ha detto John, dandomi subito del tu, anche se avevo il doppio dei suoi anni.
Era proprio lui, il figlio di Umberto, un mio carissimo amico che purtroppo nel frattempo se n’era definitivamente andato. L’avevo visto da bambino, quando frequentavo la casa di Umberto e della sua compagna, Anita, un’italo-americana che aveva insistito per dargli quel nome. L’avevo visto crescere.
Poi, quando aveva forse quattordici, quindici anni, avevo cambiato città, perdendo di vista lui e anche i suoi genitori.
Ed eccolo. Biondo, come allora, con i riccioli naturali che ricordavo, e che aveva conservato. Atletico. Aveva anche lo stesso sorriso di quand’era ragazzo, timido ma al tempo stesso audace, se può significare qualcosa, un po’ tremolante, come chi sta per buttarsi in piscina dal trampolino dei 10 metri e non è certo di fare bene, ma ci prova.
Io ero lì per un convegno. Dovevo fare una relazione. Mi sarei fermato fino a domenica, coglievo l’occasione per rivedere la mia città d’origine.
- Allora è vero quello che si dice: che la vostra è una generazione di sessantenni che ne dimostrano al massimo quarantacinque!
Ho annuito, era il mio turno di sorridere.
Alle sue spalle vedevo una donna. Alta, magra, con lunghi capelli castani, leggermente mossi. Sembrava una modella. Era attorniata da uomini, che teneva a bada sgranando gli occhi e dicendo qualcosa di spiritoso, probabilmente, visto che loro annuivano compiaciuti.
- Ti presento mia moglie Irene - ha detto lui, fendendo quella piccola folla.
I nostri occhi si sono incontrati. Le ho stretto la mano. Che strano, ho pensato, in un lampo. Cosa? La sensazione che ho provato, di stare subendo un velocissimo esame sessuale. Sensazione che di solito devono provare le donne, quando incontrano un uomo.
- Piacere. Sono Vincenzo, un vecchio amico di Umberto.
- La sua fama la precede, professore – ha annuito lei. – Avevamo letto il suo nome fra i relatori.
- Grazie. Allora…spero che potrà…che potrete trovare interessante la mia relazione.
- Ne sono sicura.
John mi raggiunse a fine lavori, mentre stavo avviandomi agli ascensori che portavano al parcheggio sotterraneo, dove avevo lasciato la macchina.
- Perché non vieni a cena da noi una di queste sere?
Non mi aspettavo tanto. In fondo non eravamo propriamente “amici”, ero stato l’amico del padre. Stavo per rispondere che davvero non credevo di farcela, quando ha aggiunto: - Devo avvisarti di una cosa: io e Irene siamo una coppia un po’ particolare. Ma credo che un fine sociologo come te non si farebbe impressionare troppo.
- A questo punto sono curioso.
- Hai un biglietto?
Gli passai il mio biglietto da visita, anche se per la verità mi sentivo più intimorito che incuriosito.
- Va bene. Ti scrivo stasera. Ti andrebbe bene domani?
Era uno strano invito e per accettarlo dovevo fare saltare un’altra cena, con dei colleghi delle varie università coinvolte nel convegno. Ma qualcosa mi diceva che per una volta avrei dovuto accettarne le incognite, quali che fossero. Poi forse John aveva esagerato. Cosa significava coppia particolare? Poteva alludere a qualsiasi cosa.
In ogni caso, la sera dopo, alle 8 in punto, salivo verso il quarto piano di quel palazzo, dicendomi che se una coppia giovane poteva permettersi di vivere in un posto così signorile evidentemente se la passava bene. Mi dicevo anche di non esagerare con le aspettative: probabilmente il tutto si sarebbe tradotto in una cena come tante, magari solo con qualche cibo un po’ esotico.
Suonai.
Venne ad aprirmi Irene. Emanava un fascino indefinibile, che andava al di là della pura bellezza. Forse a causa della pelle bianchissima, degli occhi verdi, indagatori, del trucco appena accennato, come una polvere fine che si fosse depositata delicatamente sul suo viso. Delle mani dalle dita lunghe, eppure sprovviste di orpelli, a parte un piccolo anello in ciascuno degli anulari…
Indossava un vestito color sabbia, scollato, sandali ai piedi. Tutto qui. Si avvicinò baciandomi su entrambe le guance.
- Benvenuto. Puntualissimo.
- Un’altra delle doti nella mia generazione?
- Chissà…
Le diedi il vino che avevo portato con me, e che lei appoggiò distrattamente su un tavolinetto, accanto a un vecchio telefono a filo, senza dubbio un oggetto di puro decoro. Mi feci condurre attraverso una vasta anticamera, fino ad una porta che dava su una stanza arredata con gusto barocco, illuminata da luci basse.
Ovviamente mi fermai sulla soglia, avendo visto quello che non mi sarei mai aspettato. Ai piedi di un divano riccamente imbottito, sdraiato su un tappeto spesso, c’era John.
L’unico capo di abbigliamento che portava erano dei pantaloni larghi, neri, in stile turco, o comunque orientale. Dalla cintola in su era nudo. Ma non era quella l’unica stranezza. Una benda, anch’essa nera, che gli copriva gli occhi.
Irene lo scavalcò stando attenta a non pestarlo, e si sedette sul divano. Mi fece segno di accomodarmi di fianco a lei. Poi si tolse i sandali e posò le piante dei piedi sul petto di John, come se niente fosse.
A questo punto mi chiesi se non facevo meglio ad andarmene. Ma c’era quella vicina, che mi stava sussurrando, nella testa: stai per vivere un’esperienza che ricorderai per sempre nella vita. Già quello che stai vedendo adesso lo ricorderesti. Vuoi davvero tirati indietro? Quante altre volte lo hai fatto, professore? Sei qui solo, tua moglie e i tuoi figli sono lontani, e non lo sapranno mai, se non succede niente di irreparabile. Perciò? Vuoi scappare? Ora?
Non so voi. Io, mi sedetti. Non dissi nulla. Forse stavo cercando di ostentare una certa familiarità con le situazioni estreme. Familiarità che non avevo.
- Vuole qualcosa da bere, professore? – disse Irene, con voce bassa, quasi sospirante.
Per il momento stavo bene così, anche se sapevo che l’alcol mi avrebbe aiutato. Ma non volevo nulla che smorzasse l’impatto di quella…cosa, che stavo vivendo. Volevo rimanere vigile. Mi tolsi solo la giacca, rimanendo in maniche di camicia, ma tenni per il momento le scarpe.
Irene cominciò a parlarmi della relazione che avevo tenuto il giorno prima, su un tema in cui ero un’autorità: le politiche di genere. Si complimentò, e mi fece delle osservazioni acute, a volte toccandomi sul braccio, come si fa, quasi distrattamente, quando si conversa con passione. Evidentemente era una donna intelligente, attenta. O forse, puntava a solleticare la mia vanità.
Cercai di reggere la conversazione, ma non riuscivo a non far scivolare ogni tanto lo sguardo oltre il bordo del divano, all’arco dei suoi piedi perfetti, con le unghie smaltate di rosso, posati come distrattamente sulla pancia e sul petto del figlio del mio amico.
Alla fine decisi che non potevo ignorare più a lungo la questione.
- È comodo, lì? – dissi, indicando John con la testa. Lei mi posò una mano sul braccio, colmando la distanza fra noi.
- A John piace.
- Davvero?
Mi sorrise, e allungò un piede verso il viso di John. Quando lui se ne accorse, aprì la bocca, lasciando che Irene vi introducesse alcune porzioni di dita. Nel frattempo, con l’altro piede, era scesa a massaggiarlo fra le gambe. Anche se i pantaloni erano larghi, si vide subito che c’era qualcosa sotto il tessuto, che spingeva verso l’alto.
Andò avanti per un paio di minuti, un piede nella bocca di John, dove vedevo guizzare la sua lingua, l’altro sul suo cazzo. John, dal canto suo, teneva le braccia distese lungo il corpo, come se non potesse muoverle, anche se non erano legate.
Poi sospirò più forte. Irene mi guardò: - Vorrei succhiarla, professore. Posso?
Che risposta potevo darle? Una più intelligente di: - Certo!
Ma non me ne venne in mente un’altra.
Lei si alzò languida, come una gatta. Con un piede percosse leggermente John su un fianco.
- Dai, girati.
Lui si mosse. Senza alzarsi da terra, ruotò di 160 gradi fino a ritrovarsi perpendicolare al bordo del divano, la testa rivolta verso di me.
Irene gli tirò giù i pantaloni, scoprendogli il sesso. Poi sollevò l’orlo del vestito e si mise cavalcioni sulla sua faccia.
Lentamente, a tratti guardandomi, sciolse la mia cintura, fece scorrere la lampo, mise dentro una mano e fece uscire il mio sesso in piena erezione.
Mi scoccò un ultimo sguardo prima di avvicinare la bocca. Quindi lo ingoiò fino in fondo, come se volesse saggiarne la lunghezza, la larghezza. Ma poi capii che voleva anche inumidirlo per bene con la sua saliva.
Iniziò il movimento che conoscevo. Lento, al principio. Stringendolo con una mano alla base. Mi sollevai per sfilarmi i pantaloni da sotto il sedere, così ero più comodo. Lei mi aiutò, e ne approfittò per sfiorarmi i testicoli, poi per tastarli, stringerli con delicatezza. Ad un certo punto si interruppe per sospirare, evidentemente John stava facendo il suo lavoro, là sotto. Colsi una fuggevole visione del viso di Irene stravolto dal piacere, gli occhi chiusi, le labbra che luccicavano. Poi si rimise all’opera e allora vidi solo la sua testa, i suoi capelli, che accarezzai con una mano, ma senza premere contro il mio bacino, non ce n’era bisogno.
Quando si accorse che stavo per venire, si fermò. Schizzai nella sua bocca. Mugolava. Dunque era umana.
Subito dopo – a me non sembrava che avesse mandato giù tutto – si staccò da me, e anche da John. Scese con il bacino e la vidi armeggiare dietro con una mano, evidentemente aveva afferrato il cazzo del marito, sul quale scese ad impalarsi, le labbra erano sempre ben serrate.
Quindi si allungò sopra di lui, a baciarlo. Gli stava passando il mio sperma.
John per la prima volta sollevò le braccia, afferrandole i glutei. Lei si mosse più velocemente, e infine gridò, rimettendosi seduta, inarcando la schiena. Venne.
Restò immobile, scossa dalle onde del piacere.
Quindi riprese a muoversi, più lenta, sapiente. Continuò per un altro minuto, aumentando gradualmente il ritmo, finché non venne lui, lo capii perché lei gli disse, con voce strozzata: - Riempimi, riempimi…
Dopo essere rimasta un po’ in quella posizione, si rimise a sedere al mio fianco. Feci caso solo in quel momento alla coperta, che aveva al fianco. La prese per coprirsi. Appoggiò la sua testa sulla mia spalla e coprì in parte anche me.
Restammo così. Il pene di John, lo vedevo, un pene giovane, notevole, si era afflosciato. Respiravamo piano, in comunione.
Sarà passato circa un quarto d’ora. Poi, con quella lentezza languida che sembrava esserle connaturata, tranne quando all’improvviso accelerava, Irene si sollevò, mostrandomi la schiena.
- Mi aiuta, per favore?
Capii al volo. Feci scivolare la lampo del vestito, e l’aiutai a toglierselo, a partire dalle spalle. Sgusciò fuori da quella stoffa, nuda, liscia, pallida, bellissima, come una ninfa. Si portò le ginocchia al petto e si raggomitolò nuovamente addosso a me, ma avevo fatto in tempo a vedere qualcosa, di lei: il seno piccolo, il sesso senza un pelo, un neo vicino all’ombelico, un altro sul collo. Mi accarezzò sul petto, sulla pancia. Sentivo il suo respiro crescere, quasi impercettibilmente. Le sue dita incontrarono il mio sesso che si era indurito. Lo circondarono.
- Mi prenderebbe, adesso?
Il cuore perse altri due battiti.
- Sì, voglio prenderti.
Tolse la coperta e scivolò giù dal divano, mettendosi nuovamente a cavalcioni della faccia di John, le ginocchia ai lati della sua testa, ma stavolta dandomi la schiena, e allungandosi verso il suo bassoventre, nella posizione del 69. Una ninfa ma anche una cavalla, una pecora, una cagna da montare. Io guardavo affascinato lo spettacolo che mi stava offrendo, delle labbra gonfie della sua vagina, lucide di umori, che sembravano protendersi verso di me.
Mi alzai. Rimasi in piedi, piegando solo le ginocchia, per arrivare all’altezza della sua apertura, che infilai con un gesto secco e fluido, entrando come in un panetto di burro.
Gemette. Vidi che laggiù in fondo stava armeggiando di nuovo col cazzo del marito. Qualcosa di selvaggio mi salì dentro. La scopai forte, fino a farla urlare, le stesse cose che aveva detto prima, più o meno: - Sì, sì…svuotati, riempi-mi…
Cosa che feci. Venni dentro la sua figa, già irrorata dal seme di John, venni appoggiandomi al suo culo, rimanendo lì fino all’esaurirsi delle contrazioni.
Poi, stanco, lo tirai fuori e mi risiedetti pesantemente sul divano.
A quel punto John usò le mani. Le allargò le labbra, da cui uscì un bel fiotto di sperma, e vi infilò dentro la lingua. Irene, intanto, laggiù, continuava a lavorarselo, più con la mano che con la bocca. Lo vidi esplodere sulla sua faccia e i suoi capelli. Lo vidi affondare il naso, la bocca, nel solco fra i glutei di Irene, come affamato.
Infine, si tirò su. Era stravolta, adesso. La faccia rossa, e si asciugava con il dorso della mano un angolo della bocca. Aveva tracce di seme su una spalla, sul petto.
Tornò sul divano. Si rimise addosso la coperta, si rintanò come prima contro di me.
Lui era tornato immobile, silente, tanto se mi chiesi se non avesse freddo, a starsene sdraiato tutto quel tempo quasi nudo.
Forse mi addormentai. Forse la sognai. Sognai entrambi. Quando tornai in me, non sapevo se erano passati dieci minuti o un’ora. Irene si era addormentata con il viso sulle mie ginocchia. Le accarezzai la testa, Quindi, lentamente mi sollevai, cercando di non svegliarla.
Scavalcai anche John, mi risistemai la camicia dentro i pantaloni. Infine, mi infilai la giacca. Era scortese andarsene così? Non so, ma avevo bisogno di trovare il bagno, innanzitutto. E poi, di prendere aria. A dirla tutta, avevo bisogno di un po' di realtà.
Mentre mi muovevo verso l’entrata, cercando di fare meno rumore possibile, sentii la voce del figlio del mio amico, era la prima volta, quella sera.
- Ciao – disse.
Mi voltai. Era sempre lì, le braccia lungo i fianchi, i capelli ricci, il viso e la benda sugli occhi fradici di umori.
- Ciao – lo salutai a mia volta. – E…grazie.
- Grazie a te.
Per conversazioni e scambio idee coltranejohn39@gmail.com
Era proprio lui, il figlio di Umberto, un mio carissimo amico che purtroppo nel frattempo se n’era definitivamente andato. L’avevo visto da bambino, quando frequentavo la casa di Umberto e della sua compagna, Anita, un’italo-americana che aveva insistito per dargli quel nome. L’avevo visto crescere.
Poi, quando aveva forse quattordici, quindici anni, avevo cambiato città, perdendo di vista lui e anche i suoi genitori.
Ed eccolo. Biondo, come allora, con i riccioli naturali che ricordavo, e che aveva conservato. Atletico. Aveva anche lo stesso sorriso di quand’era ragazzo, timido ma al tempo stesso audace, se può significare qualcosa, un po’ tremolante, come chi sta per buttarsi in piscina dal trampolino dei 10 metri e non è certo di fare bene, ma ci prova.
Io ero lì per un convegno. Dovevo fare una relazione. Mi sarei fermato fino a domenica, coglievo l’occasione per rivedere la mia città d’origine.
- Allora è vero quello che si dice: che la vostra è una generazione di sessantenni che ne dimostrano al massimo quarantacinque!
Ho annuito, era il mio turno di sorridere.
Alle sue spalle vedevo una donna. Alta, magra, con lunghi capelli castani, leggermente mossi. Sembrava una modella. Era attorniata da uomini, che teneva a bada sgranando gli occhi e dicendo qualcosa di spiritoso, probabilmente, visto che loro annuivano compiaciuti.
- Ti presento mia moglie Irene - ha detto lui, fendendo quella piccola folla.
I nostri occhi si sono incontrati. Le ho stretto la mano. Che strano, ho pensato, in un lampo. Cosa? La sensazione che ho provato, di stare subendo un velocissimo esame sessuale. Sensazione che di solito devono provare le donne, quando incontrano un uomo.
- Piacere. Sono Vincenzo, un vecchio amico di Umberto.
- La sua fama la precede, professore – ha annuito lei. – Avevamo letto il suo nome fra i relatori.
- Grazie. Allora…spero che potrà…che potrete trovare interessante la mia relazione.
- Ne sono sicura.
John mi raggiunse a fine lavori, mentre stavo avviandomi agli ascensori che portavano al parcheggio sotterraneo, dove avevo lasciato la macchina.
- Perché non vieni a cena da noi una di queste sere?
Non mi aspettavo tanto. In fondo non eravamo propriamente “amici”, ero stato l’amico del padre. Stavo per rispondere che davvero non credevo di farcela, quando ha aggiunto: - Devo avvisarti di una cosa: io e Irene siamo una coppia un po’ particolare. Ma credo che un fine sociologo come te non si farebbe impressionare troppo.
- A questo punto sono curioso.
- Hai un biglietto?
Gli passai il mio biglietto da visita, anche se per la verità mi sentivo più intimorito che incuriosito.
- Va bene. Ti scrivo stasera. Ti andrebbe bene domani?
Era uno strano invito e per accettarlo dovevo fare saltare un’altra cena, con dei colleghi delle varie università coinvolte nel convegno. Ma qualcosa mi diceva che per una volta avrei dovuto accettarne le incognite, quali che fossero. Poi forse John aveva esagerato. Cosa significava coppia particolare? Poteva alludere a qualsiasi cosa.
In ogni caso, la sera dopo, alle 8 in punto, salivo verso il quarto piano di quel palazzo, dicendomi che se una coppia giovane poteva permettersi di vivere in un posto così signorile evidentemente se la passava bene. Mi dicevo anche di non esagerare con le aspettative: probabilmente il tutto si sarebbe tradotto in una cena come tante, magari solo con qualche cibo un po’ esotico.
Suonai.
Venne ad aprirmi Irene. Emanava un fascino indefinibile, che andava al di là della pura bellezza. Forse a causa della pelle bianchissima, degli occhi verdi, indagatori, del trucco appena accennato, come una polvere fine che si fosse depositata delicatamente sul suo viso. Delle mani dalle dita lunghe, eppure sprovviste di orpelli, a parte un piccolo anello in ciascuno degli anulari…
Indossava un vestito color sabbia, scollato, sandali ai piedi. Tutto qui. Si avvicinò baciandomi su entrambe le guance.
- Benvenuto. Puntualissimo.
- Un’altra delle doti nella mia generazione?
- Chissà…
Le diedi il vino che avevo portato con me, e che lei appoggiò distrattamente su un tavolinetto, accanto a un vecchio telefono a filo, senza dubbio un oggetto di puro decoro. Mi feci condurre attraverso una vasta anticamera, fino ad una porta che dava su una stanza arredata con gusto barocco, illuminata da luci basse.
Ovviamente mi fermai sulla soglia, avendo visto quello che non mi sarei mai aspettato. Ai piedi di un divano riccamente imbottito, sdraiato su un tappeto spesso, c’era John.
L’unico capo di abbigliamento che portava erano dei pantaloni larghi, neri, in stile turco, o comunque orientale. Dalla cintola in su era nudo. Ma non era quella l’unica stranezza. Una benda, anch’essa nera, che gli copriva gli occhi.
Irene lo scavalcò stando attenta a non pestarlo, e si sedette sul divano. Mi fece segno di accomodarmi di fianco a lei. Poi si tolse i sandali e posò le piante dei piedi sul petto di John, come se niente fosse.
A questo punto mi chiesi se non facevo meglio ad andarmene. Ma c’era quella vicina, che mi stava sussurrando, nella testa: stai per vivere un’esperienza che ricorderai per sempre nella vita. Già quello che stai vedendo adesso lo ricorderesti. Vuoi davvero tirati indietro? Quante altre volte lo hai fatto, professore? Sei qui solo, tua moglie e i tuoi figli sono lontani, e non lo sapranno mai, se non succede niente di irreparabile. Perciò? Vuoi scappare? Ora?
Non so voi. Io, mi sedetti. Non dissi nulla. Forse stavo cercando di ostentare una certa familiarità con le situazioni estreme. Familiarità che non avevo.
- Vuole qualcosa da bere, professore? – disse Irene, con voce bassa, quasi sospirante.
Per il momento stavo bene così, anche se sapevo che l’alcol mi avrebbe aiutato. Ma non volevo nulla che smorzasse l’impatto di quella…cosa, che stavo vivendo. Volevo rimanere vigile. Mi tolsi solo la giacca, rimanendo in maniche di camicia, ma tenni per il momento le scarpe.
Irene cominciò a parlarmi della relazione che avevo tenuto il giorno prima, su un tema in cui ero un’autorità: le politiche di genere. Si complimentò, e mi fece delle osservazioni acute, a volte toccandomi sul braccio, come si fa, quasi distrattamente, quando si conversa con passione. Evidentemente era una donna intelligente, attenta. O forse, puntava a solleticare la mia vanità.
Cercai di reggere la conversazione, ma non riuscivo a non far scivolare ogni tanto lo sguardo oltre il bordo del divano, all’arco dei suoi piedi perfetti, con le unghie smaltate di rosso, posati come distrattamente sulla pancia e sul petto del figlio del mio amico.
Alla fine decisi che non potevo ignorare più a lungo la questione.
- È comodo, lì? – dissi, indicando John con la testa. Lei mi posò una mano sul braccio, colmando la distanza fra noi.
- A John piace.
- Davvero?
Mi sorrise, e allungò un piede verso il viso di John. Quando lui se ne accorse, aprì la bocca, lasciando che Irene vi introducesse alcune porzioni di dita. Nel frattempo, con l’altro piede, era scesa a massaggiarlo fra le gambe. Anche se i pantaloni erano larghi, si vide subito che c’era qualcosa sotto il tessuto, che spingeva verso l’alto.
Andò avanti per un paio di minuti, un piede nella bocca di John, dove vedevo guizzare la sua lingua, l’altro sul suo cazzo. John, dal canto suo, teneva le braccia distese lungo il corpo, come se non potesse muoverle, anche se non erano legate.
Poi sospirò più forte. Irene mi guardò: - Vorrei succhiarla, professore. Posso?
Che risposta potevo darle? Una più intelligente di: - Certo!
Ma non me ne venne in mente un’altra.
Lei si alzò languida, come una gatta. Con un piede percosse leggermente John su un fianco.
- Dai, girati.
Lui si mosse. Senza alzarsi da terra, ruotò di 160 gradi fino a ritrovarsi perpendicolare al bordo del divano, la testa rivolta verso di me.
Irene gli tirò giù i pantaloni, scoprendogli il sesso. Poi sollevò l’orlo del vestito e si mise cavalcioni sulla sua faccia.
Lentamente, a tratti guardandomi, sciolse la mia cintura, fece scorrere la lampo, mise dentro una mano e fece uscire il mio sesso in piena erezione.
Mi scoccò un ultimo sguardo prima di avvicinare la bocca. Quindi lo ingoiò fino in fondo, come se volesse saggiarne la lunghezza, la larghezza. Ma poi capii che voleva anche inumidirlo per bene con la sua saliva.
Iniziò il movimento che conoscevo. Lento, al principio. Stringendolo con una mano alla base. Mi sollevai per sfilarmi i pantaloni da sotto il sedere, così ero più comodo. Lei mi aiutò, e ne approfittò per sfiorarmi i testicoli, poi per tastarli, stringerli con delicatezza. Ad un certo punto si interruppe per sospirare, evidentemente John stava facendo il suo lavoro, là sotto. Colsi una fuggevole visione del viso di Irene stravolto dal piacere, gli occhi chiusi, le labbra che luccicavano. Poi si rimise all’opera e allora vidi solo la sua testa, i suoi capelli, che accarezzai con una mano, ma senza premere contro il mio bacino, non ce n’era bisogno.
Quando si accorse che stavo per venire, si fermò. Schizzai nella sua bocca. Mugolava. Dunque era umana.
Subito dopo – a me non sembrava che avesse mandato giù tutto – si staccò da me, e anche da John. Scese con il bacino e la vidi armeggiare dietro con una mano, evidentemente aveva afferrato il cazzo del marito, sul quale scese ad impalarsi, le labbra erano sempre ben serrate.
Quindi si allungò sopra di lui, a baciarlo. Gli stava passando il mio sperma.
John per la prima volta sollevò le braccia, afferrandole i glutei. Lei si mosse più velocemente, e infine gridò, rimettendosi seduta, inarcando la schiena. Venne.
Restò immobile, scossa dalle onde del piacere.
Quindi riprese a muoversi, più lenta, sapiente. Continuò per un altro minuto, aumentando gradualmente il ritmo, finché non venne lui, lo capii perché lei gli disse, con voce strozzata: - Riempimi, riempimi…
Dopo essere rimasta un po’ in quella posizione, si rimise a sedere al mio fianco. Feci caso solo in quel momento alla coperta, che aveva al fianco. La prese per coprirsi. Appoggiò la sua testa sulla mia spalla e coprì in parte anche me.
Restammo così. Il pene di John, lo vedevo, un pene giovane, notevole, si era afflosciato. Respiravamo piano, in comunione.
Sarà passato circa un quarto d’ora. Poi, con quella lentezza languida che sembrava esserle connaturata, tranne quando all’improvviso accelerava, Irene si sollevò, mostrandomi la schiena.
- Mi aiuta, per favore?
Capii al volo. Feci scivolare la lampo del vestito, e l’aiutai a toglierselo, a partire dalle spalle. Sgusciò fuori da quella stoffa, nuda, liscia, pallida, bellissima, come una ninfa. Si portò le ginocchia al petto e si raggomitolò nuovamente addosso a me, ma avevo fatto in tempo a vedere qualcosa, di lei: il seno piccolo, il sesso senza un pelo, un neo vicino all’ombelico, un altro sul collo. Mi accarezzò sul petto, sulla pancia. Sentivo il suo respiro crescere, quasi impercettibilmente. Le sue dita incontrarono il mio sesso che si era indurito. Lo circondarono.
- Mi prenderebbe, adesso?
Il cuore perse altri due battiti.
- Sì, voglio prenderti.
Tolse la coperta e scivolò giù dal divano, mettendosi nuovamente a cavalcioni della faccia di John, le ginocchia ai lati della sua testa, ma stavolta dandomi la schiena, e allungandosi verso il suo bassoventre, nella posizione del 69. Una ninfa ma anche una cavalla, una pecora, una cagna da montare. Io guardavo affascinato lo spettacolo che mi stava offrendo, delle labbra gonfie della sua vagina, lucide di umori, che sembravano protendersi verso di me.
Mi alzai. Rimasi in piedi, piegando solo le ginocchia, per arrivare all’altezza della sua apertura, che infilai con un gesto secco e fluido, entrando come in un panetto di burro.
Gemette. Vidi che laggiù in fondo stava armeggiando di nuovo col cazzo del marito. Qualcosa di selvaggio mi salì dentro. La scopai forte, fino a farla urlare, le stesse cose che aveva detto prima, più o meno: - Sì, sì…svuotati, riempi-mi…
Cosa che feci. Venni dentro la sua figa, già irrorata dal seme di John, venni appoggiandomi al suo culo, rimanendo lì fino all’esaurirsi delle contrazioni.
Poi, stanco, lo tirai fuori e mi risiedetti pesantemente sul divano.
A quel punto John usò le mani. Le allargò le labbra, da cui uscì un bel fiotto di sperma, e vi infilò dentro la lingua. Irene, intanto, laggiù, continuava a lavorarselo, più con la mano che con la bocca. Lo vidi esplodere sulla sua faccia e i suoi capelli. Lo vidi affondare il naso, la bocca, nel solco fra i glutei di Irene, come affamato.
Infine, si tirò su. Era stravolta, adesso. La faccia rossa, e si asciugava con il dorso della mano un angolo della bocca. Aveva tracce di seme su una spalla, sul petto.
Tornò sul divano. Si rimise addosso la coperta, si rintanò come prima contro di me.
Lui era tornato immobile, silente, tanto se mi chiesi se non avesse freddo, a starsene sdraiato tutto quel tempo quasi nudo.
Forse mi addormentai. Forse la sognai. Sognai entrambi. Quando tornai in me, non sapevo se erano passati dieci minuti o un’ora. Irene si era addormentata con il viso sulle mie ginocchia. Le accarezzai la testa, Quindi, lentamente mi sollevai, cercando di non svegliarla.
Scavalcai anche John, mi risistemai la camicia dentro i pantaloni. Infine, mi infilai la giacca. Era scortese andarsene così? Non so, ma avevo bisogno di trovare il bagno, innanzitutto. E poi, di prendere aria. A dirla tutta, avevo bisogno di un po' di realtà.
Mentre mi muovevo verso l’entrata, cercando di fare meno rumore possibile, sentii la voce del figlio del mio amico, era la prima volta, quella sera.
- Ciao – disse.
Mi voltai. Era sempre lì, le braccia lungo i fianchi, i capelli ricci, il viso e la benda sugli occhi fradici di umori.
- Ciao – lo salutai a mia volta. – E…grazie.
- Grazie a te.
Per conversazioni e scambio idee coltranejohn39@gmail.com
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